DA CERCIVENTO:

Mac di San Giuan
(Il Mazzo di San Giovanni)

di Celestino Vezzi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mantenendo fede ad un antico rituale di buon mattino Edvige (ma come lei Rosalie, Marine, Paule, Marceline, Vera, Line, Gjine, ecc. ecc.) si è recata nei prati alla ricerca dei fiori che, secondo tradizione, andranno a dar vita al ‘Mac di San Giuan’.
Una scelta meticolosa, precisa, convinta, particolarmente attenta a non tralasciare niente di quanto appreso dalla sapienza dei vecchi.
La tenue luce del giorno nascente ha appena illuminato la notte di San Giovanni e la rugiada con la sua singolare effusione ‘miracolosa’ ha distribuito le minuscole, luccicanti, preziose perle sul verde manto erboso.
La credenza popolare attribuisce a queste gocce magici poteri, retaggio ancestrale di un popolo ricco di tradizioni legate al culto ed al rispetto della madre terra.
Edvige, come tante, ha appreso l’arte della conoscenza e delle proprietà medicinali delle piante dalla sua mamma che fin da bambina la portava con sé nei lavori della campagna rivelando passo dopo passo con affettuosa e certosina pazienza il ricco patrimonio orale appreso dai vecchi.
Un rito antico: la trasmissione del sapere non scritto, ma vivo negli anfratti della memoria; una matassa momentaneamente accantonata che al momento del bisogno si dipana liberando il prezioso filo dei ricordi.
Edvige scruta fra gli steli alla ricerca della figura nota stampata in modo indelebile nella mente.
La mano dolcemente avvolge, accarezzandola, la sommità del fiore, cala lungo il suo stelo fino a giungere a contatto con il terreno poi si stringe in uno strappo sicuro, ma allo stesso tempo delicato.
Uno a uno i fiori si ritrovano insieme nel lembo ripiegato con arte del capiente grembiule: un ramaç di felet par ch’a nol trêti jù pal tet (la felce affinché non cadano fulmini sul tetto), qualche pianta di scorsegjaul (spirea) per allontanare il maligno, il sanc di Crist (iperico), il penacul e las rôsas di San Giuan (l’asparago selvatico ed il fiore di San Giovanni), la pomule (sambuco), il cumìn (comino dei prati) contro le streghe, la rude (ruta) contro il malocchio e non si può dimenticare la camomilla.
Ai margini del prato raccoglie alcuni rami nuovi di noglâr (nocciolo) in quanto, si narra, ha protetto la Madonna e Gesù Bambino nel corso di un furioso temporale durante la fuga in Egitto. Ogni pianta richiama alla memoria una motivazione precisa: pare quasi di sentire l’eco della voce degli avi che giustifica il perché della scelta di una e dell’esclusione di un’altra.
Edvige è l’anello di congiunzione tra ieri e l’oggi, il suo gesto all’apparenza semplice e spontaneo, assume un profondo significato nella continuità della storia di queste genti.
Il capace grembiule ha accolto in un unico abbraccio le varie piante che poi, una volta rientrata a casa, Edvige avrà cura di ordinare per formare il ‘mac di San Giuan’.
Al calare della sera i rintocchi delle campane della Pieve di San Martino invitano ai vesperi solenni in onore di San Giovanni; la gente esce dalle case e s’avvia verso la parrocchiale, nelle mani fiori multicolori, assiemati con grazia e cura, liberano un intenso profumo. Anche Edvige raccoglie il suo ‘mac’, tenuto tutto il giorno in fresco nell’acqua, e si unisce ad altre donne in cammino verso la chiesa.
Quando l’ora dei vesperi arriva, la chiesa e piena di gente; tra i banchi spiccano i ‘macs’ con fiori di prato che diffondono nell’aria un intenso, variegato indefinibile profumo.
Alle antiche melodie dei salmi in latino intonate dalla Onoranda Compagnia dei Cantori fa eco il canto della gente che partecipa con fede alla funzione religiosa: tutto assume un’atmosfera particolarmente intensa e coinvolgente.
E giunge il momento più atteso: il sacerdote rivolto verso i fedeli, con i chierichetti a lato, invoca la benedizione di San Giovanni sui fiori amorevolmente raccolti. L’aspersorio attinge al secchiello, i ‘macs’ sovrastano le teste formando un grande tappeto variopinto teso in avanti a captare le gocce di acqua Santa.
La funzione religiosa è terminata, lasciata la Pieve ognuno riporta nella propria abitazione il ‘mac benedet’; con gesti che racchiudono l’esperienza di anni Edvige sale lentamente le scale di legno che immettono al salâr (solaio) e recitando tra sé ancora un’orazione appende al chiodo il ‘mac di San Giuan’. E’ un’angolo particolare questo della soffitta riservato ai ‘macs’ che di anno in anno vengono posti ad essiccare: torneranno utili ogni qualvolta il tempo volge al brutto e i nuvoloni neri minacciano il paese e la campagna.
Sarà allora che Edvige, dando ascolto alla voce della tradizione e della fede, brucerà un po’ di quel ‘mac benedet’ nel vecchio ‘scjaldìn’ (scaldaletto); mentre il fumo denso si libererà nell’aria le labbra si scioglieranno in convinta preghiera affinché il Padre Eterno allontani i nuvoloni neri che l’occhio preoccupato segue nel cielo
Un rituale antico che oggi può sembrare inutile, ridicolo, insensato ma che nel tempo ha dimostrato il suo valore suffragato da une fede profonda e dall’intima convinzione della sua forza nel contrastare i danni atmosferici.

Celestino Vezzi

  CERCIVENTO: l’Onoranda Compagnia dei Cantori porta nelle famiglie il
“Gjesù cjamìn”
 

 

Una tradizione è viva nella misura in cui è attesa, partecipata e sentita. Il periodo compreso tra il Natale e l’Epifania vede la riproposta, in molti paesi della Carnia, di un numero considerevole di momenti tradizionali. Qualcosa di interessante accade anche nel piccolo paese di Cercivento dove rivive silenziosa ed inossidabile nel tempo un’antica consuetudine ossia l’augurio che l’Onoranda Compagnia dei Cantori della Pieve di San Martino porta di casa in casa con il canto del Gjesù cjamìn.

Si tratta dell’antica Lauda ‘Gesù, Gesù, Gesù ognun chiami Gesù’ (del XV secolo del fiorentino Feo Belcari) giunta non si sa bene come in questo lembo di Carnia. 

Il Libro delle diverse determinazioni dei Sigg.ri Cantori della Pieve di San Martino di Cercivento (datato 1761), è una prova tangibile di quanto importante ed impegnativa fosse la tradizione portata avanti dai Cantori nell’ultimo giorno dell’anno. Si legge infatti:

Riuniti i sottoscritti Cantori oggi in Canonica, per ovviare alle quistioni che nascono ogni anno in occasione dell’ultimo dell’anno, nella raccolta dei sops, nella merenda e divisione dei soldi, divengono per loro, assenti e successori a stabilire quanto segue:

1° Tutti i cantori hanno l’obbligo di intervenire nel canto del Gesù, Gesù.... in tutte due le ville, stando subordinati sempre alle norme che crederanno di adottare i Capi Cantori.

2° Sarà dispensato solo quel Cantore che avesse un legittimo impedimento che deve essere riconosciuto da tutto il corpo dei Cantori.

3° Quegli che non interverrà senza aver legittimo e riconosciuto impedimento non sarà partecipe della relativa quota dei sops, nè in merenda nè in soldi.

4° Dalla intera raccolta dei sops sarà prelevato un ammontare per fare la merenda: alla quale avranno diritto di partecipare tutti  e solo quelli Cantori che intervengono nel cantare.

5° Il luogo per la merenda sarà preventivamente fissato dai Capi Cantori, quello che pur essendo stato a cantare non interviene alla merenda non avrà diritto di percepire rimborso, ma avrà diritto soltanto alla sua quota pel resto.

6° Il civanzo dei sops dopo pagata la merenda sarà diviso in parti eguali fra tutti escluso però quel Cantore che non è intervenuto nella raccolta e non aveva legittimo impedimento.

Le origini della Onoranda Compagnia dei Cantori, una delle poche in vita nei nostri paesi, sono di certo antecedenti al 1761 data rilevata dal libro sopra menzionato che fa riferimento ad una riorganizzazione della Cantoria; ciò fa pensare che la stessa esistesse prima di questa data. E’ formata da dodici membri con carica vitalizia: sei cantori sono di Cercivento di Sopra e sei di Cercivento di Sotto; nelle funzioni i due gruppi si dispongono equamente a sinistra e a destra dell’altare. Lo statuto datato 24.3.1761, oltre che dettare norme ben precise per la scelta e la nomina dei Cantori, spiega anche il comportamento che gli stessi devono tenere nello svolgimento della tradizione in questione.

L’ultimo giorno dell’anno dopo la S.Messa del mattino i Cantori bussano alla porta della canonica per augurare al parroco ‘Bon finiment e bon prinsipi’ con il canto, familiarmente chiamato, del Gjesù cjamìn. Segue poi la visita alle famiglie del paese dove i Cantori intonano due strofe dell’antica lauda; oggi come un tempo le famiglie concedono il sop ovvero una piccola somma di denaro quale ringraziamento per l’opera svolta nel corso dell’anno dai Cantori. Parte del sop raccolto viene utilizzato, sia per la tradizionale ed annuale merenda, che per il recupero del patrimonio artistico della vecchia Pieve di San Martino.

Oltre che nelle case il Gesù, Gesù, Gesù ognun chiami Gesù  viene intonata in alcuni punti del paese dove la gente attende l’arrivo dei Cantori: a Cercivento di Sotto davanti alla Mainute, a Cercivento di Sopra nella Cappella Morassi e nelle Maine delle frazioni di Costa e Vidâl. 

Una stretta di mano, un canto, un augurio quale originale, antico, genuino e semplice mezzo per combattere la tentazione di omologazione generale cui la società moderna costantemente c’invita.  

Celestino Vezzi

( 0433929259 e-mail: civi55@inwind.it     
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