Ciò che noi donne esprimiamo oggi nel campo del lavoro, 
della professionalità, dell'arte, della poesia, nel passato lis feminis 
di Cjargne lo hanno manifestato e compreso in un'unica espressione: 
la forza, la tenacia e la dedizione alla famiglia e al proprio paese.

 

Fatica, coraggio e tenacia: la quotidianità della speranza.


     

 

 
 



Gina Marpillero

 

Volevo chiederle di poter riportare sulle pagine di "Donne in Carnia" qualche suo racconto o poesia.
Ho conosciuto così Gina Marpillero, al telefono. Disponibile e schietta, si è definita  "donna semplice". Certo,  ma di quella  semplicità - le ho voluto replicare - che nasce da un animo ricco di umanità.
Leggendo le sue "cronache" di vita, abbiamo capito che il suo passato non si è svolto dietro i vetri di una finestra, perché tutto, uomini, natura e oggetti sembra siano entrati dentro di lei, tanto li ha saputi ascoltare. 
Altrettanto intensamente, ma con linguaggio sciolto e naturale, ce li ha voluti trasmettere.


 

Gina Marpillero, nata ad Arta, in Carnia, dove ha vissuto fino a 20 anni , ha scritto molto - per nostra fortuna - sulle donne carniche. Il suo volume più noto: "Essere di paese", edito da Mondadori nel 1980 (premio Nonino Risit d'Aur), ha visto recentemente la ristampa.
Con la casa editrice La Nuova Base di Udine, pubblica nel 1984 "Int e pinsîrs a slas" - Gente e pensieri in disordine -,
poesie in lingua friulana.
Nel 1989 con le edizioni Studio Tesi di Pordenone,
"Storie di cortile e di corriera", racconti in lingua italiana.
Altro libro di poesie friulana per le edizioni Chiandetti di Udine nel 1994: "Aghe c'a cor" (Acqua che scorre).
Nel 1997 pubblica "Mê Mari 'a diseve" (Mia madre diceva)
Nel 2000 il libretto di poesie in lingua italiana "Avere vent'anni oppure ottanta", Doretti Editore, Udine; altra sua opera:
"Novecento Friulano", per l'editore Biblioteca Dell'Immagine.
Appena uscito alle stampe: "Donne Friulane" - Ediz. Biblioteca dell'Immagine.

Dal volume
 "Essere di paese":

 

Uomini e mestieri
  "Che gli uomini del paese partissero ogni primavera mi sembrava una cosa naturale. Che andassero a lavorare a Parigi, a Bruxelles, a Marcinelle o a Zurigo mi sembrava una cosa normale. Non ho mai pensato che avrebbero potuto portarsi dietro anche le mogli. Vedevo queste partenze come un andamento stagionale giusto.
Il mio era un paese povero, e, non avendo mai abitato in uno ricco, pensavo che per gli uomini partire a Pasqua e tornare a Natale fosse un destino e basta.
Gli uomini nella primavera sospendevano i lavori nelle proprie case. Rimaneva a metà una parete da "stabilire" (tirare a malta fina), rimanevano muri di nudi sassi grigi a malta grezza. Al loro rientro i lavori riprendevano di colpo come fossero passati solamente dei giorni e non un anno intero, e alle volte anche di più.
Gli attrezzi: il badile, la carriola, il martello, la cazzuola, sistemati con grande cura nel sottoscala, riprendevano vita.
Le case in Carnia le ho sempre viste fatte a rate. Le ho sempre viste con quelle finestre vuote nei piani superiori, come occhi che guardano lontano, in attesa che il padrone ritorni per sistemarle.
Quei buchi sempre provvisoriamente chiusi con delle tavole (squarz) inchiodate dal di dentro e appoggiate sullo stipite sottostante, facendo uscire dalla finestra come una frangia sgangherata di tavole irregolari sporche di malta.
I cortili delle nostre case li ho sempre visti con dei grandi mucchi di sassi, di ghiaia e di sabbia. erano i punti di incontro di noi bambini. Erano le nostre spiagge.

 

"Come mai Maria di Narde ha una casa così grande e lei è sempre sola?" domandavo a mia madre.
"E' sola proprio perché la casa è grande. Tutti i suoi uomini, marito e i due figli sono all'estero: Ci vogliono soldi per fare una casa". Ma Maria la casa l'ha fatta quasi da sola! Il materiale l'ha portato vicino tutto lei. Andava al greto del fiume, che era ancora notte, a prendere sabbia per le malte fine, ghiaione e sassi; andava alla segheria per il legname, a Tolmezzo per la ferramenta e sempre tutto con la gerla.
Quando la gerla era carica, camminava con la testa bassa per vedere dove metteva i piedi e, quando, ritornando al fiume, la gerla era vuota, tirava fuori i ferri da calza e camminando lavorava. Erano sempre calzetti di lana bianca per i suoi uomini. Li faceva di lana perché assorbivano meglio il sudore.
Quando passavo davanti a quella casona doppia della Maria di Narde, quattro stanze a pianterreno, quattro al primo piano e quattro al secondo, che funzionavano da granaio, mi pareva di vedere questa donna che  ininterrottamente scaricava la sua gerla di sabbia e di sassi e ripartiva verso il fiume nella poca luce dell'alba, ancora prima che suonasse l'Ave Maria, fino alla sera all'imbrunire.
Con questo essere tre mesi a casa e nove in Francia, o da altre parti, non poteva crearsi fra i coniugi un grande affiatamento affettuoso.
Raccontava mia madre, a questo proposito, che proprio la Maria che aveva dato anima e corpo per la costruzione di quella sua grande casa, era rimasta come svuotata da ogni sentimento, considerato superfluo.
Lavoro, stanchezza e sfinimento mandano a farsi friggere anche l'amore. Si ha un bel dire, ma quando uno è stanco non ha voglia di stupidaggini.
Una sera, sotto le feste di Natale, la Maria sente battere alla porta della cucina (in generale non si chiudevano mai le porte): "Chi è?". "Sono io, Pieri" dice il marito, che tornava dalla Francia dopo un anno di assenza. Maria, sempre dalla sua camera, senza muoversi, risponde: "Vedi lì Pieri, sul spolert (cucina economica) c'è un piatto di minestra di fagioli che mi è rimasto a mezzogiorno, riscaldala; se il fuoco è morto, gli stecchi sono nella cassa dei legni, come sempre"
.
 

  Pur con questa freddezza di rapporti fra coniugi, malignava mia madre, a Natale venive sempre "imbastito" qualche bambino, che nasceva regolarmente nel settembre, ottobre dell'anno successivo.
Certi mariti facevano alle volte due stagioni legate insieme, cosicché trovavano i figli cresciuti, dai due passavano ai quattro o dai quattro ai sei anni, ed era una bella differenza.
Albin di Zie, tornato appunto dopo un'assenza di due anni, trattenuto a Zurigo per un lavoro continuativo importante, trova suo figlio diventato grande: L'aveva lasciato che aveva due anni e il bambino non lo riconosce.
In questi due anni di assenza del padre il piccolo aveva sempre dormito nel lettone con la madre. Un lettone con il materasso (paion) gonfio di foglie secche, le foglie delle pannocchie del granoturco. Al rientro del padre, il figlio viene trasferito in una cameretta attigua.
Al mattino dopo il bambino è tutto indaffarato a disfare il letto e a smuovere, dalla parte dove dormiva lui, il materasso, gettando disordinatamente, con disprezzo, su tutto il pavimento le foglie. "Che cosa diavolo stai facendo?" gli dice sua madre. "La notte scorsa è venuto quell'uomo a dormire nel mio posto, io non voglio che ritorni anche questa sera!".
 

Da piccola non ho mai sofferto per il fatto di non avere il padre, perché non vedevo mai "padri". All'infuori del sindaco, del segretario, del medico, del maestro, che erano dei veri padri, tutti gli altri erano o nonni o uomini "dispossenti".
Il padre contava poco, per quello che è rimasto nel mio ricordare l'infanzia. Quando erano a casa parevano degli estranei, erano come provvisori e il più delle volte consumavano buona parte del loro tempo libero all'osteria.
Ho avuto addirittura pena per certe mie compagne che per tre mesi all'anno avevano il padre a casa.
Erano impegnati, sì, nei lavori di rifinitura della casa, tirar su pareti, "stabilire" muri grezzi, dare il bianco, andare nel bosco a far legna, ma alla domenica bevevano: Vedevo le mogli costrette ad andare per le osterie; prima chiamarli da fuori con le buone, poi entrare e tirarli per la manica della giacchetta, pregarli e supplicarli, perché tornassero a casa, affinché la "scimmia tirata su" non diventasse più grave.
Andavano e tornavano magari per una vita intera fra Arta e Parigi, ma di Parigi ho sempre sentito parlare con entusiasmo e con una vera conoscenza solo de "la Gare du Nord". Era evidentemente il punto fisso che li teneva legati. "Gare du Nord - Paris - Stazione per la Carnia - Arta", da una stagione all'altra.
 

Menaus

Oltre ai muratori, migratori ad ogni stagione, c'erano anche i menaus, lavoratori del legname. Per diversi mesi all'anno vivevano nelle baracche, nei boschi dell'Austria e della Germania.
Il loro lavoro era quello di preparare gli abeti, di ridurli a taes (tronchi). Prima naturalmente abbatterli, poi spogliarli dei rami, pulirli della corteccia per renderli più scivolosi, ridurli quindi a tronchi di eguale grandezza e trascinarli a valle uno a uno, se il terreno era irregolare. C'era poi il sistema, molto pratico, detto della lisce: una specie di pista fatta di tronchi, uniti fra di loro nel senso della lunghezza e tenuti insieme con dei ganci di ferro, sistemati in una zona di forte pendenza, precedentemente ripulita di qualsiasi arbusto.
In questa pista i tronchi scivolavano con una velocità e un'allegria che pareva quasi si divertissero.
Quando nei boschi, intorno al mio paese, c'era una di queste "sagre del legname", al momento del trasporto a valle con il sistema della lisce, andavo anche io a vedere, come si fosse trattato di una vera gara sportiva fra i tronchi; parteggiavo per quello che arrivava a fondo valle per primo e pativo per quelli che si mettevano di traverso, perché ostruivano il passaggio e prendevano colpi e contraccolpi da tutte le parti.
 

Raccontava mia madre che i menaus lavoravano, si può dire, giorno e notte. Il racconto che mi faceva a questo proposito lo sta a dimostrare, anche se sembra un pò esagerato.
Quando un menau andava a dormire nella baracca, attaccava il cappello ad un chiodo e quando si alzava per ritornare al lavoro, il cappello dondolava ancora al chiodo.
"Che cosa mangiavano i menaus?", chiedevo a mia madre. "Sempre polenta e formaggio e, per cambiare, formaggio e polenta". Quando la polenta che si faceva in casa riusciva dura, la mamma diceva: "E' come quella dei menaus". La loro polenta doveva essere durissima, perché doveva durare per diversi giorni. "E non mangiano mai radicchio?", chiedevo. Mi pareva dovessero desiderare qualcosa di verde e di fresco.
"Nei boschi non cresce il radicchio e allora mangiano solo polenta e formaggio, per mesi e mesi". Lo diceva con una severità e una rassegnazione che mi pareva quasi una cattiveria.

Ho sempre visto gli uomini che partivano vestiti di scuro, forse era il vestito del giorno delle nozze.
Le mogli li accompagnavano al trenino che li portava fino a Tolmezzo, per proseguire poi per la Francia o per l'Austria. La valigia nella gerla, messa in piedi, mezza dentro e mezza fuori.
 Il fazzoletto un po' abbassato sugli occhi, non con colori allegri e fiorati, ma se mai sullo scuro. Gli occhi rossi per avere pianto, ma non si dovevano far vedere, era una cosa troppo frivola e perciò il fazzoletto si teneva basso.
 Gli uomini, nell'attesa del treno, si comportavano come se fossero già partiti. Se trovavano, come succedeva spesso, dei compagni di viaggio, buttavano giù qualche parola in francese o in tedesco a seconda di dove andavano. Era come se appartenessero ormai a un'altra nazione. Le mogli che rimanevano lì in attesa della partenza, diventavano via via quasi delle estranee; alla fine un bacio frettoloso ed un semplice mandi (ciao). Non era bello far vedere agli altri un comportamento troppo affettuoso. Mi ricordo di aver visto gli uomini che partivano quasi sostenuti e le mogli che si affrettavano verso casa, forse per poter piangere liberamente da sole." 

"Partenza dell'emigrante" e  "Donna con la gerla" (Claudio Brollo)

 

 

Dolores Job

  "Ci siamo nutriti di una cultura orale nella quale le parole erano apaci di interpretare le realtà, visibili ed invisibili, come recitavamo a catechismo. Nessuno ci aveva insegnato a far coincidere quel mondo orale con un segno scritto.
Siamo stati istruiti invece in una lingua che possedeva anche i segni scritti, ma faticavamo a farli coincidere con la nostra realtà.
Così ci troviamo divisi fra due mondi: l'antico che pian piano sta diventando un immaginario dell'anima e il nuovo del quale possediamo anche i segni scritti ma è senza eco."
 
Così Dolores Job, nella prefazione al libro "Il pan dai muarz", "nato - come precisa - dalla gente di Illegio", una suggestiva raccolta di  ricordi e racconti su personaggi e consuetudini del passato, scritta intercalando l'italiano con la parlata del luogo.
Dolores, con le sue opere, è un importante punto di riferimento per la memoria storica ed umana del  paese in cui vive.

Il    Nono    Pelorosso

  Mondare i fagioli secchi, in inverno, seduti attorno alla panàrie, era molto bello, soprattutto se a raccontare fiabe era la gne Gjn.
"Il nono Pelorosso al ere lât a cjarvonâ in Làudrias".
Noi conoscevamo a memoria la storia del nono Pelorosso, ma l'ascoltavamo ogni volta con stupore nuovo perchè la gne Gjn era una gran narratrice: faceva pause ad arte, strascicava le parole in lunghe espressioni di meravigli o di sofferenza, imitava la voce del vento nel bosco e il verso degli animali selvatici, ripeteva scongiuri e formule magiche con lo stesso candore con il quale intimava poi di recitare le preghiere salendo le scale al buio per andare a letto, "cussì j no veis poure".
In Laudrias il nono Pelorosso si recava spesso a fare carbone. Amava quel bosco, la luce del sole che di giorno si faceva strada tra il fogliame fitto e le presenze invisibili che la notte popolavano, lui ne era certo, tronchi e anfratti.
"Une volte al veve jodût insomp da mont ancje l'omp salvadi. La sere, dopo vei passût la poate, al meteve a rustî las cartufolas sot la cinîse".
Di solito ingannava l'attesa recitando il rosario.
Quella sera si sentiva inquieto, aveva acceso la pipa e si era seduto sulla soglia della capanna a guardare il bosco.
Le ombre tra gli alberi erano viola, tra breve il buio fitto avrebbe richiamato il bosco ad una forma di vita più reale di quella che si svolgeva alla luce del sole. Capì che anche per lui sarebbe stato così e si sentì smarrito. Gli anni della vita gli si srotolarono dinanzi.
"Al ere nassût a miec' di che âti secul, saveiso", diceva la gne Gjn con voce grave.
Non aveva frequentato molta scuola, ma con l'intelligenza e l'ingegno e un certo spirito di osservazione aveva imparato ad adattarsi a tutti i cambiamenti che erano sopravvenuti in paese ed altrove.
Nei cantieri lungo il Gail, la Drava e il Danubio e poi nelle province più lontane dell'Impero, aveva lavorato fin da bambino.
La vita era difficile, il lavoro durava da un lusôr a l'âti, dal chiarore dell'alba fino al tramonto; lui, per fortuna, era robusto nel fisico e rapido nell'apprendere, tanto che pian piano aveva percorso tutte le tappe dell'apprendistato ed era diventato palîr, capomastro.
Ogni tanto portava a casa e mostrava con orgoglio, le foto degli edifici che andava costruendo nell'Impero.
"Rotbart, Pelorosso, a mi disint ancje chinti là", e ridendo scuoteva la sua maestosa testa rossa.
Adesso le forze erano calate e i capelli avevano perso il loro splendore fulvo, tra breve lui sarebbe stato Pelorosso solo nel ricordo.
Certo i tempi erano mutati e lui non si raccapezzava più. Era cresciuto sapendo che tutto aveva una sua collocazione, dove anche lui, semplice Pelorosso, aveva una funzione, umile, ma non meno importante di quella che svolgeva a Vienna l'Imperatore.
Aveva visto l'arrivo degli italiani nel '66 e poi la grande follia, la guere cuintri che ch'a nus vevant dât lavôr e pan fin ta di prin, come si diceva in paese.
Fra tutti gli sconvolgimenti quello gli era parso il più sinistro perché avrebbe sicuramente rovesciato il mondo.
Forse neppure il bosco sarebbe stato più quello di prima; le nuove idee arrivavano fin quassù e nessuno avrebbe più creduto che la natura avesse un'anima, gli spiriti se ne sarebbero andati e nessuna voce avrebbe più parlato dalla cavità degli alberi. Il Pelorosso tirò l'ultima boccata dalla pipa e rientrò nella capanna.
Sentì allora qualcuno (o qualcosa): "J sei pierdût ta chest boscùt"...
"E' certamente il mio fantasticare di questa sera", pensò e si chinò a togliere le patate dalla brace.
"J sei pierdût ta chest boscùt" . . .Tese l'orecchio perché stavolta aveva sentito distintamente l'invocazione di aiuto.
"J sei pierdût ta chest boscùt", sentì per la terza volta.
Allora spalancò la porta della capanna:
"Vegnît su, vegnît su daûr dal lusôr", gridò nella notte.
Un signore distinto, un forest vistît di neri e cu la cane sul cjâf, gli si presentò dinanzi.
"J no seis di chenti", disse il nono Pelorosso, altrimenti non vi sareste perso".
"J ven da chinti jù e sore sere j ài pierdût il troi", rispose l'uomo.
"Po ben, cumò servisi da mangjâ, ce cha l'è gno, al è ancje vuesti. J ài cartufulas cuetas sot la cinise".
L'uomo vestito di nero non si fece pregare due volte e si chinò per prendere le patate. Il cilindro gli cadde per terra e il Pelorosso vide due corna spuntargli dal capo.
"Deus in adjutorium meum intende", gridò allora facendo un gran segno di croce con la corona che, rapido, aveva tirato fuori dalla tasca. Il diavolo, lanciato un grido acuto, raggiunse con un gran balzo il bosco e fuggì.
"Al à petât yn gran sâlt e ciulant al è lât ju pas Palas Celanz".
E concludendo la sua storia la gne Gjn rifaceva il sibilo del diavolo che fuggiva dalla capanna del nono Pelorosso.
Nella cucina non si sentiva più il rumore secco dei baccelli che venivano aperti; le mani ferme appoggiate sulla panarie, ci perdevamo nelle storie da gne Gjn e sognavamo anche noi il nono Pelorosso tentato dalla tristezza e dal demonio.

 

 

"Las Roseanas"

"Diseit ancje l'ato di fede, sperance e caritât", ci ricordava la mamma quando avevamo finito di pregare. Il soprappiù richiesto ci divertiva; per noi l'atto di carità era l'at di caritât tal sac e ci ricordava las Roseanas.
"A ven la buere" a diseve la int, "cha rivant las Roseanas".
Arrivavano ad autunno inoltrato, quando la stagione dei raccolti era terminata, a cercare farina, fagioli o burro cotto e si fermavano qualche giorno, per poi ripartire e ritornare l'anno successivo.
Avanzavano recitando preghiere e giaculatorie con un flusso ininterrotto. Le sentivamo da lontano, poi, a mano a mano che si avvicinavano, il mormorio si faceva sempre più distinto. 
"Dainus alc pa l'anime dai muarz"
, e aprivano il sac aspettando la caritât di un migiut di farine o di un pugno di fagioli secchi. Si sedevano atòr il fûc da agne Clemente, allampanate e vestite di nero cul fazolet sot la gôse tanco bôgas, secondo l'usanza delle loro vallate.
La notte dormivano sullo strame, nel tepore delle stalle.
Non provavano vergogna a cerî la caritât perché nei poveri il gesto di chi chiede è naturale come il gesto di chi dà.
Anche la agne Clemente era povera. La sua tavola, persino nei giorni di festa grande, era spoglia come un altare pronto per la messa. Stava addossata alla parete accanto alla panca del focolare, con sopra il quadro del Sacro Cuore e la foto del figlio, disperso in Russia, infilata tra lastra e cornice.
Davanti a quelle immagini sacre la agne Clemente consumava i suoi pasti e la sua vita.
Neanche in tanta povertà, frâris a cerî ont o Roseanas, uscivano a mani vuote dal suo fogolâr. Alle donne della Val Resia la legava il medesimo destino di fatica e sopportazione. Erano sempre le stesse che arrivavano da lei e si sedevano attorno al fuoco accompagnate dal nono di Dordole.
L'anziano era il responsabile del gruppetto di donne che si fermavano in una casa o in un cortile.
Il cibo da spartire era poco, e allora la agne Luzie e il nono di Dordòle mangiavano nella stessa scodella, condividendo anche l'illusione di averne avuto di più da una quantità indivisa.
"Il nono di Dordole al'è san", diceva la agne Luzie, "ai mancjant dome i dinc".
Lui ricambaiva svelando i segreti delle erbe salutari e degli scongiuri che liberavano dal malocchio.
"Faseit l'inchin denant dal saudâr ch'a è la plante da salût". diceva alle donne mostrando il sambuco in fondo al cortile.
Una volta, prima di partire, las Roseanas e il nono di Dordole avevano improvvisato sot il tistignâr la recita di Santa Genoveffa.
Era il primo "teatro" che vedevamo e ogni frase o gesto erano pieni di fascino.
La agne Clemente, la agne Luzie e la none Vuite conoscevano molto bene le vicende della Santa e partecipavano con suggerimenti ed intervenendo dove necessario.
"I vesi saltât il toc dal bosc, alì che Gjenovefe a si nudris cul lat da cerve", diceva la agne Luzie delusa.
"I vin strent dongje si, ma i vin fât daûr i fasûi ch'j nus veis dât!", e il nono di Dordole al rideve cu la sô bocje sdenteade.
 
  "Il nono Pelerosso" e "Las Roseanas" sono pubblicati nel  volume "Il Pan dai muarz" - Ediz. Aquileia - Tolmezzo 1992