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"La popolazione carnica
è pacifica, come la friulana in genere, gelosa della sua proprietà,
ospitale, laboriosa, sanamente equilibrata, un po’ rude e chiusa in se
stessa, ma tenace negli affetti e nell’adempimento del proprio dovere…..",
così scriveva Michele Gortani all’inizio del IX° Capitolo del libro Guida
della Carnia e del Canal del Ferro, dedicato ad "Usi, costumi, leggende e
tradizioni" nel 1924.
Ed è proprio di queste genti
carniche che parlo per analizzarne l’aspetto del loro vivere
quotidiano.
Le consuetudini della vita di un popolo hanno un processo evolutivo molto
lento e sono determinate sia dalle condizioni ambientali in cui esso vive (nel
nostro caso la montagna) che dagli eventi storici che lo interessano
(invasioni di genti straniere, guerre, pestilenze, calamità naturali quali
terremoti o alluvioni).
Quale il modo in cui
vivevano i carnici e quale la giornata tipo di una famiglia tipo nella
Carnia degli anni ’20?
La vita solitamente era scandita dall’alternarsi continuo dei tempi
del lavoro o profani che dir si voglia e quelli della festa secondo dei cicli
che venivano comandati dallo scorrere dei ritmi naturali. Il filo che univa
questi due tempi era rappresentato dalla fede, una fede che teneva unita la
famiglia e dava conforto nei momenti peggiori e che legava la comunità intera
durante le funzioni e celebrazioni religiose. Era proprio quella fede che
faceva dire alle genti carniche nello scorrere delle loro giornate "sarà
ciò che Dio vorrà" rimettendosi quindi nelle mani del Signore.
Le due cose fondamentali che
scandivano il vivere di ogni giorno erano i ritmi del ciclo dell’anno
regolato da scadenze giuridiche e religiose ma anche il ciclo della vita
che segnava nella vita del singolo individuo i passaggi da un’età all’altra
attraverso i cosiddetti "riti di passaggio" che altro non erano se
non feste collettive. Il cristiano entrava a far parte della comunità con il
rito del battesimo al quale seguivano nella prima infanzia la comunione e la
cresima; la coscrizione lo faceva entrare a tutti gli effetti nella fase della
giovinezza, il giovane veniva quindi riconosciuto dalla classe adulta ed aveva
perciò diritto di frequentare le ragazze ed i luoghi di pubblico incontro. Il
matrimonio rappresentava invece il "rito di passaggio" più
importante, con questo infatti la donna lasciava il proprio gruppo familiare
di appartenenza per entrare a far parte di un altro ed inoltre non era più
soggetta giuridicamente al padre bensì al marito.
La famiglia contadina può
essere paragonata ad una piccola azienda la cui struttura rispetta precisi
ruoli gerarchici al cui vertice si trovava il capofamiglia seguito dai figli
maschi e dietro a questi le donne e i bambini.
Rispetto alla famiglia attuale
che comprende al massimo due generazioni, quella di un tempo riusciva a
comprenderne anche quattro e tutto veniva deciso al suo interno: al padre
spettava il compito di dirigere lavoro e affari, alla madre toccava
invece l’organizzazione della vita domestica, a lei si richiedeva di essere
brava nel mettere al mondo figli, nel lavorare e nel gestire il "menage"
con saggezza e naturalmente con oculatezza. L’azienda familiare ere in
grado di produrre in base al numero dei suoi membri e pertanto la perdita di
uno di essi, vuoi per causa di morte o di matrimonio, rappresentava un
impoverimento del nucleo.
La gente viveva in perfetta
simbiosi con la natura che era in grado di offrire tutto ciò di cui avevano
bisogno. Si costruivano case con i materiali disponibili quali legno e sassi,
ci si vestiva utilizzando lana e canapa, si mangiava ciò che si coltivava, ci
si curava con le erbe che crescevano nei prati, si nutrivano anche gli animali
domestici con ciò che la natura poteva offrire.
I tempi del lavoro erano messi
in stretta correlazione con l’evolversi delle stagioni e: la primavera dava
inizio al periodo più intenso per l’attività lavorativa, anticamente
questa stagione prendeva il nome di "vierte" =
apertura, che si concludeva poi con l’autunno, chiamato anche "sierade"
= chiusura. Non si pensi che gli altri periodi dell’anno fossero però
oziosi, tutt’altro. I lavori da fare erano sempre tanti e ce n’era per
tutti i membri della famiglia.
La fede permeava ogni momento
della vita famigliare ma anche di quella della comunità. Il popolo contava
sull’aiuto di Dio e dei Santi ma anche su quello immediato che poteva
offrire il sacerdote attraverso benedizioni, esorcismi e scongiuri. In ogni
momento della vita e in ogni singolo atto c’era un codice auto protettivo
comune cominciando dal semplice segno di croce che trovava posto in tanti
piccoli gesti quotidiani, dal taglio della polenta, alla benedizione del cibo,
alla preghiera. Molte volte quando qualcuno si trovava in una situazione di
difficoltà altro non faceva se non alzare gli occhi al cielo e dire quasi con
tono rassegnato: "Sarà ce che Dio vorà" (sarà ciò
che Dio vorrà).
Come si è avuto modo di dire
la miseria all’epoca si faceva molto sentire soprattutto per quanto
riguardava il cibo disponibile. Ecco allora che in questo caso si riteneva che
vi fosse un santo che si dedicava ad aiutare il prossimo: San Gaetaano. Si
diceva che "San Gaetàn" fosse il padre della
Provvidenza e pertanto spettava a lui…provvedere appunto!
Si raccontava che in un
paesino vi fosse una vecchietta che leggeva molto bene le carte, molta gente
andava da lei e in cambio della sua abilità riceveva prodotti in natura.
Talvolta le capitava di guadagnare un formaggio e della salsiccia, allora si
dava un gran daffare per cucinare al meglio quel giorno suscitando la
curiosità dell’anziano marito che chiedeva:
"Cemût mai
dut chest lusso achì voi?" (come
mai tutto questo ben di Dio oggi?)
"Mangje e no sta vei
pinsîrs che San Gaetan al à proiodût encje par voi!!! (mangia
e non preoccuparti che San Gaetano ha provveduto anche per oggi!)
E sarà proprio la religione
con Dio ma anche con i santi a fare in qualche modo da filo conduttore nell’analisi
del vivere quotidiano di un tempo in Carnia.
il vivere quotidiano… in non
di Dio encje voi!!!…
Un analisi dettagliata della
vita di una comunità richiederebbe certamente un intero capitolo in merito
perché si potrebbe spaziare lungo il corso di un anno o nell’arco delle
varie fasi di una stessa vita partendo dalla nascita e concludendo con la
morte.
Invece qui voglio privilegiare
il vivere quotidiano così come si svolgeva nell’arco di una giornata
intera, dall’alba al tramonto, "da une lûs a che ate",
da una luce all’altra come si soleva dire. Vedremo le abitudini di bambini,
donne uomini e anziani in modo da poter avere uno spaccato completo pur con il
limite di una giornata tipo.
Innanzitutto gli erano
gli aspetti generali caratterizzanti per la vita di un tempo, riferendoci a
70/80 anni fa in Carnia. Anzitutto c’era in questa zona
una grande miseria
dettata dalle conseguenze della prima Guerra Mondiale e dall’impossibilità
di trovare lavoro in loco, circostanza questa che costringeva la gran parte
degli uomini di una comunità a lavorare oltre confine, in Austria, Germania
e Francia;
Le famiglie erano
solitamente molto numerose e quindi
molte erano le bocche da sfamare;
La donna
sosteneva tre pilastri della casa, essendo essa sempre presente, mentre l’uomo
che rientrava dal lavoro stagionale solo nel periodo invernale si diceva ne
reggesse uno solo;
Il lavoro scandiva il tempo
di ogni singolo giorno in un continuo alternarsi di attività tra stalla,
campagna e montagna;
La superstizione prendeva il
posto della fede quando quest’ultima
non riusciva a dare le sue spiegazioni o il suo aiuto, ecco che si temevano
le apparizioni dei defunti, si credeva nel potere del maligno attraverso le
streghe o altri personaggi mitici come l’orcul, la medace
o il maçarot;
Lo spirito di solidarietà che
nel bene e nel male legava l’intera comunità e di questo vedremo alcuni
esempi;
L’importanza della
"file" come momento di
ritrovo comunitario.
Tutti gli aspetti sopra
elencati permeavano la vita quotidiana ed erano riconducibili a quasi tutte le
realtà dei singoli paesi della Carnia.
Dovendo collocare la nostra
giornata tipo diremo che essa si trova in quel periodo dell’anno dove vi
sono molti lavori da fare sia in montagna che in campagna e quindi tra la fine
della primavera e l’inizio dell’estate.
la sveglia
La giornata iniziava con la
sveglia verso le quattro e mezza/cinque del mattino. Ma come facevano a
svegliarsi all’ora giusta in un tempo in cui le sveglie trovavano posto solo
sui comodini delle persone più benestanti? E’ presto detto, già in questa
semplice operazione trovava il suo posto la fede in un modo molto particolare.
Gli anziani insegnavano ai
bambini, ma anche agli adulti che se volevano essere svegliati alla tal ora
avrebbero dovuto pregare per l’anima più dimenticata del Purgatorio
chiedendo poi alla stessa al termine della preghiera di essere svegliati all’ora
desiderata ciò, come raccontano molti anziani, avveniva puntualmente. Erano
le donne che solitamente iniziavano la loro giornata lavorativa così presto.
Vi era poi un altro modo per
essere svegliati e consisteva nel rivolgere un invocazione alle Sante Anna e
Susanna con una semplice preghiera che recitava:
"Sant’Ane e Sante
Susane, une a jove e che âte mi clame: as cinc"
(Sant’Anna e Santa Susanna,
una mi alza e l’altra mi chiama: alle cinque)
Anche in questo caso,
assicurano gli anziani, si poteva star certi che all’ora richiesta gli occhi
si sarebbero aperti quasi come per magia.
Dopo le operazioni di rito
appena svegliati, era molto importante recitare una preghiera la cui funzione
era quella di accompagnare la persona lungo l’arco della giornata. Ecco
allora che dopo aver fatto il segno della croce con l’acqua santa, che
trovava sempre un posto nelle piccole acquasantiere poste ai lati del letto,
fatti altri tre alla porta della camera si diceva un'altra formula:
"Pâs di denti, crous
in vie, Crist e la Beate Vergjne setino simpri in mê compagnìe"
(Pace di dentro, croce in via,
Cristo e la Beata Vergine siano sempre in mia compagnia)
La colazione era molto
frugale, solitamente si mangiava lo "sûf" (farinata)
poi la donna partiva alla volta della stalla per accudire la mucca. Nell’economia
domestica gli animali avevano un’importanza fondamentale. Si trovavano nei
paesi mucche, almeno una per famiglia, maiali, galline e più addietro nel
tempo anche pecore e capre. Era compito delle donne accudirli e si diceva che
nelle famiglie prima mangiavano gli animali e dopo le persone. Avere una mucca
in una casa significava abbondanza in famiglia perché la mucca dava il latte
che veniva in parte utilizzato in casa e in parte portato nelle latterie dove
veniva lavorato per ricavare burro e formaggio. Il lavora nella stalla era
quindi organizzato con scadenze d’orario fisse, al mattino e alla sera. Ma
torniamo alla nostra donna che uscita di casa al mattino presto si recava
nella stalla. Quando questa era in paese il tempo per raggiungerla era breve,
ma molte volte le stalle si trovavano anche ad un’ora di cammino da casa,
ecco allora che la donna per recuperare del tempo anziché recitare tutte le
preghiere previste per l’inizio della giornata a casa, le diceva strada
facendo e molte volte, se c’era già la luce del giorno, approfittava per
sferruzzare un po’ a maglia o per preparare le suole dei famosi "scarpets",
calzature artigianali che si usavano all’epoca.
I lavori in stalla
richiedevano circa un’ora e, una volta terminato, la donna andava alla
latteria a portare il latte munto e quindi arrivava a casa dove preparava la
colazione per tutta la famiglia. Elencando le caratteristiche del vivere
quotidiano avevamo sottolineato come in seno alla comunità vi fosse un forte
senso di solidarietà e di aiuto reciproco, vediamone qui un aspetto che
riguarda proprio la mucca. Quando questa partoriva il primo latte che veniva
munto dopo il parto non veniva trattenuto dalla famiglia proprietaria ma dato
in beneficenza alle famiglie più bisognose del paese.
Una volta rientrata in casa la
nostra donna doveva darsi da fare per accudire i suoi bambini, se in casa c’era
una donna anziana, provvedeva lei a preparare la colazione per tutti. I
bambini più grandi, dopo aver pregato e fatto colazione con l’immancabile
farinata, andavano a scuola mentre i più piccoli rimanevano per casa mentre
la madre faceva i lavori domestici ospitati nella più tenera età anche in
semplici attrezzi da lavoro com’era il vaglio, che nella sua funzione usuale
serviva per vagliare il granoturco. La mattinata proseguiva con i lavori nei
campi o nei prati che venivano falciati, naturalmente a mano. Accadeva
talvolta che le donne partissero prima dell’alba per recarsi in montagna a
falciare, ecco allora che demandavano a qualche conoscente o all’anziano di
casa il compito di accudire la prole e preparavano prima di partire quello che
avrebbe dovuto essere il pranzo dei suoi famigliari. Con se in questo caso la
donna portava quello che noi oggi chiameremo pranzo al sacco e che all’epoca
prendeva il nome di "çacule" dove c’era una fetta
di polenta e magari un pezzetto di formaggio.
Il cibo rappresentava il
combustibile per la macchina-lavoro di ogni singolo componente della famiglia,
era conservato e distribuito con oculatezza. La cucina popolare si serviva di
pochi elementi essenziali che venivano combinati in modi diversi secondo l’abilità
della padrona di casa. I pasti erano anticipati nell’orario rispetto ai
nostri e sulla tavola le stesse cose prendevano forma in pietanze diverse. I
vecchi dicono oggi che all’epoca si mangiavano sempre le stesse cose,
polenta a pranzo e minestra la sera. Mi raccontavano in un paese un bel
aneddoto sui pasti dicendomi che in una casa la padrona, che solitamente
cucinava polenta a pranzo e minestra a cena, per accorgersi che la domenica
era arrivata cucinava minestra a mezzogiorno e polenta la sera. Ecco un modo
attraverso il quale si manifestava la fantasia dell’epoca.
La natura e la coltivazione
nei campi erano in grado di offrire tutto questo, nulla veniva lasciato al
caso, ecco allora che si seminavano patate, granoturco, fagioli, rape,
cappucci, frumento, orzo, segala, canapa; dagli alberi si raccoglievano i
frutti che venivano riposti nelle cantine e consumati d’inverno, si faceva
il mosto con le pere e le mele, si raccoglievano noci, nocciole, uva, more e
lamponi. Si tagliavano nei prati tutte quelle erbe che potevano essere cotte e
poi mangiate, si raccoglievano le erbe medicinali per preparare poi d’inverno
tisane per ogni evenienza. Si cuoceva il burro e lo si riponeva nelle pile di
pietra per la conservazione, Si insaccavano e affumicavano le carni degli
animali uccisi. Niente veniva lasciato al caso insomma!
Oltre che soddisfare le
esigenze dei singoli per la sopravvivenza, i prodotti della natura servivano
anche come merce di scambio per i piccoli baratti che venivano fatti in seno
alla comunità.
Tornando allo spirito di
solidarietà che animava la gente nei piccoli paesi della Carnia possiamo
ricordare un’altra bella usanza. Quando una persona, spinta dalla necessità
di sussistenza aveva dovuto consumare anche quelle patate che solitamente
venivano lasciate per semenza, aveva diritto di chiedere la carità della
semenza nelle case del paese e nessuno si poteva rifiutare perché un vecchio
modo di dire recitava:
"La semence no si pò
dineâle a di nissun"
(la semenza non si può negarla
a nessuno)
Lo scorrere del giorno era
segnato dai rintocchi delle campane che accompagnavano le genti durante le
loro fatiche. Laddove il rintocco nono si poteva udire ci si affidava alla
posizione del sole nel cielo, mentre di notte si seguiva la posizione delle
stelle.
I lavori da fare in casa erano
sempre molti e le donne non stavano mai ferme un attimo, correvano dal prato
al campo, dalla stalla alla casa, da un’attività all’altra senza mai un
attimo di tregua. Divertimenti non ce n’erano e solo quando in paese c’era
qualche piccola festa, assieme al marito andavano a ballare. L’unico giorno
in cui si dovevano fare solo le cose indispensabili era la domenica, che
andava santificata. E qui ci riallacciamo nuovamente all’aspetto religioso
per sottolineare l’importanza di questo giorno. Era importante andare alla
messa e comunicarsi, era la giornata del Signore e quindi
andavano fatti solo i lavori strettamente necessari come accudire gli animali
nella stalla e sbrigare le faccende domestiche, tutto il resto poteva
attendere il giorno successivo. Il profondo rispetto che c’era per la
domenica è evidenziato anche in due semplici affermazioni di un anziano
informatore che ha raccontato come una sua zia dicesse che la domenica non ci
si doveva nemmeno pettinare e a riprova di ciò testimonia che lei si rifaceva
la lunga treccia appunto il sabato in segno di rispetto per la festa. Si
diceva anche che le donne che avessero cucito di domenica avrebbero poi visto
tante vipere durante il lavoro della fienagione d’estate. Ecco come ancora
una volta vediamo la religione permeare la vita quotidiana.
La famiglia, come abbiamo
detto, era strutturata in maniera gerarchica. Era si una famiglia patriarcale
dove però la donna era colei che aveva la responsabilità e l’onere di
portare avanti, e molte volte lo faceva da sola, l’educazione dei figli, la
cura della casa i lavori in campagna e l’economia domestica.
Un tempo la donna, anche se
dal marito veniva chiamata "la mê parone" (la mia
padrona) era in realtà sottomessa all’uomo che aveva in un certo senso
anche paura di questo, così come i figli avevano una forte soggezione per il
padre.
Nel contesto del vivere
quotidiano ecco allora che il posto occupato dall’uomo era importante per al
sua funzione in seno alla famiglia anche se, nello stesso tempo era la figura
meno presente in questa. Considerata la scarsità d’offerta lavorativa in
loco l’uomo carnico doveva trovare una fonte di reddito sicuro nei paesi
confinanti facendo lavori stagionali. Partiva solitamente prima di Pasqua e
rientrava il mese di ottobre. Qualcuno durante questo periodo dell’anno
provvedeva ad inviare del denaro a casa per il fabbisogno di ogni giorno.
Altri, ed erano la maggioranza, sembravano non ricordarsi di aver lasciato una
famiglia in paese. Una volta rientrati dalla stagione però, pretendevano di
essere serviti e riveriti dalle mogli e amati e rispettati dai figli che
vedevano crescere nel numero di anno in anno. A questo proposito un
informatore mi ha raccontato un episodio:
"In una famiglia dove
c’erano già tanti, forse troppi bambini, il marito aveva proposto alla
moglie prima di ripartire, di rimanere lontano da casa due anni anziché uno
per evitare che almeno in quel periodo che la donna potesse mettere al mondo
un altro figlio.. e così, per il bene della famiglia i due hanno fatto dei
sacrifici. Due anni dopo il marito è tornato e dopo un anno una nuova nascita
allietava la famiglia: erano nati due gemelli. Anche quel sacrificio era stato
vano!!!"
In primavera, raccontava
sempre l’informatore, la donna era ben felice di accompagnare alla stazione
del trenino o alla corriera, portando loro il "fagot"
(L’insieme dei vestiti) e una sua zia era solita dire all’amica sulla via
del ritorno di acquistare un decimo di grappa e di andare a casa a preparare
"un bon got di cafè neri" se quell’anno avessero
constatato di non essere rimaste nuovamente incinte.
E’ curioso ricordare come
due donne che litigavano per motivi personali, quando volevano inveire in modo
deciso usavano ripetere: "Podestu fâ il jet al to omp dut l’an!!!!":
Era di certo il peggior augurio che si poteva fare ad una donna perché avere
il marito in casa tutto l’anno significava dover accudire una persona in
più.
Ma cosa faceva l’uomo
durante la sua permanenza a casa per aiutare al moglie? Cercava di fare quante
più cose possibili: preparava la legna per l’inverno, aggiustava i
rastrelli e le falci assieme agli altri arnesi da lavoro, faceva le scope per
la stalla, costruiva le slitte o e le gerla in vimini, se poi erano anche
uomini abili nel loro mestiere usuale, trovavano qualche lavoretto da fare.
Il divertimento dell’uomo si
trovava in osteria, punto di ritrovo per quasi tutta la popolazione maschile.
L’uomo rispettava la religione anche se, alle cerimonie religiose, non
prendeva parte in maniera così attiva come la donna.
Prima di uscire di casa non
mancava mai di dire: "In non di Dio encje vuei"
(Nel nome di Dio anche oggi). Se poi voleva pregare al mattino, cercava di
impegnare poco tempo e di essere molto sintetico come conferma questa semplice
preghiera che veniva recitata da un vecchio dell’epoca: "Bondì
Signôr, l’om ‘l’è cà, saveis las bisugnes ch’al à in chest mont e
in chel âti, e jo no us dîs nuâti" (Buondì Signore, l’uomo
è qua, sapete le necessità che ha, in questo mondo e nell’altro e io non
vi dico nient’altro)
I bambini una volta erano
sempre numerosi in seno alle famigli carniche, chi ne aveva pochi ne aveva 7/8
e in alcuni casi si arrivava anche a 15/16. I figli erano la forza lavoro
della famiglia. I più grandi aiutavano la madre nei lavori di casa e in
quelli della campagna così come avevano cura dei fratelli più piccoli. Alta
era la mortalità infantile e quando moriva un bambino, se da un lato c’era
il dolore per la perdita dall’altro c’era la gioia perché il numero delle
bocche da sfamare sarebbe diminuito. Raccontava un informatore che un giorno
in un paese mentre stavano suonando "campanitis" (sono
i rintocchi delle campane che annunciano il decesso di un bambino) una madre
chiese ad uno dei suoi figli appena rientrato dalla scuola chi fosse morto.
Avuta la risposta aggiunse: "Vedi
figliolo, lì il Signore ha provveduto e qui invece non provvede mai!".
Se per un bambino che moriva
vi era una sorta di spirito di rassegnazione, questa diventava invece
disperazione nel caso fosse morto un animale, mucca o maiale che fosse. L’attaccamento
agli animali e il desidero di preservarli dai pericoli era dimostrato anche in
due momenti del vivere quotidiano legati ancora una volta all’aspetto
religioso. La donna la sera, terminati i lavori nella stalla, dopo aver chiuso
la porta era solita fare tre segni della croce sulla serratura e recitava la
sua preghiera:
"Sant’Antoni e San
Florean travuardàit anemâi e cristians"
(Sant Antonio e San Floriano
proteggete animali e cristiani)
La sera poi si raccontava che
al momento del rosario colui che lo portava avanti era solito dire: "preìn
prime pa vacje e pò par nou!" (prima preghiamo per la mucca e
poi per noi).
Ma torniamo ancora un momento
allo scorrere della nostra giornata per vedere da ultimo qual era il posto
occupato dalle persone anziane all’interno del nucleo familiare. Normalmente
le donne anziane aiutavano le figlie o le nuore nelle faccende domestiche,
avevano cura dei bambini, preparavano i pasti della giornata, lavoravano a
maglia, preparavano i "scarpets", filavano la lana o
cucivano. Gli uomini anziani invece facevano qualche attrezzo da cucina
utilizzando il legno o riparavano rastrelli, scope, ecc. Nel tempo libero si
accorpavano a piccoli gruppetti nei punti di ritrovo per fare una fumata o una
chiacchierata ricordando le esperienze di vita passata.
La sera il punto d’incontro
era rappresentato dal "fogolâr", il focolare, le cui
funzioni erano molteplici: illuminava la stanza, cuoceva i cibi, essiccava
quelli che venivano posti sulla "secjarole" all’interno
della cappa del camino e naturalmente riscaldava le persone che attorno ad
esso si riunivano nelle famose "files" soprattutto d’inverno.
Dopo la recita del rosario, che avveniva puntualmente ogni sera, c’era il
tempo del raccontare e gli abili narratori, che venivano contesi da
una famigli all’altra del paese, raccontavano ai convenuti storie di
streghe, orchi, diavoli, fate e folletti, storie del Signore e San Pietro,
racconti di tesori nascosti, di anime dannate e di spiriti burloni.
L’ascolto delle storie
avveniva naturalmente lavorando: si sbucellavano i fagioli, si sfogliavano le
pannocchie, si cuciva, si lavorava ai ferri. Anche i bambini davano il loro
contributo aiutando come potevano e come premio trovavano nascoste tra fagioli
e pannocchie noci e noccioline che gustavano assieme al racconto.
E dopo le leggende e le favole
arrivava il tempo del riposo. I bambini venivano accompagnati a letto dalle
madri e si addormentavano dopo aver recitato la preghiera. Anche i nonni e il
papà, quando c’era, andavano a riposare lasciando in casa soltanto la "parone"
che sbrigava le ultime faccende e riassettava la cucina.
Lei era l’ultima a godere
dei benefici del sonno ristoratore. Una volta a letto il suo ultimo pensiero
andava ancora una volta a Dio al quale si affidava con la preghiera della sera
che recitava così:
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Signôr mi pon achì
Signôr mi pon achì,
no sai s’a rivi al dì
rivâ o no rivâ
trei graçes voi domandâ:
confession, comunion e vueli
sant.
In non dal Pari, dal Fî e dal
Spiritu Sant.
Ven da Vou bon Signôr
Ch’a seis un bon confessôr.
Confessàit i miei pecjâts
A ‘nd’ài di piçui, a ‘nd’ài
di grancj
E no sai dî cetancj"
|
Signore mi distendo qui
Signore mi distendo qui
non so se arrivo al dì
arrivare o non arrivare
tre grazie voglio domandare
confessione, comunione, olio santo
Nel nome del Padre, del Figlio e dello S.S.
Vengo da Voi buon Signore
Che siete un buon confessore
Confessate i miei peccati
Ne ho di piccoli, ne ho di grandi
E non so dire quanti. |
E dopo la preghiera poteva ben
arrivare il sonno ristoratore sulle membra stanche di donne, uomini, bambini e
anziani fintanto che un nuovo sole sarebbe sorto annunciando col canto del
gallo l’inizio di un’altra giornata di lavoro.
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