la nostra storia


 


"Memorie
 de
ll'
occupazione militare Austriaca
15 agosto-15 ottobre 1866
 
in Tolmezzo"

 
(documento  messo a disposizione da Federico Morocutti, Tolmezzo. Particolari da dipinti di Federico Morocutti)

dall'omonimo libretto stampato da "Tipografia G.Moro" Tolmezzo -1907

Si tratta di un documento estremamente interessante, riportato in versione integrale, che un discendente di Cristoforo Morocutti (l'autore delle memorie),  ha messo a disposizione di "Donne in Carnia". Di Cristoforo viene tracciato il profilo da un anonimo. Per quanto ne sappiamo esistono solo tre copie del documento, delle quali due in possesso della Civica Biblioteca di Udine e della Biblioteca di Tolmezzo.
Non è un trattato storico, ma una testimonianza di vita: episodi e narrazioni del periodo agosto-ottobre 1866 (quindi successivo alla proclamazione del Regno d'Italia del 1861): ultima guerra d'Indipendenza, prima dell'annessione al Regno anche di Veneto e Friuli.

A
DE GIUDICI Cav. LEONARDO

UOMO PROBO - LAVORATORE INDEFESSO
CHE QUESTA SUA TOLMEZZO
AMO' PREDILESSE - BENEFICO'

MOROCUTTI CRISTOFORO

IN SEGNO DI STIMA - D'AMICIZIA PERSONALE
QUESTO TENUE LAVORO
DEDICA

Aprile - 1907


All'On. Sig.

Cristoforo Morocutti

DI LIGOSULLO

     Il Consiglio comunale di Tolmezzo adunatosi per la prima volta nel giorno 4 corr. sotto la tutela delle leggi nazionali, ha manifestato umanamente il bisogno ed il dovere di porgere alla S.V. una prova sicura, che la letizia del nuovo ordine di cose non ha fatto dimenticare quei valorosi che nell'ultimo infausto bimestre della occupazione Austriaca hanno abbandonato ogni comodità ed ogni interesse per servire il paese.
     Poiché tra quei valorosi Voi foste dei primi, così il Consiglio Comunale vi ha nominato per acclamazione Cittadino di Tolmezzo ed ha incaricato la Giunta Municipale di mandarvi una parola di ringraziamento.
     Nessuno meglio dei sottoscritti conosce la rilevanza dei servigi che avete prestato collaborando con noi in quell'epoca che fu veramente una prova di virtù cittadine, perciò a nessuno più che a noi doveva riuscire gradito l'incarico di dichiararvi benemerito del paese, quando la benemerenza per titolo di patriottismo era un pericolo.
     I sottoscritti sono ben sicuri che se i patimenti d'allora costituiscono per Voi un vanto legittimo d'altra parte la deliberazione del Consiglio di Tolmezzo starà fra le più care consolazioni della Vostra vita.
Tolmezzo, lì 5 dicembre 1886

                                                  La Giunta Municipale

                                        Dott. Lorenzo Marchi
                                                  Francesco Zanini
                                                  Giuseppe Larice
                                                  Giacomo Filipuzzi


Cristoforo Morocutti in un dipinto di Federico Morocutti

 

      Ecco quanto ebbi occasione di leggere in un quadro appeso ad una parete dell'ufficio del magazziniere di Privative in Tolmezzo, cav. Cristoforo Morocutti.
   Curioso di sapere del venerando uomo cosa avesse fatto per meritarsi tale onorificenza, m'azzardai a domandarglielo, ed egli, con un'affabilità ed una modestia senza pari, e con una lucidità di mente davvero ammirabile in un vecchio ottuagenario, così alla buona, accalorandosi di tratto in tratto, mi fece il racconto, saltuariamente, di parte degli avvenimenti successi nei due mesi che durò nel 1866, l'occupazione dell'esercito austriaco in Tolmezzo.
    E siccome m'accorsi ch'egli conservava una felice memoria, tale da ricordarsi perfino i nomi - dopo 40 anni - degli ufficiali superiori e subalterni e le più minute circostanze; lo pregai a volere scrivere di suo pugno l'intiera storia onde lasciarla in memoria al paese.
    Dopo qualche esitanza, il buon vecchio promise d'accontentarmi, e, alcuni mesi appresso mi consegnò le memorie che trascrivo senza togliere né aggiungere una parola e che io intitolo:

 

 

MEMORIE

dell'occupazione militare Austriaca a Tolmezzo

(dal 15 agosto al 15 ottobre 1866)

 

     Verso i primi di giugno '66 arrivò a Tolmezzo, da Pontebba un ufficiale austriaco, dalle mostre verdi, alto grasso con lunghi mustacchi arruffati, e, con la solita prepotenza dei Tedeschi, volle che il Comune gli somministrasse e facesse condurre a Resiutta: fieno, paglia, avena, zucchero, caffè, farina, acquavite e cuoio, con la minaccia, in caso di rifiuto, di occupare il paese con una compagnia di soldati.

     Costui non si mosse da Tolmezzo, e se non quando vide partire quattro carri con tutti i generi requisiti; anzi, egli stesso li accompagnò fino a Resiutta.

     I preposti al Comune ritenevano che lo stesso ufficiale avesse pagato o che almeno avesse rilasciato ricevute, buoni, o qualche cosa di simile, ma nulla; s'era allontanato bruscamente facendo capire che sarebbe tornato per altre requisizioni.

      Fu allora che i rappresentanti il Comune, non sapendo come giustificare una tale non indifferente spesa, si rivolsero a me, titolare fin d'allora di questa dispensa di privative e mi pregarono, stante ch'io conosceva la lingua tedesca, di portarmi a Resiutta, presentarmi a qualche ufficiale superiore, vedere come stavano le cose e ritirare, se possibile ricevute, buoni o, meglio ancora, l'importo dei generi che ammontava a circa fiorini mille.

     Dopo qualche esitanza, poiché non erano tempi da scherzare, specialmente con quelle bestiacce prepotenti, accettai il pericoloso incarico.

     Mi fu dato per compagno certo sig. Gio. Batta Zamolo. Partimmo un dopo mezzodì, con un calesse ed un cavallo di proprietà dello Zamolo. Giunti al ponte di Moggio cominciammo a trovare i primi soldati austriaci di fanteria, gran parte sdraiati su mucchi di ghiaia lungo la strada; poi cannoncini, carriaggi, di modo che riusciva difficile il passaggio, e così fino a Resiutta.

     Arrivati, ben naturale sempre al passo, sul ponte di Resiutta, trovammo che il passaggio con ruotabile era divenuto impossibile. Fummo circondati da molti ufficiali, i quali, prendendoci in giro, ci fecero capire che il nostro cavallo era giunto in un buon punto, e che se ne sarebbero serviti per il viaggio del domani.

     Arrivati in paese, collocammo il nostro bucefalo nella stalla del signor Barnaba Perissutti, mio grande amico. Sulle porte dello stallo erano state collocate le sentinelle: segno evidente questo che i quadrupedi ivi esistenti erano stati sequestrati per il servizio della truppa.

     Fra tanti ufficiali dalle diverse divise e dalle mostre differenti, come trovare quello che era stato a Tolmezzo a fare la requisizione?

     Cerca di qua, guarda di là, finalmente mi venne fatto incontrare un soldato dalle mostre verdi, e chiestogli del suo capitano, egli rispose ch'era alloggiato in casa del parroco.

     Saputo ciò, mi portai immediatamente dal Parroco Don Giovanni Grassi, fortunatamente mio amico. Appena mi ebbe visto il buon sacerdote mi rimproverò di essermi portato in si brutti momenti in quei luoghi pericolosi - dai quali tutti procuravano di allontanarsi - e mi consigliò di ritornare a Tolmezzo, senz'andare dal capitano.

     Vistomi irremovibile, il Grassi mi condusse fin sulla porta della stanza dove alloggiava il capitano. Chiesto il permesso di entrare, udii una rauca voce interna rispondere - Herein - Appena vista la faccia del capitano, mi accorsi che non doveva essere un cattivo uomo. Fui salutato in lingua tedesca: - Chi siete voi? - Sono un membro del municipio di Tolmezzo (menzogna, perché non centravo niente col municipio). 

     Se avessi detto ch'ero un semplice Tolmezzino, mi avrebbe certamente mostrata la porta e... chi sa cosa avrebbe fatto. Gli raccontai che un suo tenente era stato a Tolmezzo a ritirare, quasi con violenza, dei generi; che se li era portati via senza rilasciare documenti di sorta e che il Comune doveva pagarli ai somministratori e che ci volevano o danari o carte di debito da parte di chi li aveva ricevuti e gli feci comprendere che avevo intrapreso quel viaggio per regolarizzare quella contabilità, altrimenti il Comune avrebbe fatto rapporto per ottenere il suo ben giusto avere, anche per il motivo che Tolmezzo non aveva l'obbligo di mantenere l'armata.

     A questa protesta il capitano rispose:
     - Se voi siete un uomo di mondo, vi restituisco tutto quello che venne requisito a Tolmezzo.

     - Si spieghi, signor capitano.

     - Sentite: Quel tenente (Oberleuterant) l'ho mandato a Tolmezzo in cerca di cuoio perché ho i miei soldati con le scarpe malandate, e non altro. A me non occorre nemmeno uno dei suoi generi che egli ha portato qui, poiché noi domani partiamo alla volta di Verona e le merci rimangono qui a disposizione di chi le prende. A me basta il cuoio, il resto ve lo restituisco subito.

     Capii subito che l'intenzione del capitano era quella di mangiarsi il cuoio, e gli dissi: Il cuoio vale fiorini 182, mi faccia una ricevuta per tanto vino, farina ecc. per quell'importo, ed allora glielo lascio. Il Capitano, che fra parentesi, aveva i denti lunghi, soggiunse:

     - Voi siete proprio un uomo di mondo - ed in ciò dire, aprì un cassetto, levò fuori e mi donò due sigari, e, preso un pezzo di carta, scrisse un ordine all'ufficiale che aveva in custodia i generi, intimandogli di restituire ogni cosa al latore, meno, ben s'intende, il corame, più un sacco d'avena destinato al suo cavallo.

     Portatomi sul posto, feci la consegna del biglietto ad un ufficiale, il quale, ridendo sotto i baffi, e rivolgendosi verso i suoi colleghi, disse in tedesco:

     A quest'imbecille si devono restituire tutti questi generi - ed ordinò ai soldati sulla pubblica via ogni cosa.

     Feci finta di non comprendere il tedesco, e lasciato il mio compagno di viaggio a custodire la merce, andai in cerca di quattro carri, feci caricare ogni cosa meno il fieno che era riposto nella birreria Pippan, poi ritornai dal parroco, che mi procurò 16 uomini, i quali con corde si misero a trainare verso Moggio i quattro carri. Prima di allontanarmi da quegli ufficiali dissi loro in tedesco:

     Vedete, signori, come sa fare un imbecille d'Italiano!

     Al ponte di Resiutta, gli stessi ufficiali fermarono i conduttori dei carri, esigendo da essi il passaporto per uscire dal paese.

     Fu giocoforza tornare dal Capitano, il quale si portò sul sito ed ordinò che li lasciassero passare.

      Quando volli poi far attaccare il cavallo, altri ufficiali me lo impedirono, e dovetti rassegnarmi a disturbare di nuovo il Capitano per poter partire.

     Giunti al ponte di Moggio gli uomini erano estenuati ed avevano bisogno di rifocillarsi. Non si trovò un pane nè dal Tacchini né a Moggio e quei poveri diavoli dovettero accontentarsi di bere, chi vino, chi acquavite.

     Verso mezzanotte, i miei 16 cavalli da due gambe arrivarono ai ghiaioni di Piano di Portis ed ivi dovettero fermarsi perché i carri si sprofondavano nella ghiaia, e per quanti sforzi si facessero i conduttori, non si potevano smuovere.

     Andai alle prossime case, feci alzare dal letto altri sei uomini e tutti uniti, un carro per volta, riuscirono a trascinarli sull'argine del Fella. All'alba tutti i quattro carri si trovavano al casello di quel ponte. Lì, dopo aver pagati generosamente quei poveri diavoli, li licenziai.

     Non più di mezz'ora dopo si vide passare sulla strada nazionale la truppa che si dirigeva verso Gemona poi a Custoza, ove pochi giorni dopo avvenne l'infausta battaglia, ed il comune di Tolmezzo ritirò poscia i generi e li restituì ai negozianti che li avevano somministrati, meno s'intende, fieno ed avena, che più tardi vennero pagati.

     Visto che la spedizione, che chiameremo Morocuttiana, era ben riuscita, amici ed autorità di qui mi pregarono stante la conoscenza che avevo della lingua tedesca, di fermarmi a Tolmezzo per provvedere a ciò che sarebbe occorso durante la stabilita occupazione militare austriaca.

 

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Entrata della truppa austriaca in Carnia

 

    Il conte Arturo Mensdorf di Puily, fratello dell'allora ministro degli esteri a Vienna, i primi di agosto del '66, con due o tre compagnie di volontari, entrò dal Monte Croce di Timau e si diresse varcando Collina Grande, verso i Tre Ponti ove avvenne la memoranda scaramuccia e ove il Conte o Barone Coronini, tenente, ricevette una palla nella schiena.

     Due altre compagnie entrarono dal Monte Pradulina e per Paularo e Sella Durone, giunsero a Paluzza, dopo d'essersi appropriati di diverse pezze di formaggio nella casera della stessa malga e dopo di aver macellata una giovenca furtivamente presa. Comandava quella truppa il capitano Paule. Altre compagnie giunsero da Pontebba accompagnate da un terribile maggiore di nome Giurgiowitsch, che non era nato sicuramente per farsi benvolere.

     Dopo il combattimento ai Tre Ponti, le compagnie del Mensdorf, del capitano Paule con quelle ultime del maggiore Giurgiowitsch si concentrarono a Tolmezzo per cui tutto il paese fu trasformato in una vera caserma. Tutta questa quantità di soldati non potè però fermarsi molto tempo a Tolmezzo e dovette essere distribuita lungo la valle di S. Pietro nei paesi di Imponzo, Zuglio, Arta, Sutrio, Cercivento, Paluzza, Treppo e perfino a Ligosullo e Paularo.

     Il comando generale però rimase a Tolmezzo tenuto dal tenente colonnello Mensdorf. Durante l'armistizio il confine era stato stabilito dal corso del Tagliamento e verso Villa Santina dal Torrente Vinadia. A Villa v'era una compagnia dei nostri Bersaglieri, comandata dal capitano Paselli - che avremo l'occasione di conoscere più innanzi - Sulla sinistra del Tagliamento si trovavano gli austriaci.

     Il colonnello Mensdorf aveva da latua i maggiori conte Lambert e quell'ubriacone  del Maggiore Giurgiowitsch.

     Il comune di Tolmezzo doveva provvedere ogni giorno ai bisogni della truppa.

     Gli ufficiali superiori erano alloggiati in case di signori, la Fabbrica Linussio aveva dato alloggio a 3 compagnie ed aveva nelle proprie stalle tutti i cavalli degli ufficiali ed i carriaggi.

     L'ufficio del Comando Generale era nel centro della piazza XX settembre, nell'ora palazzo della Banca Carnica; il Corpo di guardia nell'attuale caserma dei R. R. Carabinieri.

     Non erano ancora acquartierati i militari, che arrivarono a Tolmezzo molti gendarmi ed un Commissario di polizia, il famigerato Scordill, che si unì agli ufficiali ed incominciò ad esercitare il suo brutto mandato.

     In questo frattempo, proveniente dal Cadore, giunse a Villa Santina un certo Contero, un colonnello della guardia nazionale, col proprio cavallo da sella. Egli doveva portarsi a Udine. Vestito in civile, gli era facile passare per Tolmezzo, ma la difficoltà era per il cavallo.

     Il podestà di Tolmezzo cav. Andrea Linussio, si portò a Villa per salutarlo e portarlo fin qui.

     Il capitano Paselli, vistili partire in carrozza, ebbe sfacciatamente a dire: - Il colonnello è al sicuro in compagnia di quell'austriacante - senza però pensare che il Cav. Linussio era un vero e caldo patriotta e persona rispettabilissima sotto ogni riguardo.

     Il Paselli diede poi, anche dopo questo fatto prove di possedere poca educazione. E per meglio darvi un'idea di quest'uomo, dirò che egli, con fare prepotente, si portava nel negozio del sig. Ortensio Reiner di Villa Santina, e pretendeva, con minacce, il cambio di lire venti in cartamoneta nazionale, con un marengo d'oro che in quel tempo valeva 22 e perfino 23 lire.

     Questo il capitano Paselli, del quale dovremo occuparci ancora in queste memorie.

     Il colonnello Contero passò per Tolmezzo senza accidenti ed io gli procurai il passaggio anche a cavallo per sentieri poco frequentati.

 *
*  *

     Appena militari e polizia ebbero preso possesso del paese, incominciarono le pretese, gli ordini fulminanti accompagnati da minacce, vessazioni. . . . . Si esigeva questo e quello entro lo spazio di poche ore!

     Ed un tenente voleva un più decente alloggio, un'altro mobili nella sua stanza ed altre simili pretese alle quali il municipio provvedeva a risparmio di guai maggiori. Al terrorista Giurgiowitsch mancava nella sua stanza un soffà: bisognò provvederglielo ipso facto, poiché egli minacciava direttamente con il bastone. Il tabacco, i sigari si esigevano col pagamento in banconote che avevano il ribasso nientemeno che del 33 p. 100.

     Insomma era un vero terrore. Gli abitanti tutti vivevano in grande apprensione; temevano i soldati e più ancora i commissari di polizia ed i gendarmi che, sospettosi e diffidenti, spiavano continuamente i movimenti della popolazione. L'affare si faceva sempre più serio; da un giorno all'altro si attendeva che accadesse un fatto grave. La pazienza dei tolmezzini era giunta al colmo, poiché i militari, col loro dispotismo, con le loro prepotenze si facevano via via sempre più padroni.

     I signori di Tolmezzo avevano abbandonati i loro appartamenti, e si erano ritirati fuori confine, a Villa Santina, in Friuli. Il Podestà cav. Linussio, temendo le vendette austriache, si riportò a Mione, dai suoi parenti, lasciando il comune in mano a due inetti deputati.

     E come se il paese non fosse stato sufficientemente occupato, o per dir meglio incatenato, una sera piombarono da Dio sa dove, altri commissari di polizia: Beltrame, Moratelli, Crignolino con due vetture cariche di gendarmi.

     Terrorizzati, tutti si chiedevano: Perché tanta polizia? tanti gendarmi? tanti soldati?

 

 

Come fu evitato un grosso pagamento

 

     Gli impiegati della Pretura, col Pretore Rossi, quelli del Commissariato col commissario Ghilardoni, dopo avere solennemente giurato - nell'ufficio del Pretore - fedeltà ed obbedienza al Re d'Italia, si allontanarono tutti precipitosamente dal paese e si recarono la sera stessa a Villa Santina.

     Il Commissario distrettuale Ghilardoni - Comasco - era tanto....confuso che, avvicinandomi sulla pubblica via, mi pose la chiave del suo ufficio in saccoccia, dicendomi: - Vado a Villa Santina, sbrigatevi.

     Un buon amico - pochi istanti dopo - saputomi in possesso della chiavedell'ufficio commissariale, mi avvicinò e dissemi:

     Le bestiacce giunte poc'anzi, pare abbiano intenzione di svaligiare le casse dei Comuni e di esigere le prediali del trimestre: sarebbe ottima cosa far sparire i quinternetti di scossa e tutte le rubriche dei comuni occupati.

     L'amico aveva indovinato! Aiutato da un certo Tosolini Paolo, scrivano del Commissariato, col favore della notte, e dopo aver appostate sugli angoli delle strade persone fidate, pronte a prevenirci se qualcuno degli sbirri si fosse avvicinato al palazzo ove risiedeva l'ufficio suddetto, mi posi all'opera trasportando e facendo trasportare rubriche e quinternetti all'ufficio comunale che si trovava allora a pianterreno del palazzo stesso.

     Verso mezzanotte furono posti in salvo tutti i registri, fuori dell'abitato, ove stettero fin dopo la partenza dei tedeschi.

     Il comune di Tolmezzo era in quel tempo rappresentato dal Dott. Lorenzo Marchi, insigne avvocato e buon patriotta, dallo scrivente che aveva abbandonato i suoi affari e la propria famiglia per assistere gli abitanti di Tolmezzo, e da u segretario alcoolizzato dal quale poco o nessun aiuto poterono ottenere.

     Non erano trascorse otto ore dal trasporto in salvo dei registri, che in tutta la turba dei poliziotti accompagnati da diversi gendarmi, si portarono all'ufficio commissariale, e trovatolo chiuso, piombarono come bolidi nell'ufficio comunale a chiedere le chiavi.

     Venne loro risposto che le chiavi di quell'ufficio erano presso il commissariato, al quale non potevano rivolgerli per averle.

     Ritornati poco appresso, fecero aprire da un fabbro e mezz'ora dopo circa, ripiombarono in Municipio chiedendo le rubriche per riscuotere le prediali, i quinternetti che non avevano potuto trovare e la presentazione dell'esattore consorziale.

     Fingendo meraviglia per le richieste fatte, semplicemente risposi:

     - I documenti che loro domandano non possono trovarsi qui in Municipi, ma presso il commissario.

     Il Moratelli allora: E dov'è il commissario?

     - Ho sentito dire che è andato a Villa Santina

     - Ho capito; faremo nuove rubriche.

     - S'accomodino pure.

     - E dov'è l'esattore?

     - E' da qualche giorno che si trova a Cavazzo.

     - Benissimo. - E se ne andarono irritati brontolando.

     Nel paese intanto, la confusione aumentava sempre più, tutti stavano in pensiero, temendo qualche brutto colpo.

     Confesso che parevami impossibile di poter riuscire a tener l'ordine, a contenere quella gentaglia prepotente raccolta fra la feccia delle città austriache.

                  

 

In rapporto con Quintino Sella

 
 
     In paese vi era una persona civile nata e domiciliata qui e impiegata qui che, conoscendo la lingua tedesca, avrebbe potuto venire in aiuto, cì del dott. Marchi che me.

     Ma alle mie preghiere mi rispose:

     - Io sono un impiegato nazionale e mi vergognerei di servire i tedeschi!

     - Ma voi, cooperando con noi, servite il nostro paese nativo, non i tedeschi.

     Non fu possibile smuoverlo dal poco lodevole proposito.

A nulla si prestò durante l'intera occupazione.

     Me ne vendicai più tardi, collocando nella sua stalla quattro cavalli degli ufficiali,. stalla che aveva dirette comunicazioni con l'orto, di modo che tutto ciò che ivi era coltivato venne calpestato e distrutto.

     L'ufficio municipale era quasi sempre aperto per provvedere a tutte le esigenze dei militari.

     Dopo la mezzanotte, quando subentrava un pò di quiete, si faceva il rapporto al commissario del Re (Quintino Sella) a Udine, raccontando tutto quanto era accaduto durante la giornata, ed un incaricato apposito, a tutta notte, portava la corrispondenza a Cavazzo, ove, col mezzo dei bersaglieri, veniva di tappa in tappa fatta giungere a Udine. Con eguale mezzo si ricevevano gli ordini e le istruzioni dello stesso Commissario.


 

 

Episodio caratteristico

 
 
     Il 18 agosto cadeva il genetliaco di S.M. il loro imperatore, alla sera per festeggiare la fausta ricorrenza,sergenti, caporali e gefreiter si riunirono all'osteria di Picottini Pierino per una grande bicchierata. Quella vasta cucina era zeppa di militari, i quali dopo di aver vuotati diversi boccali incominciarono a cantare canzoni, tedesche s'intende, anche offensive a noi italiani, disturbando fino a tarda ora gli abitanti di quella contrada.

     Il figlio di un grosso negoziante di manifatture, alquanto in cimberli, entrò nella cucina e con voce tonante cominciò a caricarli d'insolenze ed a mandarli a casa loro con tutto il loro Imperatore. Fuori d'Italia!

     I soldati, più ubbriachi di lui, inviperiti, dopo d'averlo ben battuto, lo legarono e lo condussero al corpo di guardia. Nel domani, in assenza del colonnello Mensdorf, che momentaneamente si era portato a Vienna, fu condotto alla presenza del maggiore Giurgiowitsch, il quale dispose subito d'inviarlo direttamente allo Spielberg per lesa maestà.

     Saputa la cosa, mi recai tosto dal Giurgiowitsch ed a stesnto ottenni che mediante il deposito di fiorini 500, fosse posto in libertà fino all'arrivo del colonnello.

     Arrivato il Mensdorf, accondiscese di restituire i fiorini 500 a patto che il giovane avesse subito abbandonato il confine e che il padre di lui avesse fatta un'oblazione per i feriti dei Tre Ponti. Il genitore di questo tale, che per delicatezza non nomino, dopo di aver ricevuto una tale grazia, ebbe il coraggio civile di depositare sul tavolo del Conte 5 fiorini! Con ciò dimostrò chiaramente che suo figlio non valeva più di quella somma! Io che mi trovava presente, dico il vero arrossii, e mi ritirai spiacente da una parte di essermi adoperato per persone così ingrate.

 

La situazione migliora

 

      Vista l'impossibilità di poter riuscire a mantenere l'ordine e la pace, pensai di sollevarmi dal pesante e difficile fardello e di ritirarmi in famiglia a Ligosullo, paese anche questo occupato da  una compagnia di volontari. A ciò mi spingeva anche il fatto che non ero ancora riuscito a farmi amico con nessuno degli ufficiali superiori per avere un loro aiuto in tanto frangente.

     Ma volle il caso che mentre in una mattina mi portava dall'ufficio comunale a dare il cambio al mio amico dott. Marchi, udii due soldati che camminavano innanzi a me, bestemmiare il paese, perché ogni oggetto che dovevano comprare veniva loro fatto pagare dai negozianti più del doppio di quello che  si pagava dai cittadini. Avevano in mano una scatoletta di lucido e dicevano che nel loro paese si pagavano 4 soldi austr. l'una e qui per due avevano dovuto pagare 16 soldi. Li fermai e chiesi loro dove avevano comprato quel lucido. Mi additarono il negozio. A me parve questa una buona occasione per potermi ingraziare cogli ufficiali superiori e far cambiare aspetto alla difficile situazione.

     Indovinai! Il lucido diede ottimi risultati!

     Introdotti i due soldati nell'ufficio comunale feci chiamare il negoziante che comparve poco dopo.

     - A quanto vendete una di questa scatole?

     - A lei quattro soldi, ai tedeschi il doppio!...

     Dopo di averle severamente rimproverato, lo minacciai di farlo arrestare qualora non avesse restituito al momento i quattro soldi in più.

     Messo alle strette e rimproverato anche dai presenti, depose gli otto soldi sul tavolo. Fu licenziato minacciando di fargli chiudere il negozio, qualora  avesse continuato a trattar male i soldati poiché tutti procuravano di accontentarli per non ricevere insolenze.

     Restituitisi ai loro quartieri i militi del lucido comunicarono l'accaduto ai loro compagni, ai caporali, agli ufficiali; il fatto è che il giorno stesso fui invitato a presentarmi al Colonnello Conte Mensdorf. Appena entrato nella stanza, egli mi venne incontro, mi strinse la mano e mi ringraziò per le gentilezze usate ai suoi soldati e mi pregò di continuare ad adoperarmi perché non venissero trattati male, aggiungendo che da parte sua, sarebbe stato pronto a prendere delle severe misure verso i suoi dipendenti qualora avessero commesso qualche mancanza.

     Fu allora che abbandonai l'idea di ritirarmi a Ligosullo, anche perché vidi subito col fatto che (per ordini dati) da quel giorno tutti gli ufficiali, compreso il terribile maggiore Giurgiowitsch, mi facevano il saluto militare ogniqualvolta mi incontravano e si mostravano sempre più gentili non solo con me, ma eziandio con tutti del paese. Non più comandi, non più minacce, ma tutto ciò che richiedevano era per favore e con belle maniere.

     Un solo ufficiale, col titolo di capitano - in realtà era un commissario di polizia, come si rilevò più tardi - non volle correggere il suo fare villano e prepotente.


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Un capitano sputa in volto al cav. Morocutti

 

     Il fatto che segue lo dimostra. Un giorno il conte di Mensdorf si portò a Vienna, e, annunciandomi che sarebbe rimasto assente per tre o quattro giorni, mi raccomandò di tenere l’ordine in paese. Durante quest’assenza nel mentre coll’amico Marchi ero occupato nell’ufficio comunale, comparve l’ardito capitano – Helversen – e con modi arroganti chiese un cavallo con vettura per Resiutta.

     In quel giorno tutti i cavalli e perfino i carri con buoi, erano stati requisiti al servizio militare ed io gli esposi con bella maniera l’impossibilità di poterlo servire. Per tutta risposta ricevetti da quell’ignobile figlio di Marte, un solenne sputo in viso. Compiuto l’atto poco cavalleresco il capitano se ne andò. Indignato dell’insulto sofferto gli gridai dietro:

     - Quello sputo le costerà caro. – Di più non azzardai a dire, perché il cortile della vicina caserma era zeppo di soldati i quali tutti però biasimarono il contegno del loro superiore.

     L’avvocato Marchi voleva gli gettassi sul muso il calamaio: ma io, per evitare brutte conseguenze mi rassegnai a pulirmi la faccia riservandomi ad agire con mezzi più civili ed efficaci.

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Nuove prepotenze e le scuse dal capitano

 

    
Approfittando dell’assenza del colonnello, il perfido maggiore Giurgiowitsch, che aveva nell’intervallo assunto il comando delle truppe, avendo appreso che i nostri impiegati avevano prestato giuramento di fedeltà al Re d’Italia in una sala del palazzo Marzolini e che dopo si erano ritirati a Villa Santina, sotto la protezione dei nostri bersaglieri, fece chiudere tutti gli uffici suggellando le porte, e ricominciò a far sentire la sua ferocia.

Il Colonnello invece di ritornare a Vienna per Pontebba, ritornò per il monte Croce di Timau e si fermò a Paluzza.

 Appena lo seppi, mi portai immediatamente dal Conte e gli raccontai gli eccessi del Giurgiowitsch ed il suo operato e gli presentai energica protesta (esiste nell’ufficio comunale di Tolmezzo) portante parecchie firme

     Immediatamente il colonnello mi consegnò un ordine col quale mi autorizzava, tornato a Tolmezzo, a far riaprire nuovamente gli uffici riservandosi al suo arrivo, di verificare personalmente l’esecuzione dei suoi ordini.

     Giunto a Tolmezzo, feci riaprire subito le porte degli uffici. Da qui le proteste del Giurgiowitsch, delle quali non mi curai affatto. Al suo arrivo il Colonnello trovò tutto a posto e nulla ebbe a dire, perché ogni cosa era stata fatta conforme ai suoi ordini. 

     Io non m’era dimenticato della scena e dell’insulto avuto dal capitano Helversen; ed appena potei avvicinare il buon Colonnello, lo informai dell’accaduto. A tamburo battente egli radunò tutti gli ufficiali dai sottotenenti ai maggiori, ed alla mia presenza fece condurre d’innanzi a questo consesso militare il prepotente capitano.

     Dopo di averlo severamente ammonito e di avergli perfino detto che s’era introdotto in quel corpo solo per disonorarlo, che era indegno di far parte dell’armata austriaca e che doveva rimaner commissario di polizia fra gente rozza ed ineducata come lui; gli ordinò di scegliere: o chiedermi perdono ed andare agli arresti, od essere espulso dal corpo cui indegnamente apparteneva. L’Helversen si adattò a chiedermi perdono dell’offesa fattami. 

     Il colonnello, sempre irritato, lo licenziò con queste testuali parole:

- Entr’oggi partite con la vostra compagnia e portatevi ad Imponzo ove rimarrete fino a che noi staremo qui.

Desidero di non vedervi più. Marsch.

 

Una visita mancata

 


     Il buon colonnello che erami divenuto quasi amico disse: - Gli ufficiali austriaci che sono a Gemona si sono affratellati con gli ufficiali italiani di Osoppo; quasi ogni giorno si visitano reciprocamente e sono buoni amici. Non si potrebbe qui fare altrettanto col capitano di Villa Santina? Vi autorizzo di andargli a proporre una mia visita. La guerra è finita e la nostra occupazione durerà poco più; vorrei conoscere quel capitano.

     Mi portai subito a Villa per fare la proposta al capitano Paselli. Questi, da uomo superbo come era, rispose villanamente che egli non avrebbe ricevuto comandanti di quei soldati che in guerra gli avevano ucciso suo fratello.

     Ben naturale, al mio ritorno, per non inasprire il colonnello, gli dissi che quel capitano non aveva la facoltà di riceverlo se prima non interpellava il suo generale.

     Il Mensdorf però che era il Paselli che non lo voleva ricevere, e la visita non ebbe luogo.

 

Una scena col capitano Paselli

 

    
     Pochi giorni dopo, questo signor capitano, col quale fino allora io ero stato in continua segreta corrispondenza, mi fece dire, col mezzo di persona conosciuta, che mi fossi portato a Villa Santina per avere certe comunicazioni.

     Voleva partir subito, anche per sollevarmi un po' dalle esorbitanti incombenze che tutti i giorni non solo, ma eziandio anche le notti mi trovavo occupato; ma gli amici e specialmente l'intimo Dott. Marchi, conoscendo il carattere ordinario del Paselli - che aveva detto altrove, trattato da austriacante perfino il Dott. Andrea Linussio - me lo impedirono.

     Due giorni però, credendo che  qualche cosa d'importante avesse da dirmi il capitano, nascostamente mi portai a Villa.

     Suonava in piazza - me lo ricordo come fosse ora - la fanfara dei bersaglieri Terminata la musica, il capitano formò circolo coi suoi ufficiali e cogl'impiegati tutti di Tolmezzo. Mi avvicinai a lui e gli dissi: - Capitano, eccomi ai suoi comandi.

     Ed egli con arroganza: - Ah voi fate aspettare un ufficiale dell'esercito italiano due giorni prima di presentarvi! se v'avessero chiamato ed ordinato gli ufficiali austriaci, li avreste serviti immediatamente!...ed in ciò agitava il fodero della spada in atto di sfida.

     Senza perdermi d'animo - allora avevo 39 anni ed ero più energico e pronto di oggi che ne ho 80  - con eguale tono di voce risposi:

     - Sissignore! Perchè degli ufficiali austriaci ho paura, di lei, ufficiale dell'esercito nostro, niente affatto; e se lei tiene una spada al fianco, io a Tolmezzo ho una penna tanto appuntita che taglia più della sua spada! Questa sera la metterò in opera!

     - E voltate le spalle, ritornai a Tolmezzo, ove raccontai l'accaduto agli amici,  i quali, e non a torto, mi rimproverarono d'essermi presentato al Paselli sapendo che uomo egli era.

     Il giorno dopo venne estesa, nell'ufficio comunale un'energica protesta contro l'inqualificabile contegno del capitano, protesta che, firmata da oltre un centinaio di persone di Tolmezzo venne spedita la sera stessa al commissario del Re, Quintino Sella, a Udine. Questi d'accordo col generale in Udine, dispose per l'immediato tramutamento del Paselli con tutta la sua compagnia.

 

Il colera

 


     I soldati tedeschi, poco ben mantenuti, facevano man bassa sulla campagna vicino al paese. Mangiavano zucche - forse credendole fichi! - prugne, mele acerbe ed altro simile, per modo che tra essi scoppiò il colera che fece diverse vittime. Il primo ad andarsene dal mondo di là fu un sottotenente, che terminò i suoi giorni alla fabbrica.

     Il capitano medico ordinò al comune di approntare immediatamente un locale e la fornitura di 100 letti per i colerosi.

     Il locale venne trovato al Follo e si promise di improvvisare un po' al giorno i letti. Ne vennero presentati solamente 22! Ufficiale sanitario era il distinto cav. Chiussi che si affaticò non poco a tener lontani gli effetti del terribile morbo, poscia per disinfettare i locali e bruciare tutto ciò che rimase. Ne morirono una decina, i quali furono seppelliti di notte, con tutta la segretezza dai loro colleghi, nelle ghiaie del Tagliamento.

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Come seppesi che Tolmezzo e
la Carnia resterebbero all'Italia

 

 

     Correva voce, durante l'armistizio, che durante l'armistizio, che durò dal 15 agosto al 15 ottobre, che il confine fra l'Austria e l'Italia sarebbe stato il corso del Tagliamento, per cui Tolmezzo sarebbe rimasto all'Austria. Tale notizia aveva gettato lo sgomento e la costernazione nell'animo di tutti. Una sera gli amici mi pregarono di portarmi a Paluzza per interpellare il conte Mensdorf che, per essere fratello del Ministro degli Esteri, qualche cosa doveva sapere in proposito.

     Sulle prime rifiutai d'andarci, perchè quantunque avessi avuto confidenza con il Conte, parevami in questi momenti, una domanda troppo arrischiata; ma poi cedetti alle insistenze degli amici ed andai a Paluzza.

     Il Mensdorf abitava in casa mia , non appena mi ebbe visto, mi chiese che cosa c'era di nuovo a Tolmezzo se tutto procedeva bene, e volle sapere il motivo dalla mia andata a Paluzza.

- Sono venuto a parlare con lei, signor conte.

- Allora ditemi cosa avete.

- La mia domanda è forse troppo delicata; gliela farò domani.

     Ed il discorso si fermò li.

     Intanto mio suocero, un buon vecchio sugli ottanta, ex commissario distrettuale in pensione, oriundo Lombardo, che aveva sentito che io voleva parlare al colonnello di cose interessanti, per timore che mi fossi compromesso, volle sapere di ciò che si trattava. Saputolo mi scongiurò a tacere, facendomi conoscere che la domanda mi era tropo ardita e compromettente.

     Intanto il Conte era andato a letto, ma poco dopo, fecemi chiamare dal suo servo e volle assolutamente sapere di cosa si trattava.

- Signor Conte, è un po' arrischiata la mia domanda e temo che lei si inquieti.

- Via ditemi. Vi prometto che, qualunque cosa avrete da chiedermi, non m'inquieterò.

- Ebbene, sig. Colonnello, si tratta che a Tolmezzo si è sparsa la voce che il confine tra l'Austria e l'Italia sarà il Tagliamento. Si vorrebbe sapere se ciò sia vero o meno, per potersi regolare. Lei deve saperlo, prego la sua bontà a compatirmi e a dirmelo.

- Ed è tutto questo che avete avuto tanto riguardo a dirmelo? Sentite: sul momento non posso rispondervi, ignorando come stiano le cose; ma entro domani m'informerò e mi farò premura di farmelo sapere.

     E stando a letto fumando un sigaro, estese un telegramma diretto al fratello a Vienna chiedendogli se Tolmezzo restava all'Austria. Comandò di spedire subito il telegramma, per un soldato a Tolmezzo, ordinando al telegrafista signor Muner Luigi, di consegnare prima a me e poi a lui la risposta.

     Fino a questo punto arrivava la compiacenza verso il paese e verso me di questo buon uomo. Il giorno seguente il telegrafista Muner consegnavami la risposta che consisteva in una sola parola:

- Nein - No!

     Dunque che Tolmezzo sarebbe passato all'Italia e avrebbe anch'esso, con tutta la Carnia, fatto parte della gran madre Patria! Del che, naturalmente, furono tutti contenti e beati.

 

La partenza degli Austriaci

 

     L'occupazione incominciò il 15 agosto ed ebbe finalmente termine il 15 ottobre 1866.

     Giunto l'ordine di sgombrare, parte della truppa si diresse verso Pontebba, il resto verso Monte Croce di Timau col colonnello Mensdorf.

     Durante l'occupazione che fu un vero flagello per i paesi occupati, non cadde una goccia di pioggia.

     Il giorno che i tedeschi lasciarono il suolo italiano, all'alba, capitò un vero diluvio. Il colonnello, partendo da Paluzza, dissemi ridendo, queste precise parole:

- Perfino gli elementi vogliono che lasciamo l'Italia!... - E continuò: - Esco da questo paese, in grazia vostra, con tutti gli onori; voi avete cooperato al mantenimento dell'ordine, della pace e della concordia. Voi siete stato la mia mano destra. Addio! - E montando a cavallo ripetè:

- Addio!

     E prima di chiudere questi brevi cenni, non posso far a meno di dire ancora due parole del buon colonnello Mensdorf, parole che varranno a dimostrare una volta di più la rettitudine e la bontà di quest'uomo.

     Qualche giorno prima della partenza il Colonnello mi chiamò nel suo studio e mi disse:

- Voi mi fareste un segnalato favore ad informarmi e riferirmi quali debiti tengo presso terzi, onde, prima di partire, possa pagarli. Non voglio che nessuno abbia a soffrire nè a lagnarsi.

     Egli pagò tutti, fin l'ultimo centesimo, anzi, a molti pagò più per le esagerate specifiche che gli vennero presentate. Non ancora contento, e temendo di non aver provveduto a rilasciare i buoni di tutte le forniture fatte dal comune pel mantenimento ed altro dei soldati, pregò il Comune a volergli dare il conto generale per non lasciare pendenze e danneggiare il paese. Ma siccome era impossibile di compilare questo conto, stante che si dovevano interpellare tutti i comuni occupati che pur questi avevano concorso alla somministrazione di bovini per la carne occorsa per oltre un mese, egli allora firmò una carta in bianco e l'affidò a me, perchè, se mai vi fossero state fatte prima delle omissioni, il Comune le avesse notate su quel foglio e la firma confermava il ricevimento. La carta venne adoperata per ciò che mancava, e più tardi il Comune ebbe il pagamento.

 *
*  *

     Dopo circa due mesi della partenza dei militari austriaci, il comune si accorse che rimanevano ancora da esigere f. 815,56 per spese di cura e mantenimento dei feriti ai Tre Ponti, anticipati dal comune di Auronzo.

     Come fare a riscuotere una tale non indifferente somma?

     Venni pregato di recarmi dal Mensdorf. Tentai di esimermi d'intraprendere il viaggio e di assumermi un incarico sì delicato; ma alla fine, sicchè dopo qualche esitanza, accondiscesi.

     Mi recai a Einode presso Cilli in Stiria ove credevo di trovare il colonnello; ma giunto a Marburg ebbi il dispiacere di apprendere che il Conte si trovava a Graz. Dovetti quindi proseguire per quella città.

     Ivi giunto nella Griesplatz, incontrai un bel giovane decentemente vestito il quale, avvicinatomi con il cappello in mano, mi salutò col nome di Burmeister. Rimasi sorpreso del saluto e chiestogli come mi poteva conoscere mi rispose:

- Lei è il Burmeister (Sindaco) di Tolmezzo, colui che provvedeva a tutto per i soldati che si trovavano a Tolmezzo nel decorso autunno.

     Ringraziandolo della buona memoria che conservava di me, lo pregai a volermi indicare ove abitava in quella città il Mensdorf. Fatti pochi passi c'imbattemmo in un servitore del conte in livrea, che tosto conobbi perchè visto a Tolmezzo.

     Chiestogli del suo padrone, mi condusse all'albergo Arciduca Giovanni, ove il conte alloggiava. lo trovai in una sala a pianterreno, del detto albergo. Non appena m'ebbe visto, mi corse incontro e, presomi per le mani mi condusse in un circolo di generali e colonnelli, coi quali prima conversava e, voltatosi ad essi, disse:

- Voi, che siete stati in Italia, avete lasciato brutti ricordi per modo che non potete ritornarvi, io invece, che non sono stato cattivo, ho lasciato buona memoria di me e, guardate qui, questo è il Burgmeister di Tolmezzo ch'è venuto a trovarmi a Graz appositamente!...

(Povero uomo! ed io invece ero andato per farmi pagare).

     L'accoglienza fu oltremodo cordiale ed affettuosa.

     Fui invitato a pranzo al grande Hottel. Sedevano a tavola generali, colonnelli, maggiori, fra i quali anche il conte Lambert, che era stato a Tolmezzo e che a Graz mi colmò di gentilezze. Fui messo a sedere alla sinistra della contessa Mensdorf.

     Alla sera il Conte mi volle seco al gran ballo dei nobili ed il giorno dopo alla scuola di equitazione al Castello.

     Dopo tante attenzioni e gentilezze, come fare a presentare il conto dei fiorini 815,56? Dopo aver pensato e ripensato sul modo di presentare la questione del conquibus, così dissi al Conte: il municipio di Tolmezzo, avendo appreso che io venivo a trovarla, m'ha dato questo piego - che io aveva avuto cura di suggellare prima.

     Il Colonnello lo aprì poi mi disse: - Sapete di cosa si tratta? io me l'aspettava prima questo conto. Sono le spese dei feriti ai Tre ponti, domani vi darò il danaro.

- Se avessi saputo che si trattava di questo, non avrei accettato di portarle quel plico.

     Nel domani il conte mi chiamò nella sua stanza e mi consegnò in tanti quarti di fiorino l'intero importo, perfino i 56 soldi.

     Per non portare quel peso in viaggio, lo pregai a volermi indicare una banca per depositare la somma e ritirare un assegno bancario su Venezia. il Conte stesso mi accompagnò al Banco sconto di Stiria ove si fece l'operazione.

     Alla mia partenza il Mensdorf e Signora mi condussero col proprio equipaggio alla stazione e lì, dopo affettuosi saluti e grandi strette di mani, mi separai da quei buoni e compìti signori.

     Ritornato a Tolmezzo feci la consegna dell'assegno ai preposti del comune, poi mi ritirai a Ligosullo a riposare, perchè ne aveva estremo bisogno.

     Il Consiglio comunale di Tolmezzo poi nella sua prima riunione volle dimostrarmi la sua gratitudine e riconoscenza per i servigi resi al paese, col nominarmi cittadino onorario e voler che facessi parte della Commissione che rappresentò il Comune di Tolmezzo al ricevimento del Re Vittorio Emanuele che ebbe luogo al Palazzo Belgrado in Udine.

 


 

( Paluzza, 15 ottobre 1866. In questa tela di Federico Morocutti viene rappresentata la partenza delle truppe austriache che lasciano il suolo della Carnia. Tolmezzo e tutta la Carnia entrano a far parte del Regno d’Italia)


     E qui terminano le memorie consegnatemi dal cav. Morocutti, nestore dei magazzinieri di Privative, qui, in questa Tolmezzo, sua patria d'elezione, ove conta tanti e tanti buoni amici, coprì per ben 14 anni e fino all'altro ieri, la carica di giudice conciliatore, stimato dai superiori, venerato dal popolo che lo trovò sempre sereno e imparziale nei suoi giudizi. Da tre anni egli è presidente della congregazione di carità, e, vero padre del povero, disimpegna il delicato ufficio con amore ed una solerzia ammirabili. Fu anche per 5 anni fabbriciere e da 12 è Presidente della Commissione Mandamentale delle Imposte, ed anche nel disimpegno nelle mansioni inerenti a questa carica, egli emette una diligenza ed una scrupolosità senza pari.

     E nell'ufficio di questo caro uomo, ogni giorno vi è un via vai di gente che ha bisogno di un parere, d'un consiglio, d'una traduzione dal tedesco. Ed egli, sempre affabile, sempre paziente, cavaliere in tutto il significato della parola, tutti accontenta, tutti soddisfa.

     Non vi è angolo remoto della Carnia dove "Sior Cristof" non sia conosciuto, e non v'è alcuno che trovandosi in qualche impiccio , non si senta dire: " Vait da Sior Cristof!".

e a Sior Cristof, per il bene di Tolmezzo, e perchè no? anche della Carnia, auguro di vivere per molti anni e di provare tutte quelle soddisfazioni che ben si meritò.

Tolmezzo, dicembre 1906