La condizione femminile
da documenti friulani
dell'età dei castelli


I monasteri  femminili
 


 

  (Con la gentile concessione di Maria Tore Barbina da un suo studio estratto da "Castelli del Friuli/7"-Udine 1988)

 

 

 

Avevano libertà di azione unicamente le donne nobili, ricche solo se vedove o monache.

In Friuli avevano libertà di azione solo quelle donne, nobili e ricche, che non avevano maschi da cui dipendere, cioè in sintesi le vedove e le monache.
Di alcune vedove "di carattere" parleremo in seguito, vediamo ora quale era la situazione dei monasteri femminili.

Per i tempi più antichi ci soccorre ancora la famosa donazione sestense che, nell'atto stesso di donazione, fissa le regole fondamentali per il monastero femminile di Salt. Nel detto monastero doveva essere domina e legale rappresentante delle monache Piltrude, la madre dei donatori, ma il monastero doveva essere del tutto indipendente dai donatori e dai loro eredi, che rinunciavano ad ogni ingerenza nella vita dello stesso.
Esisteva, però, una dipendenza del monastero femminile da quello maschile, almeno per quanto riguardava l'ordinazione della badessa di Salt, che spettava all'abate di Sesto con il consenso del patriarca di Aquileia.

Ma una volta eletta dalle monache stesse e ordinata dall'abate di Sesto, la badessa era signora assoluta, e amministrava beni assai considerevoli. Erano infatti proprietà del monastero di Salt fin dal 762 la corte sulla quale sorgeva il monastero stesso, con tutte le sue pertinenze, e la metà di un castagneto in Ausiniano (l'altra metà era del monastero di Sesto); metà di un mulino a Palazzolo dello Stella (ne avrebbe goduto l'usufrutto Piltrude, finché fosse vissuta), e metà monte in Carnia ove pascolare pecore e armenti, e poi le case "massericie" in Sogiaco, in Magretas, casas in Campo Maiore, casas in Muras, casas in Fara iuxta turionem, casas in Adelliaco, casas in Mtriucolo, casas in duas Basilicas, casas in Aureliano, casas in Acciniaco, casas in Graciolaco, casas in Carnia in vico Ampicio, et casas Johanni et Maciolo.
 
Erano proprietà dal convento di Salt, anche case in Ramaceto, e terrre e vigne e prati in Damino e ancora dei beni in Coloniola e una vigna in Grobanges, e la corte che i donatori avevano posseduto a Medea, con tutte le pertinenze, e case in Cisiano, e un reddito annuale di 100 anfore di vino, e diritti di fienagione e di uso do un mulino, poi boschi n Carniola, e il diritto di pascolare i maiali insieme a quelli dello xenodochio vicino. Già nel documento del 762 i beni erano consistenti, e ad essi se ne aggiunsero altri, per donazioni o testamenti e per l'apporto dei beni della  monache stesse che, è bene ricordarlo, erano sempre di nobile origine.

L'abitato di Magredis (le casas in Magretas che furono alle dirette dipendenze del monastero benedettino di Salt)

 


L'IMPORTANZA DEL MONASTERO
DI S. MARIA AD AQUILEIA E
IL SINGOLARE POTERE DELLA BADESSA
 


Il monastero di Salt ci mostra l'ampiezza, anche geografica, dei beni di un monastero femminile, ma non ci dà molte altre notizie sicure sulla sua vita e sulla sua evoluzione , mentre più abbondanti e sicure notizie abbiamo di un altro monastero femminile della regione friulana: quello di S. Maria presso Aquileia, dalle origini oscure, ma notevole per importanza e per l'abbondanza dei documenti pervenutici. La sua fondazione è attribuita al patriarca Poppo in base a un documento che però ci è pervenuto in redazioni posteriori.

Da una mappa medievale di Aquileia la posizione del monastero femminile benedettino di S. Maria, soppresso alla fine del decolo XVIII. Attualmente questa località porta ancora il nome di Monastero

  L'importanza di questo monastero fu davvero eccezionale, sia per la ricchezza derivata dalle molte proprietà, sia per il potere che ebbe la badessa, alla quale furono concessi tutti i diritti sacri, anche quello di cura delle anime, che esercitava attraverso sacerdoti da lei stessi designati e nominati.

Due documenti che si trovano nella Biblioteca Civica di Udine sono esemplari a tale riguardo; nello stesso foglio si legge:
"Io Margaritta Abbatissa del R.do monasterio apresso Aquileia acetto per nome mio e del detto monasteria la renuntia (Ex canone renuntiationis) della glesia parrocchiale de Chiasiellis fatta in ma mia pe lo procurator del venerabile mr. Paulo Lelio padoan rettor  della ditta glesia"; più sotto:
"Io conferisco al R.do mr. giovanangelo de san Severino la giesa parrocchiale de chiasiellis vacante per libera renuntia (ex canone renuntiationis() de mr. Paulo Lelio padoan suo ultimo possessore".

Ma quello che è più sbalorditivo è quanto è contenuto nelle ultime righe: "...per imposition dello anello nel suo dito Canonicamento lo innesto e lo provedo della ditta giesa et sue rasoe. Riservando alla mia mensa, et alle mie successore lo censo de ducati tre al anno".

L'eccezionalità di questo documento per la storia della condizione della donna in Friuli, sta nella descrizione della cerimonia, compiutamente feudale - il vassallo che rende omaggio al signore e ne riceve un beneficio - che vede nella parte del signore una donna: l'Abbadessa, e nella parte del vassallo un uomo, e nel fatto che questa investitura aveva anche valore canonico. Sarà proprio questo ultimo aspetto che verrà messo in evidenza e osteggiato, ma molto più tardi, nel sec. XVI, dal patriarca di Aquileia che se ne sentiva danneggiato, se non umiliato.

Ma le monache di Aquileia non cedettero, ricorsero al Papa e ad ogni altro mezzo per osteggiare le pretese del patriarca. Nel XVI secolo le due autorità del Patriarca e dell'Abbadessa arrivarono ai ferri corti e nel 1581 Paolo, vescovo di Cattaro e Suffraganeo e Vicario di Aquileia scrisse al Patriarca,  che si trovava a Roma, delle sbalordite e poi furibonde lettere contro la badessa di Aquileia "che castiga li preti e non riconosce altra autorità che quella del papa"; e devono aver ben ribattuto alle sue richieste le monache di Aquileia se il Vicario arriva a sfogarsi per iscritto dicendo che non vuole più avere a che fare con "quelle maledette monache" che vengono giudicate per il passato e per il presente "iactarunt et iactant ac mlesterunt, perturbarunt, impediverunt, et intulerunt, ac quotidie molestant, perturbant, impediunt et inferunt".
 

Aquileia, Monastero. Il Museo Paleocristiano con pavimento ed i resti di una chiesa del IV secolo d.C., divenuta successivamente chiesa conventuale.

 

 IL DIRITTO DI SEDERE AL PARLAMENTO DELLA "PATRIA DEL FRIULI" E GLI OBBLIGHI FEUDALI

Il convento di S. Maria di Aquileia,, come quello di S. Maria in Valle di Cividale, aveva diritto di partecipare al Parlamento della Patria del Friuli nella classe del clero (a questa classe appartenevano anche gli abbati di Rosazzo, di Moggio, di Sesto e di Beligna, il vescovo di Concordia, i capitoli di S. Odorico, di S. Stefano, di S. Felice di S. Pietro in Carnia), insieme alla classe della nobiltà e delle comunità.

Le monache di Aquileia, come tutti i signori feudali, avevano anche obblighi di prestazioni militari. Ordinariamente dovevano tener pronti per il patriarca due elmi e due balestre, ma talvolta la prestazione era più pesante: in caso di necessità la badessa doveva presentare fino a sedici decine di pedoni, tra i quali veniva fatta la "cernida". Inoltre il monastero doveva contribuire anche alla guardia diurna e notturna di Aquileia (alla cosiddetta schiriwaita) e in caso di guerra doveva fornire 24 uomini armati in difesa della città.

Talvolta però questi obblighi venivano assolti attraverso il pagamento di una somma che corrispondeva al costo degli armati richiesti: la "talea procavalaria".

Il Monastero di S. Maria

C'erano poi obblighi economici, tasse da pagare al patriarca e decime da corrispondere alla curia romana. Ci furono momenti nei quali tutti questi obblighi pesarono parecchio sulle finanze del convento, e talvolta le difficoltà furono aggravate dalle angherie di laici ed ecclesiastici nei confronti dei beni e dei vassalli delle monache, ma in genere la situazione economica era piuttosto florida e i beni del convento,  costituiti dalle donazioni, dai diritti feudali (come il diritto di avvocazia, cioè l'esercizio del potere giudiziario ed esecutivo, che si risolveva sempre anche in multe e confische di beni che andavano al convento di Aquileia, e dalle doti delle monache, garantivano una vita per niente sgradevole.

DAI PARENTI PER SVERNARE E NEL CONVENTO SERVITU' PERSONALE E MENSA BEN FORNITA

Fino alla fine del XIII secolo non c'era alcuna forma di clausura e le monache potevano andare a visitare i  vari possedimenti sparsi in tutto il Friuli (il monastero di S. Maria di Aquileia ne aveva uno anche in Istria), o andare a trovare i parenti e fermarsi quanto volevano se nel convento c'era troppo freddo, o se "il clima era umido e non confacente".
Le monache, tutte di nobile origine, avevano a disposizione servi e serve propri o del convento per tutti i lavori manuali; godevano di rendite considerevoli, la loro mensa era in genere ben fornita di carne, pesci, grano, olive, vino, e si potevano dedicare alla preghiera o alla lettura o a controllare la gestione dei beni del convento.

Qualche volta, naturalmente, ci furono momenti poco favorevoli, e nel 1324 le monache di Aquileia lamentavano di doversi mantenere lavorando esse stesse; in tali casi le monache chiedevano di essere esonerate dal pagamento di tasse e decime, talvolta "cum lacrimarum effusione et cum iuramento" riferivano di passate prosperità e di difficoltà presenti, dovute alle ruberie, all'abbandono dei campi da parte dei massari, e alla presenza di "multarum dominarum... quibus non potest nedum necessaria ministrare ut decet".

Ma in genere le entrate erano molte e di varia natura, le proprietà venivano affittate in cambio della fornitura di derrate o della corresponsione di somme di denaro o dell'ospitalità in caso di viaggi della Badessa.

Il Monastero di S. Maria agli inizi '900

 

... ANCHE ANELLI, PELLICCE E VESTITI PREZIOSI PER LE MONACHE DI RANGO   

Le monache potevano disporre di una somma di denaro, forse proporzionata alla dote che avevano portato, e possedevano oggetti di gran lusso, come anelli, pellicce, vestiti preziosi che potevano lasciare in testamento a chi volevano, come potevano anche fare dei mobili e degli arredi della loro camera.
La vita del convento era variata dalle visite dei parenti e dagli anniversari dei benefattori o delle stesse monache più importanti.

E' interessante un documento con il quale Ermengarda, già contessa Irmilina di Gorizia, divenuta monaca del convento di S. Maria di Aquileia, stabilisce come dovrà essere festeggiato il suo anniversario:

"La sera della vigilia, dopo il canto delle preghiere d'uso, sia data alle monache la metà di una misura di vino buono. Il giorno dopo la Badessa, chiunque sia, faccia celebrare cinque messe per l'anima della defunta e distribuisca ai poveri quattro staia di pane e uno di fave, e, nel caso che non ci sia digiuno, vi si unisca un formaggio del valore di 16 denari, altrimenti otto libbre d'olio e due urne di vino; del pane e del vino si tenga quanto occorre perché ogni monaca quel giorno abbia un pane intero e vino buono. Se poi talvolta mancheranno i poveri ai quali distribuire tutto quanto stabilito, quello che avanzerà venga distribuito fra le monache, in parti uguali. Inoltre si comprino per le monache 9 denari di carni, e di queste si facciano, insieme con altre cose, tre piatti di carne per il pranzo e due piatti per la cena; e se sarà digiuno si comperino quaranta denari di pesce, e se ne facciano tre piatti per pranzo".

Cucina del castello di Gorizia

 

NEL CONVENTO ANCHE IL SOLARIUM
 E LA "STUPA"

Il documento ci dà poi un altro spaccato della vita del  convento enumerando le parti dello stesso costruite o risistemate a spese della stessa Ermengarda, e cioè le case di abitazione, la cucina, il "solarium" e la "stupa". Questo "solarium" era insieme luogo di riposo e di cura, infatti si dispone che le monache ammalate vengano trattate con ogni riguardo e che vi stiano solo loro e le loro serve.

MA LE COSE STANNO CAMBIANDO . . .

Gli anniversari non erano certo tutti così splendidi, ma erano piuttosto frequenti e allietavano la vita delle monache che, almeno fino alla metà del XIII secolo, non doveva essere molto difficile.
Verso la metà del XIII secolo cominciarono a comparire documenti con i quali le monache di vari monasteri friulani lamentano di subire prepotenze da laici e da ecclesiastici.
In genere ricorrevano al Patriarca, e i documenti che ci rimangono ci dicono che ottenevano quasi sempre quello che chiedevano, ma sono anche indicativi di una situazione che andava cambiando.

Si può formulare l'ipotesi, osservando le date di questi documenti di protesta, che, insieme alla degradazione della situazione femminile generale che stava avvenendo in quegli anni, peggiorasse anche la vita nei conventi, che da allora furono sempre più spesso non luogo di vita serena e di rifugio, ma luogo di reclusione più o meno forzata.


 


In seguito:
                Il matrimonio
                Elisabetta di Rissau
                Beatrice di Baviera contessa di Gorizia