|
 |
|
 |
|
RECENSIONI DI MARIA ROSA RINOLDI
|
|
 |
|
Luigi Maieron |
"LA
NEVE DI ANNA"
racconti, immagini e poesie" |
| Edizioni Biblioteca dell'Immagine |
| |
|
|
Benchè
lettrice incurabile e onnivora, mi rifiuto generalmente di
leggere le autobiografie per una qualche molesta idea del
narcisismo, così come rappresentato, ad esempio, nella pur
bellissima tela attribuita al Caravaggio che riprende l’antico
mito della contemplazione di sé.
Ma per Gigi Maieron non ho avuto
esitazioni, essendo mossa – oltre che da una naturale simpatia -
dalla curiosità di sapere se fosse riuscito, raccontandosi, a
conservare la semplicità, la misura, la poesia che rendono
desiderabile la sua amicizia e appassionante la sua versatile
attività artistica.
“La neve di Anna” è un commovente libro di memorie non così
trapassate da essere ormai una vita precedente (“Ci
sono ricordi che non scelgono la memoria per ritornare. Sono
sempre presenti come una seconda pelle, con qualche ruga da
subito”), se si considera l’ancor giovane età
dell’autore, nato da una giovanissima madre nel 1954, figlio e
nipote di musicanti spontanei, bambino sensibile, quasi sempre
chiuso spaventato e triste, divenuto uomo non esattamente nella
spensieratezza. Anzi troppo presto raggiunto da responsabilità
importanti e da perdite cocenti: il padre (“Ricordo che mi
chiedevo perché piangessi se non lo conoscevo
neppure”), i nonni, un amico con il quale avrebbe voluto
continuare a suonare a fantasticare e a condividere altri
percorsi. Ma prima dei venti anni Luigi Maieron aveva già
moglie e figli. Dovette lasciarlo andare per una strada dalla
quale quest’ amico non è mai più tornato, confuso nel
labirinto dei suoi fragili sogni.
Da pagine scritte con grande eleganza e
toccanti come un adagio, emergono volti di uomini duri,
prepotenti, estrosi. Figure di donne straordinarie come Anna, la
sposa straziata, mite bianca e sola sotto la neve. Storie di
infanzie e adolescenze trasandate. ”Una vita contadina, di
montagna, dove le lacrime servivano a pulire gli occhi per vederci
meglio…e dove la musica era un modo popolare di trasferire la
tristezza nell’allegria…C’era anche la loro terra dentro a quelle
note, e le montagne e il loro vino e c’era il cielo …”.
Vorrei
dire all’ex bambino Gigi Maieron, al suo cuore ispirato
sincero e profondo, ciò che lui essendo artista certamente
sa. Che non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice!
|
|
|
 |
| Pier Giuseppe Avanzato |
"GENTE DI TUMIEÇ
racconti, immagini e poesie" |
| Edizioni Andrea Moro |
|
|
Per le edizioni di Andrea Moro e con la partecipazione della
Biblioteca Civica di Tolmezzo è uscito “Gente di Tumieç
racconti immagini e poesie” di Pier Giuseppe Avanzato, arguto
medico emiliano, già autore del libro La panchina racconta,
dedicato ai protagonisti che hanno animato lungo gli anni il suo
paese natale Silla, sopravissuti affettuosamente nella sua
memoria, richiamati nelle caratteristiche che li hanno resi
incancellabili, sale e spirito e senso di un’intera comunità
vivace e operosa lungo il fiume Reno.
Evidentemente l’autore, persona generosa gentile e benvoluta, ha
potuto scrivere un libro sulla gente di Tolmezzo, dove abita
ormai da molti anni, proprio perché possiede un’istintiva
passione per il popolo considerato nella sua realtà universale,
che è fatta di figure singolarmente necessarie in ogni luogo del
mondo. Per la sua umanità dunque e per una sensibilità che gli
consente di sentir scorrere dentro sia il Reno che il
Tagliamento nel loro infinito trapassare, metafora della vita che
continuamente si rinnova. Un fiume, peraltro, ha ispirato la
geografia “antropica” di molti scrittori, da Hemingway a a Lee
Masters, da Claudio Magris a Bacchelli.
I
racconti, le immagini (bellissime fotografie d’epoca rendono
preziosa la ricerca) e le poesie restituiscono alla comunità un
immaginario denso di tipi e mestieri e vicende che
altrimenti sarebbe rimasto esclusiva del ricordo individuale, di
nostalgie occasionali, dei discorsi al bar (importante, per una
fedele resa dei personaggi di volta in volta geniali patetici
stravaganti, la verve evocativa di Giulio Astori, come
riferisce lo stesso Avanzato) e lo tramandano oltre la
precarietà della testimonianza orale, destinata infine
irrevocabilmente a sfumare.
Frammento per frammento, Pier Giuseppe Avanzato
ricostruisce a futura memoria un grande mosaico formato da
tessere antecedenti, tolmezzini assenti da tempo o appena
salpati, panorami perduti e attività scomparse. “In fondo è
la memoria a dominarci. Non possiamo dimenticare: noi siamo la
sostanza della memoria, siamo immagini, i
dettagli, le sequenze che si affollano nella mente
e che chiamiamo passato”.
L’opera è in ristampa, a dimostrazione dell’interesse sollevato a
Tolmezzo e in Carnia dall’ammirevole lavoro di questo medico forest,
che ha inteso riconoscere e assumere l’identità di una gente a
lui cara attraverso una documentazione storica e sentimentale
molto importante e un discorso sereno chiaro e semplice, come
serene chiare e semplici sono le cose che contano.
|
|
|
 |
|
Pia Fontana |
|
"NESSUN DIO A SEPARARCI" |
| Mondadori |
|
|
La mia terzogenita,
volendo rallegrarmi il maturo compleanno , mi ha regalato fresco
di stampa l’ultimo libro di Francesca Longo. Non perché il
titolo la riguardasse, dato che l’adolescenza non se l’è potuta
permettere e l’ha comunque oltrepassata da un pezzo, ma perché
sa che ho incontrato l’autrice quand’era bambina e che la
medesima traccia da allora un segno continuo al fondo dei miei
affetti e ricordi.
Francesca Longo è soprattutto figlia di
Franco, persona di non comune stile ed intelletto cui ogni
autunno porto un fiore nell’infinita nostalgia di un amabile
dialogo bruscamente e prematuramente interrotto circa vent’anni
fa, e di Marisa, non per niente nata e cresciuta nell’aperta e
colta e Trieste.
Loro hanno messo al mondo per prima questa
figlia rivelatasi vagamente anarchica e straordinariamente
brillante mentre era ancora in fasce - suppongo - e si sono
senz’altro fatti carico, con spirito toscogiuliano, delle
relative conseguenze.
Peraltro, tutto ciò che generare delle
figlie comporta, Francesca Longo è ormai in grado di spiegarlo
perfettamente e lo fa in una quanto mai struggente biografia,
scritta seguendo gli improvvisi veloci e molesti ritmi della
figlia adolescente che si imbranca attraverso i cellulari la
posta elettronica e le discoteche, bella permalosa e fragile,
sempre in fuga dalla famiglia e tuttavia stanziale senza
remissione e speranza. E lo spiega con la filosofia di chi sa
- da ex adolescente rivoltosa (laureata però a ventiquattro
anni, centodieci e lode e presto fuori casa) – che la pubertà
è un misfatto che finisce col tempo …
Da questa realistica cronaca familiare,
emerge il temperamento di una madre perseverante ironica e
intelligente che lotta in solitudine ( ma dov’è il padre?
L’idea dell’insufficienza paterna deve essere quanto mai
antica irrefutabile e plausibile se “anche Gesù di padri ne
aveva due!” come si legge a pag. 95 ) e affronta la
sofferenza sapendo che comunque “ La storia va avanti”.
“ Tutto va avanti. E anche voi andate avanti,
tra loro, le figlie, e vostra madre. Approfittate di questo
tempo per una carezza e un bacio. Niente di peggio , nella
vita, del rimpianto per una carezza o un bacio perduto. E un
sorriso mai strappato. Alle vostre figlie, a vostra madre, a
vostra suocera. A una donna....”
E’
il drammatico imperativo dell’amore.
|
|
|
RECENSIONI DI MARIA ROSA RINOLDI
|
|
 |
| Francesca Longo |
|
"Come sopravvivere con un’adolescente in casa" |
| Baldini & Castoldi |
|
La mia terzogenita,
volendo rallegrarmi il maturo compleanno , mi ha regalato fresco
di stampa l’ultimo libro di Francesca Longo. Non perché il
titolo la riguardasse, dato che l’adolescenza non se l’è potuta
permettere e l’ha comunque oltrepassata da un pezzo, ma perché
sa che ho incontrato l’autrice quand’era bambina e che la
medesima traccia da allora un segno continuo al fondo dei miei
affetti e ricordi.
Francesca Longo è soprattutto figlia di
Franco, persona di non comune stile ed intelletto cui ogni
autunno porto un fiore nell’infinita nostalgia di un amabile
dialogo bruscamente e prematuramente interrotto circa vent’anni
fa, e di Marisa, non per niente nata e cresciuta nell’aperta e
colta e Trieste.
Loro hanno messo al mondo per prima questa
figlia rivelatasi vagamente anarchica e straordinariamente
brillante mentre era ancora in fasce - suppongo - e si sono
senz’altro fatti carico, con spirito toscogiuliano, delle
relative conseguenze.
Peraltro, tutto ciò che generare delle
figlie comporta, Francesca Longo è ormai in grado di spiegarlo
perfettamente e lo fa in una quanto mai struggente biografia,
scritta seguendo gli improvvisi veloci e molesti ritmi della
figlia adolescente che si imbranca attraverso i cellulari la
posta elettronica e le discoteche, bella permalosa e fragile,
sempre in fuga dalla famiglia e tuttavia stanziale senza
remissione e speranza. E lo spiega con la filosofia di chi sa
- da ex adolescente rivoltosa (laureata però a ventiquattro
anni, centodieci e lode e presto fuori casa) – che la pubertà
è un misfatto che finisce col tempo …
Da questa realistica cronaca familiare,
emerge il temperamento di una madre perseverante ironica e
intelligente che lotta in solitudine ( ma dov’è il padre?
L’idea dell’insufficienza paterna deve essere quanto mai
antica irrefutabile e plausibile se “anche Gesù di padri ne
aveva due!” come si legge a pag. 95 ) e affronta la
sofferenza sapendo che comunque “ La storia va avanti”.
“ Tutto va avanti. E anche voi andate avanti,
tra loro, le figlie, e vostra madre. Approfittate di questo
tempo per una carezza e un bacio. Niente di peggio , nella
vita, del rimpianto per una carezza o un bacio perduto. E un
sorriso mai strappato. Alle vostre figlie, a vostra madre, a
vostra suocera. A una donna....”
E’
il drammatico imperativo dell’amore.
|
|
 |
Aldo Barbina
"Cittadinanza onoraria al cinghiale Marian"
Ful I srl
La Tipografica
Da liceale mi sconcertarono
i versi di Orazio "...Manet sub Iove frigido - venator tenerae
coniugis immemor, - seu visa est catulis cerva fidelibus, - seu
rupit teretes Marsus aper plagas" (resiste nel gelo il
cacciatore, dimentico perfino della tenera sposa, sia per una
cerva scorta dai fedeli cani, sia per il cinghiale marsico che ha
rotto le reti ritorte) che celebrano la mentalità del cacciatore,
cocciuto inaffidabile smemorato...
Tali versi - Ode I - mi sono
tornati in mente leggendo l'ultimo libro di Aldo Barbina
"Cittadinanza onoraria al cinghiale Marian", che raccoglie
ventuno bellissimi racconti di caccia... uno dei quali "Sul
Grintavec" ha vinto recentemente il primo premio letterario
biennale "Giacomo Rosini" a Riva del Garda, e altri sono già stati
riconosciuti a livello nazionale e internazionale.
Sottovoce e da sempre mi
dichiaro contraria alla caccia, anche dopo aver volonterosamente
ascoltato le favolose ragioni di cacciatori irriducibili, ma non
potrei dire di non essere rimasta affascinata dai personaggi che
attraversano le centocinquantasette pagine del libro di Barbina,
forestale giornalista fotografo e scrittore sensibile ironico
amaro: basterebbe ricordare opere come Il silenzio del flauto,
Paternità, E dirigente fu.
Strana umanità, quella dei
cacciatori, che pratica il linguaggio dell'amicizia sia con i
compagni di avventura sia con i cani sia con la selvaggina, senza
discernimento evidente, e che scruta cose negate alle persone
normali.
Solo i cacciatori, infatti,
possono guardare a quel modo dentro e "Sopra la nebbia"
(pag. 153), isolati nell'atmosfera che inventa e dilata un
paesaggio fantastico, dove tutto appare e dispare in continue
visioni e dissolvenze: le albe immense, le montagne sfolgoranti di
neve, i boschi popolati da una flora incantevole e da una fauna di
cui paiono innamorati anche quando imbracciano il fucile, mirano e
sparano.
I cacciatori vivono cieli
stagioni liturgie, condividono amori (Andrea e Annalisa a
rincorrersi tra le trappole sotto i pioppi tremuli, pag. 17 Le
gazze) il pane e il vino, trionfi malinconie e segreti. Sono
uomini che camminano nel silenzio di un tempo primitivo, arcano,
fatale. Vanno senza parlare per sentieri privilegiati, molto prima
che i comuni mortali si mettano all'opera correndo su strade
forsennate, lontane dalla natura, dalla leggenda e dalla poesia.
|
|
 |
Angelica
Bonanni
"Storia del Convento dei Frati Francescani di Raveo"
Andrea Moro Editore
Ancora commossa a pochi giorni
dall'improvvisa scomparsa, desidero ricordare Angelica Bonanni
suggerendo la lettura del suo libro più noto e cioè la "Storia del
convento dei Frati Francescani di Raveo" che più di tutti la evoca
quale vestale del Romitorio e del complesso monumentale comprendente
l'Oratorio e la Chiesa di Santa Maria in Pian di Castello, innalzati
sulle pendici del misterioso monte Sorantri.
Angelica Bonanni, maestra elementare, scrittrice e pittrice di generosa
vena, risale in questo saggio alle origini dell'insediamento eremitico
fondato nel 1680 da "Odorico Bonano di Ravejo" e ne descrive le molte
vicende attraverso i secoli fino ai giorni nostri. Oggi l'eremo è di
proprietà della famiglia Bonanni che lo acquistò verso il 1810, quando
"i buoni romiti, colpiti nel cuore dall'insofferenza giacobina,
dovettero esulare dal lor amato nido dopo lunghi anni spesi entro esso
nel raccoglimento, nella preghiera, nel sacrificio totale di sé, per il
bene dei loro simili" in seguito alla soppressione dell'Ordine.
Ho avuto il privilegio di conoscere e frequentare Angelica Bonanni, dopo
aver superato tanti anni fa, appena arrivata in Carnia dalla bassa
friulana, quella sorta di esame cui il suo particolare sentire e
l'aristocratico estro parevano sottoporre gli interlocutori. Fui
promossa certo per la sua liberalità e probabilmente anche per la
sincera amicizia con il nipote Luciano, anche lui di elegante
intelligenza e "ricco di avventura", scomparso prematuramente, vicino al
quale Angelica adesso riposa nel soleggiato cimitero di Raveo, quasi un
giardino.
L'ultima volta (non avrei mai immaginato fosse l'ultima, appartengo al
novero di coloro che la credevano immortale quanto i miti) l'ho
incontrata nella sua bella casa "gentilizia" per l'invito ad una
sontuosa cena preparata dall'amorevole sorella e Angelica fu nuovamente
sacerdotessa per gli amici, conversatrice affascinante, il viso luminoso
di una bellezza "non trascorsa" a quasi cent'anni, la figura leggera e
sospesa come nei dipinti di Chagall.
|
|
 |
Fred Uhlman
"L'amico ritrovato"
Universale
Economica Feltrinelli
Recentemente, per inatteso invito della Camera di
Commercio di Pordenone ad una celebrazione organizzata nel Palazzo
Montereale Mantica, già prestigiosa sede del Liceo classico, mi sono
trovata dopo oltre quarant'anni di lontananza dalla mia città nell'Aula
Magna della mia Scuola.
Via via, lentamente e senza volerlo ho abbandonato le voci e il tempo
della cerimonia e mi sono imbattuta, in quella medesima Aula allora
riservata all'intervallo, nei miei compagni di classe. In una sorta di
visione li ho riconosciuti e nominati uno ad uno, giovani per sempre
fermi a diciotto anni nella memoria e qualcuno nel cuore.
Con analogo incontro a ritroso nel Karl Alexander Gymnasium di
Stoccarda, Fred Uhlman inizia il suo famoso romanzo breve, uno dei libri
più struggenti e di grande valore etico e letterario sugli anni del
Terzo Reich ("Si può sopravvivere con un solo libro" dirà lo
stesso scrittore tedesco poco prima di morire nel 1985 a Londra).
Il protagonista Hans, figlio di un medico israelita, ricorda i compagni
che con lui frequentarono l'esclusiva Scuola di Stoccarda e soprattutto
"un ragazzo che venne a sedersi alla mia sinistra in un posto vuoto",
Konradin von Hohenfels, con il quale avrebbe stabilito un'intesa unica,
un patto per la vita, un legame straordinario.
La loro alleanza si rompe tuttavia traumaticamente quando la famiglia
von Hohenfels aderirà al nazismo nella Germania del 1933 e Konradin
prenderà le distanze dall'amico ebreo il quale, persi i genitori che si
sono uccisi per non finire a Belsen, dovrà rifugiarsi negli Stati Uniti.
Nella sua coscienza l'amicizia perduta rimarrà tra le ferite "non
ancora rimarginate" e sarà per diciassette anni rivissuta come un
tradimento.
Ma nel 1950 una richiesta di fondi da parte del Karl Alexander Gymnasium
per l'erezione di un monumento in memoria degli allievi caduti durante
la seconda guerra mondiale, raggiunge l'antico studente a Nuova York.
Hans scorre l'elenco dei morti a salta i nomi che cominciano per H. Alla
fine, facendosi forza e tremando, cerca anche la lettera H e legge "von
Hohenfels, Konradin, implicato nel complotto per uccidere Hitler.
Giustiziato".
L'amico è ritrovato. |
 |
Bianca Agarinis Magrini
"L'osteria dal Peck"
Circolo
Culturale Menocchio
Conosco Bianca Agarinis
avanti ancora di incontrarla, incontro peraltro avvenuto molti anni fa
- quasi quaranta - prima che andasse sposa a Giulio, perché i fratelli
Magrini, quattro e uno meglio dell'altro, hanno condiviso la gioventù
con Giovanni Rinoldi per il quale la precoce e tragica morte di Ermanno,
suo amico del cuore, fu perdita cocente e fine della spensieratezza.
Ci sono persone che riconosci appena le incontri, come già fossero
dentro di te per anteriore e misteriosa presenza. Bianca è per me tra
queste, né potrei immaginarla disgiunta dai Magrini e dalla loro nobile
casa di Luint.
Per parlare di Bianca Magrini, meritevole soprattutto delle importanti
ricerche storiche desunte dall'archivio privato e pubblicate con
successo, ho scelto il lungo racconto "L'osteria dal Peck" che è
la storia dell'infanzia curiosa e stupefatta di Bianca, nata e vissuta
ad Ovaro, nell'osteria condotta dalla madre, la bellissima e forte Zoia
dal Peck, donna di una qualità oggi rara e comunque tuttora presente nei
tratti salienti della figlia: il viso, l'energia, la prontezza.
Non so se anche la madre avesse gli occhi meravigliosi e meravigliati di
Bianca, bambina attenta ai discorsi nell'affollata osteria di famiglia
riaperta nel dopoguerra e frequentata da avventori stravaganti,
ingegnosi, loquaci. Gente di passaggio e del luogo, dai soprannomi
coloriti e indicativi.
Bianca, lunghe trecce fissate dal fiocco come appare nella tenera foto
di copertina, sentiva parlare tra molti bicchieri e altri anche del
medico Aulo Magrini, figura ormai leggendaria della cui uccisione
durante la resistenza venivano allora date versioni sfuggenti (in realtà
il generoso Magrini fu eliminato da mitra tedesco) e di cui avrebbe
sposato il terzogenito Giulio.
Questo racconto di Bianca è insieme lessico famigliare e memoria di un
intero paese del dopoguerra, dei suoi abitanti operosi, disorientati,
galantuomini.
E' affettuoso omaggio ai genitori, particolarmente alla madre, Gioia,
persona straordinaria.
"Poi se n'è andato Giovanin dal Peck e Zoia sola e stanca ha chiuso i
battenti...per sempre". Adesso l'osteria dal Peck sopravvive nell'animo
di Bianca Agarinis Magrini, saggista e autrice appassionata che
conserva, nella maturità della vita e dell'intelligenza, uno sguardo
vagamente sorpreso come se continuasse a scrutare l'avventuroso mondo
del Peck.
Bianca Agarinis Magrini è nata a Ovaro nel
1945: Conclusi gli impegni professionali, cresciuti i figli, si è
dedicata al riordino di un archivio famigliare privato e alle
ricerche storiche.
Ha pubblicato:
Luigia Micoli - Toscano Linussio "Ce fastu" LXXIII, 1997 n.2;
Una risposta a Pagine Friulane, Pietro Zorutti e Lorenzo Luigi
Linussio, "Ce fastu" LXXXIV 1998 n.2;
L'ora sepolcrale della chiesa di San Giorgio di Comeglians. Un
carteggio archeologico del secolo scorso, "Ce fastu" LXXV
1999, n.1;
L'organo di Luint, Udine, Il Campo, 1999;
Una bellissima festa e un funestissimo viaggio, Udine, il
Campo 2000;
La fontana di Luint, Udine, Il Campo 2001;
La pelle dell'orso (con S. Filacorda), Udine Il
Campo 2001:;
Caro amico pregiatissimo. Un epistolario dell'Ottocento fra
Carnia, Cadore, Comelico, Udine, Forum, 2000;
Celestino Suzzi. Una biografia scomoda. Pasian di Prato UD,
Leonardo 2001.
|
|

|
Alda Merini
"La vita facile"
Bompiani
"La vita facile"
Sillabario di Alda Merini è una raccolta di brevi prose in ordine
alfabetico, chiare e nette come chiari e netti sono il dolore e la
felicità che l'autrice esprime attraverso una scrittura essenziale e
indubbia. L'ambiguità espressiva, peraltro diffusa, traduce infatti
sentimentalismi, incertezze, equivoci ed è contro la serietà oggettiva
della gioia e della sofferenza.
Volendo dire qualcosa sull'opera della Merini, certamente la più
coinvolgente poetessa italiana vivente, avrei plausibilmente dovuto
parlare della sua poesia (la presenza di Orfeo; Paura di Dio; Nozze
romane; Tu sei Pietro; Vuoto d'amore; ecc.) ma la sua prosa stessa è
canto di Alceo Saffo Archiloco ("E così il magnifico Orfeo rovesciò il
suo bel volto nell'acqua e ne risultò troppo effeminato e miope per
vedere le Erinni, gemme di odio puro, virgole nere"- Amazzone, pag. 9).
Alda Merini l'ho incontrata recentemente a Trieste dov'era attesa con
entusiasmo ma senza troppa speranza - pare che talvolta all'improvviso
diserti le Sale - e dove invece arrivò affabile e un pò trafelata.
"Trieste è lontana - disse - lontana dai Navigli, più di quattrocento
chilometri..."
Un bel viso maturo, oltre settant'anni garbatamente ornati di
collane bracciali e anelli, la voce toccante come un respiro profondo.
Si pronunciò sulla città "bellissima" e destinataria di una sua duplice
emozione: il ricordo di Rainer Maria Rilke per le elegie duinesi e di
Franco Basaglia per la geniale carità della lotta contro le istituzioni
manicomiali.
Parlò della follia (emersero allora le libere donne di Magliano
celebrate da Mario Tobino) che si manifestò in lei precocemente - aveva
sedici anni ed era già stata "scoperta" da Giacinto Spagnoletti -
e si aggravò durante la tormentosa convivenza con il marito alcolista e
le numerose gravidanze.
"Forse alla base della follia c'è un trauma misterioso, un orrore
indicibile, una paura raccapricciante, il disamore. Ho dovuto subire più
di trenta elettrochoc. L'elettrochoc, cancellando il dolore,
cancella le ragioni e la radice stessa di un'identità".
Mentre Alda Merini leggeva poi con intonazione velata e amorevole le sue
struggenti poesie, su un mio schermo interiore passavano i volti di
Giorgio Manganelli, Giovanni Scheiwiller, Maria Corti, Salvatore
Quasimodo, David Maria Turoldo evocati via via dalla poetessa come
figure che, insieme con la rassegnazione" e l'istinto creativo, hanno
sostenuto una vita altrimenti insostenibile.
Trovi Alda Merini anche
nella nostra pagina della
Poesia
|
|
 |
Giuseppe
Zigaina
"Mio padre l'ariete"
Marsilio
"Bisogna
rappresentare la vita non come è né come dovrebbe essere, ma come essa
ci appare nei sogni": la
citazione da Il gabbiano di Cechov ha sottolineato come basso continuo
il mio tempo di lettura dell'ultimo libro di Zigaina. Così come il
"piano sequenza" dei suoi dipinti (Ciclista sull'argine - Traghetto
serale - Biciclette e steccato - Il viaggiatore notturno - Ceppaia e
fiore) potrebbe essere l'equivalente pittorico dei suoi racconti
favolosi.
Al "piano sequenza" l'autore dedica un intero capitolo "Il treno"
che si può considerare un omaggio filmico a Pier Paolo Pasolini.
Lo scrittore e regista di Casarsa appare da lui inscindibile fin dal
lontano saggio "Pasolini e la morte"
(Marsilio, 1987), risultato di una straordinaria "soggettiva" che
ispirerà Zigaina a rappresentare anche in seguito e quasi ossessivamente "in tutti gli angoli o punti di
vista possibili" la parabola
del poeta massacrato a Ostia.
Vagamente ricordando, per averli incrociati da piccola forse nella
piazza di San Vito al Tagliamento, come inquietanti gli occhi di
Pasolini, mi è sempre stato difficile avvicinarli agli occhi "dolci e
apprensivi" di Giuseppe Zigaina, ricevuti dall'amorevole madre ("dentro
i miei occhi vedo quelli di mia madre").
Voglio dire che il legame che tuttora intreccia due personalità
apparentemente contrastanti è certamente di quelli che la morte caso mai
suggella. "Finché io non sarò
morto, nessuno può garantire di conoscermi veramente"
scriveva Pasolini e Zigaina garantisce.
In pagine di squisita scrittura le lucciole pasoliniane riappaiono
evocate dall'artista cervignanese quali "fiammelle pentecostali":
per dire della forza di una fraternità e di un linguaggio.
Già ragazzo in bicicletta per sterminati territori rischiarati dalla
luna; esploratore notturno di basiliche; visionario e viaggiatore del
mondo, il pittore tra i grandi del novecento può infine dichiarare come
niente fosse "Io penso alla mia
vita come mi è sempre piaciuto: una linea di vapore bianca, tracciata da
un aereo sulla volta del cielo".
Il segno il sogno la parola: vita di Giuseppe Daniele Zigaina, classe
1924.
|
 |
Maria Tore
"OLTRE IL SILENZIO"
Dars
Ho avuto in dono da Maria Tore in
persona il candido quaderno di poesie "Oltre il silenzio" (ed. Donne
Arte Ricerca Sperimentazione, Udine, giugno 2001) con le pagine ancora
da tagliare. Lei, che da molte stagioni abita assieme a Guido nei miei
sentimenti, certamente perdonerà se non ho voluto usare forbici per
aprirlo, ma dita riguardose come dovendo schiudere una corolla.
Quando in una vita ormai precedente incontrai Maria, conoscevo già il
rigore e l'importanza delle sue ricerche linguistiche (è autrice, tra
l'altro, del Vocabolario della lingua friulana Italiano-Friulano, edito
nel 1991), storiche e di critica letteraria e teatrale. Mentre le venivo
presentata, osservai il bel viso sardo e forse anche carnico per i fini
lineamenti della madre Adelina Primus nata a Fielis, e l'eleganza del
portamento innalzato che mi ricordò a un tratto il celebre verso di
Emily Dickinson, peraltro splendidamente tradotta in friulano da Maria
Tore (La Nuova Base, Udine, 1986).
Non sapevo allora se facesse poesia, ma che la poesia le urgesse dentro
a varie e segrete profondità mi parve indiscutibile.
In quest'ultima raccolta "Oltre il silenzio", commentata nell'intensa
postfazione di Maria Grazia Lenisa e nella presentazione in questo sito
di Annamaria Bianchi Brollo (vedi pagina
Poesia), l'energia ispiratrice e creativa appare
estrema, come se la morte e la vita chiamassero la poetessa a
pronunciarsi, dopo averla interpellata all'improvviso ("O soi chi cence
vôs - inclaudade - ingrumade - parcé che, intant ch'o cjantavi, - il
Distin al à sierade la puarte").
E dunque proprio quello e non altro può essere ora il suo canto per
Medea, Antigone, Cassandra, per le madri di Plaza de Mayo, per le donne
profanate della Bosnia e del mondo.
Il suo trauma privato diventa voce alta oltre ogni silenzio e raggiunge
l'universalità del dolore di tutte le violenze, le negazioni, i
sacrilegi. E grida affinché sia affermato il diritto di tutte ad
esprimersi e a ribellarsi. Per esserci.
|
|
 |
Fulvio
Tomizza
"LA VISITATRICE"
Mondadori
L'incontro con Fulvio Tomizza,
allora giornalista della RAI, avvenne idealmente nel 1960, anno della
pubblicazione del suo primo libro "Materada" (a Materada,
poco più che un villaggio, era nato nel 1935) da me per caso acquistato
durante un viaggio a Trieste e letto nell'emozione di trovarvi
rappresentati un ambiente e una realtà aderenti alle mie origini rurali
(cioè alla casta cui tuttora appartengo) e la storia delle genti
istriane e del loro laceramento.
Seguitai a comperare tutti i libri di Tomizza.
Abitavo da molto a Trieste e avevo già letto "Dove tornare", "
L'albero dei sogni", "La miglior vita" (Premio Strega 1977),
"La città di Miriam" e "Gli sposi di Via
Rossetti" quando un comune amico ci presentò, dopo aver bloccato
lo scrittore mentre - impermeabile bianco e passo spedito - camminava
come noi sulle Rive, lungo un mare splendente nel pomeriggio invernale.
Mi colpirono il taglio slavo degli occhi intenti e sbrigativi, la bella
voce, le poche parole tutto sommato indifferenti che certo non
promettevano la gentile comunicazione, anche epistolare e telefonica,
che successivamente ci tenne in contatto fino alla sua prematura
scomparsa.
Vorrei ora scrivere di "Materada", l'opera da me prediletta e invece
dedico qualche riga all'ultimo lavoro di Tomizza, recentemente
ristampato, perché è il libro del congedo.
Un testamento nel quale porta a conclusione, privo ormai di progetti e
di affanno e come per forza d'inerzia, la propria letteratura "di
frontiera" e la propria esistenza. Un toccante riepilogo dei fatti, dei
luoghi, dei personaggi e delle ossessioni ("I rapporti colpevoli",
una turbata confessione uscita nel 1992, potrebbe essere compreso nel
filone triestino della psicanalisi) che abitarono Tomizza.
Il confine che storicamente e geograficamente divise le sue radici
attraversandogli il cuore, per sempre alimentò l'oscillazione tra due
patrie, due lingue, due culture, come ancora risulta in questo romanzo:
tutti i segni della sua ambivalente identità emergono senza ritegno,
nella spassionata consapevolezza del tempo scaduto.
Una donna, apparsa a tradimento dalle ambiguità di un passato remoto,
induce il protagonista gravemente ammalato a ricordare tutto
dall'inizio. E questa visitatrice inattesa risoluta enigmatica, venuta
da altrove per rivelare ad Emilio di essere sua figlia, potrebbe
significare l'estremo bagliore di una vita in dissolvenza o la morte
stessa, pietosa e accogliente.
Sino alla fine, Fulvio Tomizza espone con fierezza la sua umanità
bifronte: un destino di duplice amore.
|
|

|
Igino Piutti
"I CELTI RITORNANO"
Edizioni Segno
Se questo nuovo lavoro di Igino
Piutti (dopo "Io, figlio di Dio" e "Anche
domani sorgerà il sole!...") fosse apparso in libreria anonimo
(tipo "Il segreto" di cui Giorgio Voghera ha
inspiegabilmente sempre negato la paternità), i suoi venticinque
lettori glielo avrebbero immediatamente attribuito. E non solo per lo
stile spesso ingorgato come se la lingua l'avesse sciacquata nel
Tagliamento in piena o per la profusione a scroscio delle virgole, ma
anche - e sostanzialmente - per la complessa, fantasiosa, nutrita
sequenza concettuale.
A scrivere una storia dei Celti, come peraltro hanno già fatto Gerhard
Herm e tanti altri, deve averlo convinto la considerazione di Stuart
Piggott, secondo la quale "credere di poter penetrare la
mentalità dei celti e di partecipare della loro condizione psicologica
e dei loro sentimenti, è pura perdita di tempo".
Spirito "contro", eclettico, un colto talento percettivo,
Piutti ha voluto provarci.
E così ci restituisce, fondandola sul mito delle tre Marie o delle tre
Madri e utilizzando i riferimenti storicamente accettati e quelli
recentemente scoperti nell'Alto Friuli, un'epopea celtica ripensata da
"un celta", ossia da un carnico che cerca di trarre
dall'invisibile il visibile, cioè il segno continuo delle proprie
origini quali "fons vivus" di una civiltà allora
straordinaria e ancor oggi possibile. Come? Strappando il velo
dell'incomunicabilità tra passato e presente, trascendendo il tempo,
cogliendo l'attualità del divenire (se siamo stati grandi, pare voler
provocatoriamente dire Piutti, possiamo tornare ad esserlo) e
interpretando il non tempo e l'iterazione del sogno.
Da protagonista "nato con la camicia", l'autore entra nella
spiritualità dei Celti espressa dalla potenza della parola e dei riti e
la collega via via con i valori del cristianesimo.
Richiama, per non facili sentieri, la filosofia e la teologia (i
druidi), la poesia (i bardi), la concezione della vita e della morte di
questi "barbari" leggendari, guerrieri pastori e orafi, e
diventa egli stesso, per identificazione e intelligenza, filosofo,
teologo e poeta (ci sono nel libro passi di vera elegia).
Il romanzo, di cui è maestoso sfondo il paesaggio della Carnia, non
convincerebbe forse Piggott, ma pone nella coscienza dei lettori un
ineffabile rimpianto e una nostalgia di esistenze sopravvissute
nell'anima, presenti nella dimensione onirica del ritorno, incerte tra
cielo e terra.
|
 |
Mario Rigoni Stern
"INVERNI LONTANI"
Einaudi
Tra le molte opere di Mario Rigoni
Stern, anche più famose ed importanti di quest' "Inverni lontani",
scegliamo una serena e garbata autobiografia "girata"
sull'Altopiano di Asiago, nell'ondulata terra dei Sette Comuni adagiati
sulle prealpi vicentine tra le valli dell'Astico e del Brenta, volendo
così accennare agli ottant'anni dello scrittore.
L'inverno che Rigoni Stern si dispone ad affrontare negli antichi riti
della preparazione della legna delle conserve della grappa (non più
nascostamente distillata nei fossi autunnali dell'infanzia, l'aspro
aroma delle vinacce ad impregnare la nebbia) e della farina macinata nei
molini ad acqua della Carnia (di Illegio precisamente, dove il cognome
Rigoni tuttora si tramanda), è ancora e sempre la stagione del ricordo.
Rigoni Stern, classe 1921, è anche fisicamente - alto squadrato un bel
viso fiammingo (vengono in mente i forti ritratti di van Dyck) la voce
tranquilla nella cadenza veneta - una figura invernale. Un montanaro, un
alpino, un personaggio immoto e chiuso dentro l'incessante creatività
della memoria, così come immoto e chiuso dentro l'incessante
creatività della natura è l'inverno.
In leggere pagine Rigoni Stern scrive soprattutto delle mille
suggestioni del bosco (Maestro del bosco, è stato definito) esteso
sotto bassi cieli mutevoli tra rocce corrose scavate frantumate, luogo
della sua origine e del suo ritorno, nel quale egli si perde come
nell'ultimo abbraccio materno.
Camminando e inoltrandosi nel fitto della vegetazione ("Mi
rattristano il chiasso, la fretta, la mancanza di rispetto per
l'ambiente, i bei prati che si trasformano in brutti condomini. E lo
spreco: un libro da ventimila lire spedito in una confezione da
trentamila"), ricorda.
Ritornano allora, evocati da un felice talento narrativo, i protagonisti
dei suoi lunghi racconti ("Io non sono un romanziere
ma un narratore" dirà in
un'intervista): Il sergente della neve;
Il bosco degli urogalli; Ritorno sul Don;
Storia di Tönle; Amore di confine e i
tanti altri.
Ritornano e ci restituiscono la passione di eventi lontani e vicini,
attraversati da crudeli destini di guerra e spensierate stagioni, da
paesaggi favolosi e gente attrezzata e schietta.
Buon compleanno Mario Rigoni Stern!
|
 |
Giuseppe Pontiggia
"NATI DUE VOLTE"
Mondadori
Questo recente romanzo di Giuseppe Pontiggia,
vincitore di un Premio Campiello 2001 finalmente credibile, racconta in
prima persona il rapporto di un padre con il secondogenito disabile (tetraparesi
spastica distonica) e si sviluppa su una consapevolezza drammatica: la
nascita di un figlio diverso, con un limite fisico o mentale, impone ai
genitori un radicale cambiamento nei confronti di se stessi e dei propri
progetti, nella persuasione che un'esistenza "normale" sia
possibile solamente nell'accettazione del limite. "Quando si è
feriti dalla diversità - scrive Pontiggia - la prima reazione non è di
accettarla, ma di negarla. E lo fa cominciando a negare la
normalità". Occorre invece modificare l'immagine della norma.
Quando Einstein alla domanda del passaporto risponde "razza
umana" non ignora le differenze, le colloca in un orizzonte più
alto che le comprenda e le superi.
Da questo particolare punto di osservazione, il protagonista cerca di
affrontare la condizione del figlio, la propria, quella della famiglia e
si muove - con apparente distacco e autonomia - tra una folla di
personaggi variamente sconcertati di fronte all'handicap. Non è
distacco né autonomia: è la flessibilità duramente conquistata da chi
ha subito "il danno" senza esserne stato annientato e ha
imparato l'arte di sopravvivere attribuendo una relatività e
un'inesorabilità agli eventi.
E' una storia scritta con linguaggio semplice, quotidiano, ironico
(l'ironia dell'amarezza, del coraggio, dell'impotenza), come se
l'autore-protagonista volesse disperatamente ancorarsi a moduli
familiari, anche se oscilla umanamente tra responsabilità e fughe.
Fughe, ad esempio, in preghiere paradossali, vere e proprie trattative
con l'Onnipotente. Fughe dentro un sentimento segreto e necessario.
Incontra gente e situazioni le più "normali" per chi abbia
lucidamente analizzato e accettato i patti dell'esserci (una madre
surreale; una moglie estenuata e prevedibile; un primogenito vagamente
tralasciato in virtù della sua stessa normalità; impunibili ladri di
anime; Centri di recupero e frustrazioni).
Incontra soprattutto e per sempre suo figlio con il quale ha lungamente
lottato non perché diventasse normale, ma perché diventasse se stesso,
rinascendo (nascendo due volte).
"Penso - dice il padre guardando amorevolmente il figlio ormai
adulto a distanza (Paolo è in grado di vivere da solo) - a quella che
sarebbe stata la mia vita senza di lui. No, non ci riesco. Possiamo
immaginare molte vite, ma non rinunciare alla nostra". |
 |
Edda Serra
"BIAGIO MARIN"
"I luoghi del poeta"
Electa
Quando dovetti cercare casa a Trieste, considerai un
lieto segno di trovarla in Via Donadoni perché in quella strada, a
qualche numero civico dal fiorente parco Englmann a lungo abitò Biagio
Marin, già protagonista con Carlo e Giani Stuparich, Spaini Giotti e
Saba del movimento tributario della "Voce", fondata nel 1908 a
Firenze da Giuseppe Prezzolini e successivamente diretta da Scipio
Slataper, cui storicamente risale la letteratura triestina del
novecento.
Tuttora, camminando sempre volentieri a Trieste, raggiungo possibilmente
la via Donadoni, così come spesso raggiungo Grado "piccolo
nio e covo de corcali" dove Marin nacque nel
1891 e morì nel 1985 nella bella casa abbracciata dai rampicanti in via
Marchesini 43.
Conobbi il poeta nell'autunno del 1976 alla Biblioteca Civica dedicata a
Falco e ancora ne avverto la presenza nell'isola: la figura importante;
il viso aperto e lo sguardo improvviso e "seleste"
come i "fiuri de tapo";
la conversazione vigorosa. L'incontro si dilatò spontaneo e felice.
Ricordò Michelstaedter da lui intravisto nell'atto di bere alla fontana
nel cortile del Ginnasio da entrambi frequentato a Gorizia; Scipio
Slataper morto sul Podgora nel 1915; l'avventuroso Enrico Mreule e
accennò al giovane Magris.
Tacque del figlio Falco e della sua giovinezza promettente e
stroncata.
Parlò con tono a tratti furibondo del difficile rapporto con i gradesi,
affaccendato popolo di pescatori chiuso alla poesia, con i quali si
conciliò quasi "a sol calao"
negli estremi anni della sua longevità: colsi allora il contrasto tra
un temperamento risentito e una poesia solare, luminosa.
Quest'opera - dovuta ancora una volta all'appassionata e inesauribile
cura di Edda Serra - tracciando i luoghi del poeta, percorre di fatto
tutta la sua grande produzione (fu candidato al Nobel nel 1982).
Il viaggio di Marin, testimoniato dalle fotografie e dai riferimenti
all'ambiente artistico e culturale mitteleuropeo, inizia a Grado,
continua a Gorizia, in Istria, a Firenze cui il poeta arrivò nel 1911
già iscritto all'Università di Vienna, a Trieste e finisce a Grado
dove ora riposa nella "luse
eterna" sotto un rosmarino al cimitero delle Cove.
La professoressa Serra ricostruisce attraverso le immagini l'intera vita
di Biagio Marin e cioè la totalità della sua poesia e del suo impegno
civile: in lui "persuasione e rettorica" coincisero, sottratte
al conflitto che determinò Carlo Michelstaedter al suicidio.
|
 |
Luigi Viva
"VITA DI FABRIZIO DE ANDRE'"
Feltrinelli
"Per chi viaggia in direzione ostinata e
contraria - col suo marchio speciale di speciale disperazione - e tra il vomito
dei respinti muove gli ultimi passi - per consegnare alla morte una goccia di
splendore - di umanità di verità".
Con questi versi tratti da "Smisurata
preghiera" il giornalista Luigi Viva inizia una documentata e
avvincente biografia di Fabrizio De André, nato sotto il segno dell'acquario a
Genova nel 1940 da nota famiglia borghese e scomparso a Milano nel 1999.
Versi e non semplicemente parole di una canzone, versi di una delle
straordinarie poesie scritte da De André per la propria bellissima voce e colta
chitarra quale autore indimenticabile, cui nel mondo musicale contemporaneo può
essere paragonato solamente Bob Dylan. Versi di un originale
"trovatore" di fine ispirazione e sensibilità, appartenente alla
cosiddetta scuola genovese di Lauzi Bindi Tenco collegata allo stile francese di
Brassens, Trenet, Brel. Un uomo che "si innamorava di tutto" di
impegnativo e intelligente amore.
Un vecchio amico al quale segnalai nello scorso febbraio l'uscita di questa
biografia, la ritenne eventualmente adatta ai ragazzi che si dilettano di musica
"leggera" e non la volle prendere in considerazione: restai delusa
come per un'intenzione travisata, un discorso interrotto, un saluto negato (la
bellezza che secondo Dostoevskij salverà il mondo è forse soggetta a
graduatorie?).
Molti ricordano il lungo pianto di Fernanda Pivano, intellettuale della
generazione e qualità di Cesare Pavese, Natalia Ginzburg ed Ettore Sottsass, al
funerale di Fabrizio.
I nati negli anni quaranta scoprivano l'Antologia di Spoon River di E. Lee
Masters e ascoltarono, come ancora ascoltano, le struggenti e perfette
modulazioni di "Tutti tutti dormono sulla collina". E con i
più giovani sentono "La canzone di Marinella", "Via del
Campo", "La guerra di Piero" e "Tutti morimmo a
stento", "La buona novella" e i suoi riferimenti alla
rivolta del '68.
De André può essere definito un poeta civile che intendeva, comunicando le
proprie esperienze (il sequestro in Sardegna nel 1979, ad esempio) attraverso
l'arte, mobilitare le coscienze per restituire dignità ai respinti della terra,
contro ogni potere.
La biografia di Viva, che scandisce puntualmente e affettuosamente i
sessant'anni di una vita vissuta "non per un dio ma nemmeno per
gioco", si conclude con la melodia ultima di Fabrizio De André "l'angelo
scese, come ogni sera - ad insegnarmi una nuova preghiera - poi d'improvviso mi
sciolse le mani - e le mie braccia divennero ali".
|
 |
Diver Dalce
"IO FIGLIO DI DIO"
edizioni Segno
E' in libreria per le
Edizioni Segno un libro dalla copertina sconcertante, soprattutto per l'emergere
del volto di un bimbo a labbra serrate da un disegno a frammenti geometrici, su
colori a graffi e macchie come di sangue, argilla, cieli.
Il titolo "Io, figlio di Dio" non pare interessante quanto il nome
dell'autore Diver Dalce, a prima lettura straniero e invece familiare in Carnia
quale appellativo di un monte del territorio.
L'autore, dunque, per sue insindacabili ragioni, usa uno pseudonimo che
cattura la curiosità degli attenti, per i quali la lettura diventa quasi
irresistibile.
Il testo, sottotitolato "Appunti di un laico sul Vangelo di Giovanni"
avverte già nell'introduzione che "per vivere, la religione può essere
considerata al massimo una soluzione di comodo, ma, per morire, la religione è
indispensabile" e su queste basi sostiene una complicata avventura tra il
filosofico e il divulgativo verso la dimostrazione, in 33 capitoli, della
possibilità individuale di un esclusivo legame con il Padre, secondo un metodo prevalentemente
induttivo.
Ammessa la difficoltà di un giudizio sulla forma e sostanza di questa
certamente sincera ricerca, pervasa dal sentimento della morte più che dal
sentimento della vita (a meno che non sia la vita eterna) e da uno spirito
vagamente eretico, anzi gnostico, il lettore può giustificarne la lettura tenendo presente che
un libro è comunque l'incarnazione dell'esperienza complessiva di un uomo,
della sua percezione e interpretazione dell'esistere, del suo cammino di
verità.
E' un incontro e un'intensa frequentazione con l'autore con il quale - pagina
dopo pagina - possiamo stabilire consonanze e dissonanze entrando nel suo mondo,
partecipando al suo progetto, raggiungendo ed esplorando la sua personalità.
Il protagonista di questo inquieto (inquietum est cor nostrum) e inquietante
itinerario nella storia della salvezza, consegnando generosamente al lettore il
progressivo patrimonio della sua conoscenza, non pare tuttavia volerlo
coinvolgere ("io non ho voluto accendere nessun fuoco") nel suo geloso
rapporto con Dio, negando per quanto lo riguarda la necessarietà della
comunicazione tra figli "unigeniti", come se privilegiasse la teoria
leibniziana delle monadi o la tendenza attiva a perseverare nel proprio essere
espressa nell'Ethica di Spinoza.
Scrive nella conclusione "E' ... il percorso dell'uomo della strada...che
continua a cercare... credendo di poter credere, e comunque nella speranza di
poter credere" e allora pare adatto il richiamo alla fenomenologa tedesca
Edith Stein, secondo la quale "l'intelletto non produce la verità, la
cerca e l'intuizione la trova".
|
|
 |
Antonio Tabucchi
"SI STA FACENDO SEMPRE PIU' TARDI"
Feltrinelli
L'ultimo
libro di Antonio Tabucchi attrae a cominciare dalla copertina che
riproduce una fotografia di Kuligowski "Couple" (Coppia), dove
un uomo e una donna si stringono disperatamente (come solo nei dipinti di
Munch), fino a "perdere la testa" che resta infatti
invisibile a chi guarda, nell'esclusività della comunicazione amorosa.
Due persone ormai mature che paiono ritrovarsi dopo una lunga assenza e
che forse dovranno ancora perdersi, essendosi intanto fatto tardi e il
tempo dell'amore - come dice lo stesso Tabucchi - è ormai imprigionato
dentro una rete a strascico, inutile cercare buchi o spingersi oltre il
filo spinato della realtà, dato che - sostiene Pessoa nel Libro
dell'inquietudine così presente a Tabucchi e a tanti di noi - "la
vita è un gomitolo che qualcuno ha aggrovigliato".
E' un seducente romanzo in forma di lettere, scritte in un'epoca in cui
lettere, specialmente d'amore, non ne scrive più nessuno e i messaggi
corrono artificiali e globali, nevrotici.
Queste bellissime lettere sono scritte da diciassette uomini ad
altrettante donne che non rispondono, o non possono farlo, e costruiscono
uno straordinario viaggio nelle passioni che si sono sviluppate e
intersecate nella storia segreta di ciascuno, nel libero territorio dei
sentimenti dei sensi e del sogno, oltre l'evidenza delle ambizioni e
realizzazioni quotidiane, dentro l'interiorità propria e insondabile del
cuore.
In realtà, le donne evocate dai tempi e spazi lontani, reali e surreali,
dove si mescolano e si dilatano le emozioni depositate nella memoria,
potrebbero essere la stessa donna sempre cercata in tutte le donne amate.
tutte sono indimenticate, necessarie, desiderate e finalmente si
compongono nell'unica raggiunta e tuttavia irraggiungibile perché il
viaggio è a ritroso, un viaggio impossibile.
Sorpendentemente, la lettera decisiva e anche chiave di lettura di questo
intenso romanzo, risulta essere la diciottesima scritta da una donna ad un
unico uomo. Una donna che agisce come la sacerdotessa Iside nell'antico
mito egizio, la quale raccoglie amorevolmente e ovunque sparsi i frammenti
di Osiride per ricomporlo e resuscitarlo a nuova vita.
Me è una lettera al vento perché al destinatario non è possibile
rispondere (o comprendere) e la donna dolente sensuale e misteriosa,
rimane sola a brancolare nel labirinto della notte avendo perso il suo
filo: "quello che avevo dato a te, Teseo."
|
 |
Gina Marpillero
"NOVECENTO FRIULANO"
Biblioteca dell'Immagine
Leggendo questo libro di Gina Marpillero, un epistolario per voce sola
poiché del destinatario (e destinatari), il giovane Castellaneta, non si
conoscono risposte, viene in mente il giovane Holden di Salinger e il suo
interrogativo, cioè dove vanno le oche d'inverno quando gelano i laghetti
del Central Park.
La nonna Marpillero non sembra aspettare che l'unico amato nipote faccia
delle domande, le previene e implicitamente risponde via via il lungo e
appassionato racconto della sua infanzia e giovinezza, allorché pure lei
si poneva il problema di dove mai andassero le oche d'inverno, e della sua
vita ormai inoltrata.
Nella comunicazione con l'adolescente Dario, la "nonnaccia"
esprime la sua tenera e infinita capacità affettiva già manifestata
nella famiglia d'origine precocemente privata del padre, rivelando un
temperamento acceso e vagamente anarchico.
Si rivolge al nipote con slancio e riguardo, con la saggezza dell'età
matura e soprattutto con l'amorevole e delicata saggezza
dell'intelligenza.
Spensierato e affettuoso il dialogo (o monologo) della ragazza di Arta
Terme, promessa sposa ad un gentiluomo e notaio della Bassa friulana,
sviluppato negli anni quaranta con la cugina Taliute, già moglie e al
seguito del marito capitano degli alpini mandato in Dancalia.
Le missive riferiscono dell'avvenuto matrimonio, della nascita dei figli
nella grande casa di Porpetto: Caterina, da subito bellissima e presto
pensosa ("A che pensi Caterina?" e lei di quattro cinque anni
"Io non penso mai a niente") e Fabiano, futuro sessantottino e
galeotto per caso!
Struggente, in questa raccolta di lettere in partenza, la corrispondenza
con Mario, il fratello prediletto, figura nobile e tragica cui Gina
Marpillero deve la cognizione del dolore.
E scrive ancora di persone amate e perdute nel tempo, la madre fiera e
concreta, i fratelli Berto e Paolo, della guerra e degli amici che
lasciarono "i loro giovani corpi in Russia, con gli occhi pieni di
neve", del paese natale come sfondo e legame insopprimibile di
un'autobiografia in cui la protagonista può avere venti o ottant'anni,
ora come allora indomita e affascinante.
|
| |
|
|
|
|