Caro papà. . .


  LE VICENDE
DELLA  IX DIVISIONE
"VENEZIA"

 

 

 

 

Fronte Korçiano

28 ottobre – 28 novembre 1940

In queste pagine la descrizione degli avvenimenti dell'ottobre-novembre 1940 svoltisi al confine macedone, sul settore di battaglia "Korçiano", dove operava la IX Divisione "Venezia" presso la quale, dal luglio '40 era in forza mio padre, quale artigliere alpino del 19° Rgt. Artiglieria Div. Frt. "Venezia", obici 100/17.

(sotto la tenda, il leone di S. Marco della Div. Venezia)

 

 

E’ molto difficile ricostruire l’esatta movimentazione del gruppo, visti i continui cambiamenti di posizione, destinazione e il frammischiamento dei reparti, come risulta dalla documentazione pubblicata sulla "Campagna di Grecia" dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito.

Il reggimento, facente parte della 9 Armata, inizialmente sul fronte jugoslavo, veniva destinato, nel "Quadro di battaglia" approntato dal gen. Visconti Prasca il 26 ottobre 1940, all’azione difensiva del Korçiano (zona di Korçia – fronte Macedone) con il compito di spostarsi nella zona di Coritza, tenersi sulla difensiva attiva, per poi passare all’offensiva in direzione Florina Kastoria (per attirare l’attenzione e le forze greche della Macedonia).

Ciò può essere confermato dalle foto delle zone dei laghi Ocrida, Prespa, di Davoli, Pogradec, Erseke, Argirocastro, Premeti, Vojussa. Altri documenti, le foto di osservatori a quote intorno ai 2000, forse sul Morova, sull’Ivanit o sul m. Grammos.


 

Data la scarsa dotazione di artiglieria e la situazione di grave difficoltà nel reperimento dei pezzi di ricambio, i gruppi di artiglieri alpini venivano spostati, a seconda delle necessità.
 

 

IL FRONTE KORCIANO

La ricostruzione dei movimenti del 19° Rgt. Artiglieria, con la Div. IX Venezia, è difficile se si pensa che già a metà novembre le divisioni non esistevano più come unità organiche comprendenti reparti normali, spesso non esistevano più per le truppe di rinforzo, nemmeno i reggimenti. Il reparto "tipo" era il battaglione, buttato a riempire un vuoto qualsiasi sotto un comando sconosciuto.
Comunque, in base alle fotografie esistenti e alla documentazione (Campagna di Grecia - Ufficio storico Stato Maggiore Esercito) è senz’altro possibile ricostruire a grandi linee i dati salienti delle operazioni sul Kor
çiano – fronte Macedone.
Il tempo, dunque, si metteva al peggio dal 26 ottobre. Anche la Venezia, come le altre colonne si mise in cammino dalla frontiera jugoslava. Nel buio le colonne erano sferzate dall’acqua. Gli scarponi affondavano nel fango. Le fasce gambiere venivano avvolte da croste giallastre mentre i muli sollevavano spruzzi di melma ad ogni passo. Nelle valli un grande silenzio, rotto ogni tanto da pochi spari (qua e là si accendeva sporadico qualche breve scontro), ma era evidente che la rete di frontiera dei greci si ritirava senza resistenza. Si avanzava lentamente, ma con regolarità. Gli alpini, a 1500 metri di quota erano già esposti alla morsa del gelo.  
 Il 1° novembre, quando il fuoco nemico aveva cominciato a farsi sentire, sorprendendo una colonna della Ferrara con pezzi di artiglieria ben mimetizzati, Mussolini scrisse al generale Visconti Prasca ordinandogli di spostare la Venezia verso sud o nel settore di Coriza, preoccupato della situazione in quella zona, sul fianco sinistro dell’armata che avanzava verso l’Epiro.
Sempre il 1° novembre, mentre il tempo sembrava migliorare, si scatenò l’offensiva greca in Macedonia occidentale. Gli obiettivi di Papagos erano di raggiungere anzitutto la linea del Devoli, per poi conquistare il Morova. Gli uomini di Papagos, con la divisa kaki e l’elmetto a bacile, come gli inglesi, iniziarono la battaglia alle 8 del primo novembre.
 

Dietro il Devoli e il massiccio del Morova c’era la piana di Coriza: se i greci fossero riusciti ad arrivarvi, sarebbe stato minacciato di accerchiamento tutto lo schieramento italiano dell’Epiro.
 La div. Parma era schierata su un fronte immenso, ma si stavano affiancando la Piemonte e appunto la Venezia.
L’attacco greco sorprese un battaglione dell’83 Venezia proprio nel momento di inserimento in prima linea. Si produsse uno sbandamento e si aprì una falla. Il nemico aveva guadagnato qualche chiilometro appena, ma era un grave indizio. Qualche villaggio venne ceduto e qualche quota persa.  Il 3 novembre i greci si attestarono sul Devoli.

Essi non marciavano nella vallate, ma seguivano i costoni delle alture, colpendo così dall’alto con successo le nostre posizioni e con un ottimo uso dei mortai.
 Nelle truppe italiane cominciava a nascere un certo smarrimento per l’inaspettata efficienza di un avversario che si riteneva di scarsa "tenuta".
 Per la Parma, la Venezia e la Piemonte era cominciata un’implacabile battaglia di logoramento poiché dal settore bulgaro altri battaglioni si erano uniti al già massiccio schieramento greco della Macedonia.
 L’asse del fronte si era spostato in tutta la sua lunghezza, ruotando, spinto dai greci della Macedonia verso nord-est e dagli italiani dell’Epiro verso sud-est.
I greci erano a Devoli – territorio albanese – e i nostri sul Kalamas in territorio greco. Al centro la Julia, staccata dai bracci della leva e esposta a gravi pericoli.

 

 

In Macedonia occidentale erano affluite, dopo il 28 ottobre, potenti forze greche che si erano aggiunte alla IV brigata e alla 9’ divisione che già presidiavano quel settore. La natura dei luoghi condizionava la strategia di ambo gli eserciti. Dopo il primo ripiegamento gli italiani si erano attestati sul corso del Devoli. Avevano alle spalle il massiccio del Morova, una montagna spoglia con dirupi, senza paesi né coltivazioni, senza strade, con molti burroni e rive scoscese. Si trattava di un bastione per la difesa, ma anche di un ostacolo per i rifornimenti.
Sulla sinistra del Morova il corso del Devoli che s’insinua in una vallata, al di là della quale s’innalza, grande e solitario, pauroso, il monte Ivan, 1800 metri. Poco lontano i laghi della Grande e della Piccola Prespa, e il confine jugoslavo. Un attacco non poteva venire direttamente dal Morova. Questo doveva essere aggirato a nord nella valle del Devoli o a sud, nel varco tra Devoli e il Pindo: la zona di Erseke, punto di congiunzione tra la XI Armata di Geloso e la IX di Vercellino. I comandi greci erano discordi sul momento dell’attacco. Ma Papagos mise termine alle dispute con l’ordine di assalto.

 Ormai l’inverno era crudo, il monte Ivan era avvolto da nebbie e flagellato dalla neve, mentre il Morova fangoso. Sulle montagne albanesi, anche se di altezza modesta, soffia il vento gelido della bora che fa scendere il termometro a decine di gradi sotto zero. Il maggior sforzo dei greci era programmato a sud del Morova, anche se essi avevano deciso di attaccare su tutto il fronte macedone.
 L’obiettivo finale era Coriza, che si stendeva nella pianura al di là delle montagne.

I greci avanzarono alle 6,30 del 14 novembre, partendo dall’istmo che divide i due laghi di Prespa.
L’attacco fu violentissimo: gli italiani si trovarono subito in situazione critica. Si erano aperte diverse falle che mettevano in pericolo le retrovie.
Non ci fu uno sbandamento totale, ma perdita di collegamento fra le unità e fenomeni di smarrimento. Il generale Nasci (al comando prima dell’insediamento di Vercellino) e segnalò le profonde e pericolose brecce, chiedendo l’invio urgente di rinforzi. Nello stesso giorno stabilì di arretrare su una linea di resistenza lungo il crinale del Morova.
 Ma non fu possibile attuare questo programma a causa di un episodio che denuncia la disorganizzazione dei comandi. Erseke, punto chiave, era tenuta dal 1° bersaglieri che si ritirò su posizioni più arretrate creando un vuoto sulla sinistra della divisione Bari, che non era stata avvertita dello sganciamento e che si ritrovava ora con un fianco scoperto. Sorvolando sulle polemiche e sulle responsabilità, la verità è che in molti comandi e nelle retrovie c’era un grande disordine. L’atmosfera da incubo: tra nevischio, pioggia, scoppi di granate da 81 che aprivano ferite orrende. Non c’erano ospedaletti da campo, bende, medicinali. Si operava e medicava sotto i tendoni degli autocarri o tra le macerie di qualche casupola. Le divise a brandelli perché il filo autarchico delle cuciture cedeva. La stoffa diventava dura come pergamena, pesava senza scaldare e senza veramente coprire.
Molti dei nostri reparti combattevano rabbiosamente, altri erano rimasti come storditi dall’immediato capovolgimento di fronte. Nelle retrovie regnava la confusione e i servizi logistici erano improvvisati. 
I rinforzi venivano immediatamente fusi dal calore della battaglia. Ci furono soldati che, avviati al massiccio del Morova, dopo aver trascinato verso il fronte elementi sbandati, erano stati feriti da schegge di mortai e trasportati nelle retrovie, senza aver sparato un colpo. Ci furono anche alpini atterrati all’aeroporto di Coriza quando già cominciavano i colpi dei cannoni greci da 151, feriti mentre scendevano dagli junker tedeschi (mandati in rinforzo agli apparecchi da trasporto del nostro ponte aereo) che vennero subito rispediti indietro con gli stessi velivoli, sporchi di sangue, agli ospedali italiani.
 

I feriti furono presto centinaia, migliaia. Ufficiali delle salmerie dovevano assumere il comando di reparti rimasti senza ufficiali; anche gli uomini delle salmerie erano impegnati nelle mischie. Molti gli esempi d’eroismo da parte di comandanti. Vercellino, insediato al comando della IX Armata, dichiarò insostenibile la situazione del nostro fronte, appoggiato ai bastioni del Morova e del monte Ivan, che stavano per essere aggirati. La sera del 19 novembre Soddu decise per la ritirata profonda su nuove posizioni.
L’arretramento di una cinquantina di chilometri, implicava l’abbandono di Coriza.

La Vajussa, alla confluenza del Drin,
 vista da osservatorio 2000: colpi in arrivo

 

La nuova linea si stabilì sulle posizioni di monte Cytetit-Ferit Haskiut-Bregu e Breshave-Valomone (2373)-Lenijes-Mali Haisht-Nikolara-Gostanches-Mali Velushes. La colonna di ripiegamento delle truppe (osservata dalla nostra aviazione) era lunga fino a 20 chilometri.
La crisi del fronte macedone doveva ripercuotersi necessariamente sul settore dell’Epiro, dove, dal Pindo al mare, erano schierate la Julia, la Bari, la Centauro, la Ferrara, la Siena, il          
Raggruppamento litorale e i bersaglieri. 

Nella notte del 17 il ripiegamento del presidio di Erseke, spalanca ai greci la valle dell’Ossum, scoprendo il fianco sinistro all’intera XI Armata. La situazione da seria si faceva drammatica.
Ormai il ripiegamento era generale, la nostra linea dalla frontiera jugoslava al mare era tutta in movimento. I comandanti erano in preda alla psicosi della catastrofe e moltiplicavano le grida di allarme.

Mentre le truppe marciavano scoraggiate verso le retrovie, furono agganciate dalle avanguardie greche e vennero impegnate, nel settore dell’Epiro, in furiosi combattimenti.

(Memlista, zona di Pogradec)

Ricordo del serg. Balletto, l'amico caduto a Memlista
 

 

24 – 28 novembre: cade Pogradec !

 

L’avanzata era stata preparata malissimo. Ora, non eravamo in grado di proteggere la ritirata con altri mezzi se non il fuoco e il sacrificio delle truppe. Il generale greco Tsolakoglou, a cui era stato affidato l’estremo settore della Macedonia occidentale, propose che, senza dare tregua ai nostri reparti, si puntasse con un raggruppamento scelto di quattro battaglioni di fanteria, appoggiati da un’artiglieria molto consistente, verso Pogradec. Questa località era un bastione prezioso per la nostra difesa. Dalla sua perdita ne sarebbe derivato l’aggiramento della IX Armata sulla sinistra. La conseguente conquista di una parte della costa del lago di Ocrida, avrebbe aperto ai greci la possibilità di uno sbarco alle spalle del fronte.

 



 


 

Nevicava fitto ormai sui monti: i battaglioni della IX Armata erano spesso isolati. Fu necessario istituire tre centri di aviorifornimenti per assicurare almeno il cibo alle truppe impegnate in una lotta senza quartiere.
 
Solo tre giorni durò la rottura del contatto con i greci.

Il 24 novembre il gruppo di battaglioni greco che puntava su Pogradec, saggiò la nostra linea, il giorno dopo serrarono sotto altri reparti della divisione.

L’azione conclusiva fu condotta dai montanari greci che infilarono la stretta, scoscesa vallata su un piccolo corso d’acqua, il Tseravas, che scorreva fra rocce a strapiombo.
Per quell’itinerario impervio i greci riuscirono a eseguire un’infiltrazione che disorientò i nostri difensori, da pochissimo sistemati in posizioni sconosciute. La battaglia fu dura.

I reggimenti della Venezia si batterono, ma il 28 novembre anche Pogradec fu perduta.



 

 


Natale sul fronte greco: la morte bianca


Si era sotto Natale, ormai e nevicava. A Roma, Mussolini era contento: Questa neve e questo freddo, vanno benissimo” commentava raggiante nel caldo di Palazzo Venezia, così muoiono le mezze cartucce e si migliora questa mediocre razza italiana”
 Mussolini si sforzerà di spiegare che la campagna era stata iniziata in autunno per evitare le insidie della malaria. Giustificazione puerile: la guerra era stata decisa con frettolosa improvvisazione

 

Nei reparti della IX Armata, che erano alle quote più alte e che non potevano disporre per mesi, di baraccamenti e protezioni invernali, si viveva spesso in trincee sprovviste di sistemi di drenaggio, fra la fanghiglia e la neve, senza scarpe da montagna, senza ricambi di indumenti caldi, spesso senza medicinali e senza assistenza sanitaria. Il congelamento mieteva vittime.
Già a fine dicembre i congelati, che sarebbero cresciuti fino a quasi 13000, erano migliaia. Tra gli uomini pazienti e martoriati che penavano contro un nemico non odiato, cominciò a diffondersi il terrore della terribile “cancrena secca”, la morte bianca, che si propagava indolore con insidia. Si gonfiava la gamba, al di sopra della caviglia, il piede perdeva la sensibilità e la carne diventava color violaceo e poi nerastro.

 

Seguiva poi il calvario verso gli ospedaletti da campo, gremiti di uomini spesso portati a braccia per la mancanza delle barelle, e poi avviati su autocarri, sussultando e gemendo ad ogni buca di strade sconnesse, fino a Valona, a Durazzo, a Tirana, quindi in Puglia. Spesso doveva intervenire  il chirurgo: il soldato che era partito per la “facile guerra” contro la Grecia si vedeva condannato ad una mutilazione che avrebbe compromesso tutta la sua vita futura.

 

 

 

AmB

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