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A
UN PASSO DAL PARADISO
racconto
di Angie 27
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Per
Angie 27, pseudonimo di una cara amica di "Donne in Carnia", i
ricordi della casa e della famiglia, assumono significato di meravigliata
rivisitazione e riscoperta di se stessa.
Nello sviluppo romanzato di fatti, persone e luoghi, ritroviamo immagini e
squarci a noi familiari, di consuetudini del nostro territorio ormai
abbandonate.
L'acqua, indispensabile elemento da conquistare e
difendere.
L'erba, che grazie al faticoso lavoro di braccia
instancabili, diviene prezioso fieno, dono anch'esso della natura, da raccogliere
e proteggere con cura.
La neve fino alle ginocchia, sulla strada che non
c'era, ogni giorno, andando a quella scuola di ragazzi.
E ancora il bucato, le capre, le mucche, lo "spazzaneve"
umano, o la scoperta da bambina che il parto è doloroso e la morte,
naturale conclusione della vita.
Insomma un borgo di montagna e la sua gente, da
ricordare o da conoscere.
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"La
salita si fece più ripida. Nina ingranò la prima. Pochi tornanti ancora ed
ecco apparire la casa.
Nina parcheggiò nella piccola piazzola, spense il motore,ma non
scese subito. Appoggiò la testa al sedile, chiuse gli occhi ed afferrò
saldamente il volante con le mani, per frenare il loro tremito.
Da anni mancava dal borgo in cui era nata e cresciuta. La vita
l’aveva portata lontano per troppo tempo, ma i ricordi erano rimasti
avvinghiati nella sua memoria come quell’edera che avvolgeva il grande abete
sotto la casa.
Lentamente,
nel tempo, i ricordi si erano trasformati in sogni e le sue notti racchiudevano
sprazzi di vita passata trasformati in momenti irreali, che di reale avevano la
casa ed i personaggi che la popolavano. Ai ricordi era subentrata la nostalgia,
poi il rimpianto, poi l’ossessione.
Non voleva ritornare lassu’;
sapeva
che sarebbe stato difficile non lasciarsi sommergere dai fotogrammi che la
memoria sa così ben conservare e, all’occorrenza, riprodurre.Si sforzava di
trovare argomentazioni motivate per
giustificare il rifiuto che a tutti i costi apponeva al ritornare al borgo.
Ma
la diga che arginava i ricordi del passato si era ormai incrinata ed aspettava
solo il momento giusto per squarciarsi.
Ed il momento venne. Un giorno aveva deciso di sistemare le fotografie
accumulatesi nel tempo. Le visiono’, una dopo l’altra, finche’ un piccolo
album non la trasporto’ improvvisamente nel suo passato, in quel borgo che a
tutti i costi non voleva rivedere.
E la diga si squarcio’.
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La
casa
Quando
era arrivata in paese,quel mattino d’aprile,
aveva parcheggiato l’auto nella piazza antistante la storica Abbazia ed
il suo sguardo si era diretto verso la montagna a nord, fermandosi a quella
macchia bianca, che spiccava nel verde scuro del bosco.
La
mia casa, la mia casa...”aveva pensato, quasi sorpresa di trovarla ancora
li’. Era la casa piu’ alta del paese e, da lassu’, si dominavano la valle,
il fiume, le case disposte a semicerchio intorno all’Abbazia.
Nina
si decise ad aprire gli occhi. Si guardo’ attorno, guardinga, quasi per
controllare che ci fosse ancora tutto: il muricciolo, la gradinata, la grotta
con la Madonnina, la vecchia forsizia, il caco............
Il
tremore aveva lasciato il posto ad una calma profonda; passato e presente si
erano sovrapposti per un istante, senza scontri. Scese dall’automobile con
decisione, chiudendo piano la portiera per non disturbare il silenzio.
Sali’
i primi gradini lentamente, con i capelli scomposti da una leggera brezza.
Le piante di hosta, che sua madre aveva piantato decenni prima, stavano mettendo
le prime foglie di un verde tenero, gia’ in lotta contro l’ingordigia delle
lumache. Le pietre di tufo che delimitavano le aiuole erano in parte ricoperte
di morbido muschio, qua e la’ punteggiato da minuscole felci, che traevano
nutrimento da una manciata di terra finita nelle cavita’ della pietra.I
narcisi erano fioriti e punteggiavano il prato di luminose macchie gialle.
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Veniva dal mare
La madre di Nina veniva dal mare. Era nata a Lussino, una splendida isola della
Croazia. Suo padre definiva Oliva con orgoglio “ bottino di guerra”,
perche’ l’aveva conosciuta durante l’ultimo conflitto mondiale. Se ne era
innamorato subito, tanto da dirle:”Signorina, finita la guerra io la sposo”.
Lei aveva riso di quella promessa,ma, alla fine della guerra,lo aveva sposato in
un mattino d’estate, con un mazzolino di ortensie raccolte in un giardino e
strette da un nastro per capelli.
La casa in cui erano andati ad abitare era una malga costruita dai vecchi alla
fine dell’800, in mezzo al bosco. Faceva parte di un borgo, ma l’avevano
costruita piu’ su, scavando nel fi!anco della montagna per ricavare un pianoro
che la contenesse. La casa era posta su due livelli; dal piu’ basso si alzava
su tre piani la parte destinata ad abitazione, mentre sul livello piu’ alto
erano state costruite le stalle ed il fienile.
Quando Oliva vide per la prima volta il luogo dove avrebbe trascorso la sua
vita, aveva esclamato:”Faro’ di questo posto un paradiso!” quasi per
esorcizzare l’angoscia che quelle scure montagne le provocavano.
La casa era abitata dalla nonna di Ermanno, una vecchina curva, che
indossava sempre il solito abito scuro, ne’ grigio ne’ nero, con la sottana
larga che toccava terra. I capelli e la fronte erano nascosti da un fazzolettone
nero di lana legato sulla nuca, che lasciava scoperto ben poco di quel viso
segnato dal tempo e dalle fatiche. Con lei vivevano una figlia ed un nipote.
Nina ricordo’con tenerezza quella vecchina,che trascorreva la maggior parte
del tempo seduta sulla panca di legno, accanto al focolare, a raccontare storie
di streghe e di strani animali, addirittura di scimmie che si aggiravano nel
bosco. Un pianoro sopra la casa veniva perfino chiamato “ Il plan da li scimis”,
Il piano delle scimmie, ma Ermanno rideva sentendo quelle storie e diceva che la
fame cronica aveva avuto il potere di trasformare in scimmie gli scoiattoli.
D’estate,quando il nonno e le zie di Nina salivano al borgo con le
mucche, tutto si animava e la bisnonna Maria abbandonava il focolare ormai
spento per trascorrere molte ore nel piccolo cortile, ombreggiato da una pergola
di vite. Ogni tanto, la piccola Nina la vedeva alzarsi dalla vecchia sedia,
allargare la sottana e piegare leggermente le ginocchia.Quando la vecchina si
ricomponeva e ritornava alla sua sedia, una piccola pozza restava a segnare il
suo passaggio. |
La
morte
Un
giorno, la bisnonna Maria non si alzo’ piu’dal suo letto e Nina ricord!ava
ancora la cantilena di Ave Maria che, per tutta la notte, gli abitanti del borgo
avevano recitato. Ripenso’ all’immobilita’ innaturale di quel corpo,
rivestito da un abito nero, pulito, quasi nuovo. Rivide quel volto cinereo, con
le rughe quasi distese.
Era
stato il primo incontro di Nina con la morte, ma non ne aveva avuto paura; la
morte era un momento della vita, allora, non una debolezza da nascondere.Tra un
Rosario e l’altro, la grande tavola di legno si ricopriva di bicchieri e
bottiglie di vino, fette di polenta fredda, di salame e di formaggio,
ed era il momento dei ricordi, della memoria che si tramandava .” Ti
impensistu di che volte che la Marie.............”
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I
fiori
Nina si scosse a quei ricordi e sali’ gli ultimi gradini che portavano
alla casa. L’intonaco bianco che ricopriva i vecchi muri di pietra raccoglieva
la luce del sole. Le assi logore che portavano al fienile erano state sostituite
da una solida scala di cemento. Ricordo’ i vasi di latta che la mamma
raccoglieva e dipingeva per piantarci i gerani, che in piena fioritura formavano
una cascata di fuoco spettacolare.

La
mamma aveva veramente reso un paradiso quel posto. Quando era arrivata lassu’,
davanti la casa c’era un orto delimitato da una vite e tutto il resto era
prato. I numerosi alberi da frutta, in primavera, parevano nuvole bianche contro
le scure montagne. Oliva voleva un giardino davanti la casa, ma chi era abituato
alla vita dura della montagna non capiva questo desiderio, anzi, lo considerava
frivolo.
Nina
ricordo’ la mamma con il piccone in mano che tentava goffamente di togliere le
zolle dal prato per ricavare delle aiuole. Il papa’ un po’ rideva, poi le
toglieva l’attrezzo dalle mani e pian piano nasceva l’aiuola nella forma che
Oliva aveva progettato. Allora il papa’ decideva di metterci il suo tocco. Spariva per mezze giornate
e ritornava con il gerlo che gli piegava la schiena, carico di pietre di tufo
che aveva strappate al torrente. La mamma brontolava.
“Ti verra’ il mal di schiena!”, diceva, ma era felice nel vedere le sue
aiuole contornate da quelle pietre ricamate dall’acqua.E, anno dopo anno ,le
aiuole aumentavano, creando un giardino fantastico, una tavolozza di colori che
variava ad ogni stagione, un piccolo paradiso.
Nina rise tra se’, ricordando un cappellano della parrocchia che, quando
veniva a fare visita alla mamma, spesso ammalata, si fermava nel cortile e,
guardando ispirato il panorama verso la valle, improvvisava i suoi sermoni
domenicali.
Nina, anziche’ fermarsi alla casa, prese il sentiero che si addentrava nel
bosco e che, quasi tagliando in due parti un ripido pendio, portava alla
sorgente.Il bosco si era infittito e del sentiero
era rimasta solo una traccia. Due scoiattoli, disturbati dall’intrusa, si
arrampicarono velocemente su un abe!te, sparendo alla sua vista. Una grande
varieta’ di uccelli liberava il proprio canto nell’aria, senza rompere il
silenzio. |
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L'acqua
Nina
giunse dove il sentiero si arrestava contro uno spuntone di roccia. C’era
ancora il vecchio tubo di ferro conficcato nella pietra. Quante volte, bambina,
era venuta fin li’ a riempire d’acqua il grande secchio di alluminio.Le zie
ed il papa’ erano forti e portavano due secchi appesi al “buinc”, un legno
curvo che si appoggiava alle spalle ed alle cui estremita’ erano fissati due
ganci che sostenevano i secchi. La mamma non era pratica e preferiva portare i
secchi a mano o sulla testa, come usavano nella sua isola.
I vecchi avevano trovato quella sorgente e l’avevano incanalata per portare
l’acqua sia alla casa di Nina che alle case piu’ basse. Quando non pioveva
per lungo tempo, l’acqua si riduceva ad un rivoletto insignificante e un
secchio non si riempiva mai!
Erano
molti i secchi che si dovevano riempire, in un giorno! Nella stalla c’erano
le sei mucche del nonno, ed ognuna beveva tutta l’acqua di un secchio.
Nello
stanzino attiguo alla cucina, sopra al grande acquaio di pietra, su dei ganci di
ferro, erano appesi tre secchi ed un mestolo di rame per attingervi l’acqua
destinata all’alimentazione ed alla pulizia personale.
Una
volta alla settimana si faceva il bucato ed era necessario portare molti secchi
per riempire il grande mastello.
A Nina venne in mente il prato davanti la casa che, nel giorno del bucato, si
trasformava in un manto verde punteggiato da una miriade di bianchi panni che,
insaponati, aspettavano l’azione purificatrice del sole.
Per il bucato grosso, nella bella stagione, le donne preferivano il torrente, la
cui acqua vorticosa e generosa non le costringeva ad impietose economie.
L’acqua era sempre stata causa di problemi, per gli abitanti del borgo.
Nina ricordo’ la volta in cui , andata ad attinge!re alla fontana, trovo’ il
tubo otturato da un cuneo di legno.Fu una delle poche volte in cui vide il padre
furioso.Ermanno sapeva che quel cuneo era un dispetto del vecchio Simone , che
pensava cosi’ di aumentare la portata d’acqua della sua fontana.
”Quel vecchio egoista! Non sa che mia moglie sta per partorire da un giorno
all’altro e l’acqua ci serve! Adesso lo tolgo e basta, ma la prossima che mi
fa, vado giu’ e gliene dico quattro!”. Diceva sempre cosi’, ma non lo
faceva mai; gli piaceva troppo la calma per turbarla, anche se fosse stato per
far valere i propri diritti.
Intanto cercava in ogni angolo della montagna
tracce di umidita’ che segnalassero la presenza di qualche sorgente.
Rimanevano ancora i segni di questa ricerca, negli sbancamenti di roccia qua e
la’. Ormai, con l’arrivo di un altro bambino, avere un approvvigionamento
autonomo dell’acqua era diventato un chiodo fisso.
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La sorgente
Nina
accompagnava spesso il papà nel bosco a cercare le sorgenti, finche’ un
giorno, poco piu’ sopra del letto asciutto di un piccolo ruscello, notarono
dell’umidita’. Ermanno senti’ che le sue ricerche erano finite: aveva
trovato la “sua” sorgente.
Il
borgo di sotto aveva due fontane con grandi vasche, indispensabili per
abbeverare le numerose mucche, unica fonte di reddito per le due famiglie che vi
abitavano.
Salendo dal paese, sulla destra del borgo
troneggiava una grande casa, alta e lunga, disposta da sud a nord. Naturalmente,
la parte sud era riservata a stalla e fienile, che richiedevano ambiente
asciutto e caldo. La parte a nord era abitata dal nonno Simone con la famiglia
del figlio Bruno: la moglie Severina e tre figlie.
Una
piazzola di lucido selciato divideva la casa dal resto del borgo, chiuso tutto
intorno da un alto muro, che contribuiva a rendere ancor piu’ misteriosa
l’atmosfera di quel posto.
Sul
cortile si affacciavano la casa , alta e imponente, del nonno Meni, la piu’
modesta casa del nonno Genio e le stalle, che troneggiavano su tutto, chiuse da
un muro il cui biancore era interrotto da tante piccole feritoie, disposte in
modo regolare, che parevano strani occhi neri. A Nina piaceva guardare quel muro
e le travi intarsiate che sostenevano il tetto, ricoperto di coppi che avevano
il colore del fumo dei camini. Sentiva, dietro il muro, scalciare e muggire le
mucche e provava un fremito di paura.
La fontana lasciava scorrere acqua
giorno e notte nella grande vasca , costruita nella zona adiacente alla stalla.
Era addossata, e da essa divisa dal muro di cinta,
all’altra fontana, quella esterna, che aveva una vasca! di pietra
piu’ piccola ed era posta alla sommita’ della piazzetta, prima che questa si
trasformasse, dietro la casa del Simone, nel sentiero sassoso che portava alla
casa di Nina.
Quando
l’acqua scarseggiava erano frequenti le liti, nel borgo, soprattutto tra le
donne, che dovevano far fronte alle esigenze di animali e cristiani. A Nina
venne in mente la volta in cui la Severina, innervosita per la lentezza con cui
il suo secchio si stava riempiendo,accuso’ la Tonina di aver infilato un pezzo
di legno nel tubo, cosi’ che le arrivasse meno acqua.
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Le liti
“Vergognati, rubi l’acqua alla povera gente, ma vedrai se il Signore non ti
castiga, vedrai! Guarda che poca acqua mi arriva e senti come scorre forte nella
tua fontana! Adesso ti faccio vedere io......” Con il volto contratto
dall’ira, le vene del collo ingrossate e pulsanti, che pareva scoppiassero da
un momento all’altro, il petto ansimante , afferro’ il secchio mezzo pieno e
lancio’ l'acqua addosso alla Tonina, che, con la veste gocciolante e le mani
a mezz’aria per difendersi, si rifugio’ precipitosamente nel suo cortile,
sbarrando con cura il portone.
Tra
le due famiglie del borgo non era mai corso buon sangue e la tradizione si
rimandava di generazione in generazione. Ogni pretesto era buono per litigare e
pareva che ci fosse un sottile divertimento a farlo, quasi che si ricavasse un
antidoto per la monotonia di quella vita sempre uguale, scandita dal ritmo dei
lavori stagionali, degli animali da governare, del sole e della pioggia, del
giorno e della notte.
E
se non litigavano, era la competizione che stimolava gli abitanti del borgo a
fare di piu’ e meglio.
Sul
numero dei figli vinceva la Tonina: ne aveva partoriti otto, tutti vivi. Suo
marito non era quello che si suol dire un gran lavoratore, preferiva andare ad
uccellare ed i cespugli nel bosco erano da lui trasformati in piccole tese, in
cui gli ignari uccellini si imbatte!vano nei bastoncini invischiati e
magistralmente mimetizzati tra i rami.Quelli canterini si salvavano e finivano
in minuscole gabbiette allineate sotto una tettoia, gli altri riuscivano, per
quel giorno, accompagnati da una fetta di polenta, a sfamare dieci bocche .
In
ogni caso, la Tonina, per evitare altre gravidanze, aveva usato un metodo
anticoncezionale infallibile per quei tempi: aveva estromesso il marito dal
letto matrimoniale, relegandolo in soffitta.
I figli si erano fermati a otto.
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Il profumo del
fieno
Poi
c’era la gara a chi finiva per primo la raccolta del fieno. A maggio e giugno
si falciava la prima erba, profumata di mille fiori, che si sarebbe poi
trasformata in fragrante fieno, “l’antiul”, il piu’ gradito dagli
animali.
La sera prima della sfalciatura, nel borgo risuonavano i colpi dei
martelli che le donne usavano per affilare le lame delle falci. Sedute sul prato
davanti casa, dopo aver conficcato nel terreno una specie di piccola incudine,
“il! batidor”, vi appoggiavano sopra la lama della falce e, con molta
destrezza, battevano il martello con colpi cadenzati, finche’ il filo
tagliente era diventato lucido e sottile.
All’alba, le donne, con la falce ben affilata, iniziavano un prato e, con
movimenti semicircolari sempre uguali, radevano l’erba, che si adagiava al
suolo formando soffici onde verdi. Dietro, i bambini allargavano i mucchi con il
rastrello, cosi’ che il sole potesse asciugare tutti gli umori.
Dopo
il pranzo, l’erba veniva voltata per accelerarne l’essicatura, con un occhio
a terra e l’altro al cielo, per controllare i movimenti delle nuvole. La sera,
l’erba quasi secca veniva raccolta in covoni tutti uguali, ricoperti poi da
vecchi cartoni e feltri, fissati da pesanti pietre, per proteggere il prezioso
foraggio dall’umidita’ notturna.
A
volte, acquazzoni improvvisi rompevano la quiete pomeridiana ed allora c’era
un concitato tentativo di ammucchiare i!l fieno alla meno peggio. In quella
circostanza, tutti, uomini, donne, bambini e fintanto eventuali ospiti
sospendevano le faccende del momento per collaborare al salvataggio del fieno,
incitandosi a vicenda con grida e imprecazioni. Ed era un momento
liberatorio, in quanto la tensione di salvare il fieno liberava da altre
tensioni, ben piu’ profonde.
Solo la Tonina non si precipitava mai a salvare la sua erba, perche’ nessun
temporale avrebbe mai potuto interrompere il suo sonnellino pomeridiano.
A Nina sembro’ di sentire ancora nell’aria quel profumo di fieno, che aveva
caratterizzato le sere estive della sua infanzia, sere in cui lo aveva
voluttuosamente assaporato, inspirandolo con le narici dilatate fino a che ogni
sua fibra ne fosse stata impregnata.
Fare il fieno era un duro lavoro, che impegnava tutta la bella stagione.
Ogni prato, anche il piu’ piccolo e piu’ lontano, veniva falciato per due o
anche tre volte, ed i fienili si riemp!ivano, giorno dopo giorno, del fragrante
foraggio che avrebbe nutrito gli animali nella lunga stagione fredda. |
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Nina rammento’ sua madre, che a fatica aveva imparato a
rimanere in equilibrio sui pendii, lei, abituata a
paesaggi di mare.
Tutti in paese avevano pensato che non avrebbe mai potuto imparare la dura
vita della montagna. Dicevano a Ermanno:” Potevi sposare
una di qua, che ti avrebbe tenuto le mucche e seminato
le patate!”. Ma lui non badava a queste chiacchiere,
Oliva era la sua donna e basta.
Da ragazzo aveva fatto un voto: scalzo e con una grande
croce di legno, aveva camminato per ore fino ad una
chiesetta votiva, per chiedere alla Madonna di fargli
incontrare la donna giusta per lui. Quando aveva visto
Oliva a Lussino, cosi’ bella, sorridente, formosa, aveva
capito che era quella la sua donna e sarebbe stato per
sempre.
E Oliva aveva fatto di tutto per integrarsi con
quell’ambiente cosi’ ostile per lei. Non aveva
dimestichezz!a con le mucche, ma con le capre si, ce
n’erano tante nell’isola. Era andata di persona a
cercarle, dai pastori delle montagne. Ne teneva cinque,
che non accettavano di essere accudite che da lei.
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Il parto e i cetrioli
Nina ricordo’con tenerezza la madre che, ricoperta
sempre dalla stessa vestaglia impregnata del suo odore,
accarezzava le capre, mungeva il loro latte, le aiutava
a partorire. Accadeva in primavera e quasi sempre nella
Settimana Santa che partorissero. Era ormai una
tradizione che, prima di scendere in paese per
partecipare al Rito del Venerdi’ Santo, Oliva entrasse
nella stalla per controllare le capre piu’ prossime al
parto e ne uscisse di fretta.
“ Nina”- diceva - ”vai tu in chiesa, che la Bianca sta
facendo il capretto!”.
Una volta, Nina si fermo’ ad assistere al parto e la
mamma, molto semplicemente, le spiego’ che cosi’
nascevano i bambini.
Quando nacque il fratellino ,pero’, le donne del borgo
che assistevano la mamma non dissero a Nina che cosa
stava accadendo. Nina piangeva, sentendo la madre
lamentarsi nella sua camera, voleva andare da lei.
Allora la Tonina le spiego’ bruscamente che la mamma
aveva mangiato i cetrioli, che le avevano fatto venire
il mal di pancia. E Nina, negli anni successivi, non si
sapeva spiegare come mai la mamma continuasse a mangiare
i cetrioli e non le facessero piu’ male alla pancia.
Nina ricordo’ la gioia che l’arrivo di quel fratellino,
Marco, le aveva portato. Crescendo, erano diventati
compagni di giochi spensierati e il bosco era un parco
fantastico, ora regno di principi e principesse,ora di
maghi e di streghe, ora giungla misteriosa, ora
semplicemente casa. |
Andavano spesso a giocare con le amichette del borgo di sotto.
Immancabilmente, il piccolo Marco spariva per andare nel pollaio e, poco
dopo, ritornava stringendo pericolosamente due uova nelle manine
grassocce , gridando:”Tonina, Tonina, ha fatto ovo gao!!! ”La Tonina
rideva! e ogni volta gli ripeteva che il gallo cantava, ma la gallina
faceva le uova. Poi rompeva un uovo in una scodella, aggiungeva dello
zucchero e lo sbatteva energicamente, fino a farlo diventare una golosa
spuma chiara, che Marco gustava, cucchiaino dopo cucchiaino, seduto
sullo scalino davanti l’uscio.
Era cosi’, nel borgo.
Ogni tanto, Nina andava nell’altra casa, dentro il cortile, a trovare
una nonnina vecchia vecchia, che passava le sue giornate in un tinello
che pareva un guscio, con le pareti di legno ricoperte da santini ed
immaginette sacre, da fotografie stinte e da acquasantiere. Quando Nina
entrava in quella stanza, provava un non so che, un timore riverenziale,
come entrare in una chiesa.
La nonnina era piccola e grassa, vestita di nero, con il solito
fazzoletto nero in testa, e si lamentava sempre della sua prossime fine.
Gli anni passavano e lei era ancora li’, a presentire la sua morte
imminente. Nina ricordo’ suo padre quando, durante le sue visite alla
vecchia, nell’ascoltare i suoi lamenti le diceva: ”Dite cosi’, si, dite
che morirete presto, che vi allungate la vita!”.
Anche nella casa fuori del cortile c’era un nonno molto vecchio, il
nonno Simone, che metteva i cunei nel tubo dell’acqua. |
Lo yogurt naturale
Nina era molto attratta da quella scodella bianca, con le righe dorate un po’
sbiadite, che vedeva ogni giorno appoggiata sul davanzale della finestrella con
le grate di ferro.Avrebbe dato chissa’ cosa per sapere che cosa contenesse e
perche’ stava sempre sul davanzale, finche’ un giorno, dalla porta aperta,
vide il nonno Simone seduto al tavolo con davanti la misteriosa scodella.
Lei aveva paura del vecchio, come tutti nel borgo. Alto, magro, con il naso
adunco, lunghi capelli bianchi, portava un paio di folti baffi un po’ piu’
scuri dei capelli,e Nina si chiedeva come potesse mangiare con quei baffi che
nascondevano la bocca.La bambina, di fronte alla prospetti!va di veder svelato
il mistero della scodella, si fece coraggio e sguscio’ nella cucina. Si pose
davanti a Simone, dall’altro lato della tavola, puntando gli occhioni nocciola
sulla tazza. Il vecchio capi’ la curiosita’ della bimba e, immerso il
cucchiaio nella scodella, chiese, con quel vocione tenebroso che riusciva a
tener in soggezione le persone:” Vustu?”. Nina si sporse sulla tavola per
afferrare il cucchiaio, affascinata da quella crema biancastra, ma quando lo
porto’ alla bocca non seppe trattenere una smorfia di disgusto. Appoggio’
rapidamente il cucchiaio ancora mezzo pieno sul tavolo e fuggi’ a sciacquarsi
la bocca alla fontana, seguita dalla risata del vecchio.
Non riusci’ piu’ ad
inghiottire lo yogurt, neppure da grande! Nina decise di ritornare alla casa.
Prese un altro sentiero, ancora visibile finche’ l’erba non fosse diventata
alta, e raggiunse la mulattiera che, passando dietro la casa, conduceva alla
cima della montagna.
“L’hanno costruita i soldati, nella guerra del ‘15, per portare sulla cima
i cannoni!” raccontava il nonno Toni, che a quell’epoca avrebbe dovuto anche
lui essere soldato. Invece, un’ulcera perforante aveva si’ rischiato di
farlo morire,ma gli aveva risparmiato di andare in guerra . Cosi’, per
sfuggire alle bombe che cadevano sul paese, aveva trasferito la famiglia nella
malga in mezzo alla montagna, al sicuro nel bosco.
I tedeschi
“ Un giorno, sono passati di qua i tedeschi “ - gli piaceva raccontare a
Nina, che non perdeva una sua parola. “ Erano in tanti e tutti affamati. Nella
stalla avevamo una mucca e un vitello. Il comandante e’ venuto davanti alla
casa e ci ha ordinato di dargli la mucca. Si vedeva che era stanco e pieno di
fame e si capiva anche che era meglio accontentarlo. E cosi’, sono entrato
nella stalla, ho slegato la Nera e, dandole delle pacche sul collo, le dicevo
che sarebbe andata a fare una passeggiata nel bosco!. Poi, ho consegnato la
corda al comandante, che, con un secco “ Dankeschen”, e’ ritornato dietro
la casa, trascinando la Nera, che non voleva seguirlo.Non era mica stupida la
Nera! Intanto, la nonna era scappata in casa a piangere, perche’ voleva bene
alla Nera, e anche perche’, adesso, non aveva piu’ il latte da dare ai
bambini”.
Nina ricordo’come questa storia le facesse venire la voglia di piangere,
allora, pensando alla Nera che veniva trascinata via dai soldati.
Riando’ con il pensiero alle sue escursioni nel bosco, lungo la mulattiera, a
cercare le tracce della Nera. Rivisse l’emozione provata il giorno in cui,
allontanatasi dalla strada, qualche tornante piu’ su della casa , era entrata
nel sottobosco, e, fra gli aghi secchi di un grande pino, aveva visto affiorare
delle grandi ossa bianche. Aveva subito avuto la certezza che si trattasse della
Nera .Nina si era affannata a cercare piu’ ossa possibile, le aveva raccolte
in !un mucchio e ricoperte di cortecce di pino; con l’erba aveva legato due
rametti, a mo’ di croce, e li aveva appoggiati al tumulo. Finalmente la Nera
aveva trovato pace e degna sepoltura ed il suo ricordo non fu piu’ un incubo,
per Nina.
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La strada agognata
La mulattiera era l’unica via che, un tempo, univa il borgo al paese. Alcuni
tratti erano impercorribili, perche’ trasformati in prati che, col passare
degli anni, erano diventati proprieta’ privata. Erano stati sostituiti da
sentieri, stretti quanto due piedi, e guai a sconfinare sull’erba!
Naturalmente si percorreva a piedi quel chilometro, che diventavano due
per raggiungere il centro del paese e tre per arrivare alla stazione
ferroviaria.
Nina, mentre si avvicinava alla casa, rivisse quasi con stanchezza tutti quei
chilometri percorsi con ogni tempo ed in ogni situazione.
Ermanno aveva lottato per anni per ottenere una strada, ma inutilmente. Alcuni
proprietari si rifiutavano di concedere fazzoletti di pra!to che ritenevano
troppo preziosi per esserne privati e cosi’ niente strada. Ermanno soffriva
nel vedere i suoi figli andare a scuola la mattina e sapere che sarebbero
rimasti tutto il tempo con i piedi bagnati, vuoi per la pioggia, vuoi per la
rugiada ,che nelle notti d’estate inzuppava l’erba alta.
Nina ripenso’ ai furiosi temporali che scoppiavano quando rientrava da scuola,
in certe giornate di tarda primavera.
Arrivava a meta’ strada bagnata fracida, con i piedi che
sguazzavano nelle scarpe, diventate gigantesche. Allora si fermava, chiudeva
l’ormai inutile ombrello, toglieva le scarpe e ne rovesciava l’acqua a
terra. Con le scarpe in una mano,la cartella nell’altra, i lunghi capelli
biondi appiccicati, il viso rivolto verso il cielo scuro e violento, percorreva
quel che mancava di sentiero pervasa da una selvaggia eccitazione, quasi che
fosse diventata un tutt’uno con quella natura sfrenata.Spalancava la bocca per
raccogliere quanta piu’ acqua poteva, e le sembrava che fosse l’unica acqua
che potesse placare la sua sete. Con le braccia allargate , assorbiva
l’energia dell’universo scatenato e avrebbe voluto che quella furia non
finisse, ma la voce di sua madre, che l’aveva vista dalla casa, la scuoteva e
le faceva accelerare il passo. Trovava la mamma tremante, che continuava a
bruciare rami d’ulivo ed a sgranare il Rosario. Le metteva il mangiare in
tavola, i vestiti asciutti sulla sedia, e ritornava ad accucciarsi sotto le
coperte, nella camera sprangata e buia.
Nina si riscosse da quei ricordi, e quasi quasi si stupi’ nel vedere il cielo
azzurro, senza nuvole.
Dietro la casa, appoggiato al muro, c’era ancora il vecchio spazzaneve, che
suo padre aveva costruito per sgombrare il sentiero dalla neve.
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Il papà
"spazzaneve"
Mentre gli abitanti del borgo di sotto, per pulire il loro tratto di strada,
usavano le pale, Ermanno, con il suo solito ingegno, aveva fabbricato con delle
tavole uno spazzaneve. Lo caricava di pietre, in base alla quantita’ di neve
da spostare, e lo trascinava, tirandolo con una grossa corda, che faceva passare
attorno ad una spalla. Arrivava in paese sudato e c’era sempre qualcuno che lo
chiamava in casa per offrirgli un
bicchier di vino.
A volte, la neve iniziava a cadere mentre Nina e suo fratello erano a scuola e
il loro papa’ era a lavorare. In quei casi, il loro rientro a casa si
trasformava in avventura e pareva che la casa fosse irraggiungibile. Passo dopo
passo, infilavano una gamba nella neve fresca,mentre a fatica estraevano
l’altra , quasi imprigionata dalla coltre bianca. Ogni tanto si fermavano per
tirare fiato, alzavano il viso bagnato verso il cielo grigio e seguivano con lo
sguardo incantato i grossi fiocchi nel loro
volteggiare,tentando di scoprire dove si sarebbero posati.
La mamma li aspettava in ansia. Oliva detestava la neve, non aveva mai imparato
a camminarci sopra. Il biancore della neve l!a angosciava per quel suo
appiattire le cose, per le profondita’ falsate, perche’ nascondeva tutto e
lei si sentiva insicura, senza riferimenti. |
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Anche la neve era un buon motivo di discussioni, nel borgo di sotto.
Nina ricordo’ il vociare concitato delle donne , reso piu’ vicino dal
silenzio irreale che la neve creava. Si udiva lo sferragliare delle pale contro
i sassi della strada interrotto da urla, che rimproveravano all’altro di aver
buttato neve nel proprio tratto di cortile, appena pulito.
“ Senti come grida, la Severina!”- sussurrava la mamma a Nina, -”Meno male
che abitiamo quassu’ “.
Oliva non aveva mai partecipato alle liti . Non sopportava le chiacchiere, i
pettegolezzi, le maldicenze e, per questo, era amica di tutti e di nessuno, come
amava sottolineare spesso. Ogni tanto, andava a far visita a questa o a quella
signora; altre volte era lei ad invitarle, ma stava ben attenta a non ingerirsi
nelle loro questioni.Per !questo, oltre che per la sua innata signorilita’ e
per la sua saggezza, era considerata al di sopra delle parti e tenuta in grande
considerazione.
Continuando a pensare alla madre, Nina aveva raggiunto il cortile davanti alla
casa. Si sedette sullo scalino piu’ alto della scala che portava al fienile e
guardo’ giu’, verso il paese.
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I
ricordi tristi
Le venne in mente la volta in cui sua madre , dopo un ennesimo
ricovero in ospedale, era cosi’ debole da non poter camminare. Come se il
tempo non fosse passato, la rivide distesa su una lettiga, trasportata a spalla
da tre uomini del paese e da suo padre ,su per il sentiero . Nina rivide quel
volto pallido, sofferente anche per quel farsi trasportare, eppure il sorriso
non l’aveva abbandonato e a Nina era sembrata una regina .
Le donne del borgo erano venute ad accoglierla, fuori di casa, e sentendosi
impotenti di fronte a tanta sofferenza non sapevano cosa fare e cosa dire.
Fu lei a consolarle, a sminuire il suo male cosi’ che non provassero pena.
Lo sguardo di Nina si fermo’ sul muro di cinta del cimitero, addossato alla
chiesa, e penso’ con tenerezza che anche da quell’ultima dimora i suoi
genitori potevano vedere la casa e il borgo.
Penso’ a suo fratello, cosi’ lontano in America, e si senti’ sola.
Erano cresciuti e vissuti insieme, tra tante difficolta’, ma con la forza ed
il coraggio che la vita dura sa trasmettere.
Poi, il terremoto, le morti, gli addii, ed erano rimasti solo l’amore ed i
ricordi, quei ricordi che Nina aveva cercato di rimuovere disperatamente.
Dall’alto della scala, pero’, guardandosi intorno, dopo aver scavato dentro
di se’, Nina capi’ che la vita non si cancella, che il suo passato era
presente li’, nella casa, nel borgo, non piu’ abitato da fantasmi da
fuggire, ma da tutto quanto aveva
contribuito a far si’ che lei fosse cio’ che era.
Scese dalla scala e si fermo’ nel cortile. |
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Fu scossa da un tuono improvviso.
Il cielo, poco prima terso, era plumbeo e i lampi lo solcavano e parevano
incendiare le montagne. Grosse gocce di pioggia iniziarono a cadere e si
trasformarono velocemente in violenti scrosci d’acqua.
Nina ebbe la tentazione di ripararsi sotto il tetto, ma non lo
fece. Si tolse le scarpe, apri’ le braccia, sollevo’ il volto verso il cielo
e lascio’ che l’acqua l’avvolgesse tutta, fino a penetrare in ogni sua
fibra e trascinare con se’ l’antico dolore." |
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Angie
27
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