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In queste pagine la descrizione degli avvenimenti dell'ottobre-novembre 1940
svoltisi al confine macedone, sul settore di battaglia "Korçiano",
dove operava la IX Divisione "Venezia" presso la quale, dal luglio '40
era in forza mio padre, quale artigliere alpino del 19°
Rgt. Artiglieria Div. Frt.
"Venezia", obici 100/17.
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(sotto
la tenda, il
leone di S. Marco della Div. Venezia)
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E’
molto difficile ricostruire l’esatta movimentazione del gruppo, visti i
continui cambiamenti di posizione, destinazione e il frammischiamento dei
reparti, come risulta dalla documentazione pubblicata sulla "Campagna di
Grecia" dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. |
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Il reggimento, facente parte della 9
Armata, inizialmente sul fronte jugoslavo, veniva destinato, nel
"Quadro di battaglia" approntato dal gen. Visconti Prasca il 26
ottobre 1940, all’azione difensiva del Korçiano (zona di Korçia –
fronte Macedone) con il compito di spostarsi nella zona di Coritza,
tenersi sulla difensiva attiva, per poi passare all’offensiva in direzione Florina
Kastoria (per attirare l’attenzione e
le forze greche della Macedonia). |
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Ciò può essere confermato dalle foto delle zone dei laghi Ocrida, Prespa,
di Davoli, Pogradec, Erseke, Argirocastro, Premeti, Vojussa.
Altri documenti, le foto di osservatori a quote intorno ai 2000, forse sul Morova,
sull’Ivanit o sul m. Grammos. |
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IL FRONTE KORCIANO
La ricostruzione dei
movimenti del 19° Rgt. Artiglieria, con la Div. IX Venezia, è difficile
se si pensa che già a metà novembre le divisioni non esistevano più come
unità organiche comprendenti reparti normali, spesso non esistevano più per le
truppe di rinforzo, nemmeno i reggimenti. Il reparto "tipo" era il
battaglione, buttato a riempire un vuoto qualsiasi sotto un comando sconosciuto.
Comunque, in base alle fotografie esistenti e alla documentazione (Campagna di
Grecia - Ufficio storico Stato Maggiore Esercito) è senz’altro possibile
ricostruire a grandi linee i dati salienti delle operazioni sul Korçiano
– fronte Macedone.
Il tempo, dunque, si metteva al peggio dal 26 ottobre. Anche la Venezia,
come le altre colonne si mise in cammino dalla frontiera jugoslava. Nel
buio le colonne erano sferzate dall’acqua. Gli scarponi affondavano nel
fango. Le fasce gambiere venivano avvolte da croste giallastre mentre i
muli sollevavano spruzzi di melma ad ogni passo. Nelle valli un grande
silenzio, rotto ogni tanto da pochi spari (qua e là si accendeva sporadico
qualche breve scontro), ma era evidente che la rete di frontiera dei greci
si ritirava senza resistenza. Si avanzava lentamente, ma con regolarità.
Gli alpini, a 1500 metri di quota erano già esposti alla morsa del gelo.
Il 1° novembre, quando il fuoco
nemico aveva cominciato a farsi sentire, sorprendendo una colonna della Ferrara
con pezzi di artiglieria ben mimetizzati, Mussolini scrisse al generale Visconti
Prasca ordinandogli di spostare la Venezia verso sud o nel settore di Coriza,
preoccupato della situazione in quella zona, sul fianco sinistro dell’armata
che avanzava verso l’Epiro.
Sempre il 1° novembre, mentre il tempo sembrava migliorare, si scatenò l’offensiva
greca in Macedonia occidentale. Gli obiettivi di Papagos erano di
raggiungere anzitutto la linea del Devoli, per poi conquistare il Morova.
Gli uomini di Papagos, con la divisa kaki e l’elmetto a bacile, come gli
inglesi, iniziarono la battaglia alle 8 del primo novembre.
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Dietro il Devoli e il
massiccio del Morova c’era la piana di Coriza: se i greci fossero riusciti ad
arrivarvi, sarebbe stato minacciato di accerchiamento tutto lo schieramento
italiano dell’Epiro.
La div. Parma era schierata su un fronte immenso, ma si stavano
affiancando la Piemonte e appunto la Venezia.
L’attacco greco sorprese un battaglione dell’83 Venezia proprio nel momento
di inserimento in prima linea. Si produsse uno sbandamento e si aprì una falla.
Il nemico aveva guadagnato qualche chiilometro appena, ma era un grave indizio.
Qualche villaggio venne ceduto e qualche quota persa. Il 3 novembre i
greci si attestarono sul Devoli. |
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Essi non
marciavano nella vallate, ma seguivano i costoni delle alture,
colpendo così dall’alto con successo le nostre posizioni e con
un ottimo uso dei mortai.
Nelle truppe italiane cominciava a nascere un certo smarrimento per l’inaspettata
efficienza di un avversario che si riteneva di scarsa "tenuta".
Per la Parma, la Venezia e la Piemonte era cominciata un’implacabile
battaglia di logoramento poiché dal settore bulgaro altri battaglioni si erano
uniti al già massiccio schieramento greco della Macedonia.
L’asse del fronte si era spostato in tutta la sua lunghezza, ruotando,
spinto dai greci della Macedonia verso nord-est e dagli italiani dell’Epiro
verso sud-est.
I greci erano a Devoli – territorio albanese – e i nostri sul Kalamas
in territorio greco. Al centro la Julia, staccata dai bracci della leva e
esposta a gravi pericoli. |
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In Macedonia occidentale erano affluite, dopo il 28 ottobre, potenti forze
greche che si erano aggiunte alla IV brigata e alla 9’ divisione che già
presidiavano quel settore. La natura dei luoghi condizionava la strategia di
ambo gli eserciti. Dopo il primo ripiegamento gli italiani si erano attestati
sul corso del Devoli. Avevano alle spalle il massiccio del Morova,
una montagna spoglia con dirupi, senza paesi né coltivazioni, senza strade, con
molti burroni e rive scoscese. Si trattava di un bastione per la difesa, ma
anche di un ostacolo per i rifornimenti.
Sulla sinistra del Morova il corso
del Devoli che s’insinua in una vallata, al di là della quale s’innalza,
grande e solitario, pauroso, il monte Ivan, 1800 metri. Poco lontano i
laghi della Grande e della Piccola Prespa, e il confine jugoslavo. Un
attacco non poteva venire direttamente dal Morova. Questo doveva essere aggirato
a nord nella valle del Devoli o a sud, nel varco tra Devoli e il Pindo:
la zona di Erseke, punto di congiunzione tra la XI Armata di Geloso e la
IX di Vercellino. I comandi greci erano discordi sul momento dell’attacco. Ma
Papagos mise termine alle dispute con l’ordine di assalto.
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Ormai l’inverno era crudo, il monte Ivan era avvolto da nebbie e flagellato
dalla neve, mentre il Morova fangoso. Sulle montagne albanesi, anche se di
altezza modesta, soffia il vento gelido della bora che fa scendere il termometro
a decine di gradi sotto zero. Il maggior sforzo dei greci era programmato a sud
del Morova, anche se essi avevano deciso di attaccare su tutto il fronte
macedone.
L’obiettivo finale era Coriza,
che si stendeva nella pianura al di là delle montagne. |
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I greci avanzarono alle 6,30 del 14 novembre,
partendo dall’istmo che divide i due laghi di Prespa.
L’attacco fu violentissimo: gli
italiani si trovarono subito in situazione critica. Si erano aperte diverse
falle che mettevano in pericolo le retrovie.
Non ci fu uno sbandamento totale, ma perdita di collegamento fra le unità e
fenomeni di smarrimento. Il generale Nasci (al comando prima dell’insediamento
di Vercellino) e segnalò le profonde e pericolose brecce, chiedendo l’invio
urgente di rinforzi. Nello stesso giorno stabilì di arretrare su una linea di
resistenza lungo il crinale
del
Morova.
Ma non fu possibile attuare questo programma a causa di un episodio che
denuncia la disorganizzazione dei comandi. Erseke, punto chiave, era tenuta dal
1° bersaglieri che si ritirò su posizioni più arretrate creando un vuoto
sulla sinistra della divisione Bari, che non era stata avvertita dello
sganciamento e che si ritrovava ora con un fianco scoperto. Sorvolando sulle
polemiche e sulle responsabilità, la verità è che in molti comandi e nelle
retrovie c’era un grande disordine. L’atmosfera da incubo: tra nevischio,
pioggia, scoppi di granate da 81 che aprivano ferite orrende. Non c’erano
ospedaletti da campo, bende, medicinali. Si operava e medicava sotto i tendoni
degli autocarri o tra le macerie di qualche casupola. Le
divise a brandelli perché il filo autarchico delle cuciture
cedeva. La stoffa diventava dura come pergamena, pesava senza
scaldare e senza veramente coprire.
Molti dei nostri
reparti combattevano rabbiosamente, altri erano rimasti come storditi dall’immediato
capovolgimento di fronte. Nelle retrovie regnava la confusione e i servizi
logistici erano improvvisati.
I
rinforzi venivano immediatamente fusi dal calore della battaglia. Ci furono
soldati che, avviati al massiccio del Morova, dopo aver trascinato verso il
fronte elementi sbandati, erano stati feriti da schegge di mortai e trasportati
nelle retrovie, senza aver sparato un colpo. Ci furono anche alpini atterrati
all’aeroporto di Coriza quando già cominciavano i colpi dei cannoni greci da
151, feriti mentre scendevano dagli junker tedeschi (mandati in rinforzo agli
apparecchi da trasporto del nostro ponte aereo) che vennero subito rispediti
indietro con gli stessi velivoli, sporchi di sangue, agli ospedali italiani.
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I feriti furono presto centinaia, migliaia. Ufficiali delle salmerie dovevano
assumere il comando di reparti rimasti senza ufficiali; anche gli uomini delle
salmerie erano impegnati nelle mischie. Molti gli esempi d’eroismo da parte di
comandanti. Vercellino, insediato al comando della IX Armata, dichiarò
insostenibile la situazione del nostro fronte, appoggiato ai bastioni del Morova
e del monte Ivan, che stavano per essere aggirati. La sera del 19 novembre
Soddu decise per la ritirata profonda su nuove posizioni.
L’arretramento di una cinquantina di chilometri, implicava l’abbandono di
Coriza. |
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La Vajussa,
alla confluenza del Drin,
vista da osservatorio 2000: colpi in arrivo
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La nuova linea si stabilì sulle posizioni di monte Cytetit-Ferit Haskiut-Bregu
e Breshave-Valomone (2373)-Lenijes-Mali Haisht-Nikolara-Gostanches-Mali Velushes.
La colonna di ripiegamento delle truppe (osservata dalla nostra aviazione) era
lunga fino a 20 chilometri.
La
crisi del fronte macedone doveva ripercuotersi necessariamente sul settore dell’Epiro,
dove, dal Pindo al mare, erano schierate la Julia, la Bari, la Centauro, la
Ferrara, la Siena, il
Raggruppamento litorale e i bersaglieri.
Nella notte del 17 il ripiegamento del presidio di Erseke, spalanca ai greci la
valle dell’Ossum, scoprendo il fianco sinistro all’intera XI Armata. La
situazione da seria si faceva drammatica.
Ormai il ripiegamento era generale, la nostra linea dalla frontiera jugoslava al
mare era tutta in movimento. I comandanti erano in preda alla psicosi della
catastrofe e moltiplicavano le grida di allarme.
Mentre
le truppe marciavano scoraggiate verso le retrovie, furono agganciate dalle
avanguardie greche e vennero impegnate, nel settore dell’Epiro, in furiosi
combattimenti.
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(Memlista, zona di Pogradec) |
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Ricordo del serg. Balletto, l'amico caduto a Memlista |
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24 – 28 novembre: cade Pogradec
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Natale
sul fronte greco: la morte bianca
Si
era sotto Natale, ormai e nevicava. A Roma, Mussolini era contento:
”Questa
neve e questo freddo, vanno benissimo”
commentava raggiante nel caldo di Palazzo Venezia, “così
muoiono le mezze cartucce e si migliora questa mediocre razza italiana”
Mussolini si sforzerà di spiegare che la campagna era stata iniziata in
autunno per evitare le insidie della malaria. Giustificazione puerile: la guerra
era stata decisa con frettolosa improvvisazione
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Nei
reparti della IX Armata, che erano alle quote più alte e che non potevano
disporre per mesi, di baraccamenti e protezioni invernali, si viveva spesso in
trincee sprovviste di sistemi di drenaggio, fra la fanghiglia e la neve, senza
scarpe da montagna, senza ricambi di indumenti caldi, spesso senza medicinali e
senza assistenza sanitaria. Il congelamento mieteva vittime.
Già a fine dicembre i congelati, che sarebbero cresciuti fino a quasi 13000,
erano migliaia. Tra gli uomini pazienti e martoriati che penavano contro un
nemico non odiato, cominciò a diffondersi il terrore della terribile “cancrena
secca”, la morte bianca, che si propagava
indolore con insidia. Si gonfiava la gamba, al di sopra della caviglia, il piede
perdeva la sensibilità e la carne diventava color violaceo e poi nerastro. |
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Seguiva poi il calvario verso gli ospedaletti da campo, gremiti di uomini spesso
portati a braccia per la mancanza delle barelle, e poi avviati su autocarri,
sussultando e gemendo ad ogni buca di strade sconnesse, fino a Valona, a Durazzo,
a Tirana, quindi in Puglia. Spesso doveva intervenire
il chirurgo: il soldato che era partito per la “facile guerra” contro
la Grecia si vedeva condannato ad una mutilazione che avrebbe compromesso tutta
la sua vita futura. |
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