I cavalieri erranti
a cura di Maria Rosa Chiarot


 

…ma ci fu un tempo storico,  tra gli anni sessanta e  settanta,  in cui si  manifestò in Carnia una sorprendente articolazione di intelligenze, lucide colte e rapidissime, libere scontrose e indaffarate, sognatrici imperterrite e  contraddittorie.
Appartenevano ad una generazione di giovani intellettuali profondamente legati per origini,  formazione,  ideali.  E  per fraternità.
Uomini  segnati  dallo stesso  nobile  effimero  e  misterioso destino.
Si chiamavano Luciano Bonanni, Luciano Cella, Enzo Moro, Augusto Plazzotta, Giovanni Rinoldi,  Angelo Unfer.
    Erano i nostri amici,  non li abbiamo dimenticati



 

Giovanni Rinoldi

  Tarderà molto a nascere, se nasce,
un andaluso così chiaro, così ricco d’avventura.
Io canto la sua eleganza con parole che gemono
e ricordo una brezza triste negli ulivi.

 (Federico Garcia Lorca) 

 

Giovanni Leonardo Rinoldi  nacque nel 1934 a Caneva da un’agiata famiglia che già nel settecento esercitava una florida attività di conciatura delle pelli e noverava componenti di rilievo quali il padre scomparso appena quarantenne nel 1935, direttore di banca e fondatore della sede della Banca Cattolica di Moggio Udinese,  gli zii Don Leonardo ex patre  e  Mons. Giovanni Battista Monaj ex matre, l’autorevole zio Federico Rinoldi eletto negli anni cinquanta sindaco di Tolmezzo.

Rimasto orfano a cinque mesi, crebbe figlio unico con la madre Rosina Monaj originaria di Amaro, donna attrezzata coraggiosa e severa, e dimostrò presto una particolare vivezza della mente. Fotografie dell’epoca lo ritraggono – neanche scolaro – mingherlino, il viso aguzzo e lo sguardo intento, come concentrato sopra immensi pensieri.

Il suo cursus si rivelò geniale fin dall’inizio, lungo tutto il Liceo e l’Università dove fu allievo, alla Cattolica del Sacro Cuore di Milano, del Padre Agostino Gemelli, di Amintore Fanfani e di Feliciano Benvenuti. Si laureò con centodieci e lode alla facoltà di Giurisprudenza, discutendo con il prof. Arturo  Dalmartello una tesi di diritto commerciale con riferimento al credito rurale dell’Alto Friuli, tuttora consultata dagli studenti e dai docenti come lavoro importante.

Negli anni sessanta, l’Istituto Professionale di Stato di Tolmezzo, guidato prima dall’ing. Eugenio Missana e poi dall’ing. Aldo Missana,  visse il suo periodo aureo, sia per il valore degli insegnanti che per la qualità degli allievi congiuntamente impegnati a raggiungere l’obiettivo primario della Scuola: rispondere cioè con la migliore preparazione alla domanda dell’industria e dell’artigianato locali, al fine di occupare i giovani nel loro territorio, contro lo spopolamento e la perdita di risorse.

Tra questi insegnanti ci fu anche Giovanni Rinoldi, rientrato da Trieste nel 1966 dopo una breve esperienza negli Uffici della neocostituita Regione Friuli Venezia Giulia, dove era stato chiamato dall’assessore Marpillero che intendeva giovarsi delle sue capacità umane e giuridiche.

Spirito inquieto, Giovanni Rinoldi respingeva  ogni rigido inserimento e, per quanto destinato a importante carriera istituzionale, preferì tornare nella propria comunità, per la quale  si spese nelle file della  Democrazia Cristiana,  convinto che il futuro della Carnia dipendesse soprattutto da una  responsabile   partecipazione  politica.

Fu  tra i fondatori  del Circolo Universitario Culturale Carnico che in quegli anni avviava la Biblioteca, il Cineforum, il giornale Carnia domani e portò il grande teatro a conoscenza degli studenti con la rappresentazione, al Cinema Daniel di Paluzza, della famosa Commedia degli zanni, allestita dal Teatro Stabile Città di Trieste.

Tale evento segnò teoricamente l’inizio della gloriosa Stagione di Prosa, tuttora attiva in Tolmezzo. L’Associazione Amici della musica organizzata nel 1962 e  lungamente  sostenuta da Giovanni Rinoldi,  sviluppava  intanto la sensibilità musicale collettiva (nel 1984 il Rotary Club istituirà la Scuola di Musica dell’Associazione Musicale della Carnia).

Inventò nel 1967 il Premio Carnia cui concorsero giornalisti delle più importanti testate, come Paolo Monelli del Corriere della Sera, Giorgio Martinat della Stampa. Sergio Maldini della Nazione. Improvvisamente i maggiori quotidiani nazionali pubblicarono articoli, alcuni dei quali memorabili,  sulla Carnia,  fino ad allora  ignorata dai grandi mezzi di comunicazione.

 Il progetto complessivo di Giovanni Rinoldi era sostanzialmente quello di cercare e trovare una nuova consapevolezza per la montagna mobilitando le coscienze tramite opportunità d’investimento a tutti i livelli, nell’ottica   di una permanente integrazione culturale, economica  e  politica con il resto della Regione e del mondo (l’impegno era allora rivolto  alla Meschio-Gemona,  al Traforo di Monte Croce, all’artigianato, al turismo  e al  recupero delle tradizioni, come certamente ricorderà l’allora esordiente  regista Alberto Negrin, da lui interessato  all’indagine delle  parlate e del folclore locali).

Fu inoltre professionista di sicura competenza, guidato da un concetto deontologico preciso e da una disponibilità senz’altro prodiga verso chiunque, senza preclusioni. Specialmente verso gli ultimi.

Colto, di non comune vocazione relazionale, dotato di fine senso dell’umorismo, fu insegnante bravissimo,  giurista di brillante dottrina, amico vero altruista e sorprendente.

Lo  sguardo téso e come proveniente da molto lontano, i modi signorili e la conversazione smagliante trasmettevano il senso di una personalità straordinaria.

Pure colma di doni e rallegrata da tre figli diletti – rimasti con la sola madre poco più che adolescenti quando morì a  57  anni – la sua storia fu fin dalla giovinezza compromessa da un’agitazione crescente oscura e straziante che bruciò negli eccessi  la sua esistenza e i migliori anni della nostra vita.

E’ deposto alla Pieve  di Santa   Maria  Oltrebût,  nell’antico  cimitero che pare un giardino sospeso



 

 

 


 

Angelo Unfer

 Angelo Unfer
andò via troppo presto
la sera del 9 dicembre 1970
senza salutare nessuno
né la sposa né gli amici
né la scuola né la Carnia
che erano la sua anima.
La sua sposa e gli amici
la sua scuola e la Carnia
lo ricordano.
 

(Leone Comini)

Questo l’addio  di un grande giornalista friulano  ad  Angelo Unfer,   che  scomparve  sulla strada tra Enemonzo e Socchieve  dentro una notte blu e piena di stelle, come quelle  che disegnano i bambini.

Il  pomeriggio del  9 dicembre 1970 si era lungamente trattenuto con Giovanni  Rinoldi,  Luciano Bonanni e Sergio D’Orlando all’Albergo Roma a progettare tra un bicchiere e l’altro il futuro  dell’amata  Carnia  e Beppino Del Fabbro, forse  presagendo un pericolo, lo supplicò di non  tornare in quel gelato tramonto ad Ampezzo. Ma lui voleva a tutti i costi raggiungere Luisa che lo aspettava  nella loro recente casa nuziale. Beppino allora lo accompagnò fino a Villa Santina,  da dove Angelo preferì proseguire da solo il viaggio  verso  la morte.

Aveva 45 anni.

Dopo la curva dell’incidente,  da un lato  della strada,  si erge dal 1971  un Crocifisso intagliato  da  Ermes Burba. I sopravvissuti -  passando-  rallentano ogni volta la corsa  secondo un’antica tacita  intesa e salutano l’amico con un  breve colpo di clacson.

Angelo Unfer nacque  a Rivo di Paluzza  già orfano di padre. La madre Diomira Carnier  si risposerà poi con Giovanni Zanier,  creatore  e direttore  della Scuola Professionale di Arti e Mestieri dell’ Alto Bût.  Il figliastro e  discepolo lo onorerà  sempre  come un  vero  genitore e  abilissimo   maestro e lo celebrerà  nel 1966,  a sessant’anni dalla fondazione della Scuola detta anche Popolare Università del Lavoro, con il numero unico Nido di Tecnici scritto prevalentemente da ex allievi e insegnanti.

Classe  1925,  Unfer  era volontario in Jugoslavia al momento dell’armistizio dell’ 8  settembre 1943  e lì fu catturato dai tedeschi e internato in un campo di concentramento dal quale tornò nel 1945 fiaccato nel fisico (pesava, essendo di  buona  statura e di forte costituzione, solamente trenta chili), ma saldo nello spirito.

Trovò lavoro come assistente edile a Bologna.

Quando nel 1946 il Sindaco di Ampezzo Bulian   chiese la collaborazione di Giovanni Zanier  per istituire anche nella Val Tagliamento una Scuola Professionale per dare in quel dopoguerra una reale  possibilità ai giovani, egli indicò  nel figlio ventunenne  la  persona  adatta a  realizzarla  e a dirigerla.

E così Angelo Unfer rientrò a Paluzza il 22 novembre e  raggiunse  all’imbrunire, in bicicletta, Ampezzo.

Le lezioni cominciarono il 23 novembre 1946  per 13 ragazzi, in due aule di fortuna.

Le capacità organizzative e formative  del  direttore si  rivelarono così eccellenti che dopo pochi mesi dall’apertura dei corsi,  gli allievi muratori e carpentieri furono in grado di collaborare alla costruzione di un edificio idoneo, completo di laboratori per le esercitazioni pratiche e di ulteriori aule per l’insegnamento  già agibili nell’anno scolastico 1947/48, cui si aggiunse un  convitto,  perché  il numero  degli iscritti provenienti dalla Valle aumentava continuamente.

Nel 1955, la  Scuola di Ampezzo diventò la   prima sede coordinata  nella  provincia di Udine dell’ Istituto Professionale di Stato e ottenne così i finanziamenti pubblici  che consentirono tra l’altro al  Direttore di disporre dell’intero stipendio,  dato che ne  aveva  fino ad allora  speso per fronteggiare le urgenze  della sua  Scuola .

I presidi che ebbero a che fare con lui, tutti hanno detto che aveva della normativa un concetto quanto mai soggettivo e perciò  i rapporti erano spesso difficili, se non incontrollabili:  la sua  impazienza e l’estro e qualche stravaganza non potevano certo contenersi entro regole  burocratiche.

Ma i  presidi che ebbero  a che fare con lui, tutti hanno anche premesso che aveva la stoffa  dell’educatore nato.

Il suo obiettivo era di  scoprire  forgiare  e  orientare le attitudini  degli allievi  per renderli ovunque riconoscibili nel mondo, insuperabili nel loro mestiere, mentalmente pronti e moralmente sani: intendimento  di ogni serio docente e risultato sicuro  per  un maestro straordinario  come lui,   che  aveva l’ intelligenza  strettamente  legata al  cuore.

La sua intraprendenza  non si esauriva però  all’insegnamento: la scommessa era su  tutta la  Carnia.

Per questa  terra  mise a frutto la  disposizione al dialogo -  interlocutore e persuasore  unico -  e  creò relazioni politiche culturali e umane a livello nazionale, utili al compimento dei suoi disegni nel campo dell’istruzione, del turismo e  dello sport.

Appassionò i ragazzi con i  Campionati studenteschi di sci di fondo, ma  soprattutto sostenne  l’artigianato locale che fece conoscere in tutta Italia mediante le promozioni dell’Ente Mostra  permanente della produzione caratteristica delle botteghe e piccole industrie della Carnia  da lui  voluto e inaugurato nel 1966 a Tolmezzo dal presidente della Repubblica Saragat.

Robusto, sguardo allegro, linguaggio immediato e brioso, Angelo Unfer fu un acutissimo  fabbricatore di  opere, di idee, di sogni.

Una definizione della sua personalità la diede, commemorandolo,  un altro carnico  indimenticabile,  Luciano Bonanni, e  rimane  tuttora  cara  gli amici:  Cavaliere errante.

Come tale, Angelo  Unfer si  impegnò anche  per dedicare un  monumento alla  donna  carnica  che vinse la  pace  (donna peraltro distante da Dulcinea  molto  più di quanto lui  da Don  Chisciotte),  ora  collocato  davanti al  Centro Studi  di  Tolmezzo.

 Riposa  poco oltre la propria casa e la  Scuola,  nel cimitero di Ampezzo.



 

 

 

       

 

Enzo Moro

Iré tan lejos que el recuerdo muera
destrozado en las piedras del camino,
seguiré siendo el mismo peregrino
de pena adentro y la sonrisa fuera.

 (Ernesto Che Guevara)

La figura di Enzo Moro  rimarrà a lungo nell’ immaginario collettivo perché risponde al  consenso comune. Ancora oggi,  appunto,  sono ricordate le piazze gremite ai suoi comizi elettorali, nei quali pareva  rivolgersi con straordinaria inventiva a ciascuno dei presenti, comunicando precisamente ciò che tutti  aspettavano e volevano sentirsi  dire  da un leader.

Quando approdò nel 1964 al Consiglio Regionale, parlava a braccio e con tale passione della Carnia,  per la quale reclamava riconoscimento appoggio e diritti, che l’idea di una terra, di una gente  e  di una civiltà favolosa  conquistava l’Assemblea. 

Nel 1983, a dieci anni dalla morte, Loris Fortuna scoprendo una targa commemorativa sulla salita verso il monte Zoncolan, sottolineò l’indiscusso magistero di Enzo Moro nel partito socialista italiano  (peraltro  già  attribuitogli in vita  da  Riccardo Lombardi e da Pietro Nenni),  nella storia della  montagna  e  nel suo stesso  tragitto politico.

Nacque a Sutrio nel 1924, da nota famiglia di professionisti  (il padre Giovanni Battista era avvocato), precedendo di qualche anno la sorella Wilma. Dimostrò presto un temperamento esuberante  fantasioso e  svincolato.

Gli antichi allievi del Liceo Classico Jacopo Stellini di Udine che lo ebbero compagno di classe,  lo ricordano d’intelligenza prontissima, ma dispersivo, libertario, preso da mille altri interessi. Un  capofila,  comunque,  accorto,  disponibile, sentimentale.

Si iscrisse a Bologna alla facoltà di Giurisprudenza sotto il Regno d’Italia e si presentò al primo esame universitario quando la Repubblica era stata proclamata da un pezzo, come  raccontava con qualche istrionismo all’Albergo Roma: evidentemente le rilevanti esperienze che aveva nel frattempo vissuto  contavano per lui molto più della laurea.

Infatti, nel 1944, ventenne,  aderì  alla Resistenza osovana  nel Battaglione Val Bût, comandato dal suo compaesano Giovanni De Mattia (Lupo), del quale  sarà nominato Commissario  per ordine di  Romano Marchetti (Cino da Monte) che aveva concertato fin dalla prima ora i collegamenti nel movimento di liberazione dell’Alto Friuli.

Il dottor  Marchetti è  tuttora  testimone diretto  del  comportamento valoroso di Enzo Moro (Max) durante tutto il periodo  clandestino  in piena invasione cosacca e austro-tedesca,   fino al   presidio del territorio di Tarvisio, dopo il  luglio 1945,  affrontato con gli uomini del Comandante Lupo per scongiurare un’eventuale infiltrazione  slava. 

Nel dopoguerra, Enzo Moro incominciò  a percorrere una strada che risultò  essere esattamente la sua, cioè quella della politica,  per la quale aveva istinto, vocazione, entusiasmo.

Fu eletto consigliere regionale nel 1964.  Rieletto con largo  suffragio popolare nel  1969, diventò  Vicepresidente della Regione Friuli Venezia Giulia e Assessore al Turismo.

Come tale,  sostenne  di fatto gli insediamenti industriali locali (SEIMA), favorì le attività produttive tipiche della montagna e  i progetti utili allo sviluppo economico sociale e culturale del  territorio, pretese i necessari  contributi   per  l’ospedale civile  di Tolmezzo e per i servizi che si direbbero ora di prossimità.

Migliorò l’assetto viario, dandosi da fare per l’apertura delle strade  Ampezzo-Monte Pura  e Sutrio- Zoncolan.  Soprattutto operò con grande risolutezza per la realizzazione del  comprensorio sportivo  turistico e ambientale dello Zoncolan.

Il suo impegno fu  peraltro  fattivo non solo  in  Carnia,  ma  in  tutta la Regione.

Diplomatico nato, ottenne le massime onorificenze civili dal Governo Jugoslavo, allora presieduto da Tito,  e dal Governo Austriaco per la sua  abilità   nell’ utilizzare  coltivare e  intèssere  relazioni internazionali.

Stava  lavorando all’ipotesi  di  trasformare  in  polo turistico la  Val Bertat,  nel comune di Paularo,   quando il male che ormai da tempo lo estenuava inasprì al punto da costringerlo a rallentare la corsa.

Lucidamente, consapevole di non essersi mai risparmiato, si  arrese alla  morte  nell’aprile del 1973,  a  soli  49 anni.

Giovanna,  i lineamenti  soffici e lo stesso sguardo chiaro del padre, aveva  appena l’età per  andare a  scuola.

Romano Marchetti  pronunciò l’elogio funebre sul sagrato del Duomo di Tolmezzo, con gravità   shakespeariana,  davanti ad una folla  enorme,  proveniente da  tutti i Canali della Carnia e da fuori,  muta   triste e  compartecipe.

Enzo Moro è  stato un  importante  politico della Regione,   un tribuno del popolo,  una personalità quasi leggendaria.

 E’ sepolto in un  piccolo cimitero a  Sutrio  accanto al padre, sotto un  colonnato  vagamente liberty,  alle  falde del Monte Zoncolan.



 

 

 

       


 

   

 Liliana Cosetti

 

…non piangere, non sono qui sotto il pino

  (Edgar Lee  Masters)
 

Nel passato relativamente recente, anche Tolmezzo poteva vantare un caffè storico al pari del caffè Pedrocchi a Padova, del Florian a Venezia, delle Giubbe Rosse a Firenze o dei famosi caffè triestini. Poteva cioè vantare il mitico Albergo Roma dei fratelli Cosetti, Liliana Gianni e Italo, affacciato sulla Piazza XX Settembre, adesso chiuso.

Già all’entrata si notava il grande focolare carnico inquadrato al fondo di un’accogliente sala e circondato dalla panca, rallegrato da ceppi accesi l’inverno e da fiori raccolti in montagna nelle altre stagioni. E il pavimento a maioliche verdi peraltro ormai sbiancate e consunte dal passaggio di generazioni di clienti, alcuni dei quali avevano conquistato negli anni   per usucapione il diritto allo stesso territorio nei pressi del bar.

Dietro il bancone, alla cassa, emergeva solenne come una vestale Liliana, attenta prima di tutto alla qualità dei frequentatori, che valutava immediatamente con un’occhiata rivolta all’ingresso dalla sua abituale postazione, il trono.

Era opinione comune che per entrare all’Albergo Roma bisognasse apparire decenti e possibilmente svegli, essendo chiaro che venivano tollerati ma non propriamente graditi i malmessi e gli stupidi. Talvolta capitavano gruppi di sprovveduti i quali, come intimiditi da un’atmosfera senz’altro esigente, lasciavano perdere e andavano a far chiasso da qualche altra parte.

La colonna sonora non proveniva dalle rintronanti cassette ora in voga in quasi tutti i locali pubblici di Tolmezzo (caso mai una sottile diffusione di musica classica era riservata al Ristorante), ma nasceva dalle molteplici voci degli ospiti che si intrecciavano ad animare una specie di agorà dove si poteva discutere di affari, di politica, di intrallazzi in toni anche forti, ma mai di sopraffazione selvaggia.

L’Albergo Roma era insomma una sorta di università popolare dove si poteva fare qualunque cosa: incontrarsi, ragionare, decidere le sorti del mondo, malignare, bere buon vino e magari alterarsi, ma sempre nei limiti consentiti dalla presenza di Liliana.

Il decoro. la misura e il senso del luogo erano dati dal suo dominio naturalmente autorevole, secondo il quale disciplinava a cenni un personale riservato svelto e di belle maniere e controllava intanto l’andamento dell’ambiente.

La figura alta e un che di arcaico accentuato dall’abbigliamento preferibilmente scuro, un bel viso quasi sempre severo e tuttavia acceso da uno sguardo che pareva giudicare e mettere in soggezione chiunque, Liliana comunicava a battute fulminee mirate e brillanti e dava a tutti del lei. Perfino a chi -  come me -  aveva per trentennale consuetudine il  dono della sua rara amicizia.

Il suo piglio prussiano nascondeva un’esclusiva dedizione alla famiglia e alla gloriosa dinastia dei Cosetti. E l’appassionato sentimento di appartenenza alla Carnia che ha assegnato un ruolo socialmente importante alla sua attività, ispirata fino all’ultimo al sogno di vedere questa terra migliorare progredire e riscattarsi attraverso l’impegno e la coscienza di ciascuno. Nascondeva inoltra la pratica di una generosità spontanea tempestiva e concreta verso persone di cui coglieva istintivamente il bisogno e che forse non hanno mai saputo né immaginato di doverle un provvidenziale quanto anonimo soccorso.

La fedeltà la profondità e l’eleganza del suo spirito si sono manifestate soprattutto negli anni della grande sofferenza, affrontata con straordinario coraggio e senza cedimenti visibili, strettamente condivisa con il marito e il figlio ai quali lei stessa dava a volte conforto.

Sembrava essersi presto abbandonata ad un Disegno superiore che semplicemente riconosceva e accettava senza lamentarsi e continuando a lavorare con l’orgoglio di sempre, pure nella consapevolezza della prossima fine e stremata dal male.

Un domenica pomeriggio uscì per l’ultima volta dall’Albergo Roma per raggiungere la propria casa.

Gli occhi ormai lontani e come d’acqua e di luce, si avviò lentamente sotto un cielo ancora  alto sulla Piazza: sarebbe morta nella notte il 26 maggio 1997, a  57 anni.

 E’ sepolta nel cimitero di Tolmezzo,  sotto un’aiuola  sempreverde.