La condizione femminile
da documenti friulani
dell'età dei castelli

  (Con la gentile concessione di Maria Tore Barbina da un suo studio estratto da "Castelli del Friuli/7"-Udine 1988)

 

Quante volte abbiamo letto o sentito parlare di donne nella storia della società feudale friulana?
Dall'interessantissimo studio che Maria Tore Barbina ha gentilmente messo a disposizione di "Donne in Carnia", e che vorremmo riportare nella sua interezza, abbiamo cercato di cogliere alcune parti che, seppur staccate dal contesto generale del lavoro e singolarmente proposte, possono ugualmente fornirci un'"immagine" di quanto fosse marginale la figura femminile nel Friuli di allora. Dunque, un lume nell'oscura presenza storica della donna friulana nell'epoca in questione.
Eppure, anche se
della donna "poco o niente sappiamo della sua vita quotidiana, non sappiamo cosa in realtà facesse o pensasse", perché "poco o nulla di tutto questo è rimasto nella storia, e non ci sono nemmeno opere letterarie che ci parlino delle donne friulane", dovevano essere certamente importanti i compiti che essa svolgeva nell'economia e nell'organizzazione produttiva all'interno dei castelli.

(Pubblicheremo "a puntate" i vari argomenti - I titoli dei  paragrafi non appartengono al lavoro originale)

 

Gli atti

"Il progetto di parlare della vita delle donne, e delle nobildonne in particolare, nel Friuli medievale, traendo conclusioni e avanzando ipotesi in base ai documenti che abbiamo a disposizione, può procedere solo per campioni, per tentativi. Ma se si potesse arrivare al censimento di tutti i documenti che riguardano le donne friulane nel periodo in esame, avremmo la possibilità di conoscere bene sia le contadine che le castellane. I documenti, d'altra parte, racchiudono in sè solo particelle di vita, che però sono le più significative; questa particolarità è, certo, anche un limite in quanto fino al XIII secolo solo gli atti straordinari costituiscono materia di scrittura.
Gli stessi diritti consuetudinari cominciano ad essere redatti per iscritto solo alla fine del XIII secolo, e quindi per i tempi precedenti abbiamo documenti derivati solo dallo scrupolo delle varie abbazie che, per assicurare il buon andamento della comunità e garantirsi da future espropriazioni, oppure nel caso che ci fosse stata una contestazione, un litigio, una querela, custodivano accuratamente tutti gli atti che riguardavano la comunità."

Maria Tore giunge a una prima conclusione dall'esame dei documenti, per lo più atti straordinari:

X, XI e XII secolo i migliori, poi il Friuli mercantile

"Una prima conclusione si può anticipare, dopo la lettura dei documenti che riguardano le nobildonne che vissero in Friuli fino al XIV secolo: la posizione della donna è migliore nel X, XI e XII secolo di quanto non sia dal XV-XVI secolo in poi, quando ormai si era fissata quell'evoluzione (dal punto di vista femminile sarebbe più esatto parlare di "involuzione") che dal XIII secolo aveva cominciato a cambiare la situazione, in seguito al ritorno di una forte influenza del diritto romano.
Anche in Friuli, poi, possiamo osservare una differenza tra la condizione della donna in campagna e di quella in città. Mentre tra la nobiltà feudale troviamo donne con potere (più o meno esteso) riconosciuto ed esercitato, non troviamo donne che esercitino potere in Udine o nelle altre poche città friulane.
In città il potere viene assunto soprattutto dai commercianti, che per il loro lavoro si spostano continuamente (senza la moglie), e in breve tempo divengono ricchi, prendono in mano il potere pubblico e l'amministrazione della giustizia e formulano statuti che sono capaci di affermare, come quelli di Udine, la legalità di disposizioni che vanno contro il diritto di natura.
Questo peggioramento della situazione femminile, voluto inizialmente dai borghesi cittadini, verrà consolidato e diffuso attraverso la riscoperta del diritto romano, più favorevole ai commercianti di quanto non fossero i costumi feudali nati in ambienti rurali e non urbani (Pernoud 1982), e naturalmente verrà poi aggravato dalla legislazione di Venezia, città di commerci per eccellenza.
Così, man mano che l'economia del Friuli cambiava da feudale e rurale a mercantile e cittadina, la donna perdeva anche quei limitati diritti che le erano stati riconosciuti in epoche che comunemente consideriamo "più oscure".

Un mondo esclusivamente maschile?
Eppure le donne di Aquileia...

"Quando si scorre la storia del Friuli con spirito appena un pò critico, si nota subito che è essenzialmente la storia di chi abitava nei castelli, e trascura quindi la maggioranza della popolazione, ma non c'è solo questo limite sociale; bisogna notare ancora che la storia del Friuli, anche concedendo che sia descrizione delle vicende dei nobili, ne trascura un elemento che non può certo ritenersi accessorio: le donne, quasi potesse esistere un mondo esclusivamente maschile.
Eppure Aquileia romana ci lascia molte iscrizioni a donne, o di donne, che ci parlano della vita di ogni giorno, di mogli affettuose, di figlie compiante, di amori coniugali, e gli storici di Roma accennano a patrizie di altissimo rango che soggiornarono ad Aquileia o passarono per il Friuli.
Altri nomi di donne: mogli, figlie, vergini e vedove, ci danno le iscrizioni aquileiesi del primo periodo cristiano, e le prime relazioni dei vescovi e i discorsi di S. Gerolamo, ed è strano che le donne vengano citate sempre in rapporto al loro status social-sessuale in un periodo in cui il sesso era considerato la fonte di tutti i mali, in cui la bisessualità era un'imperfezione della natura."

Eva, fonte del male

"Allora molti famosi filosofi ed uomini di chiesa riconoscevano in Adamo la parte spirituale dell'umanità e in Eva la parte sensuale e quindi teorizzavano che il male viene dal corpo e perciò dalla donna, inferiore e carnale.
Giovanni Scoto Eriugena (IX sec.) affermava che la fine del mondo sarebbe stata anche la fine della bisessualità: allora sarebbe rimasto solo l'uomo, come sarebbe accaduto se non avesse peccato: la femminilità, questo elemento negativo della creazione, sarebbe scomparsa con la vittoria della luce."


In difesa di Romilda

Maria Tore così esamina la vicenda di Romilda, la prima figura femminile che "agisce in proprio nella storia friulana". Moglie di Gisulfo II duca del Friuli, e trattata con "sdegno da Paolo Diacono" nella sua Historia Longobardorum. Diacono narra dell'uccisione del duca Gisulfo nel 610, da parte degli Avari scesi in Friuli. Dopo la morte del marito, Romilda si rifugiò a Cividale assieme ai Longobardi sopravvissuti, dove, secondo le promesse degli invasori ai quali aprì le porte, avrebbero avuto salva la vita.

"Secondo Paolo Diacono, Romilda "meretrix nefaria" concupì il comandante degli Avari, avendolo visto giovane e bello ("cum eum cerneret juvenili aetatem florentem"), e aprì le porte della città che, contro ogni patto, venne saccheggiata e incendiata. Gli abitanti furono uccisi o fatti schiavi, Romilda - a punizione della sua concupiscenza - venne impalata: "Igitur dira proditrix patriae tali exitio periit, quae amplius suae libidini quam civium et consanguineorum saluti prospexit".

Sin qui la storia raccontata da Paolo Diacono, e il suo giudizio è perfettamente in linea con l'idea che la donna è carnale e libidinosa sempre e rappresenta il sotterfugio e il male, ma se cambiamo l'angolo prospettico, che cosa vediamo in questo racconto? Che cosa può essere considerato certo, o almeno verosimile, e che cosa abbellimento drammatico?

Direi che può essere considerato veritiero il racconto del saccheggio e dell'incendio di Cividale: Paolo Diacono, cividalese, poteva averne sentito parlare dai testimoni diretti, o aver visto personalmente le tracce di tale distruzione. Anche il fatto che autori ne fossero stati gli Avari non dovrebbe essere messo in dubbio, perché, anche se erano stati alleati dei Longobardi, non è né inverosimile né improbabile un cambiamento di parte. E fatto storico doveva essere la morte di Gisulfo e di gran parte degli arimanni friulani. Così è estremamente probabile che la vedova del duca, per salvare se stessa, i propri figli, le mogli e i figli dei caduti, si sia rifugiata in Cividale che era fortificata.

Ma, anche in una città fortificata, quali speranze potevano avere? Se dobbiamo credere a quanto ci dice lo stesso Paolo Diacono, già i seguaci di Gisulfo erano pochi: "Gisulfus Forojulianus dux cum Langobardis, quos habere poterat, audacter occurrit" e sebbene combattesse valorosamente e "contra immensam multitudinem bellum cum paucis gereret", circondato da ogni parte, fu ucciso "cum omnibus pene suis".

Qual'era quindi la situazione di Romilda? era l'unica autorità, l'unica difesa di un popolo formato da donne e bambini. Nessuna meraviglia che cercasse un accordo con il nemico, una resa quanto meno gravosa possibile. A quanto si deduce dalle parole dello storico cividalese, il Cacano degli Avari aveva promesso altre cose oltre il matrimonio (che d'altronde era frequentemente usato come elemento di stabilità dei patti stipulati anche tra ex-nemici): aveva promesso di non toccare la città e di riportare i Longobardi che si fossero arresi ai luoghi d'origine (dal che si vede che gli Avari avevano in mente di fare un'incursione, non un'occupazione di terre)): "fallaciter tamen eis promittentes, quod eos, unde digressi fuerant, Pannoniae in finibus conlocarent".

Promesse fallaci, che si risolvono nel sangue e nella schiavitù, ma mentre per queste sorti non sono necessarie giustificazioni (in fondo si tratta di "popolo"!) era senz'altro necessaria una giustificazione per la morte di Romilda, che era pur sempre la moglie di un duca. E quale giustificazione migliore per il Cacano di un'accusa a Romilda di immoralità, di tradimento per libidine, che lo trasformava addirittura in un difensore della moralità? Eppure la storia non avrebbe dovuto essere  molto verosimile:

in fondo Romilda aveva avuto otto figli (quattro maschi: Tosone, ....., Rodoaldo e Grimoaldo, e quattro femmine: quarum una Appa, alia Gaila vocabatur, duarum vero nomina non retinemus. Di questi otto figli almeno quattro erano già adulti e anzi le femmine dovettero  difendersi dalle voglie degli invasori.
In un periodo in cui la vita media era molto breve e le maternità ripetute e senza assistenza alcuna, è molto strano che una donna che ha avuto almeno otto figli (non dimentichiamo che la mortalità perinatale e infantile era elevatissima), avesse ancora tali passioni "libidinose". E' più probabile che questo racconto, che già il Paschini considera poco credibile, infiorato com'è di particolari "ad effetto", sia invece una riprova dell'opinione che delle donne si aveva in Friuli al tempo di Paolo Diacono e in tutto il Medio Evo.

La storia d'Italia insegna: delle poche donne che, occasionalmente, e perché dotate di carattere eccezionalmente forte, riuscirono ad assumere qualche carica politica o ad esercitare un potere pubblico, si disse che la loro importanza derivava dalla loro estrema licenziosità; come affermava Liutprando di Cremona, quello era l'unico motivo a cui si poteva ricorrere per spiegare il loro incomprensibile controllo sull'uomo.
Lo stesso fenomeno può spiegare la cattiva fama di Romilda: piuttosto che accettare un accordo, sia pur fallito, stipulato da una donna, e riconoscerle il titolo di guerriero sconfitto ma valoroso, si preferisce spiegare e quasi giustificare il tradimento del Cacano degli Avari attraverso l'accusa di impudicizia a Romilda: questa soluzione era perfettamente inserita nell'etica del tempo, l'altra avrebbe messo in crisi l'intera immagine del mondo di Paolo Diacono."


In seguito: I monasteri femminili
                Il matrimonio
                Elisabetta di Rissau
                Beatrice di Baviera contessa di Gorizia


Testa di fanciulla al museo archeologico di Aquileia