Per un amico
 
 

Rapidamente è passato un anno. L’avvocato Sergio D’Orlando si è inoltrato riluttante nella notte, lottando stanco con le ultime forze per rimanere ancora un poco con i suoi. Di sua volontà non li avrebbe lasciati mai e poi mai…Elena aveva intonato piano “Carnorum Regio” come un viatico struggente e per quanto l’inno significava per il Padre, Laura gli aveva raccomandato di andare serenamente, di non resistere più poiché ogni cosa  era già compresa nel Patto, come lui voleva: un’eredità di lavoro, d’intelligenza e di passione, soprattutto di grande amore dato e ricevuto e prolungabile tra loro nei secoli dei secoli.

La Bucci ammutolita, tragica, sullo sfondo del Compianto.

Era domenica, il 12 giugno 2005.

Vittoria era appena venuta al mondo, gli occhi acquamarina  dipinti dal Beato Angelico, ma lui doveva ormai andare, a sessant’anni: nessun seme può rivivere se prima non muore  recita il Vangelo di Giovanni.

Giovanni è anche il nome di un amico che l’aveva preceduto per spirito d’avventura e che ora lo aspettava, incaricato quale esperto di libagioni nell’Alto dei Cieli, con tutti gli altri, per prima la madre che l’aveva lasciato bambino e che ora amorevolmente lo accoglieva.

Sergio D’Orlando non è stato una persona qualunque, né un carnico qualunque.

Nato a Cazzaso, un borgo tipo Rio Bo abbracciato alla montagna, aveva dovuto precocemente esercitarsi in ciò che successivamente distinse la sua breve vita: essere uomini e non quaraquaqua, secondo la tesi  cara a  Leonardo Sciascia.

Il sentimento delle origini come nostalgia e responsabilità ha ispirato la sua lunga e lungimirante attività nelle istituzioni, svolta soprattutto con indipendenza sia  per il fatto che non concepiva la politica come mestiere – non ne aveva bisogno e in ogni caso non era nella sua indole e morale -  sia   per l’utopia  che ciascuno potesse e dovesse raggiungere in terra di Carnia una nuova dignità.

Fu insegnante e professionista autorevole e brillante.

 Ma io che ho avuto con lui la consuetudine di una straordinaria amicizia, sere e sere a cantare nella sua Casa dei Cento Natali il Veni Creator come salmo di speranza, di giovinezza e di mistero (e il Te Deum a gran voce nel Duomo di Tolmezzo), oggi non ho in mente che il suo chiaro sguardo di fanciullo e la coraggiosa allegria del suo Calvario

                                                                                                                 Maria Rosa Chiarot