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Quante volte abbiamo letto o sentito parlare di
donne nella storia della società feudale friulana?
Dall'interessantissimo studio che Maria Tore Barbina ha gentilmente messo a
disposizione di "Donne in Carnia", e che vorremmo riportare nella sua
interezza, abbiamo cercato di cogliere alcune parti che, seppur staccate
dal contesto generale del lavoro e singolarmente proposte, possono ugualmente fornirci
un'"immagine" di quanto fosse marginale la figura femminile nel Friuli di
allora. Dunque, un lume nell'oscura presenza storica della donna friulana
nell'epoca in questione.
Eppure, anche se
della donna
"poco o niente sappiamo della sua vita quotidiana, non sappiamo cosa in
realtà facesse o pensasse",
perché
"poco o nulla di tutto questo è rimasto nella storia, e non ci sono
nemmeno opere letterarie che ci parlino delle donne friulane",
dovevano essere certamente importanti i compiti che essa svolgeva
nell'economia e nell'organizzazione produttiva all'interno dei castelli.
(Pubblicheremo "a puntate" i vari argomenti - I titoli dei paragrafi
non appartengono al lavoro originale)
Gli atti
"Il progetto di parlare
della vita delle donne, e delle nobildonne in particolare, nel Friuli
medievale, traendo conclusioni e avanzando ipotesi in base ai documenti
che abbiamo a disposizione, può procedere solo per campioni, per
tentativi. Ma se si potesse arrivare al censimento di tutti i documenti
che riguardano le donne friulane nel periodo in esame, avremmo la
possibilità di conoscere bene sia le contadine che le castellane. I
documenti, d'altra parte, racchiudono in sè solo particelle di vita, che
però sono le più significative; questa particolarità è, certo, anche un
limite in quanto fino al XIII secolo solo gli atti straordinari
costituiscono materia di scrittura.
Gli stessi diritti consuetudinari cominciano ad essere redatti per
iscritto solo alla fine del XIII secolo, e quindi per i tempi precedenti
abbiamo documenti derivati solo dallo scrupolo delle varie abbazie che,
per assicurare il buon andamento della comunità e garantirsi da future
espropriazioni, oppure nel caso che ci fosse stata una contestazione, un
litigio, una querela, custodivano accuratamente tutti gli atti che
riguardavano la comunità."
Maria
Tore giunge a una prima conclusione dall'esame dei documenti, per lo più
atti straordinari:
X, XI e XII secolo i migliori,
poi il Friuli mercantile
"Una prima conclusione si
può anticipare, dopo la lettura dei documenti che riguardano le nobildonne
che vissero in Friuli fino al XIV secolo: la posizione della donna è
migliore nel X, XI e XII secolo di quanto non sia dal XV-XVI secolo in
poi, quando ormai si era fissata quell'evoluzione (dal punto di vista
femminile sarebbe più esatto parlare di "involuzione") che dal XIII secolo
aveva cominciato a cambiare la situazione, in seguito al ritorno di una
forte influenza del diritto romano.
Anche in Friuli, poi, possiamo osservare una differenza tra la condizione
della donna in campagna e di quella in città. Mentre tra la nobiltà
feudale troviamo donne con potere (più o meno esteso) riconosciuto ed
esercitato, non troviamo donne che esercitino potere in Udine o nelle
altre poche città friulane.
In città il potere viene assunto soprattutto dai commercianti, che per il
loro lavoro si spostano continuamente (senza la moglie), e in breve tempo
divengono ricchi, prendono in mano il potere pubblico e l'amministrazione
della giustizia e formulano statuti che sono capaci di affermare, come
quelli di Udine, la legalità di disposizioni che vanno contro il diritto
di natura.
Questo peggioramento della situazione femminile, voluto inizialmente dai
borghesi cittadini, verrà consolidato e diffuso attraverso la riscoperta
del diritto romano, più favorevole ai commercianti di quanto non fossero i
costumi feudali nati in ambienti rurali e non urbani (Pernoud 1982), e
naturalmente verrà poi aggravato dalla legislazione di Venezia, città di
commerci per eccellenza.
Così, man mano che l'economia del Friuli cambiava da feudale e rurale a
mercantile e cittadina, la donna perdeva anche quei limitati diritti che
le erano stati riconosciuti in epoche che comunemente consideriamo "più
oscure".
Un mondo esclusivamente
maschile?
Eppure le donne di Aquileia...
"Quando si scorre la
storia del Friuli con spirito appena un pò critico, si nota subito che è
essenzialmente la storia di chi abitava nei castelli, e trascura quindi la
maggioranza della popolazione, ma non c'è solo questo limite sociale;
bisogna notare ancora che la storia del Friuli, anche concedendo che sia
descrizione delle vicende dei nobili, ne trascura un elemento che non può
certo ritenersi accessorio: le donne, quasi potesse esistere un mondo
esclusivamente maschile.
Eppure Aquileia romana ci lascia molte iscrizioni a donne, o di donne, che
ci parlano della vita di ogni giorno, di mogli affettuose, di figlie
compiante, di amori coniugali, e gli storici di Roma accennano a patrizie
di altissimo rango che soggiornarono ad Aquileia o passarono per il
Friuli.
Altri nomi di donne: mogli, figlie, vergini e vedove, ci danno le
iscrizioni aquileiesi del primo periodo cristiano, e le prime relazioni
dei vescovi e i discorsi di S. Gerolamo, ed è strano che le donne vengano
citate sempre in rapporto al loro status social-sessuale in un
periodo in cui il sesso era considerato la fonte di tutti i mali, in cui
la bisessualità era un'imperfezione della natura."
Eva, fonte del male
"Allora molti famosi filosofi ed uomini di chiesa riconoscevano in Adamo
la parte spirituale dell'umanità e in Eva la parte sensuale e quindi
teorizzavano che il male viene dal corpo e perciò dalla donna, inferiore e
carnale.
Giovanni Scoto Eriugena (IX sec.) affermava che la fine del mondo sarebbe
stata anche la fine della bisessualità: allora sarebbe rimasto solo
l'uomo, come sarebbe accaduto se non avesse peccato: la femminilità,
questo elemento negativo della creazione, sarebbe scomparsa con la
vittoria della luce."
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In difesa di Romilda |
Maria Tore così esamina la vicenda di
Romilda, la prima figura femminile che
"agisce in proprio nella storia
friulana". Moglie di Gisulfo II duca del Friuli, e trattata con
"sdegno da Paolo Diacono" nella sua Historia Longobardorum. Diacono
narra dell'uccisione del duca Gisulfo nel 610, da parte degli Avari scesi
in Friuli. Dopo la morte del marito, Romilda si rifugiò a Cividale assieme
ai Longobardi sopravvissuti, dove, secondo le promesse degli invasori ai
quali aprì le porte, avrebbero avuto salva la vita.
"Secondo Paolo Diacono,
Romilda "meretrix nefaria" concupì il comandante degli Avari,
avendolo visto giovane e bello ("cum eum cerneret juvenili aetatem
florentem"), e aprì le porte della città che, contro ogni patto, venne
saccheggiata e incendiata. Gli abitanti furono uccisi o fatti schiavi,
Romilda - a punizione della sua concupiscenza - venne impalata: "Igitur
dira proditrix patriae tali exitio periit, quae amplius suae libidini quam
civium et consanguineorum saluti prospexit".
Sin qui la storia
raccontata da Paolo Diacono, e il suo giudizio è perfettamente in linea
con l'idea che la donna è carnale e libidinosa sempre e rappresenta il
sotterfugio e il male, ma se cambiamo l'angolo prospettico, che cosa
vediamo in questo racconto? Che cosa può essere considerato certo, o
almeno verosimile, e che cosa abbellimento drammatico?
Direi che può essere
considerato veritiero il racconto del saccheggio e dell'incendio di
Cividale: Paolo Diacono, cividalese, poteva averne sentito parlare dai
testimoni diretti, o aver visto personalmente le tracce di tale
distruzione. Anche il fatto che autori ne fossero stati gli Avari non
dovrebbe essere messo in dubbio, perché, anche se erano stati alleati dei
Longobardi, non è né inverosimile né improbabile un cambiamento di parte.
E fatto storico doveva essere la morte di Gisulfo e di gran parte degli
arimanni friulani. Così è estremamente probabile che la vedova del duca,
per salvare se stessa, i propri figli, le mogli e i figli dei caduti, si
sia rifugiata in Cividale che era fortificata.
Ma, anche in una città
fortificata, quali speranze potevano avere? Se dobbiamo credere a quanto
ci dice lo stesso Paolo Diacono, già i seguaci di Gisulfo erano pochi:
"Gisulfus Forojulianus dux cum Langobardis, quos habere poterat, audacter
occurrit" e sebbene combattesse valorosamente e "contra immensam
multitudinem bellum cum paucis gereret", circondato da ogni parte, fu
ucciso "cum omnibus pene suis".
Qual'era quindi la
situazione di Romilda? era l'unica autorità, l'unica difesa di un popolo
formato da donne e bambini. Nessuna meraviglia che cercasse un accordo con
il nemico, una resa quanto meno gravosa possibile. A quanto si deduce
dalle parole dello storico cividalese, il Cacano degli Avari aveva
promesso altre cose oltre il matrimonio (che d'altronde era frequentemente
usato come elemento di stabilità dei patti stipulati anche tra ex-nemici):
aveva promesso di non toccare la città e di riportare i Longobardi che si
fossero arresi ai luoghi d'origine (dal che si vede che gli Avari avevano
in mente di fare un'incursione, non un'occupazione di terre)): "fallaciter
tamen eis promittentes, quod eos, unde digressi fuerant, Pannoniae in
finibus conlocarent".
Promesse fallaci, che si
risolvono nel sangue e nella schiavitù, ma mentre per queste sorti non
sono necessarie giustificazioni (in fondo si tratta di "popolo"!) era
senz'altro necessaria una giustificazione per la morte di Romilda, che era
pur sempre la moglie di un duca. E quale giustificazione migliore per il
Cacano di un'accusa a Romilda di immoralità, di tradimento per libidine,
che lo trasformava addirittura in un difensore della moralità? Eppure la
storia non avrebbe dovuto essere molto verosimile:
in fondo Romilda aveva
avuto otto figli (quattro maschi: Tosone, ....., Rodoaldo e Grimoaldo, e
quattro femmine: quarum una Appa, alia Gaila
vocabatur, duarum vero nomina non retinemus. Di questi otto figli
almeno quattro erano già adulti e anzi le femmine dovettero
difendersi dalle voglie degli invasori.
In un periodo in cui la vita media era molto breve e le maternità ripetute
e senza assistenza alcuna, è molto strano che una donna che ha avuto
almeno otto figli (non dimentichiamo che la mortalità perinatale e
infantile era elevatissima), avesse ancora tali passioni "libidinose". E'
più probabile che questo racconto, che già il Paschini considera poco
credibile, infiorato com'è di particolari "ad effetto", sia invece una
riprova dell'opinione che delle donne si aveva in Friuli al tempo di Paolo
Diacono e in tutto il Medio Evo.
La storia d'Italia
insegna: delle poche donne che, occasionalmente, e perché dotate di
carattere eccezionalmente forte, riuscirono ad assumere qualche carica
politica o ad esercitare un potere pubblico, si disse che la loro
importanza derivava dalla loro estrema licenziosità; come affermava
Liutprando di Cremona, quello era l'unico motivo a cui si poteva ricorrere
per spiegare il loro incomprensibile controllo sull'uomo.
Lo stesso fenomeno può spiegare la cattiva fama di Romilda: piuttosto che
accettare un accordo, sia pur fallito, stipulato da una donna, e
riconoscerle il titolo di guerriero sconfitto ma valoroso, si preferisce
spiegare e quasi giustificare il tradimento del Cacano degli Avari
attraverso l'accusa di impudicizia a Romilda: questa soluzione era
perfettamente inserita nell'etica del tempo, l'altra avrebbe messo in
crisi l'intera immagine del mondo di Paolo Diacono."
In seguito: I monasteri
femminili
Il matrimonio
Elisabetta di Rissau
Beatrice di Baviera contessa di Gorizia |