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Avevano libertà di azione unicamente le donne nobili, ricche solo se
vedove o monache. |
In
Friuli avevano libertà di azione solo quelle donne, nobili e ricche, che
non avevano maschi da cui dipendere, cioè in sintesi le vedove e le
monache.
Di alcune vedove "di carattere" parleremo in seguito, vediamo ora quale
era la situazione dei monasteri femminili.
Per
i tempi più antichi ci soccorre ancora la famosa donazione sestense che,
nell'atto stesso di donazione, fissa le regole fondamentali per il
monastero femminile di Salt. Nel detto monastero doveva essere
domina
e legale rappresentante delle monache Piltrude, la madre dei donatori, ma
il monastero doveva essere del tutto indipendente dai donatori e dai loro
eredi, che rinunciavano ad ogni ingerenza nella vita dello stesso.
Esisteva, però, una dipendenza del monastero femminile da quello maschile,
almeno per quanto riguardava l'ordinazione della badessa di Salt, che
spettava all'abate di Sesto con il consenso del patriarca di Aquileia.
Ma
una volta eletta dalle monache stesse e ordinata dall'abate di Sesto, la
badessa era signora assoluta, e amministrava beni assai considerevoli.
Erano infatti proprietà del monastero di Salt fin dal 762 la corte sulla
quale sorgeva il monastero stesso, con tutte le sue pertinenze, e la metà
di un castagneto in Ausiniano (l'altra metà era del monastero di Sesto);
metà di un mulino a Palazzolo dello Stella (ne avrebbe goduto l'usufrutto
Piltrude, finché fosse vissuta), e metà monte in Carnia ove pascolare
pecore e armenti, e poi le case "massericie" in Sogiaco, in
Magretas,
casas in Campo Maiore, casas in Muras,
casas in Fara iuxta turionem, casas in Adelliaco, casas in Mtriucolo,
casas in duas Basilicas, casas in Aureliano, casas in Acciniaco, casas in
Graciolaco, casas in Carnia in vico Ampicio, et casas Johanni et Maciolo.
Erano
proprietà dal convento di Salt, anche case in Ramaceto, e terrre e
vigne e prati in Damino e ancora dei beni in Coloniola e una
vigna in Grobanges, e la corte che i donatori avevano posseduto a
Medea, con tutte le pertinenze, e case in Cisiano, e un reddito
annuale di 100 anfore di vino, e diritti di fienagione e di uso do un
mulino, poi boschi n Carniola, e il diritto di pascolare i maiali
insieme a quelli dello xenodochio vicino. Già nel documento del 762 i beni
erano consistenti, e ad essi se ne aggiunsero altri, per donazioni o
testamenti e per l'apporto dei beni della monache stesse che, è bene
ricordarlo, erano sempre di nobile origine.
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| L'abitato di Magredis (le casas in
Magretas che furono alle dirette dipendenze del monastero
benedettino di Salt) |
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L'IMPORTANZA DEL MONASTERO
DI S. MARIA AD AQUILEIA E
IL SINGOLARE POTERE DELLA BADESSA
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Il
monastero di Salt ci mostra l'ampiezza, anche geografica, dei beni di un
monastero femminile, ma non ci dà molte altre notizie sicure sulla sua
vita e sulla sua evoluzione , mentre più abbondanti e sicure notizie
abbiamo di un altro monastero femminile della regione friulana: quello di
S. Maria presso Aquileia, dalle origini oscure, ma notevole per importanza
e per l'abbondanza dei documenti pervenutici. La sua fondazione è
attribuita al patriarca Poppo in base a un documento che però ci è
pervenuto in redazioni posteriori.
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Da una mappa medievale
di Aquileia la posizione del monastero femminile benedettino di S.
Maria, soppresso alla fine del decolo XVIII. Attualmente questa
località porta ancora il nome di Monastero |
L'importanza di questo monastero fu
davvero eccezionale, sia per la ricchezza derivata dalle molte proprietà,
sia per il potere che ebbe la badessa, alla quale furono concessi tutti i
diritti sacri, anche quello di cura delle anime, che esercitava attraverso
sacerdoti da lei stessi designati e nominati.
Due
documenti che si trovano nella Biblioteca Civica di Udine sono esemplari a
tale riguardo; nello stesso foglio si legge:
"Io Margaritta Abbatissa del R.do monasterio
apresso Aquileia acetto per nome mio e del detto monasteria la renuntia
(Ex canone renuntiationis) della glesia parrocchiale de Chiasiellis fatta
in ma mia pe lo procurator del venerabile mr. Paulo Lelio padoan rettor
della ditta glesia"; più sotto:
"Io conferisco al R.do mr. giovanangelo de san
Severino la giesa parrocchiale de chiasiellis vacante per libera renuntia
(ex canone renuntiationis() de mr. Paulo Lelio padoan suo ultimo
possessore".
Ma
quello che è più sbalorditivo è quanto è contenuto nelle ultime righe: "...per
imposition dello anello nel suo dito Canonicamento lo innesto e lo provedo
della ditta giesa et sue rasoe. Riservando alla mia mensa, et alle mie
successore lo censo de ducati tre al anno".
L'eccezionalità
di questo documento per la storia della condizione della donna in
Friuli, sta nella descrizione della cerimonia, compiutamente
feudale - il vassallo che rende omaggio al signore e ne riceve un
beneficio - che vede nella parte del signore una donna: l'Abbadessa, e
nella parte del vassallo un uomo, e nel fatto che questa investitura aveva
anche valore canonico. Sarà proprio questo ultimo aspetto che verrà messo
in evidenza e osteggiato, ma molto più tardi, nel sec. XVI, dal patriarca
di Aquileia che se ne sentiva danneggiato, se non umiliato.
Ma
le monache di Aquileia non cedettero, ricorsero al Papa e ad ogni altro
mezzo per osteggiare le pretese del patriarca. Nel XVI secolo le due
autorità del Patriarca e dell'Abbadessa arrivarono ai ferri corti e nel
1581 Paolo, vescovo di Cattaro e Suffraganeo e Vicario di Aquileia scrisse
al Patriarca, che si trovava a Roma, delle sbalordite e poi
furibonde lettere contro la badessa di Aquileia "che
castiga li preti e non riconosce altra autorità che quella del papa";
e devono aver ben ribattuto alle sue richieste le monache di Aquileia se
il Vicario arriva a sfogarsi per iscritto dicendo che non vuole più avere
a che fare con "quelle maledette monache" che vengono giudicate per il
passato e per il presente "iactarunt et iactant
ac mlesterunt, perturbarunt, impediverunt, et intulerunt, ac quotidie
molestant, perturbant, impediunt et inferunt".
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Aquileia, Monastero. Il Museo Paleocristiano
con pavimento ed i resti di una chiesa del IV secolo d.C., divenuta
successivamente chiesa conventuale. |
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IL
DIRITTO DI SEDERE AL PARLAMENTO DELLA "PATRIA DEL FRIULI" E
GLI OBBLIGHI FEUDALI |
Il
convento di S. Maria di Aquileia,, come quello di S. Maria in Valle di
Cividale, aveva diritto di partecipare al Parlamento della Patria del
Friuli nella classe del clero (a questa classe appartenevano anche gli
abbati di Rosazzo, di Moggio, di Sesto e di Beligna, il vescovo di
Concordia, i capitoli di S. Odorico, di S. Stefano, di S. Felice di S.
Pietro in Carnia), insieme alla classe della nobiltà e delle comunità.
Le
monache di Aquileia, come tutti i signori feudali, avevano anche obblighi
di prestazioni militari. Ordinariamente dovevano tener pronti per il
patriarca due elmi e due balestre, ma talvolta la prestazione era più
pesante: in caso di necessità la badessa doveva presentare fino a sedici
decine di pedoni, tra i quali veniva fatta la "cernida". Inoltre il
monastero doveva contribuire anche alla guardia diurna e notturna di
Aquileia (alla cosiddetta schiriwaita) e in caso di guerra doveva
fornire 24 uomini armati in difesa della città.
Talvolta
però questi obblighi venivano assolti attraverso il pagamento di una somma
che corrispondeva al costo degli armati richiesti: la "talea
procavalaria".
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Il Monastero di S. Maria |
C'erano
poi obblighi economici, tasse da pagare al patriarca e decime da
corrispondere alla curia romana. Ci furono momenti nei quali tutti questi
obblighi pesarono parecchio sulle finanze del convento, e talvolta le
difficoltà furono aggravate dalle angherie di laici ed ecclesiastici nei
confronti dei beni e dei vassalli delle monache, ma in genere la
situazione economica era piuttosto florida e i beni del convento,
costituiti dalle donazioni, dai diritti feudali (come il diritto di
avvocazia, cioè l'esercizio del potere giudiziario ed esecutivo, che si
risolveva sempre anche in multe e confische di beni che andavano al
convento di Aquileia, e dalle doti delle monache, garantivano una vita per
niente sgradevole.
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DAI
PARENTI PER SVERNARE E NEL CONVENTO SERVITU' PERSONALE E MENSA BEN
FORNITA |
Fino
alla fine del XIII secolo non c'era alcuna forma di clausura e le monache
potevano andare a visitare i vari possedimenti sparsi in tutto il
Friuli (il monastero di S. Maria di Aquileia ne aveva uno anche in
Istria), o andare a trovare i parenti e fermarsi quanto volevano se nel
convento c'era troppo freddo, o se "il clima era umido e non confacente".
Le monache, tutte di nobile origine, avevano a disposizione servi e serve
propri o del convento per tutti i lavori manuali; godevano di rendite
considerevoli, la loro mensa era in genere ben fornita di carne, pesci,
grano, olive, vino, e si potevano dedicare alla preghiera o alla lettura o
a controllare la gestione dei beni del convento.
Qualche
volta, naturalmente, ci furono momenti poco favorevoli, e nel 1324 le
monache di Aquileia lamentavano di doversi mantenere lavorando esse
stesse; in tali casi le monache chiedevano di essere esonerate dal
pagamento di tasse e decime, talvolta "cum lacrimarum effusione et cum
iuramento" riferivano di passate prosperità e di difficoltà presenti,
dovute alle ruberie, all'abbandono dei campi da parte dei massari, e alla
presenza di "multarum dominarum... quibus non potest nedum necessaria
ministrare ut decet".
Ma
in genere le entrate erano molte e di varia natura, le proprietà venivano
affittate in cambio della fornitura di derrate o della corresponsione di
somme di denaro o dell'ospitalità in caso di viaggi della Badessa.
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Il Monastero di S. Maria
agli inizi '900 |
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... ANCHE ANELLI, PELLICCE E
VESTITI PREZIOSI PER LE MONACHE
DI
RANGO |
Le
monache potevano disporre di una somma di denaro, forse proporzionata alla
dote che avevano portato, e possedevano oggetti di gran lusso, come
anelli, pellicce, vestiti preziosi che potevano lasciare in testamento a
chi volevano, come potevano anche fare dei mobili e degli arredi della
loro camera.
La vita del convento era variata dalle visite dei parenti e dagli
anniversari dei benefattori o delle stesse monache più importanti.
E'
interessante un documento con il quale Ermengarda, già contessa Irmilina
di Gorizia, divenuta monaca del convento di S. Maria di Aquileia,
stabilisce come dovrà essere festeggiato il suo anniversario:
"La sera della
vigilia, dopo il canto delle preghiere d'uso, sia data alle monache la
metà di una misura di vino buono. Il giorno dopo la Badessa, chiunque sia,
faccia celebrare cinque messe per l'anima della defunta e distribuisca ai
poveri quattro staia di pane e uno di fave, e, nel caso che non ci sia
digiuno, vi si unisca un formaggio del valore di 16 denari, altrimenti
otto libbre d'olio e due urne di vino; del pane e del vino si tenga quanto
occorre perché ogni monaca quel giorno abbia un pane intero e vino buono.
Se poi talvolta mancheranno i poveri ai quali distribuire tutto quanto
stabilito, quello che avanzerà venga distribuito fra le monache, in parti
uguali. Inoltre si comprino per le monache 9 denari di carni, e di queste
si facciano, insieme con altre cose, tre piatti di carne per il pranzo e
due piatti per la cena; e se sarà digiuno si comperino quaranta denari di
pesce, e se ne facciano tre piatti per pranzo".
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Cucina del castello di Gorizia |
NEL CONVENTO ANCHE IL SOLARIUM
E LA "STUPA" |
Il
documento ci dà poi un altro spaccato della vita del convento
enumerando le parti dello stesso costruite o risistemate a spese della
stessa Ermengarda, e cioè le case di abitazione, la cucina, il
"solarium" e la "stupa". Questo "solarium" era insieme
luogo di riposo e di cura, infatti si dispone che le monache ammalate
vengano trattate con ogni riguardo e che vi stiano solo loro e le loro
serve.
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MA
LE COSE STANNO CAMBIANDO . . . |
Gli
anniversari non erano certo tutti così splendidi, ma erano piuttosto
frequenti e allietavano la vita delle monache che, almeno fino alla metà
del XIII secolo, non doveva essere molto difficile.
Verso la metà del XIII secolo cominciarono a comparire documenti con i
quali le monache di vari monasteri friulani lamentano di subire prepotenze
da laici e da ecclesiastici.
In genere ricorrevano al Patriarca, e i documenti che ci rimangono ci
dicono che ottenevano quasi sempre quello che chiedevano, ma sono anche
indicativi di una situazione che andava cambiando.
Si
può formulare l'ipotesi, osservando le date di questi documenti di
protesta, che, insieme alla degradazione della situazione femminile
generale che stava avvenendo in quegli anni, peggiorasse anche la vita nei
conventi, che da allora furono sempre più spesso non luogo di vita serena
e di rifugio, ma luogo di reclusione più o meno forzata.
In seguito:
Il matrimonio
Elisabetta di Rissau
Beatrice di Baviera contessa di Gorizia |