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Tiziano Dalla Marta da qualche anno
a questa parte ha acquisito un vezzo, un intercalare frequente
che forse implica una smentita che puntualmente arriva dai tanti
amici: sono un povero vecchio! La prima volta, quando
pronunciò all’improvviso questo slogan, rimasi di sasso: cosa
dici, un povero vecchio… lui era per me sempre lo stesso,
il bel viso maturo come quelli ritratti dal grande pittore suo
omonimo e conterraneo, quel Vecellio che usò con la
stessa potenza e creatività sia il pennello che la penna.
Sempre uguale Tiziano. L’andatura decisa, i gesti simpatici, la
conversazione immediata espansiva e brillante, gli occhi
premurosamente intenti all’interlocutore.
Ho dovuto tuttavia pian piano
ammettere che da quando lo incontrai la prima volta - io
recentissima sposa venuta da fuori e lui meriga a Tolmezzo
- è passata una vita. Più di quarant’anni e la meglio gioventù
L’illusione di un tempo immoto è
dovuta all’antica amicizia che condivide l’eterno presente della
contemporaneità del viaggio, nella reciprocità dell’affetto e
in comuni memorie di paludi, di nebbie e di tramonti nello
sconfinato Veneto felice delle nostre radici.
Anche Tiziano Dalla Marta, nato nel
1922 a Povegliano - paese adagiato sulla linea delle risorgive
al limitare estremo dell’alta pianura veronese - e giunto nel
1943 in Carnia, usa con la stessa potenza e creatività sia
il pennello che la penna che il tecnigrafo.
Ha attraversato la storia di questa
terra partecipando da protagonista alle molte vicende di guerra e
dopoguerra, con la tenacia dei montanari e lo slancio dei
campagnoli abituati a oltrepassare l’orizzonte, combattivo leale
e benvoluto.
Ha risposto da uomo
soprattutto, secondo l’accezione cara a Leonardo Sciascia.
Per inseguire il filo degli
incontri e dei racconti teso su circa 200 pagine di splendida
scrittura, ho vegliato per un’intera notte sull’ultima opera di
Tiziano Dalla Marta Il ritorno del Gismano, seguitando
a leggere fino all’ultima pagina.
In questo nuovo lavoro
autobiografico (ha scritto anche vari testi storici e
scientifici), ancor più che nel precedente Il volo del
rondone, dimostra la sua abilità di narratore. Il
linguaggio è un’armonia descrittiva (musicalmente parlando, mi
riferirei volentieri alle Quattro Stagioni di Vivaldi,
se non paventassi di fornire all’autore l’occasione di dire -
per il solito vezzo - che lui hélas è giunto
all’Inverno); il ritmo è colto largo e trascinante. E lo spirito
di osservazione e introspezione sull’uomo e sulla natura è
proprio dell’ architetto chiamato per antonomasia alla filosofia
dello spazio.
Ricordo racconti quali Il
temporale, Tre lezioni di violino, Incontri alpestri, La piccola
Giuliana, Il mio paese, ad esempio, e i molti altri: una
sequenza coinvolgente di pensieri, evasioni, testimonianze,
rievocazioni, ragionamenti.
Alcune storie sono veri dipinti,
come la sagoma del pittore Emilio Vedova a Venezia un corpo
sui trampoli tanto aveva lunghe le gambe, la barba fluente, i
capelli alla nazarena…vestito di nero o le prospettive
dei paesaggi, la bellezza degli itinerari.
Altre sono magiche come il fuggevole
incontro dell’autore con Thomas Mann, quello con la bella Nives o
quello misterioso con Karol Wojtyla alle sorgenti del Piave.
Altre ancora sono avventurose come le vacanze con Arturo
Cussigh o drammatiche come la guerra e la Resistenza,
luminescenti come Il Respiro della speranza che chiude
questo libro con una grande possibilità d’amore.
Una lunga
vita non già svagata come vorrebbe far intendere Tiziano
Dalla Marta: una vita forte, coraggiosa, anche temeraria. Piena
di giorni, di opere e di responsabilità, di persone di
affetti e di immaginativa.
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