I cavalieri erranti
a cura di Maria Rosa Chiarot


 

…ma ci fu un tempo storico,  tra gli anni sessanta e  settanta,  in cui si  manifestò in Carnia una sorprendente articolazione di intelligenze, lucide colte e rapidissime, libere scontrose e indaffarate, sognatrici imperterrite e  contraddittorie.
Appartenevano ad una generazione di giovani intellettuali profondamente legati per origini,  formazione,  ideali.  E  per fraternità.
Uomini  segnati  dallo stesso  nobile  effimero  e  misterioso destino.
Si chiamavano Luciano Bonanni, Luciano Cella, Enzo Moro, Augusto Plazzotta, Giovanni Rinoldi,  Angelo Unfer.
    Erano i nostri amici,  non li abbiamo dimenticati



 

Luciano Bonanni

  La morte non è nel non poter comunicare
  ma nel non poter più essere compresi.

   (Pier Paolo Pasolini)

 

 Nel paese di Raveo  posato sotto un ampio cielo tra le montagne, nacque l’anno 1939 nella nobile  Casa della madre Luciano Bonanni, figlio di Davide – che lo lasciò presto orfano - e di  Antonietta Bonanni sorella  del medico Giuliano, della pittrice e scrittrice Angelica e della dolce  Carmela,  che ora tiene accesa la lampada nell’antica dimora  dove sono sempre benvenuti  gli  amici.

 Parlando di Luciano Bonanni, viene in mente il  discorso  pronunciato a Stoccolma in occasione del conferimento del Premio Nobel da Josip Brodskij, secondo il quale l’estetica viene prima dell’etica.

 Luciano Bonanni era un  uomo  bellissimo. Statura alta, spalle larghe e costituzione proporzionata, aveva un  volto che ricordava la purezza   delle  sculture rinascimentali (Guidarello Guidarelli del Lombardo, ad esempio, o il Perseo del Cellini)) e sorrideva soprattutto con la scura liquida  profondità degli occhi,  sempre vagamente canzonatori.  La  voce era  un suono  chiaro e  piacevole.

 Se  emergeva  improvviso dal bosco  del  Convento dei Frati Francescani di  Raveo (fondato nel 1680 dal suo antenato  Odorico Bonano e di proprietà della famiglia materna),  dove riuniva talvolta gli  amici,  sembrava  un dio  della natura,  una forma  del mito, Apollo.

 All’evidente  bellezza  fisica,  corrispondevano un’indole ostinata e un grande valore intellettuale. 

 Già  da  piccolo, manifestò  la vocazione  alla conoscenza  che lo guiderà   fino al  brillante conseguimento della laurea  in Lettere presso l’Università  di Trieste e che conserverà   nell’intera breve vita, dedicata  prevalentemente  all’insegnamento.

 Nato per  dissodare le menti dei ragazzi,  diede il meglio a legioni di studenti che ancora lo ricordano come un professore  libero,  esigente,  affascinante.

 Luciano  Bonanni coltivava l’utopia  che una   terra  che se non amassimo, avremmo già lasciato  per mille valide ragioni,  come  accoratamente scriveva  su  Carnia Domani,  divenisse capace di comprendere  quanti  erano in grado,  per sapienza,  di immaginare un  futuro sostenibile..

Costoro avevano fantasia, indipendenza, ingegno.

Mobilitavano coscienze. Organizzavano convegni, associazioni, circoli culturali. Fondavano e collaboravano a giornali (Alpe Carnica, Carnia Domani, Tribuna Carnica) destinati sfortunatamente a non  durare  perché la Carnia  pareva,  allora, inadatta a interpretare un linguaggio scritto, innovatore  e  provocatorio.

Chiusa  su rivendicazioni  provenienti da  un passato (tuttora  ahimè argomento di rivalsa)   di gerle ed emigrazioni,  generalmente incapace  di investire di rischiare e di credere, diffidente lamentosa  e individualista – sono denunce dello stesso Bonanni  ripetute  in articoli e conferenze  e nelle infinite discussioni all’Albergo Roma di Tolmezzo,  intenta a recuperare i vecchi ma non  gli antichi valori,  la  Carnia   non   volle  o non  potè  o  non  seppe    rispondere.

 Forse la  frustrazione  segnò profondamente questa  straordinaria  generazione di intellettuali cui apparteneva  negli  anni settanta anche Luciano Bonanni.  Di fatto quasi tutti lentamente  si arresero 

 incupirono e morirono ben prima della vecchiaia,  smarriti  in  molte contraddizioni, ombrosi   lontani   e vinti.

 Luciano Bonanni non fu un  ideatore di opere come Unfer o uno studioso  di dottrine giuridiche  come Rinoldi e Plazzotta o  un politico come Cella, De Caneva, Ermano, Marpillero, Moro, Lepre, e altri: esercitò tuttavia  una magistratura del pensiero.

Umanista,  filosofo  e amico impareggiabile,  aveva il talento dell’amicizia che sapeva dare e  ricevere  spontaneamente,  con   gusto,   grandezza  e  affetto.

La sua presenza, così aristocratica, bastava da sola a riempire  un luogo e a trasmettere un sentimento di eleganza.

Dal  1995  riposa   nel soleggiato cimitero di  Raveo.

 



 

 

 

       


 

Luciano Cella

 
          Non omnis moriar

              (Orazio)
  

    

La persistenza della memoria è il famoso dipinto di Salvador Dalì dove vari orologi – precisi strumenti di misurazione oggettiva – fondono e si trasformano secondo un’interpretazione soggettiva del tempo prossima  al  pensiero di Einstein e di Sant’Agostino.

L’accostamento del capolavoro a Luciano Cella è spontaneo per chi ha conosciuto la sua misteriosa passione per gli orologi di ogni epoca, che scomponeva e ricomponeva puntigliosamente, come certi assorti bambini fanno con i giocattoli.

Passione ereditata dal padre Pietro Paolo, uomo fiero creativo e anticonformista. Da lui,  primogenito di tre figli, Luciano Cella derivò senz’altro l’indole dell’inventore, del matematico, del filosofo e l’imponenza della figura, raccolta magari in una volteggiante mantella nera portata con disinvoltura.

Luciano Cella, discepolo prediletto di Don Graziano Boria, dopo la scuola elementare proseguì per cinque anni gli studi nel Seminario Arcivescovile di  Castellerio.  Successivamente frequentò il Liceo Scientifico di Tolmezzo,  per iscriversi poi all’Università, facoltà di ingegneria.

L’esperienza del Seminario fu certamente fondamentale per la sua formazione religiosa, umana e intellettuale:  approfondì  il suo genio speculativo, il sentimento del prossimo, la fede che lo avrebbe sostenuto per tutta la vita, fino alla scomparsa prematura nel 1997, ponendolo oltre i normali limiti  quotidiani, verso angolazioni ulteriori, sconfinate.

Conosceva lingue antiche, latino greco sanscrito, e tra le lingue moderne il tedesco il francese e l’inglese, che all’occasione parlava  e scriveva indifferentemente.

Oratore trascinante - anche per la bella voce, la gestualità ampia e il linguaggio suggestivo – insegnò le scienze esatte a centinaia di studenti, anche gratis, con metodi talora sorprendenti, ma  chiari e infallibili.

Probabilmente la sua vocazione prevalente fu la politica, praticata a lungo nelle file della Democrazia Cristiana secondo un codice morale che escludeva qualunque disegno privato e intesa  soprattutto come forma della carità.

Fu chiamato a rilevanti responsabilità pubbliche. Già amministratore nel Comune di Tolmezzo, divenne nel 1978 presidente dell’Ospedale Civile, incarico che svolse con lungimiranza, realizzando una struttura moderna, di grande qualità sanitaria, predisposta alle innovazioni tecnologiche.

Nel 1980 fu eletto Sindaco a Verzegnis, dov’era nato nel 1936. Affrontò per due legislature la ricostruzione conseguente al terremoto del 1976 e rappresentò per i concittadini, in una fase complessa della vita comunitaria, un riferimento sicuro. Amava la sua  gente (la gente di Verzegnis è la più intuitiva della Carnia) di cui conosceva l’animo, le pretese, l’estro.

Nel 1977, il fratello Gian Pietro  a lui carissimo morì in un incidente stradale. Luciano – che di poco lo seguiva in automobile sulla strada da Arta Terme a Tolmezzo  –  lo vide sbandare sbattere e spirare a 33 anni. I familiari e gli amici più vicini sanno che questo dolore –  nascosto sotto un’apparente  allegria – non lo abbandonò mai e rimase per sempre ferita insanabile.

Era tendenzialmente un battitore libero svincolato dagli schemi ma non dai principi, spesso controcorrente e mai contro le persone. Un uomo di grande vitalità, fornito  di  senso dell’umorismo quasi fino al sarcasmo ma mai fino all’offesa, perché era vicino alla sensibilità di chiunque,  fraterno disinteressato  e  pronto.

Sulla  tomba,  nella semplicità del camposanto di Verzegnis steso sotto la montagna, accanto ad una sua bella immagine, si legge  Non omnnis moriar.

Una frase scelta dai familiari,  da Paola,  come tributo alla sua fede e alla  memoria che rende ancora  presenti  e amati  coloro che sono passati  all’altra  riva.

 Il cuore è tuttavia  molto pesante  per la sua assenza.

 


 

 

 

       


 

Augusto Plazzotta

O manibus date lilia plenis

 (Virgilio)           
  

    

Gli amici  che  lavoravano allora presso la Regione Friuli Venezia Giulia -  Luciano Cella  Enzo Moro e Giovanni Rinoldi -  si divertirono   poi  per anni - goliardi a vita -  a raccontare, nei  seminari  di  quella  Scuola di alta socializzazione  e comunicazione e dissipazione  che fu l’Albergo Roma di Tolmezzo, un episodio di cui furono testimoni  nel 1965 a Trieste.

Mentre attraversava assorto  una  mattina sul  mezzogiorno Piazza dell’ Unità d’Italia,  Augusto Ludovico Plazzotta,  all’epoca giovane serio e brillante legale del Lloyd Adriatico, si trovò  all’improvviso   tra  una gran  folla  minacciosa di manifestanti  accorsi   per  ostacolare l’ingresso   nella Giunta  comunale  del  titoista  sloveno Dusan  Hrescak.  La polizia intervenne immediatamente  e disperse   i tumultuosi  a  suon di  manganelli,  colpendo nel mucchio.

Il giorno dopo Il Piccolo  pubblicò   le foto della guerriglia urbana  e  un primo piano  dell’inconfondibile figura di Augusto che si  schermiva, evidenziato  da   una  didascalia “Pare trattasi di un  sovversivo  altoatesino”.

Altoatesino sarebbe potuto essere, allampanato e biondo con gli occhi azzurri, ma  neanche per sogno un  sovversivo.

Era semmai un agitatore di  concetti,  un rivoluzionario di idee,  un  oppositore  di luoghi comuni. Un giurista,  un intellettuale,  un galantuomo.

Trieste  conta  nella storia privata  di Augusto Plazzotta.  La famiglia, originaria di Paluzza,  vi  trasferì fin dal  1920  una  ricca  attività artigiana  e in quella città l’ingegnoso   padre Floreano e  lo zio  Ermanno moriranno  anzitempo  per  incursione aerea nel 1944.

Nel 1944, nello stesso anno  in cui la madre Onorina Del Bon rimase tragicamente  vedova con cinque figli,  Augusto fu   investito a  Paluzza,  da un camion militare,  e perse una gamba,

Aveva dieci anni. L’amputazione  fu  grave, ma non impedì al ragazzo,  argentovivo  sveglio e coraggioso, una vita quasi del tutto  normale.

Memorabili rimangono  le  partite a calcio giocate   nella squadra  del Collegio Salesiano dove lui  parava con abilità,  portiere astutissimo.

Frequentò  dunque il  Ginnasio a  Tolmezzo  e continuò gli studi al Liceo Classico  Jacopo Stellini di Udine, per laurearsi regolarmente alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trieste, centodieci e lode.

Neodottore,  incontrò a Milano Furio Colombo che gli  propose  un futuro  nei grandi progetti innovativi  avviati  in quegli anni a Ivrea dall’industriale  Adriano Olivetti.  Ma anche  Plazzotta – spirito indipendente come gli  altri  coetanei   citati in queste  brevi  memorie  –  desiderava  svolgere un ruolo attivo   nella sua  Regione,  possibilmente  in  Carnia.

Fu inizialmente chiamato a Trieste dall’autorevole Studio Iacuzzi e poi dagli uffici  legali del Lloyd, dove  lavorò con successo e dove -  soprattutto – incontrò Marisa,  che divenne presto sua sposa.

Il  particolare sentimento di nostalgia  (Heimatliebe  come  direbbero   i tedeschi), che allora  pungeva  i migliori   figli della Carnia,  lo ricondusse dopo qualche anno  a  Tolmezzo, dove esercitò a lungo la  libera professione.

Successivamente   visse  ed ebbe prestigioso  Studio a  Udine.

La sua formazione etica e culturale,  il temperamento  leale, scrupoloso, infervorato  e sempre propenso  all’amicizia, lo  resero una persona   ragguardevole.

Contemporaneamente  all’attività forense,  coltivava  studi  storici  (scrisse, tra l’altro,  una Breve storia delle istituzioni carniche   e altri  importanti contributi alla storia  locale).

Amava la  letteratura, la  filosofia e  le arti in generale.

Intuì  il talento pittorico  del  conterraneo  Severino Galassi che indugiava incerto  nella scultura e lo persuase  a  dipingere,  ritenendolo giustamente  un disegnatore  eccezionale.

Nella bella casa di Paluzza,  dove  Augusto sembra ancora   presente  nella silenziosa penombra  della  biblioteca,  sua moglie conserva amorevolmente   gli   articoli da lui  firmati  per Alpe Carnica  (fondato da Carlo Dal Cer)  e   Carnia Domani  (fondato dal  C.U.C.C.),  gloriosi giornali  degli  anni sessanta dove   uomini di  buona volontà sostenevano con forza  chiarezza e intelligenza le  rivendicazioni  della montagna. 

Custodisce  inoltre  Marisa le sue  indagini storiche politiche e giuridiche, saggi, appunti, un’importante monografia critica  sulle opere   di Severino  Galassi.  E   le  poesie  che egli  scriveva e toglieva  dal  cassetto solamente  per una tenerezza da condividere con i suoi cari, sensibile  schivo e  trasparente com’era.

Giovanni Rinoldi,   vicino  a morire nell’ottobre 1991,   aspettò   inutilmente  una visita del suo antico compagno di  banco:  perché Augusto non viene?    Tacemmo  che anche il suo fraterno amico -  nati  entrambi nel settembre 1934 -   stava  lentamente  ritirando  le reti:  gli   sarebbe infatti  sopravvissuto di poco,   fino al novembre di quello stesso anno.

Augusto Plazzotta  è  tornato  tra la sua gente con molto anticipo.  Dorme nella raccolta cappella di famiglia,  sul colle di Paluzza,  quasi dirimpettaio di Vittorio Carpenedo, un altro caro amico precocemente scomparso.

Ci  manca,  la nostalgia  è  sempre quella  di un tempo.


 


 

 

(prossimamente:   Liliana Cosetti)