CLEULIS: memorie di guerra, 1915-1918
Sofferenze e vessazioni sulla popolazione, dal manoscritto:

(settembre.1998- cima del Freikofel : soldati italiani radunano le spoglie, rinvenute
 nei pressi  della cima,  di un soldato ignoto, caduto nel conflitto 1915-1918-foto Fr.Brollo) 

 

" LA MIA PRIGIONIA"
di Puntel Antonio di Toniz
"Riflessioni di un montanaro sulla guerra mondiale, bilanci e ragguagli,
peso e misure di sacrifici in sangue e danaro che costò alla Umanità"

Puntel Italo ci ha gentilmente messo a a disposizione questo manoscritto del nonno Antonio, che riportiamo integralmente e nel quale vengono  descritti avvenimenti ed episodi vissuti dalla popolazione di Cleulis nel periodo che va dal 1914 al 1918. 

"LA STORIA DELLA MIA VITA DURANTE IL PERIODO DI GUERRA"

"Parlo dell'anno 1914, quando cioé l'Italia mantenevasi ancora neutrale.  L'emigrazione italiana era sospesa ed io, costretto a rimanere a casa, fui nominato consigliere comunale della frazione dì Cleulis.  Questa Amministrazione aveva provveduto, per i bisogni di approvvigionamento di questa popolazione, un fabbisogno in grano con delibera, da distribuirsi a credito per i bisognosi e a contanti per i più abbienti.  
Cosi si dovette compilare gli elenchi di tutta la popolazione divisa per categorie; ahimè! tutti erano ad un tratto divenuti poveri e gli abbienti gareggiavano a dimostrare con sragionati ragionamenti la loro falsa miseria. Visto l'infelice esito ottenuto in simile faccenda,
per dare alla maggiore parte una profittevole occupazione, si deliberò la costruzione della strada mulattiera per la frazione che io proteggevo, e anzichè affidare il lavoro da una impresa, si pensò di pagare gli operai a giornata conto comune. 
 
Col mese di marzo 1915 si iniziò tale opera quando la dichiarazione di guerra venne improvvisa a sospendere i lavori, che procedevano in modo regolare e preciso, per dar campo alle operazioni belliche. Ma le cose non si fermarono qui perchè ci fu anche ingiunto di lasciare la nostra casa e di sgomberare il paese.  

Ci rifugiammo, addolorati ma paghi del sacrificio che potevamo offrire alla Patria, verso Treppo, Paluzza, Naunina, Casteons, Sutrio, Cercivento, Zovello, Ravascletto estendendoci poi più giù verso Tolmezzo. Fu subito costituito un Comitato che raccoglieva oboli e beneficenze per provvedere all'alimentazione dei profughi.  In Paluzza venne istituita una cucina popolare ove si distribuiva una volta al giorno la minestra, però per quelli che non erano del Comune, la razione, assai ridotta, veniva distribuita cruda. tutti facevano più di quello che potevano ma tuttavia tutto era assai poco per poter campare la vita! E quell'esistenza raminga durò fino al settembre del 1915. 
 

 

 Bisogna considerare che l'ordine di evacuazione fu cosi precipitoso che le popolazioni non ebbero il tempo di portare seco nulla se non che gli animali e qualche po' di indumenti In quelle povere case abbandonate, tutto fu messo a soqquadro, tutto devastato, molte cose presero anche il largo.
Era impossibile poter ottenere dal Comando Militare il permesso dì fare una visita alla propria abitazione per prendervi le cose che ci erano costate tempo e fatica, neppure accompagnati dai militari stessi.
 
Non eravamo noi austriacanti? non eravamo noi i traditori,le spie?  Ohi Madre Italia, tu si, tu sanguinasti con noi, ma i nostri fratelli gli altri tuoi figli, quelli no, non videro il nostro sangue! Solidificate le posizioni militari di frontiera ottenemmo dal Patrio Governo il risarcimento dei danni sofferti. Ed ancora una volta fu necessario di assistere alla vigliaccheria umana!
 Si videro avanzare pretese esagerate, chiedere risarcimenti di danni fantastici, oppure raddoppiare, triplicare le cifre. Ad onore degli Italiani bisogna dire però che vi furono di quelli, e furono molti, che rinunciarono generosamente ad ogni ricompensa e non mossero un passo per averla.
a mia esistenza forzatamente oziosa, mi portava a riflettere e sentiva una amarezza profonda nel cuore pensando.  Ero annoiato e deluso della vita e provavo delle vertigini mentre una forte nebbia mi velava lo spirito; vaghe mi apparivano alla mente, e circostanze, e tempo, e luogo.
 Dopo tre mesi di esilio potemmo finalmente rientrare nella nostra casa e fra i nostri campi che ci attendevano per essere riordinati. L'inverno avanzava!    Fu vera provvidenza per tutti noi che l'Esercito ci impiegasse in lavori militari con buona retribuzione ed abbondanza di viveri.  
Ma quante osservazioni non ebbi campo di fare durante questa nuova fase di vita guerresca?
 Nella massima parte gli operai, dimentichi dei loro doveri, vedendosi qualche soldo in tasca, cominciarono a sentire di essere qualche cosa, credettero di essere diventati un non so che di importante, tanto da non potersi più adattare alle tristi condizioni del momento e si dettero ad una vita sregolata, dimenticando la sobrietà, la ragionevolezza, la lealtà. Infatti quali tristi e dolorosi frutti non si raccolsero durante la invasione austriaca? 
 
Ma perchè non detti ascolto alle mie riflessioni?  Amaro fu il rimpianto! Oh, miei dubbi, come troppo presto vidi poscia tradotti nella più crudele delle realtà! Si camminava nel tempo verso l'ora triste, di nulla presaghi!  Boati orrendi di cannoni, bombardamenti che duravano intere giornate!  Figli, fratelli, padri, mariti, tutti combattevano alla frontiera vivendo l'ora che non avrà domani, l'ora ansiosa dell'agonia. La vita pubblica era dimezzata.
 
Le scuole funzionavano per opera di Don Floriano Dorotea, curato locale, che aveva provveduto il fabbisogno preregrinando qua e là.  L'istruzione non progrediva, i bambini venivano soltanto custoditi.  L'alimento scarseggiava ogni dì più. Fu una mattina piovigginosa e tetra che, alzandoci da letto, trovammo i tedeschi. Da allora non si potè vivere più, si moriva a poco a poco!  
Oh, mille volte sarebbe stato meglio morire tutti, combattendo, che soffrire l'annientamento dell'anima e dello spirito!
Nel crudo inverno, con numerose famiglie sulle braccia, sprovvisto del necessario, senza speranza, senza via di scampo, mai più! .... così mi trovai: morto fra i vivi, vivo di disperazione e di cordoglio.
Frugavo collo sguardo il cielo per scorgere un aeroplano amico, sognavo che venisse per parlarmi della mia Patria palpitante, sognavo che venisse a portarmi via, al di là, dove più non mi giungesse voce di lingua straniera.  Mi pareva di essere sul legno del sacrificio, con tutta la mia famiglia, in attesa della morte! Speranza, preghiera, lagrime, disperazione tutto passò filtrando goccia a goccia nel mio cuore che ardeva di febbre.

 L'anima angosciata tendeva verso il cielo d'Italia che mi appariva più puro e mi struggevo per la amara certezza di non poterlo più rivedere.  
Povera umanità!  Chi l'avrebbe mai pensato?  A questo è giunta la civiltà, il modernismo?  Dunque si è gareggiato cogli animali feroci, si è voluto sorpassare tutti i gradi di ferocia e di crudeltà. l'Uomo, l'essere ragionevole per eccellenza, la creatura fatta a somiglianza di Dio, l'opera più perfetta della natura è anche un capolavoro di malvagità!  Non lo sapevo davvero!.....  
Quanti delitti per quelli di Sarajevo! Quanta ignominia,  quanti pretesti!  Sono questi i criteri di uguaglianza e di diritto?  Tutte losche mene per arrivare a scopi ben celati al popolo ma troppo noti forse a chi si proclama arbitro del mondo intero.  
Ma perchè non pensano gli incoronati carnefici alla tremenda responsabilità che loro sovrasta?  

Fregi
sulle braccia, sui berretti, titoli, distinzioni ovunque, che innalza l'uno sopra gli altri.  Dite perchè? .... Eppure sono stati essi che hanno condotto l’orribile ordigno di morte e di distruzione.  Amazzare e regnare: ecco il loro scopo.  Siamo ritornati al tempo di Abele e Caino, ecco tutto!  
Che
ha fatto la ricca, la superba Germania?  Quando io ero là a lavorare "Deutschland uber alles" ed ora? “Alles Uber Deutschland" l'orgoglio l'ha perduta, la forza l'ha resa brutale, l'oro l'ha rovinata.  
Ricordo:    durante una conferenza tenuta a Monaco fra Bavaresi si affermava che il popolo tedesco era stato creato da Dio per istruire il mondo.  Codesta gente non conosceva però la pietà, la sobrietà e la bontà.  Che cosa volevano andare ad insegnare?  Poverini! .... Certo cotali maestri ne sapevano assai meno dei loro alunni.  
Quando essi giunsero qui ci spogliarono di tutto per poter sostenere la guerra contro i nostri fratelli al di là del Piave, non rispettarono essi nè età, nè sesso! Ecco dove veramente stava la maestria teutonica!  

La nostra roba dunque doveva satollare quelli che andavano nutriti d'odio per ammazzare i nostri padri, i nostri  fratelli, i nostri figli.
Oh educatori d'Italia questo solo dite alle generazioni future, al sangue del nostro sangue perchè possa comprendere tutto il nostre martirio!  Non celate nulla agli occhi delle piccole menti, la verità intatta, dovete dirgliela, nuda: sarà più crudele ma è più bella!  
E insegnateli l'amore fraterno,insegnateli la bontà, la rettitudine.  Guai ai superbi, agli egoisti, ai maldicenti, ai vili!  

Strozzate l'invidìa, la ipocrisia, la vanità!  Cosi formerete la vita del domani, pura, lieta, feconda.  Basta guerra!  Educatori italiani evitatela ad ogni costo. 
Muore da sè l'uomo: perchè affrettarne la fine?  Non più orfani, non più.vedove di guerra, non più lutti .... Guariremo la piaga del militarismo: l'educazione avrà tale vittoria!  Coraggio educatori: a voi!  
Viva, viva, viva la pace ed il lavoro!
 

Cleulis, 10 dicembre 1919                   
"Rendi la Patria oh Dio rendi i'Italia agli Italiani -G.Carducci- "  
 (settembre 1998 sulla cima del Freikofel militari italiani issano le bandiere italiana e austriaca) 
 

     1917-1918  
 

"Era il giorno 29 ottobre 1917.
Il cielo era plumbeo ed una pioggia furiosa allagava le strade quando scesero i barbari alemanni, come tanti vandali, nella fiorente valle d'Italia a portare la disperazione e la miseria.
Mi trovavo occupato in quel tempo, come assistente e capo squadra, nei lavori di fortificazioni militari sul Valcastellana e Monte Zufplan, quand'ecco il Sergente Cosadio di Castelmonte mi manda una donna di servizio con l'ordine di sospendere i lavori e far retrocedere gli esplosivi tutti a Castelmonte; erano circa le 16 o le 17 del giorno 27 ottobre. 
Quell'ordine mi dette un po' di sollievo poichè speravo avessero pensato di mandarmi più in basso dove i rigori del clima erano meno penetranti.  Avevo faticato più di due anni sulle cime impervie e nevose.  
Diedi quindi l'ordine di sospendere i lavori e trasportare gli esplosivi indietro recandomi io stesso dal Valcastellana a Colle Melesceit e passando quindi l'ordine stesso a quelli che stavano sul Zoufplan.  Giunta la sera rincasai e all'indomani, a mezzo del portalettere di Cleulis, mandai un biglietto al Soldato Buongìovanni, contabile, e ripartii tosto alla volta di Valcastellana colla speranza di trovare lassù il Soldato Bruno Martini, addetto ai lavori i fortificazione.Il luogo era desertp; guarda, cerca... nessuno, chiama, richiama... silenzio; vi era nell'aria un non so che di triste e di tragico che mi fece male al cuore. 
Esitante senza sapermi spiegare ciò che constatavano i miei occhi, rifeci la strada a testa china.  Il postino mi attendeva recando la risposta del Buongiovanni, il quale scriveva di non sapere di che trattarsi poichè egli pure aveva avuto l'ordine di partire per ignota destinazione.  Inoltre seppi da mio figlio, che faceva servizio da portalettere, che a Paluzza regnava la confusione, che le titolari dell'Ufficio Postale erano già fuggite, che parlavansi della venuta dei tedeschi come di fatto avvenuto. . Ordinai ai miei di casa di approntare i fagotti e tenersi pronti per ogni eventuale sciagura.  
Scrissi immediatamente una lettera al Sindaco chiedendo informazioni ma non ebbi veruna risposta.  Rimandai all'indomaní a Paluzza desideroso di notizie: la costernazione era giunta al parossismo; chi partiva piangendo, chi si preparava febbrilmente a lasciare i luoghi che li vide nascere, chi rimaneva stordito e muto a guardare nella strada coll'occhio vitreo come di chi non comprende nulla eppure sa di trovarsi faccia a faccia con un inevitabile pericolo.  
Le autorità civili e militari, frettolosamente e coraggiosamente, si erano dileguate senza curarsi di quella folla di umani che, ignara di tutto, attendeva serena, pur spasimando d'ansie e di dolore.  Nessun ordine giunse e
nessuna parola di conforto venne ad incuorare quel gregge di popolo in balia della propria disperazione.  
La confusione si diffuse ben presto impadronendosi anche della frazione di Cleulis; la gente riunita a crocchi commentava gli avvenimenti che succedevansi rapidi ed incalzanti.  Ogni uscio, ogni strada, ogni piazza ora gremita di persone.  Tutti, rievocando i patimenti sofferti nell'anno 1915 durante l’evacuazione, erano ben decisi di non abbandonare la loro terra, il loro tetto.

“Se i nostri soldati ai ritireranno, occuperanno le trincee sopra il paese, andremo quando succederà ciò - noi partiremo allora    ma ... dove andremo? (terribile incognita) quali ordini ci proteggono?"  
Il giorno appresso mandai a Paluzza mio fratello con una lettera per il Sindaco.  Il paese era totalmente abbandonato....
Egli parlò con il Segretario Barbaceto che era rimasto, ma non seppe dare alcuna risposta.               
Quando ritornò incontrò l'avanguardia austriaca! Dopo mezzogiorno arrivarono le compagnie ed i battaglioni che camminavano verso Paluzza.  Una pattuglia si fermò nella contrada di Laipacco per accertarsi se il terreno fosse libero.  Un brigadiere dai modi maneschi si recava da una abitazione all'altra in cerca di soldati e prigionieri minacciando di rovina chi avesse celato la verità.  
Poscìa, mandatomi a chiamare, mi ingiunse di fornire tutti i dati che mi fossero stati richiesti.  Mi fu giocoforza dunque parlare colla baionetta alla gola.  
Fu trovato in casa colla moglie un alpino, certo Primus Matteo, che dovette giustificare a quel forsennato la sua presenza colà.  Una povera vedova si ebbe un ceffone che la mandò contro il muro.  
Alle domande rivoltemi rispondevo, di nulla sapere ciò che riguardava soldati e prigionieri.  "Non è mio dovere - dissi - andare in cerca nè degli uni nè degli altri: io non sono un militare".  Allora quel ribaldo mi impose di trovargli tre animali bovini che avrebbero dovuto servire per la truppa.  Offersi il mio vitello dì 72 giorni facendogli osservare che non sarebbe stato nè ragionevole nè umano ammazzare una mucca da latte che costituiva l'alimento principale di un'intera famiglia.- Egli, che dapprima mi aveva minacciato di distruggere e saccheggiare ogni cosa, si ammansì e mi rispose con voce di comando: "Verrò io".  Per la strada incontrammo due militari-.  Puntel Colombo sott'ufficiale e Primus Matteo, il, figlio di quella donna che aveva rìcevuto il ceffone.  Ci scambiammo saluti e nulla più.  Arrivati che fummo nella borgata superiore, Cleulis propriamente detta, abbiamo potuto trovare un paio di vitellìni e due vacche scadenti che consegnammo a quella prima masnada di nemici; arrivarono poi via via anche i battaglioni ed altri reggimenti.  
Un reggimento si fermò sulla strada che da Laipacco conduce nella borgata superiore di Cleulis, gli altri proseguirono per la mulattiera che conduce a Cercivento. Infine venivano i malati condotti da un caporale di Sanità; erano tre o quattro.  Domandarono una stanza per uso infermeria e la trovarono nel piccolo posto che aveva servito per i nostri telefonisti.  Essi non avevano nulla; intanto una donna accorreva tutta convulsa ad avvertire che un soldato tedesco era caduto sul pavimento della sua cucina e non dava più segno di vita.  Il curato locale ed io ci recammo sul luogo e comprendemmo dal racconto del disgrazìato stesso, che si era intanto riavuto, che trattavasi di debolezza dovuta alla fame poichè in due giorni non gli avevano dato che un the al giorno.  E purtroppo doveva essere vero!  
Tutti quei disgraziati morivano di fame!  I soldati che passavano abbandonavano la fila per correre a strappare i mozziconi di cavoli che spuntavano qua e là nei campi.  Il Caporale di Sanità mandò a chiamare il medico militare, ma questi era già in marcia colla truppa e si rifiutò di tornare indietro.  Così fra il curato ed io dovemmo provvedere al vitto per quei disgraziati infelici, affranti, malati e per di più in una terra dove non erano certo bene accolti.  Per dieci giorni si pensò noi a tutto! ... Ci ringraziarono tanto si, quei malcapitati, ma non ci risparmiarono certo in seguito le vessazioni che il loro animo li suggeriva!..  
 


(Cleulis, sotto la neve -
cartolina Del Fabbro)

La stessa sera, a tarda ora, arrivò un Colonello ed un Maggiore con molta truppa, entrarono in casa chiedendo di aprire tutte le stanze; sulle prime esitai ma dopo dovetti decidermi a seguirli stanza per stanza; poi il Colonello mi disse che nella mia stanza avrebbe dovuto dormire lui, in quella dei miei figli i suoi ufficiali.  Gli osservai che non avrei avuto altri letti per me e quindi facesse la cortesia di rivolgersi altrove.     "Come devo fare altrimenti per i miei figli?" domandai    "Comandiamo noi ora e non voi" ribattè quell'ardito bruto "Sarà - risposi - nel limite del possibile però"   "Ruich" mi comandò, che significa: silenzio. 
In cucina intanto si erano adunati altri Uffìciali e soldataglia che voleva da mangiare.  Mia moglie confusa non capiva nulla.  Io le feci fare la polenta, offersi del latte dando così fondo alle poche riserve che ero venuto formandomi a base di sacrifici.  Ero stordito, non comprendevo nulla, non sapevo più a quale Santo votarmi per non sentire l'orribile vuoto che mi si era venuto formando nel mio cuore e nel mio cervello.  
Quella notte nessuno di noi andò a riposare.  La cucina mia era divenuta la cantina del reggimento tedesco: un andirivieni continuo che durò fino alla mattina.     Nuove truppe arrivavano trascinandosi seco gli animali, che non erano stati bastantemente custoditi, foraggio ed altro.


(ritratto di Puntel Antonio)

Insediatosi il Comando di Tappa a Timau fui mandato a chiamare parecchie volte a mezzo di certo Muser Pietro -di Timau e Accater il Zug per propormi dì unire Cleulis a Timau e formare un nuovo comune.  Non volli frammischiarmi in cose che non mi riguardavano. 
Vennero due gendarmi per ordine dello stesso Comando coi famosi bandi e placati per le affissioni e mi imposero di andare con loro, oppure, di provvedere ad un altro operaio, alla colla ed al pennello.  "In quanto all'operaio manderò mio fratello - dissi - per la colla mi rincresce ma non ho farina di nessuna qualità".  Ero io obbligato a tanta cieca obbedienza?  Non ero soldato io e glielo dissi.  
I manifesti trattavano del censimento.  
Una domenica, prima di dar atto a tale progetto, venne costì il Comandante di Timau; avendo trovato tutta la popolazione in chiesa si fermò sul piazzale prospicente  in attesa dell'uscita dalla Messa; mandò poscia due  carabinieri alla mia abitazione a prendermi.  
Mi recai colà ove alcuni paesani avevano fatto crocchio; il Comandante prese allora a guardarmì fisso e con fare altezzoso "Siete voi il Capo Borgo?" mi chiese. 
 
Gli feci intendere come io non fossi più niente dal momento che, consigliere comunale dapprima, avevo poi dato le dimissioni.  Soggiunsi che altri vi sarebbero stati in paese che avrebbero potuto fare pari e forse meglio di me.  "Comprendono la lingua tedesca costoro?" aggiunse "L'ignoro" risposi.  
 

Assunse allora un contegno addirittura imperioso ed aggrottando le ciglia, erigendo la persona, burbero ed impettito prese a dire: "Basta, voi d'ora in poi sarete il rappresentante della frazione di Cleulis e sarete ai miei ordini; avete capito?" con tali personaggi non vi era certo da ribattere che, tanto,. qualunque ragionamento sarebbe sempre finito in loro favore. . Risposi che avevo ben compreso, ma che sarebbe stato un compito troppo difficile per me e quasi impossibile, che io non conoscevo né leggi, nè regole e tanto meno quelle tedesche e di guerra e che, perciò, non era mia intenzione accettare una carica alla quale non sarei stato idoneo. 
 
"Ruich" mi fu risposto.  "Non sono abituato a ripetere i miei ordini, badate, ne va della vostra testa, se vi preme, voi dipendete da me d'ora innanzi ed è vostra la responsabilità di qualunque malumore, di qualunque contrarietà.  Siete voi, voi solo il responsabile di tutto.  Avete capito?".  Mi sentivo tutto gelato dalla testa ai piedi.  Il cuore mi si stringeva! 
 
Il mio istinto si ribellava ad un tale ufficio ed era giocoforza obbedire Rividi il volto dei miei piccini e mi feci mite tanto quanto era lo sdegno entro di me.  Ripresi: "Signore vogliate accordarmi dei compagni che mi possano aiutare nell'opera che mi affidate, dei compagni che mi possano consigliarmi".  "Fate voi, ricordatevi però che io conosco voi prima di tutti, per ogni responsabilità". 

Vagai attorno lo sguardo e vidi Matteo Zeffon e Paolo Bulcon; li chiamai e li presentai al Comandante, poi andammo a Laipacco ove presi anche Ninai.  Nuovamente raccomandò anche a costoro la obbedienza ai suoi ordini.  
Certo sarebbe stato meglio riunire una commissione per poter meglio trattare gli interessi della frazione e provvedere per essa il nutrimento che cominciava a scarseggiare.  
All'indomaní venne da me un brigadiere dei carabinieri, certo Steinperger, con due militari per compiere il censimento.  A tale scopo ordinò fossero riunite tutte le famiglie di Cleulis per controllare il numero dei componenti.  La legittimazione doveva essere chiusa coll'impronta digitale della mano destra.  Guai a chi fosse stato, in seguito, non munito di tale certificato tantochè si pregarono le donne di farci un borsellino' per poter appenderselo al collo.  
Ci vollero tre giorni per compilare sifatto lavoro.  
I miei compagni ed io fummo costretti a tenere un apposito registro e contemporaneamente a riordinare il civico numero dei fabbricati.  Ad ultimare l'opera nostra venne, in luogo del Vachtmeistrer (brigadiere) il Tenente comandante i prigionieri Russi; era un avvocato di Vienna.  Questi mi chiese perchè Cleulis non desiderasse la fusione della frazione di Timau per la formazione di un nuovo Comune.  Gli spiegai non essere ciò assolutamente possibile dato che questa frazione ha conti ed amministrazione conglobate con quella di Paluzza, mentre Timau ha conti separati, senza contare che i proventi che si potrebbero ricavare qui non basterebbero a sopperire ai bisogni del nuovo Comune.  Inoltre nè l'una nè l'altra frazione potrebbero offrire persona atta ad amministrare e dirigere un Comune ed infine troppo forte è la diversità d'indole degli abitanti che cozzerebbero in una continua incompatibilità.  
Più tardi, costui, ebbe a dichiararmi esso stesso la diversità di carattere degli abitanti di Cleulis da quelli di Timau: "Cleulís è popolato da lauter pocaschenleit" ossia da ribaldi e saltimbanchi, scattò a dirmi un giorno che i Cleulani si ribellarono all'ordine di sottomissione.  
Appena terminato il censimento popolare il Comando Tedesco ordinò quello degli animali, cosi che ogni proprietario doveva consegnare al Comune una nota di tutti gli animali domestici da lui posseduti perchè fossero compilati gli elenchi, frazione per frazione, che dovevano essere fatti in duplice copia da inviare al Comando di Timau ed a quello di Paluzza.  La Commissione doveva accertarsi della esattezza delle denuncie fatte dai proprietari.

 (foto Giacomo Segalla)

Si procedette quindi alla requisizione dei viveri tenuti dai singoli abitanti ed a questo concorsero anche i gendarmi che iniziarono vessazioni e soprusi d'ogni sorta.  Viveri militari, galletta, farina, riso, pasta, vestiario, utensili da casa e da lavoro, tutto fu loro proprietà.  
Ogni giorno comparivano nuove affissioni colle quali si avvertiva il popolo, già stremato, che tutto doveva passare nelle loro mani, che tutto doveva essere strozzato ciò che si chiamava diritto e personalità.  Gli operai dovevano lavorare a sfornire le trincee, i baraccamenti, i ricoveri che erano stati dei nostri e trasportare il materiale in basso; era proibito lo scambio commerciale da paese a paese.  Punizioni orribili erano in vigore per coloro che davano ricetto ad un prigioniero ed il premio di £. 50 a chi lo denunciasse.  
Era tutto un regime di fango ove la vita morale era andata illanguidendo, consumando.  L’uomo non era più uomo, si viveva in uno stato di schiavitù, si moriva un poco tutti i giorni.  Tutto si doveva dire al Comando e nulla era permesso; non si poteva tenere in casa che una piccola razione di viveri: il necessario per non morire di fame.  
Io son ben certo che nessuno saprebbe ridire a parole tutta la rapacità dei divoratori alemanni, tutta la perfidia di quella razza vandalica.

Era un triste giorno, come tutti i giorni della schiavitù, un velo tetro copriva tutte le cose, pareva che tutto sentisse il pianto lungo dei cuori.  Un ufficiale austriaco venne per prendere le campane.  L'accompagnai dal curato, Don Floriano, in canonica.  Furono scambiati saluti e poi si venne all'argomento. 
 
Il mio spirito angosciato sanguinava; sarà una sciocchezza ma mi sembrava che quelle campane, quei piccoli bronzi, fossero parte vitale di me, della mia anima e non so che cosa avrei dato per potermi risparmiare quell'ora triste.  Il curato esplose in tutta la sua indignazione già da tanto tempo frenata. 
  (foto Giacomo Segalla)

 Con voce terribile ed alterata, cosi da non poterla riconoscere: "Ahl E' ora di terminarla - cominciò - è ben ora di finirla con tutte le vostre ruberie...Io difendo l'anima della Curazia e la difenderò fin che mi resterà sangue e víta!..Ladri!..Ladri! Voi andreste a prendere anche Dio nel tabernacolo! ...” L'austriaco senza scomporsi, anzi ghignando tra la nera barba, rispose: "Sarebbe vostro il compito di rimettere un altro Dio nel tabernacolo" e in ciò dicendo rivoltosi a me: "Dove sono le chiavi del campanile?" chiese, "Se non intendete di darmele farò sfondare dai miei fidi la porta".  Tentai di calmare quei due infuriati e colla più grande gentilezza provai a perorare la causa che tanto mi stava a cuore.  Andammo, l'austriaco ed io, sul campanile. 
 
Quegli mi disse che era sua intenzione di farei avere una campana più piccola in cambio ma che il trattamento del prete lo aveva fatto cambiar avviso.  "Digli che sono un ufficiale e non un fanciullo" aggiunse che cercassi, con altri, a provvedere da mangiare per tutti i soldati altrimenti egli non avrebbe risposto delle loro azioni.  Essi avrebbero dovuto pernottare in paese per proseguire all'indomani il trasporto. delle campane fino al ponte. mi disse il peso delle campane in Kg minacciandomi se per caso ne fosse mancato qualche grammo. 
 
Ebbi molto da fare per trovare alloggio e vitto per quei soldati: nessuno voleva soccorrerli, dovettero soltanto piegarsi alle minacce. 
Pochi giorni appresso ebbi l'intimazione dal Comando di Timau di presentargli un elenco dove figurassero tutti gli uomini dai dodici ai sessanta anni e le donne dai quindici ai cinquanta.  Eseguii l'ordine e presentai tale elenco, volle inoltre la nota di 80 operai che bisognava mandare per lavori a Villa Santina.  
Dimenticavo un altro fatto importante: prima di ciò il medesimo Comando volle saper quanti metri quadrati di terreno segativo fossero in monte e quanti in basso. nel territorio di Cleulis; quanto coltivato a patate, a orzo, a segala e così via; volle sapere quanto seme si possedeva e quanto ne mancava, quanto e quale era il terreno di appartenenza dei profughi, chi si sarebbe impegnato a lavorarlo, impegnandosi di non lasciarne incolto neppure un metro.  Questo lavoro fu ordinato dal Referente di agricoltura in Tolmezzo.  
Ritornando alla richiesta delle 80 persone in quel dato limite di età, risposi non essere assolutamente possibile il trovarne a meno che non si volessero prendere tutti gli addetti ai lavori campestri, che non erano neanche in tale numero.  Osservai però che tale cosa non sarebbe stata certo di utilità al paese e non ci sarebbe stata ragione di farla.  "In tempo di pace mi ribattè - costì tutti gli uomini andavano a lavorare all'estero e ai campi pensavano le donne".  Si, era vero', ma allora in quei benedetti tempi c'era da mangiare, non c'era la preoccupazione di ora.  L’ira non mi dominò più: gridai di scatto: "Questi sono lavori militari, io non ci ho a vedere con essi.  Se Lei mi porta via gli uomini addetti ai lavori campestri reclamerò presso l'ispettore d'agricoltura di Tolmezzo".


L'Uffìciale mi fulminò d'uno sguardo altero ed in atto di sfida disse: "Andate a Tolmezzo Voi?"; Affermai.  Scrisse il buono di prelevamento del sale che dovevo comperare per la frazione di Cleulis ed il permesso di assaggio per me, mi fissò dentro gli occhi con uno sguardo severo: "Andate - comandò - io farò da me".  
Partii di buon mattino e giunto a Tolmezzo mi recai dal Commissario Civile; colà seppi che il Comando di Timau aveva fatto adunare colla forza armata tutta la popolazione di Cleulis presso il ponte del But, che è ai piedi del monte, e siccome tutti cercavano di fuggire prendendo il largo, così o stesso Comando domandava consiglio al Commissario stesso.  
Sentii una stretta al cuore ma mantenni il silenzio.  
Affrettavo col desiderio il ritorno.  Compresi subito il tristo gioco del Comando austriaco.  Ahimè!  Eravamo alla deportazione, come nel Belgio! mi veniva di esclamare, ma mi contenni.  Intanto il Commissario mi lacerava il buono e ne faceva un altro portante due quintali di sale di meno.  
Corsi al magazzino, mi premeva ritirare la merce prima di mezzogiorno per poter ripartire col treno che parte poco dopo per la volta di Paluzza. vi riuscii. vi giunto trovai una squadra di operai di Timau ai quali domandai che cosa era stato di quelli di Cleulis.  "Sono qui in Paluzza,rinchiusi presso questo Comando" fu la risposta.  Cercai un carretto per deporre la mia merce e siccome non lo trovai dovetti arrangiarmi da solo.  Mi incamminai così per la interminabile e faticosa via del Moscardo, curvo più sotto il peso dei miei pensieri che sotto il carico che gravava le mie spalle.  Giunto a casa seppi tutto il pandemonio che era avvenuto.  
Ed io fui incolpato di tutto, fui io la spia, il traditore, su me caddero tutte le imprecazioni di ira, di vendetta e di odio.  Io mi sentivo male, fuori di me. Non sapevo rendermi più conto di quanto succedeva nel mio cuore e nella mia anima.  
 

 

I miei animali cominciavano a mancare di latte. Tentai, per non mancare all'obbligo forzato contratto col Comando di Timau, di portare cioè tre litri di latte ogni giorno per la mensa degli Ufficiali residenti in Timau, di cominciare un turno al quale dovevano concorrere tutti i proprietari di animali.  Vieppiù fiere si scagliarono le ire dei miei compaesani.  
Il Comando austriaco avuto sentore di ciò mi mandò a chiamare e mi minacciò dicendomi di sapere già qual’era il posto che mi aspettava se non mi mettevo più seriamente ad obbedire agli ordini loro.  Prima però io verrei spogliato di tutto.  Guai se non fossi riuscito a rimettere l'ordine nella turbolente frazione di Cleulis, non avessi fatto cessare le false e continue dicerie di quegli abitanti.  
Affermaí che sarebbe stato assai meglio se il Comando non avesse dato troppo peso alle chiacchiere dei riportatori, che non erano altro che vili mercanti, avrebbero fatto assai meglio a custodire un po' più i suoi soldati austriachi, in distaccamento a Laipacco, che si abbandonavano ad ogni sorta di angherie approffittando della debolezza di qualche persona facile a cadere per un po' di tabacco o una sigaretta.  
Fui, per quel giorno, licenziato con 'L'ordine tassativo di badare a quanto mi 'era stato detto e minacciato. Uscii: non potevo più neppure raccappezzare i miei sentimenti.  
All'indomani ecco che un nuovo ordine mi obbliga a formare un'altra lista di tutti coloro che erano rimasti in paese; certo omisi i fuggiaschi ed i prigionieri raccomandandoli vivamente di restare nascosti in modo da non farsi vedere da anima viva; io stesso dovevo ignorare il loro nascondiglio per evitare guai.  Nonostante fui chiamato austriacante, spìa e spalleggiatore dei tedeschi.  
Era impossibìle poter comprendere la mia ambigua posizione, il mio martirio.  
Chi voleva recarsi da un paese ad un altro, doveva essere munito, oltre che della legittimazione, anche del passaporto che veniva rilasciato dal Comando locale previo pagamento di Kg 120 di materiale viveri. Da qui nuovi disordini fra la popolazione; si gridava contro     vili favoritismi e l'odìo contro gli austriachi aumentava accanitamente.

 

Ci venne intanto l'ordine di riprendere il lavoro   sui monti.  Non si trovarono più operai sicché il Co  mando credette opportuno infierire i suoi rigori. Le grotte, ed i boschi rigurgitavano di fuggiaschi, uomini, donne, prigionieri di guerra.  Tutti tentavano di sottrarsi alla dominazione barbara.
Un ordine per la requisizione del rame, delle 'pelli, delle lane, della biancheria da letto e personale e persino degli stracci, portò al colmo della desolazione quella gente già tanto depressa.  Gli operai, che erano stati raccolti col pretesto di lavorare i campi in quello di Villa Santina, erano stati inviati a Cortina d'Ampezzo in quel campo di concentramento dove la vita diventava una cosa orribile.  

Avvennero fatti veramente emozionanti: si videro madri trasciarsi fino alle porte dì quel castello di dolore per rubare i loro fanciulli, altri darsi alla fuga più difficile e diperata; qualcuno, nell'impossibilità di muoversi ormai, cadere sfinito e ammalato colla disperazione nel cuore di chi sa di dover morire senza il conforto di una parola.  
I gendarmi avevano il lo daffare nel ricercare i fuggenti e si abbandonavano a persecuzioni che non avevano tregua nè giorno nè notte, perlustrando le case da capo a fondo.  
Il Comando, ancora non soddisfatto di tutto ciò, andò un giorno in Clauli un plotone armato per esercitare un rigoroso controllo all'opera di gendarmeria.  
Il plotone, fermatori all'entrata del paese, fece ostruire tutte le strade poi penetrò di sorpresa nel paese stesso, invase tutte le case, tranne qualcuna... e tradusse i sospetti sulla piazza.  La mia casa fu la prima visitata dalla crudele soldataglia.  Anch'io figurai fra i presenti della piazza.  Chiesi da che cosa fosse stata provocata una tal mossa ed a che scopo.  Ebbi in risposta che ciò non mi riguardava e che non avevo diritto di muovere osservazioni di sorta.  Il mio compito colá sarebbe stato quello di identificare le persone intervenute.  Ecco là una povera donna con due piccini in braccio.  Il marito combatteva colle file italiane.  Ella era stata colpevole di aver mandato una mucca in montagna nel Comune di Sutrio ed era perciò venuta meno all'ordine che vieta lo scambio di merci da un paese ad un altro previo il consenso del Comando stesso.  In segno di punizione si decise. di portarle via la capra, unico sostegno che ancora rimaneva ad essa ed alle sue creature, ordinando a due soldati di andarla a prendere. Intervenni col dire che la povera donna non disponeva di null'altro, che le sue creature morivano di fame se loro non avessero perdonato La donna mi guardava cogli occhi pieni di lacrime, rivolgendosi agli austriaci con lo sguardo implorante e la voce piena di preghiera ella mi chiese quello che essi dicessero.  L'austriaco, inviperito, con fare arrogante mi disse:    "Ditegli che vada a sotterrare i suoi figli, cosi non occorrerà loro più nulla! ....”  Sbiancai di commozione e d'ira e col cuore straziato mormorai più che non dissi alla poveretta le crude parole, quella scoppiò in singhiozzi irrefrenabili.  I soldati lasciarono fuggire la capra che corse verso la stalla.  
 

Anche qualche fuggiasco cadde nelle mani di quella masnada e fu tradotto in piazza.  Tutti dovettero presentare la leggittimazione al Comandante del plotone che la osservò minuziosamente.  
Per ultimo ebbi l'ordine di provvedere a formare un deposito di viveri qui nel paese.  
Coloro che ricevevano il passaporto avrebbero dovuto versare 5 Kg di grano al Comune che l'avrebbe conservato nel deposito.  
Come sarebbe stato possibile ciò?  Vi erano di quelli che avevano camminato giornate intere peregrinando per il Friuli e se ne erano ritornati a mani vuote. Altri dopo aver trovato qualche cosa erano stati derubati lungo la via di merce e denaro dai soldati stessi.  Che cosa dunque si poteva pretendere da quei disgraziati che non possedevano nulla?  Fu necessario promettere tuttavia, ma impossibile mantenere.  

Mi propose ancora di espropriare i mulini che loro avrebbero messo al servizio un soldato fido.  Ma si poteva stringere un' contratto con persona privata per quella miseria di grano che si poteva disporre?  Avesse il Comando provveduto alla parte mancante e ad aumentare la razione giornaliera di 120 g. per persona e allora si sarebbe potuto effettuare il progetto.  Mi diede istruzioni sul modo di tenere i registri che io dovevo consegnare ad ogni richiesta e cosi fu fatto.  
Il Comando stanco delle fughe che continuamente verificavansi, in segno di punizione, effettuò una nuova requisizione bovina esigendo 5 animali più di quelli che loro sarebbe aspettato.  Fatte le mie rimostranze ebbi in risposta dal Comando di Paluzza essere sua intenzione disfarsi di Cleulis poichè quei fanciulli l'avevano preso a sassate un giorno che dilettavasi a pescare nel But.  
Nuova chiamata in casa del Curato ove trovavasi il Comandante austriaco.  Mi fece chiamare, disse, per dirmi che non era contento di me poichè non facevo il mio dovere con quella energia e quella prontezza che era richiesta.  Badassi bene ai casi miei e ricordassi che era lui il padrone di tutto e di tutti, lui era l'arbitro nostro e che , se voleva, ci avrebbe fatti fucilare tutti . "Oh meglio sarebbe morire subito d'un colpo che non finire lentamente Così dalle tribolazioni!" esclamai.  Compresi che quel lupo rapace mi ordiva qualche trama e tremai fin nel fondo dell'anima per i miei figli.  

(la signora Puntel da giovane)

Diffatti in capo a qualche giorno ebbi un invito dal Sindaco di Paluzza.  Dovevo presentarmi con tre compaesani dei più accreditati.  E’ la mia ora, pensai.  Strada facendo guardavo le cime dei monti come la mia estrema salvezza, il mio unico rifugio.  Ma il pensiero di ciò che sarebbe toccato alla mia famiglia, al sangue del mio sangue, ancora una volta mi trattenne e proseguii calmo e deciso.  
Arrivato in ufficio il Sindaco accompagnò gli altri tre dal Capitano.  Che cosa sia stato loro chiesto e che 'cosa abbiano detto non so, so soltanto che quando essi tornarono fui messo io pure in libertà e riconfermato nella mia carica.  Così ripiombai nello stato mostruoso, incerto ed oscuro.  
Il medesimo giorno fui ordinato dal Comando di Timau di trovare una compagnia di operai per poter dare il cambio a quelli che erano a Cortina d'Ampezzo e una squadra di donne per tagliare il fieno ch’era loro proprietà.  Pregai cercassero di trovare da soli certo che io non avrei assolutamente trovato.  Il Comando riunì parecchi uomini che erano rimasti in paese data la loro anzianità, col pretesto di offrire loro lavoro.  
In capo a due o tre giorni li fece condurre presso il Comando di Paluzza per farli partire alla volta di Cortina.  Intanto costringeva me a trovare braccia più giovani se si voleva che fossero messi in libertà i vecchi.  Donne non se ne presentarono, cosicchè, per castigo, fu portata via l'ultima vacca che ancora possedeva Micolino GioBatta.
 

 Arrivammo così ai 15 di Giugno.  In tal giorno seppi che molti soldati italiani erano stati fatti prigionieri sul Piave e che dovevano passare dalla Stazione della Carnia.  Fui informato che fra questi eravi pure mio figlio.  Cercai di ottenere dal Comando un passaporto per recarmi in Friuli dai miei parenti ma, forse intuita la cosa, mi fu risposto di ritornare domenica essendo necessaria in quei giorni la mia presenza costa.  
Ritornato a casa mia moglie, tutta in lacrime, mi esortava a partire ugualmente.  Ma il pensiero della punizione che sarebbe toccata alla famiglia vinse, rimasi silenzioso tutta la giornata.  Partirono in mia vece mia figlia Emma e mia sorella.  Esse camminarono fino alla Stazione della Carnia e giunsero che era già notte alta nelle vicinanze del ponte che attraversa il Fella.  
Pioveva e si fermarono, quando scorsero vicino alla corrente due ombre che scrutavano attraverso il buio e la pioggia in atteggiamento ansioso.  Il battito dei cuori forse avverti quelle quattro figure oppresse di duolo d'essere presso alla gioia.  Mia figlia dette un grido, un nome usci dalle sue labbra, il nome del fratello.  Il miracolo s'era compiuto, era lui, lui in persona, il mio caro figliuolo, salvo.  Un amico lo accompagnava ed erano avvolti entrambi in una coperta da campo per darsi alla macchia.  
                               (Crocefisso a Cleulis)

Mia sorella pensava non era cosa facile trarsi di lì senza essere veduti; la strada era vigilata da sentinelle austriache.  Bisognava evitarle ad ogni costo. Consigliò dunque i fuggitivi a seguire la strada per Moggio ove erano pure diretti gli altri prigionieri e da là poi seguendo le cime dei monti giungere a casa.  Le donne proseguirono per la strada donde erano venute.  I quattro poterono riunirsi sul ponte di Moggio, incamminaronsi poscia per le creste delle montagne verso Cleulis.  Inconscio di tutto io, collo spasimo del dubbio nel cuore, andai al Comando per ottenere il passaporto, non lo ottenni e alle due di notte partii alla volta della Stazione per la Carnia.  Dopo Tolmezzo, sulla strada, incontrai un mio nipote che, fatto lui pure prigioniero, era riuscito a fuggire, ma nulla mi seppe dire del figlio mio.  Mi consigliò di affrettare il passo perchè i convogli diretti a Moggio dovevano recarsi in Austria dove sarebbero stati internati.  
Camminai, camminai, le ali ai piedi ed il fuoco nel cervello e nel cuore.  Mi infiltrai tra la moltitudine dei soldati fermi alla Carnia chiedendo ansioso a destra e a sinistra di mio figlio.  Nulla.  Seppi da alcuni bombardieri che un convoglio era già sulla strada di Moggio.  M'affrettai a raggiungerlo: un soldato, udito il nome che frettolosamente affidavo all'uno e all'altro, mi avverti che colui che cercavo aveva già tagliato la corda e che io pure mi affrettassi ad andarmene. Tuttavia seguii il convoglio fino a Moggio dove dei conoscenti mi confermarono la buona novella.  
Mio figlio andava verso casa.  
  Senza por tempo in mezzo m'incamminai sui loro passi, varcai monti, valli, burroni e, non so come, arrivai alla mia abitazione sull'imbrunire dello stesso giorno.  Mia sorella, miei figli e l'amico erano arrivati da circa un'ora.  
Feci riposare e rifocillare mio figlio poi lo costrinsi a partire subito alla volta di Valcastellana e Zoufplan.  Lassù giunto, scavammo una grotta che doveva essere il suo rifugio e la sua perenne dimora.  
Ostruiva l'entrata una grossa pietra ricoperta di muschio ed erba.  Il nascondiglio era riuscito perfetto. Chi l'avrebbe potuto scorgerlo?  
Scorsi i giorni del mio permesso (5) ritornai al Comando colla trepidazione nel cuore.  Mi pareva che tutti dovessero leggermi in volto l'inganno giocato, la trama ordita.  Appena giunto infatti mi fu chiesto del figlio. Radunai tutte le mie forze e con assoluta naturalezza chiesi loro informazioni dato che io non ricevevo_notizie da qualche tempo.  "Voi avete una buona stella che vi protegge" mi fu risposto.  
Caddi dalle nuvole.  "Dove sono rifugiati i prigionieri che ci sono fuggiti?".  Risposi ignorarlo assolutamente.  Anzi invitai il Comando stesso a fare delle ricerche.

(giovani donne di Cleulis)

 Allora l'austriaco mi rimbeccò: "Venite qui a pregare che vi si dia píù da mangiare e poi mantenete tutti i fuggiaschi, tutti i malandrini, tutta la gente che commette ruberie ed incolpa poi i soldati".  Al che risposi che provasse ad esplorare valendosi della sua autorità, cosi potrà convincersi sulla veridicità delle sue asserzione.  
"Ebbene - scattò - da oggi chi vuole avere il permesso di recarsi in Friuli, dovrà portare al Comando 20 Kg. di ortiche che dovranno mandarsi nelle fabbriche di tessuti.  Inoltre i maestri dovranno accompagnare due volte per settimana gli alunni a raccogliere ossa, scatole vuote, stracci, vimini, foglie di frágole,. di tiglio, di lampone, ecc. che si immagazzineranno e faranno seccare all'ombra e all'aria e poi si spediranno in pacchi".  Per quel giorno non ci fu altro di importante.  
La mia povera testa non ne poteva più.  Pensavo!.. Dunque c'è la spia, la maledetta serpe che vuole la rovina di tutti e di me, esiste! .... Eppure quanto non avevo io lottato per il bene comune?  Quanti sacrifici di - tempo e denaro non avevo io superato?  Ed ora ricambiato così?.... Pensavo! .... Quanto non avevo soccorso, aiutato a nascondersi a travestirsi, a fuggire?.... Quanti non avevo salvato? .... Quanti incorraggiati, appoggiati contro i birri e le spie? ....  
Oh giusto Iddio, misericordia infinita, getta la tua luce sul vile mercante dei suoi fratelli, che io lo veda prima di morire, che io lo strozzi colle mie mani, l'infido!  
Ecco.  Una comitiva di cinque prigionieri tentano la fuga attraverso la zona invasa, attraverso la zona battuta, vogliono guadagnare la frontiera, vogliono rientrare nella patria Italia.  Il giorno dopo la partenza un meccanico, assistente militare degli operai civili, trovati i cinque mancanti all'appello, li fa rincorrere, li sorprende, li raggiunge.... Ed era italiano ...  
Informai del fatto mio figlio e lo esortai a stare nascosto, da non farsi vedere da nessuno, lo pregai di rimanere ritirato più che gli fosse possibile, lo incuorai, gli dissi volerlo forte e coraggioso, l'avvertii ad essere pronto ad ogni sorpresa, gli insegnai, nuovi rifugi e nuove strade in caso di pericolo.  Un giorno una pattuglia di gendarmi visitò il luogo e sarebbe andata male se non si fosse salvato con la fuga.  
E poi quanti giovani non venivano di notte tempo a chiedermi informazioni sul pericolo che li minacciava?  Povera gioventù! .... Affamati erano, macilenti, sfiniti, malcoperti, laceri. Eppure qualcuno non sentiva la pietà che essi destavano, non sentivano l'affinità d'indole e di carattere, non sentiva la dolcezza che ci lega nel dolce idioma d'Italia.  Siano maledetti quelli che non ebbero un palpito per i fratelli in tale avventura.  
                                                                                                              
Chiamato al Comando per la requisizione bovina, altri 6 capi in più furono presi a Cleulis per castigo; dovetti procedere alla contrattazione del quantitativo del foraggio.  Chiesto 700 quintali e non ne ottenni che 300.  Si stabilisce che chi non ha fondi propri si rechi al Comando per farsi assegnare il sito dove falciare.  Nuovi disordini, nuove ire e risse dei non proprietari contro i benestanti.  
Il trasporto del foraggio poi, che doveva essere fatto tutto a forza di braccia e schiena colla debolezza fisica delle persone dovuta alla mancanza di nutrimento, rendevano le cose addirittura inconciliabili.  Ci si perdeva la testa.  Pareva di navigare in un caos.  
Fui nuovamente chiamato al Comando quando vi fu da mostrare la quantità di ortiche immagazzinate nella frazione.  Immaginate quale furia si scatenò quando dovetti dire non essercene affatto.  Le ortiche erano state raccolte e mangiate in primavera e per raccogliere quelle che vi erano sul monte Terzo e in Pramosio era necessario un giorno di lavoro.  Come poteva far ciò una persona, denutrita come erano tutte allora, che doveva poscia recarsi a peregrinare per il Friuli fino a Latisana ed oltre, vagando 5 o 6 o 7 giorni in cerca di cibo, spendendo e forze e tempo e denaro spesso infruttuosamente.  
Dopo aver consegnato circa 200 quintali di fieno a questo Comando fu ordinato di regolarizzare tutti i buoni e portarli al Referente di agricoltura in Tolmezzo. ove, forse, sarebbero stati pagati.  Consegnammo tutto il richiesto ma ci fu risposto che i denari verranno mandati per posta.  Inoltre requisita, elencata e valutata la biancheria civile spedimmo il doppio elenco al Commissario civile di Tolmezzo.  Il Comando di Paluzza mandò a ritirarla a mezzo di un carro accompagnato da un Sergente Maggiore.  Al momento di pagarla nessuno voleva saperne.  Giocarono un po' a scaricabarile e a noi non rimasero che i buoni in cambio della nostra biancheria..  
Ancora più mi convinsi essere l'esercito una banda di ladroni.

 In questi tempi io mandavo mia figlia Emma dai miei parenti del Friuli, con regolare permesso e l'autorizzazione di viaggiare in treno, a prendere il grano.  Un giorno ella, trovata la merce, recatasi alla stazione per il ritorno fu spogliata della roba acquistata e,del passaporto.  Ritornò a casa a mani vuote.  Feci reclamo al Commissario civile di Tolmezzo ma poi dovetti decidermi a ripartire a piedi per la campagna e pei sentieri fino a Pantianicco ove trovai altri 60 Kg. di grano che doveva servire a sfamarci del lungo digiuno. 
    Dopo qualche tempo, munito del passaporto facoltativo e dell'autorizzazione di andare in treno, prepara i per un secondo viaggio le mie due figliuole, la Emma e la Rita di anni 14, perchè badasse alla merce nelle eventuali brevi assenze della sorella.  Ed eccoci al fatto più grande ed intenso di questa mia vita di guerra. Eccoci al fatto che mi procurò un dolore che morirà con me. Dunque la mia Rita partiva per non ritornare più.  Povera creatura mia!  Era tutta in festa per la partenza, ella andava a vedere luoghi mai veduti, non si era mai allontanata da casa, e fu quello il suo primo ed il suo ultimo viaggio.

Emma mi disse che la piccina, durante il cammino, aveva accusato dolori al capo.  Giunte a destinazione la sera, Rita non aveva il suo solito umore faceto.  Cenarono ed andarono a coricarsi nella stalla.  Il tempo imperversava.  All'indomani la mia creatura non poteva alzarsi, aveva la febbre. 
 
Emma, comperato il grano, si recò alla stazione di Pasian Schiavonesco per sapere se potevano prendere il treno anche nel ritorno.  Gli fu risposto negativamente.  Quando ritornò trovò la sorella in peggiori condizioni; fu chiamato il medico il quale trovò la febbre altissima e dichiarò trattarsi di una polmonite doppia e proibì di muovere la ragazza. Allora la mia figlia maggiore affidò l'ammalata ai parenti e si dispose a ritornare sola a piedi.  Il maltempo infuriava; l'Emma impiegò tre giorni ad arrivare a casa. 
 
Intanto la mia Rita moriva. 

 Ella ritornava in quel giardino ove angioli l'avevano vista partire quando nacque!  
Saputo dalla figlia maggiore in quali condizioni avesse lasciato la piccola, presagii subito una sciagura irreparabile.  Fu così forte il mio dolore che credetti di perdere la ragione.  Ero a letto colla febbre e la medesima malattia della mia povera figliola. 
 
Mandai perciò la Emma provvista di denaro a trovarla.  Troppo tardi, la piccina spirata il 19 ottobre, ebbe sepoltura il 20 stesso mese.  Credetti non poter sopravvivere allo strazio di non rivederla più ed eternamente sarà vivo e profondo il solco che mi ha lasciato la sua dipartita.  Povera cara!  Avrò conforto quando potrò giungerti nel regno dal di là!  
E fu in quei giorni che il Comando austriaco. provvide a requisirmi una mucca da latte che mi serviva per l'allevamento di 9 porcellini, poichè la madre di questi male nutrita non aveva di che sfamarli.  Due maialetti perirono poco dopo di fame.  Questo era l'ordine importato dalla grande insuperabile Germania e dall'Impero austriaco.  
La mia Emma ritornando mi consolò dicendomi che la povera morta aveva avuto tutte le cure, non era mancato ad essa nulla di quanto aveva desiderato.  Ebbe un bel funerale e decorosa sepoltura.  Piccina, ma non vi furono i tuoi a darti l'ultimo addio. La mia Emma aveva portato il nostro bacio sulla tomba della fuggita per sempre.

Il Commissario di Tolmezzo frattanto mi avvertiva di aver potuto ricuperare la merce perduta nel Fríulí dalla mia Emma.  Andai a prenderla e la portai a Casteons da un mio cognato.  Il giorno 28 Ottobre ero sulla strada con mia figlia ed una donna diretti ad andare a caricare detta merce.  La via era ingombra di truppa in ritirata.  Prima di arrivare a Laipacco trovammo un Ufficiale austriaco con un sottouffíciale e due soldati che mi chiesero dove andassi.  Risposi il vero, mi offersi di servirli se per caso avessero qualche ordine da mandare a Paluzza.  Mi dissero che volevano trovare: formaggio, lardo, uova e biancheria.  "Non c'è che miseria e fame qui" e mi incamminai per la mia strada.  L'Ufficiale mi richiamò, voleva sapere se vi erano autorità in Cleulis.  "No - gli gridai - tutto dipende dal Comando di Timau e dal Sindaco di Paluzza".  
Non si incontravano che soldati carichi di sacchi da campo, chi trascinava colonne di buoi, chi rincorreva galline, conigli, tutto ciò che passava sotto i propri occhi.  
Erano assai affamati e sfiniti!  Rubavano tutto ciò che vedevano, devastavano, appiccavano il fuoco nella campagna.  Sotto la chiesa di San Daniele vidi un esempio particolare di ciò.  Era una grande fiera di animali fuggenti, di persone che correvano.  Una vera Babilonia!  
Arrivato alla casa dove era depositata la mia roba ne chiesi subito al padrone.  Questi alle prese con due o tre soldati mi fece cenno di tacere e di attendere.  Infatti, venuto il momento buono, andammo a scavare il sacco di grano che era stato nascosto nella terra di un campo vicino; caricai le donne che presero la mulattiera di Cercivento che segue la costa del monte ed è nascosta a silenziosa per arrivare a casa.  
Sulla strada del Moscardo si vedeva ammassarsi una folla infinita di uomini e di carri e noi si stava a guardare colla speranza nel cuore, senza una parola.  Il sangue non affluiva che lentamente al cervello.  
Io dovetti rimanere ad aiutare il padrone di un cascinale a sloggiare i pochi animali che gli erano rimasti e nasconderli nelle trincee per sottrarli a quell'orda di affamati.  

 (settembre 1998 - cima del Freikofel: la cagnetta di Lindo Unfer osserva le cime)

A casa trovai tutti in lacrime.  I soldati avevano rubato i maiali.  Erano quattro, mi spiacque perchè avevo deciso di cambiarli nel Friuli con tanto grano.  Senza indugio presi l'unica armenta che mi era rimasta nella stalla e la portai sulla montagna.  
La notte avanzò tetra ed oscura piena di ombre sinistre.  Alle 24 circa sentii picchiare di fuori, ascoltai: si bussava ad una casa vicina.  Chiamai mia moglie che si alzò ed andò alla finestra a vedere. 
 
Con il viso contraffatto dalla paura balzò indietro e correndomi vicino mi disse appena con un fil di voce: "Cinque o sei soldati tedeschi, con un lume in mano, bussano ad una porta vicina col calcio del fucile.". ' Mi vestii in fretta ed andai ad accertarmi del fatto. 
 
Apersi la finestra e gridai come un forsennato due o tre volte: "Chi è là, chi è là?" Quegli uomini parlavano forte ed io potei comprendere trattarsi di Bosniaci o Ungheresi.  Riuscirono a penetrare in quella casa e poco dopo vidi confusione nelle stanze del piano superiore.
 
Le donne seminude invocavano aiuto e mi chiamavano per nome.  Il rumore della pioggia scrosciante, frammiste a quelle grida disperate ed al rumore dei passi ferrati sulle scale e sul pavimento di quei malandrini, mi ferivano le orecchie, mi laceravano l'anima.  Gridai più forte in tedesco, bestemmiai anche: "Non ci sono tedeschi qui".  Mi rispose una voce: "Io so ben il tedesco,,' attendete a casa vostra voi e non badate a ciò che succede nelle case altrui; dopo verremo anche da voi, non dubitate".  Intanto vedevo nella stanza schiaffeggiare le donne che tentavano di vestirei meglio.  
Chiesi ancora da chi avessero avuto ordine di entrare nelle case se i Comandi se ne erano andati.  La voce di prima si fece intendere spiegando: "Ci abbisogna biancheria per i nostri compagni malati e queste cagne non ce la vogliono dare".  Affacciatosi nel mentre alla finestra buttava al compagno che sotto reggeva il lume un pacco di indumenti.  Ordinai ai miei figli di alzarsi e rinchiusi anche mia moglie in una stanza riparata e lontana raccomandando il silenzio assoluto.  Io scesi al pian terreno ed attesi armato di bastone le canaglie.  Non vidi nessuno; dopo qualche tempo uscii sulla strada: niente, non c'era anima viva.  
 

 (la chiesa di Cleulis)

Sembrava che il paese fosse tutto morto.  Risalii nella stanza dove erano i miei cari. rannicchiato in un angolo, muti,pieni di freddo e di spavento non si sentiva che il battito dei loro denti.  
La casa invasa era quella di mia zia, la chiamai e la consigliai a non fare resistenza che non sarebbe valsa che a prendere ancora botte.  Riscesi in attesa dei ribaldi che avevano abbandonato la prima preda e stessi ad aspettare armato di bastone circa un quarto d'ora: nessuno si presentò.  Feci alcuni passi nella strada e vidi che la casa canonica era in movimento, c'era il lume.  Pensai: si sarà alzato il Curato, mi avvicinai sentii una conversazione concitata che attribuii all'intervento del medesimo per far cessare quegli atti violenti.  
Il mattino seppi invece quanto era accaduto.  Il Curato chiuso in cantina e la donna di servizio bastonata e maltrattata aveva parecchi lividi ed ammaccature sul viso e sul corpo.  
Oh perchè non fummo presaghi che stavano per andarsene?  
Sarebbe stata quella l'ora della nostra vendetta!  Chi lo sapeva che domani saremmo stati nuovamente liberi, padroni di respirare e di vivere?  
Oh attendevamo col fucile in mano e il tricolore sul cuore quest'ora! Perchè non ci avete avvertiti fratelli?
 
A
noi non ci fu dato che soffrire!  Per noi non vi fu vittoria. L'alba della vendetta si dileguò prima di sorgere! Il mattino italiano però fu salutato da una esultanza sconfinata e soprannaturale.  Questo si!  
Oh Italia Santa, Italia Benedetta! "

Cleulis - 1 dicembre 1919 

 

 (la musica di sottofondo (Tapum) ci è stata gentilmente inviata da Claudio del Gruppo A.N.A. di Campodarsego PD)

  siti interessanti sulla grande guerra:  http://digilander.iol.it/mcbt73
                                                          
www.grandeguerra.com