Caro papà. . .

 LA CAMPAGNA DI GRECIA

   
 
28 OTTOBRE 1940: ORE 6,00
 

Tutto, papà, ormai era deciso: guerra!                             
Il destino di quasi 50.000 caduti era già scritto e si sarebbe tragicamente compiuto sugli aspri monti della Grecia, testimoni un inverno durissimo, fango e neve, tormente gelide, tempestive ma inascoltate cassandre che nulla potevano contro la testarda, incosciente decisione di occupare la Grecia.
Tutti voi soldati italiani avreste capito a caro prezzo l’assurdità dei comandi superiori di andare avanti e resistere anche a costo del sacrificio supremo. E’ ciò che avete fatto poiché avevate giurato fedeltà ad una patria che, vostro malgrado,  avrebbe sacrificato molti di voi sull’altare del sogno egemonico della follia fascista.
 
Vojussa, Erseke, Smolika, Epiro, Pindo e ancora ponte di Perati, Coriza, Klisura, Pogradec, Morova, Gramos, quota 731, Monastero: alcuni dei più noti teatri di cruente battaglie, divenuti ormai lapidi indistruttibili di una memoria storica su cui non si è scritto abbastanza. Sul pesantissimo prezzo di quasi 50.000 caduti e 100.000 feriti si è solo sussurrato. Di quell’enorme, dolorosa fatica rimane certo un senso di tristezza, ma anche di ammirazione per i nostri soldati.
 

   
   

Si legge nella "Storia della Guerra di Grecia" di Mario Cervi:
"Il sacrario di quota 731 - chissà come ridotto ora, con la sua alta croce e con i suoi cimeli gloriosi e melanconici - non deve tanto ricordare una offensiva sterile e una campagna pazzesca, quanto una somma immensa di valore e di dolore" "Sia reso grazie all’ardimento dei nostri soldati e insieme alla loro bontà. Sono stati nella campagna di Grecia i soldati peggio guidati del mondo, senza dubbio alcuno".

 

 LA GUERRA

Nell’ottobre 1940 Hitler, volendo salvaguardare i giacimenti petroliferi rumeni dalla distruzione di eserciti invasori o dai bombardamenti di aerei partiti dalle basi di altri stati balcanici, si assicurava da un compiacente governo rumeno il diritto di tenere truppe tedesche nel paese, allo scopo di proteggerne la "neutralità" e "indipendenza" da un atteggiamento sempre più minaccioso dell’Unione Sovietica che premeva da settentrione.
Questa preminenza tedesca nell’Europa orientale irritava Mussolini. La diplomazia fascista aveva sempre considerato i Balcani come una regione destinata per natura alla gloria delle armi italiane; e nella primavera del 1939 Mussolini lo aveva ripetuto davanti ad un’Europa poco impressionata, annettendo l’Albania (che economicamente dipendeva già da Roma) alla corona dei Savoia.
Al duce sarebbe piaciuto far seguire a questo trionfo un’invasione della Jugoslavia; il suo ministro degli Esteri, Galeazzo Ciano, preferivauna marcia su Atene; ma Hitler, che aveva un senso spiccato della strategia generale, mise il veto con tenacia ad entrambe le iniziative, e così gli italiani rimasero a guardare, imbronciati,le unità tedesche che portavano la svastica a est raggiungendo, l’ 8 ottobre 1940, la costa romena del mar Nero.

Fu a questo punto che Mussolini decise di agire.

Una volta tanto avrebbe preso una decisione militare senza consultarsi con i tedeschi. Il 13 ottobre Mussolini fissa la data dell’azione: 26 ottobre. Poi la sposta al 28 per l’insistenza di Badoglio, contrario, come tutti i capi militari, all’iniziativa. Contrari, ma non si dimettono, a parte Badoglio che dice di andarsene e poi rimane. Anzi, in una lettera del 28 ottobre a De Vecchi: "Il 28 ha inizio la spedizione punitiva contro la Grecia. Questi greci avranno il trattamento che si meritano". Motivazione dell’attacco: la Grecia sta per diventare una portaerei inglese. Poi gli intollerabili incidenti di frontiera, che sono organizzati da emissari italiani.
 

 CAMPAGNA DI GRECIA

 IL PRETESTO: si scopre l’irredentismo dei ciamurroti.
"La Grecia è un paese così povero che non può essere da noi "concupito".

Così aveva detto Galeazzo Ciano nel settembre del 1939, da qui sottinteso il nostro diritto a "concupire" paesi ricchi. Quella sua battuta, concludeva un periodo di incidenti e di polemiche italo-greche, mentre stava scoppiando la seconda guerra mondiale. La Grecia, poi, era anche un po’ imparentata ideologicamente con l’Italia di Mussolini. Aveva un re che contava poco, Giorgio II e un dittatore che faceva tutto: Joannis Metaxas, al potere dal 1936, ministro di quasi tutti i ministeri e capo del governo a vita. Annunciando l’entrata in guerra il 10 giugno del 1940, Mussolini aveva dato pubbliche assicurazioni ad Atene: come tutti gli altri nostri vicini, anche la Grecia poteva stare tranquilla. Inoltre, qualche tempo dopo la fine della campagna delle Alpi, Mussolini aveva deciso di congedare in Italia trecentomila uomini allo scopo di restituirli all’attività produttiva, e anche per tenere tranquilla la gente. Coi greci però era scoppiata in agosto un’altra serie di polemiche. Improvvisamente i giornali italiani si misero a parlare della Ciamuria e dei ciamurioti, con alte proteste. La Ciamuria, regione greca al confine con l’Albania e abitata da molti albanesi, divenne una specie di Trento e Trieste d’Oriente. L’uccisione di qualche ciamuriota più o meno pregiudicato, fu montata come il martirio di Cesare Battisti. Gli albanesi,secondo i giornali, "anelavano" a liberare i ciamurioti.



 

Mussolini avverte Hitler dell’intenzione di attaccare, ma non dice che la cosa è imminente. Non parla di date. Il 25 ottobre, però, Hitler avverte che vuole vedere il duce al più presto. Si combina per il 28, a Firenze. Il dittatore tedesco aveva già deciso l’operazione Barbarossa (l’attacco alla Russia) per la primavera del 1941, all’insaputa dell’alleato italiano e si precipita ora a impedire che l’iniziativa di Mussolini sconvolga tutti i Balcani.
La sera del sabato 26 ottobre, ad Atene, c’è una "serata italiana" con la rappresentazione della
Madama Butterfly, con la presenza del figlio di Giacomo Puccini, e il ricevimento in legazione, con molte autorità greche. Mentre si beve, il plenipotenziario Grazzi comincia a ricevere un lungo testo cifrato della nota italiana che intima al governo di Atene di consegnare vari "punti strategici" del paese, pena la guerra. La decifrazione dura ore, e Grazzi teme che l’ordine di consegna dell’ultimatum sia immediato. Così, come racconta l’allora addetto militare in Grecia, generale Luigi Mondini, Grazzi "rimase per tutta la durata della festa con l’angoscia di dovere, ad un bel momento, pregare gli invitati di andarsene, perché egli doveva andare a dichiarare guerra al loro paese". L’ordine è invece di consegnare la nota alle 3 del mattino del 28 ottobre. Ioannis Metaxas riceve l’ultimatum in vestaglia: accettarlo sarebbe il suicidio, quindi è la guerra.
Poche ore dopo, a Firenze, Hitler apprenderà che l’attacco è già cominciato.

 
Migliaia di soldati italiani, sotto la   pioggia, salgono verso le  montagne della Grecia.

Per quattro giorni l’alleato dei greci è la pioggia, col fango che imprigiona i nostri leggeri carri armati e le grosse artiglierie, e con la nuvolaglia che non lascia volare l’aviazione. L’attacco italiano è condotto in direzione dell’Epiro: ma ecco il primo novembre comincia un’offensiva greca da un’altra parte, nel settore macedone, puntando attraverso le montagne sulla piana di Coriza. Noi avanziamo da una parte: I greci dall’altra. Come le due pale di un’elica. Al centro dell’elica, cioè alla congiunzione tra i nostri reparti che avanzano in Epiro e quelli invece che retrocedono verso Coriza, si trova la divisione alpina Julia.

 E c’è una differenza importante: una nostra avanzata in Epiro non sarebbe poi così tragica per i greci, mentre la loro avanzata dalla Macedonia può buttarci a mare. L’Albania sta diventando una prima linea con le retrovie a Bari e il mare di mezzo.
La Julia, al centro del movimento dei due fronti, rimane isolata, rischia l’accerchiamento, non ha più da mangiare. I suoi alpini sono inchiodati dal nemico, tormentati dal fango e dalla pioggia che alle quote più alte diventa neve, affamati. Ripiegano, traversando Kònitsa con le divise inzaccherate e a brandelli, i volti affilati dalla sofferenza. Quasi tutti i muli sono perduti. Non ci sono più viveri. Un quinto degli uomini sono morti o sono rimasti nelle mani dei greci. Quando la divisione si ritrova al vecchio confine, al ponte di Perati, è ancora un’unità indomita, ma logorata terribilmente da una offensiva avventata. "Il ripiegamento, lo sforzo per aprire un varco nell’assedio greco, si sono trasformati in una crudele anabasi" (M. Cervi)

Abbiamo attaccato con forze troppo scarse, e ora comincia l’affluenza affannosa dei rinforzi, ancora disturbata dal maltempo: per l’offensiva è stata scelta la stagione peggiore. Tra poco cominceranno i congelamenti. Nonostante il rinforzo, in Epiro non si va più avanti, e dal lato della Macedonia si continua a retrocedere. Il generale Visconti Prasca perde il comando generale delle truppe, che passa al generale Ubaldo Soddu, come un curatore del fallimento. A metà novembre i greci lanciano un’offensiva con obiettivo Coriza, incontrando una dura resistenza italiana, che viene poi travolta con l’arrivo di rinforzi. Il 22 novembre si abbandona Coriza. E l’opinione pubblica che aspettava notizie da Atene, scopre che sul fronte greco-albanese c’è sì un’avanzata ma a rovescio. Il primo autunno-inverno di guerra è subito cupo. Viene presto a galla ogni cosa. Poche settimane di vero combattimento distruggono vent’anni di propaganda e di illusioni. Nel frattempo la Germania è padrona d’Europa, anche se non è riuscita a balzare oltre la Manica. Gli italiani, alleati dei vincitori, hanno racimolato un brandello di Francia, sono piantati nel deserto africano senza più potersi muovere, e in Albania rischiano la disfatta.

Si comincia ormai a ripiegare anche dall’Epiro. Il 3 dicembre si ha notizia che è in pericolo la città di Argirocastro. Il 6 dicembre le dimissioni di Badoglio che verrà sostituito da Ugo Cavallero come capo di stato maggiore generale. Pochi giorni dopo la nomina, Cavallero assume personalmente il comando delle truppe in Albania, sostituendo Soddu. Il 9 dicembre cade Argirocastro. Il bollettino di guerra viene trasmesso in Italia ogni giorno dalla radio alle 13. Nei locali pubblici c’è l’obbligo di ascoltarlo in piedi, per rispetto ai combattenti. Ormai la gente possiede la chiave per decifrare le brutte notizie. "Attestarsi su nuove posizione" significa ritirata. "Difesa accanita" preannuncia un’altra sconfitta.
Rassegnati, milioni di italiani non aspettano più che si vinca, ma soltanto che finisca.

(col berretto e le calze di lana autarchica, gelate dalla neve)

 

"A primavera verrà il bello"

 

aveva detto Mussolini, riferendosi all’attacco, assieme ai tedeschi, della Jugoslavia e della Grecia, per costringere quest’ultima all’armistizio. Mentre Hitler tenta la cattura di bulgari e jugoslavi, Mussolini vuole sul fronte greco un’iniziativa italiana, che preceda l’intervento austriaco. Decide di mandare in prima linea, come volontari di guerra, i ministri e i gerarchi validi: Grandi, Bottai, Giannetti, Ricci, Gorla e altri mentre Ciano, ministro degli esteri, è mobilitato a Bari con il suo stormo da bombardamento. Il bello, annunciato da Mussolini comincia con l’offensiva che il generale Cavallero lancia in Albania, a partire dal 2 marzo. Mussolini in persona accorre al fronte per seguirla da vicino. Ma la scarsa preparazione produce un breve bombardamento con le artiglierie e nessun intervento massiccio dell'aeronautica. Dopo una settimana l'azione viene sospesa per fallimento e Mussolini torna in Italia.

 

Mussolini all’osservatorio della IX Armata



 

"La guerra di Grecia si rivelò per l’Italia una delle più tragiche avventure militari di tutti  tempi. Con un armamento che risaliva alla prima guerra mondiale, privi dei rifornimenti indispensabili, comandati da generali che badavano più alla propria carriera che a vincere una battaglia sul campo, i nostri soldati dovettero lottare disperatamente per sei lunghi mesi - fino al risolutivo intervento tedesco – per evitare di farsi buttare a mare dall’esercito greco, un esercito povero e male armato come il nostro, ma che combatteva per difendere la libertà della propria patria" (M. Cervi, giornalista e saggista, ufficiale di fanteria durante la seconda guerra mondiale, autore del volume "Storia della guerra di Grecia) 

   

 

INTERVIENE LA GERMANIA
 

Hitler, dopo aver ricevuto con successo l’adesione al patto tripartito da parte della Bulgaria (e la presenza di truppe tedesche sul suo territorio), il 25 marzo la ottiene anche da parte della Jugoslavia. Ma subito dopo a Belgrado scoppia un’insurrezione nazionalista che destituisce i ministri e il principe reggente Paolo, proclamando re il principe Pietro (figlio di Alessandro I, ucciso nel 1934 a Marsiglia). Il governo presieduto dal generale Simovic sconfessa l’adesione al tripartito, anche senza compiere atti concreti contro l’ "asse". Ma la gente è ostile e le manifestazioni antitedesche si allargano a tutta la Serbia. Così il 6 aprile 1941 Hitler ordina al suo esercito di invadere la Jugoslavia e dichiara guerra al governo di Atene, cominciando a invadere la Grecia dalla parte della Bulgaria. Le truppe italiane attaccano la Jugoslavia penetrando in Croazia e Dalmazia; dall’Albania altre unità si spingono in territorio jugoslavo, occupando la fascia di frontiera a nord di Scutari.

L’operazione MARITA
 

JUGOSLAVIA.

(passo sulla frontiera, colpi in arrivo)

 

 

 

L’operazione Marita fu un trionfo strategico. La campagna cominciò con il bombardamento di Belgrado da parte di squadriglie di Stuka all’alba del 6 aprile. I bombardamenti in picchiata sulla città continuarono per oltre due giorni: il centro cittadino fu raso al suolo e morirono 17.000 cittadini. Mentre le prime bombe cadevano su Belgrado, la 12^ armata del feldmaresciallo List varcava la frontiera bulgaro-jugoslava in Macedonia, dando così il via alle operazioni terrestri. Questa mossa tedesca giungeva imprevista, perché gli jugoslavi avevano rafforzato la frontiera settentrionale più della meridionale: i tedeschi penetrarono in profondità in territorio jugoslavo attaccando contemporaneamente a sud, nella valle del Vardar in direzione del porto di Salonicco, vitale per i greci. Con il suo spiegamento di truppe List vinse la campagna balcanica nel termine di cinquanta ore dal momento in cui furono sparati i primi colpi. La resistenza jugoslava durò appena dodici giorni. I reggimenti croati avevano poca voglia di combattere per la Jugoslavia, e nel nord, nella Slovenia la minoranza di lingua tedesca effettuò numerosi sabotaggi. Le prime perdite territoriali si ebbero a sud. List occupò Skopije il 7 aprile e Kleis prese Nig l’8.

 La 2^ armata tedesca del nord cominciò a avanzare solo il 10 aprile ma incontrò pochissima opposizione e coprì il centinaio di chilometri dalla frontiera a Zagabria, in meno di 12 ore. Mentre la Jugoslavia si disintegrava, italiani e ungheresi avanzavano per dare il colpo di grazia, mentre i bulgari seguivano le truppe corazzate tedesche oltre la frontiera macedone.  L’11 aprile le truppe ita-

liane si avvicinarono cautamente alla capitale slovena, Lubjana, ma solo per accorgersi che era già nelle mani dei tedeschi. I successi militari della campagna furono esclusivamente tedeschi, e ottenuti con la perdita di soli 151 uomini. Fu una colonna tedesca a ricevere la resa di Belgrado, il 12 aprile, e furono gli ufficiali tedeschi a negoziare l’armistizio con un generale jugoslavo, il 17 aprile. Quello stesso giorno una banda reggimentale italiana sfilava trionfalmente a Dubrovnik. 

 

 

GRECIA
 

L’avanguardia della 12^ armata tedesca avanzò in Grecia su tre colonne. Una puntò su Stip, passò il Vardar il 7 aprile e si diresse poi, attraverso il passo di Babuna verso Bitola (Monastir) e le montagne che dall’Albania meridionale si prolungano nella Grecia nord-occidentale; una seconda colonna si mosse da Strumica verso Gevgelija e la principale ferrovia per Salonicco; una terza colonna superò il passo di Rupel e puntò su Salonicco da nord-ovest. Alle 8 del mattino del-l’ 8 aprile i primi carri armati tedeschi entravano nel porto greco, base degli Alleati per tre anni durante la prima guerra mondiale. La fulminea avanzata tedesca troncò tutti i collegamenti fra Jugoslavia e Grecia.
Cavallero, da parte sua, il 13 aprile lanciò una nuova offensiva che questa volta riuscì con la Grecia attaccata dai tedeschi. Se non fosse riuscita, le divisione greche si sarebbero presto affacciate al ponte di Perati, visto che erano già arrivate a Gianina. Al ponte di Perati i tedeschi rischiarono di farsi sparare addosso dai fanti della divisione Forlì, col loro atteggiamento di commiserazione da superuomini. Si dovette intervenire con le minacce per convincere i greci ad arrendersi anche agli italiani poiché volevano fare l’armistizio solo con i tedeschi.
Noi italiani abbiamo perduto circa 40.000 uomini tra morti accertati e dispersi, più 50.000 feriti e 12.000 congelati.

 

 

 

  L'ARMISTIZIO CON LA GRECIA 

 

L’avventura bellica si chiude a Salonicco, il 24 aprile 1941, con la firma dell’armistizio. Ad Atene si costituisce un governo collaborazionista, presieduto dal gen. Tsolakoglou, mentre il re e i ministri uscenti, col comandante in capo Papagos, si rifugiano in Egitto. La Grecia resta un condominio italo-tedesco, più tedesco che italiano. Anche Tsolakoglou è stato imposto a Mussolini da Hitler.
Gli italiani arrivano sempre dopo, quando già la bandiera uncinata sventola sull'Acropoli
. Arrivano anche disprezzati e odiati. Ma da quel momento inizieranno una loro, speciale "conquista della Grecia". Infatti il popolo greco, vinto e sempre più crudelmente affamato, scoprirà che i suoi amici migliori sono questi soldati italiani, malvestiti e scarsamente armati, ma capaci di dividere la loro pagnotta in due parti e anche in quattro.
 

manifesto greco sulle donne "portatrici"

 

LE CIFRE FINALI secondo:
 

MUSSOLINI   MINISTERO DIFESA
13.502 morti 
38.768 feriti
4.391 congelati 1° grado
8.592 congelati 2° grado
4.564
congel. In forma leggera 
13.755 morti
50.874 feriti
12.368 congelati
25.067 dispersi (
soprattutto caduti)
52.108 ricoverati luoghi cura
 

Perdite dei Greci

  13.408 morti
42.485 feriti
   

 

   

" Sul ponte di Perati"
 

  Sul ponte di Perati,
bandiera nera.
È il lutto della Julia
Che va alla guerra.

Quelli che son partiti
Non son tornati,
sui monti della Grecia
sono restati.

Sui monti della Grecia,
c'è la Vojussa,
col sangue degli alpini
s'è fatta rossa.

Alpini della Julia
in alto il cuore,
sul ponte di Perati
c'è il tricolore.
 

 

 
      (monti della Grecia)
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