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E'
uscito alla stampa un nuovo volume -
per le Edizioni "Cooperativa Pavees", Bordano -
di Arduino Scarsini:
"SAN FLORIANO". |
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La pubblicazione, dedicata alla Pieve di San Floriano Illegio, Imponzo con
Canale d'Incarojo, esce - come premette l'autore - "con lo
scopo di continuare, nel settore storico ed architettonico,
quel percorso di valorizzazione e riqualificazione di tutti quegli aspetti
tipologici, che la recente pubblicazione sull'abitato di Illegio, in parte
ha gią evidenziato." "La scelta di operare su di un edificio
sacro non č casuale e San Floriano, rappresenta per la comunitą d'Illegio,
Imponzo ed altri paesi, non solo un grande riferimento spirituale, ma
anche un processo di evoluzione storica che per un millennio ha segnato il
percorso e le vicende di questa comunitą".
Il ricco volume, di 191 pagine, tratta la storia dalle origini, al periodo
romano a quello longobardo ed altomedioevale, fino ai giorni nostri,
ripercorrendo le vicissitudini delle strutture dell'edificio e dei
luoghi circostanti. Vi si trova inoltre un capitolo sul martire San
Floriano ed altri dedicati a sculture, affreschi e arredi della
Pieve, oltre agli episodi sulla storia della comunitą locale e
sulle tradizioni legate alla festivitą del Santo.
Il libro č riccamente illustrato con fotografie e disegni e riporta, fra
le altre, le documentazioni sugli episodi pił importanti nella
storia delle comunitą di Illegio, Imponzo e Incarojo.
AmB (vai
alla pagina sulle Pievi )
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Edito nel
mese di dicembre 1999 (Arti Grafiche Friulane- Tavagnacco UD) e
realizzato dal Centro Culturale "J.F.Kennedy" di Forni Avoltri
(UD), di
Novella
Del Fabbro:
Vitos
di
Paīs
(Vite di paese) |
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Novella Del Fabbro, scrittrice
di Forni Avoltri, da lunghi anni appassionata e instancabile ricercatrice
e custode della memoria della propria terra, ci regala un altro volumetto
di ritratti e "usancios" (tradizioni) della vita quotidiana. I
ricordi di Novella divengono maggiormente preziosi quando le notizie sono
raccolte di prima mano (vedi "Usancios nuviciāl": "Usanze
nuziali").
L'importanza, in questo caso, di tenere memoria di ciņ che non ha retto
al tempo e alla difficile vita in montagna, č nella peculiaritą della
parlata locale (le note desinenze in "o" per il femminile) della
zona di Forni Avoltri, tramandata da secoli quale varietą
probabilmente pił antica della lingua ladina friulana. Ma per quanto
ancora? Gią nell'unito glossario vi sono termini ormai desueti,
certamente perché le attivitą agricole sono cambiate cosģ
come la vita a stretto contatto con la natura.
Maria G. Tore, nella prefazione, al volume:
"Novella Del Fabbro parla di un passato
in cui c'č la costante del lavoro delle donne e del loro valore anche
economico, ma, mentre di solito il ruolo delle donne č circoscritto alla
casa e all'orto domestico, qui si parla di lavoro forestale compiuto da
gruppi di ragazze, che supera la tradizionale ripartizione del lavoro
nelle due sfere della professionalitą remunerata (maschile) e delle
attivitą marginali (femminili). Certo, il passato non viene messo in
discussione, anzi sembra sempre rivestito di un'aura positiva, perché
anche se le privazioni e i sacrifici erano tanti c'era pił comprensione e
solidarietą".
per leggere un brano del libro, vai: "Come
eravamo"
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"No dut al mūr..."
("Non tutto
muore.." - a cura di Manuela Quaglia -
Casa Editrice Vieri Rōl- marzo 2001)
(Un viaē tal mont das stories contades da nōno
Elio dal Codčt)
TREP DI CJARGNE |
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Dalla prefazione della curatrice di questa raccolta di racconti di Elio Craighero, Manuela Quaglia, il primo
accenno a questo "nonno", preziosa figura di riferimento per la
memoria delle storie, dei personaggi e dei luoghi di Carnia.
Dice la Quaglia: "Il titolo "No dut al mūr.." (Non tutto
muore) racchiude la vera essenza di questo libro ed č allo stesso tempo
un messaggio di speranza. E' la speranza di chi, come Elio Craighero,
raggiunta l'etą della vecchiaia, desidera lasciare a coloro che verranno
qualcosa di ciņ che custodisce nel suo prezioso scrigno di
saggezza".
Nel
volume: "un mac di contes" ossia racconti e leggende, "Stories
e storiutes", brevi storielle; "Stries e striaments",
streghe e incantesimi; "Vecjes cjartes smenteades a proposit dai
striaments", un piccolo grimoire rinvenuto tra i monti della Carnia;
"Ator pa Cjargne cul Signōr e San Piźri", storielle su San
Pietro e "Triscj spirits", orsi e draghi di vecchi racconti.
Al volume č
allegato un cd con i racconti dalla voce di Elio Craighero
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Edito
per conto del Comune di Paluzza
nel novembre 2001, di Emilio Di Lena:
L'OTTOCENTO
nel Comune di Paluzza
Vicende e sprazzi di Vita |
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Nel libro di Di
Lena, gią sindaco di Paluzza e maestro in pensione, alla sua terza
opera letteraria (ha pubblicato "Incontri con gente nostra" e
ha collaborato a "Antologia Paluzzana"), un'attenta
ricostruzione di fatti e vicende vissuti dalla popolazione di
Paluzza nel XIX secolo.
L'opera nasce da un laborioso lavoro di catalogazione degli archivi
comunali ai quali il cav. Emilio Di Lena ha lavorato e attinto per
ricostruire eventi, episodi pubblici e privati del periodo
dell'occupazione napoleonica e della dominazione austriaca, fino al
Regno d'Italia nel 1866.
Dal volume che si divide in due parti, la prima contenente vicende
essenziali e la seconda cronaca spicciola quotidiana, si puņ dedurre
che i fatti riportati, probabilmente possono essere analoghi alle
vicende di altri paesi della Carnia.
Tralasciando di soffermarci sull'indubbio valore di "storia locale"
che puņ rappresentare l'opera per Paluzza, si possono cogliere dalla
sua lettura, aspetti curiosi, per noi gente del nuovo secolo, ma di
vitale importanza allora, come le disposizioni per la prevenzione
degli incendi. Un'ordinanza del 4 febbraio 1832, emessa dai Deputati
Comunali di Paluzza, decretava: "Di tenere in cucina solo i legni
necessari di volta in volta. Di tenere le cucine scopate e nette di
immondizie. Di scopare frequentemente i camini. Di non sortire di
casa la notte con lumini o fuochi che non siano coperti. Di non
illuminare con il "lume di pino". Le coperture dei tetti di
quasi tutte le case all'epoca erano in paglia che doveva essere "ben
intrecciata in modo da favorire lo scolo dell'acqua piovana".
Solo i benestanti potevano permettersi tetti con pianelle o coppi in
terracotta..
Altro episodio, riportato in data 11 marzo 1881 per una denuncia a
seguito di una rissa in cui un certo Daniele Englaro di
Paluzza aveva subito delle percosse: "...ieri alle ore nove della
sera dopo uscito dalla casa...s'incontrņ con Luigi, figlio di
Daniele q. Nicolņ Craighero e lo salutņ con queste precise parole:
"buona sera Luigi" al che, l'altro gli rispose "Marcia mona che ti
sei, che tu sei ubriago vatela a pissar fora" e nel momento stesso
mi diede un solennissimo schiaffo...venni assalito nuovamente dal
precipitato Luigi Craighero sulla pubblica strada il quale principiņ
nuovamente a pugnarmi e mi gettņ a terra..."
Come dire che anche allora, non mancava lavoro agli
avvocati.
Uno dei divertimenti pił ricercati ed economici, anche in quegli
anni difficili di guerra e di miseria, era il ballo. Fra le numerose
richieste, questa del "25 febraro de l'anno 1811", al signor
FF di Commissario di Polizia di Paluzza.
"Filippo Bassano bettoliere nella frazione di Rivo desidero di
tenir un festino di ballo nella sera di ogi e di domani, e perciņ
vengo ad implorare il permesso a norma di legge dalla di Lei
Autoritą offrendo in piaggeria (garanzia) per tutti quei disordini
che potessero nassere sul ballo stesso la persona del Sior Nicolņ
Craighero di Carlo. Aff.o Filipo di Nicolņ Bassano" La risposta
del Commissario, nella stessa giornata: "la permission di poter
tenir la festa da balo, ma perņ con quela disciplina de' atuali
decreti e regolamenti"
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Edito
dalla Kappa Vu di Udine
nell'aprile 2002 per conto del Comune di Comeglians
e a cura di Maria Luigia Valtingojer
di
Bianchina Solari:
L'ARTIGLIO E LA ROSA
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Il libri che volģn
proponius al č un grum biel par vie di ce chal conte e da
semplicitāt e dal amōr chal č stāt dropāt tal scrivilu. Si trate di
un libri di memories cha nus puarte pagjine dopo pagjine a conossi
la vite di Bianchina Solari, lautore.
Il libri al č stāt
presentāt a Comeglians sabide 14 di giugn intune sale incolme di
int. Chest volum al č stāt stampāt da cjase editrice Kappa Vu di
Udin, al ą il patrocini da provincie di Udin, da Regjon e dal
UNESCO. Par merit da sensibilitāt di Flavio de Antoni, chal ą
crodūt inta bielece e impuartance dal test manoscrit da siore
Solari, chest libri al ą podūt jessi metūt intas mans di ducj chei
cha varan il plasei di leilu. In 155 pagjines si cjatin centenārs
di pinsīrs su pa vite, si rīt, si gjolt, si vai, si pense parsore e
po, cuant cha si rive dapīt, si prove parfin displasei.
La storia di una vita comincia da un punto
qualsiasi, da qualche particolare che per caso capita di ricordare,
ma a quel punto essa era gią molto complessa
cheste frasute
di Carl Gustav Jung si la cjate scrite intal libri ta pagjine prime
cha tachi la storie vere cun chestes peraules:
Oggi
comincio a raccontare la storia della mia vita. Ho 75 anni, e forse
lo spirito della primavera mi invita a iniziare il racconto di ciņ
che ho visto e vissuto. Le vicissitudini che narro si svolgono quasi
interamente in un paese di montagna, uno dei tanti sparsi in queste
valli. Un bel calore mi giunge dal fuoco, che alimentato da legna
molto secca arde fragoroso e scintillante alle mie spalle. Sembra
voler suggerire tante cose, cose che a tutti noi, non soffermandoci
sfuggono, e seppur talvolta pensandoci, sfuggono lo stesso. Forse le
fiamme bisbigliano troppo velocemente e sovrappongo le loro voci
alle volute dei miei pensieri, sģ da celarne il senso. Una luce
soffusa proviene dalla finestra, i cui vetri sono abbelliti da
candide tende ricamate a mano. Le scosto per vedere se nel cortile
della casa accanto cč vita; tutto č silenzioso, non vedo nessuno e
questo mi immalinconisce un po, ma fortunatamente scorgo qualche
fiocchetto di neve, venuto a illuminare la giornata grigia e
piovosa
..
Incurioside da chest
inizi e das pagjines che dopo vevi let ai decidūt di lā a cjatā la
siore Solai par scuviergi alc di plui sul libri. Sei rivade a cjase
sō viers las cuatri di un sabide dopodimiesdģ compagnade da siore
Maria Luigia, che ą vūt il plasei di curā il volum. Bianchina sarą
encje une siore di 75 agns, come cha dīs jei al inizi dal ibri, ma
i siei agns ju puarte une vore ben. In jei la roube cha mi colpis
di plui al č il calōr uman e la grande serenitāt che la sō muse a
mostre lant cha cjacarģn. Dopo vei bevūt un bon cafč neri, comencin
a cjacarā dal libri tacant cu la prime domande:
-
Cemūt eise nassude lidee di scrivi chest libri?
-
Al ere il meis di dicembar, al veve apene neveāt e jo mi
sei cjapada sł e i sei lada in sufita e i ai jodūt intun scafāl pacs
di cjarte di chź di une volte dute invalide e cussģ i ai det
podarčs scrivi alc su mź mari che cussģ mi pār di paiāle un pouc di
ce che ą fat par nou e cha ą patīt. Ai comencet a tirā dongja i
pinsīrs e a scrivi. Mź mari ą scugnūt acudī cheste mari simpri
malada, i gjenitōrs tant sevźrs che no i acetiva che chesta fruta
unica cha i veva a ves avūt una relazion prima di maridāsi. Mź mari
a veve conossūt gno pari chal era un tipo chal plaseva e dal lōr
amōr sei nassude jo. La relazion ą durāt pōc e il 23 di otobar dal
1923 gno pari al č partīt pal America e si lu ą jodūt nome da anzian
che jo vevi za doi fruts
-
Trop eise durāde la scriture dal libri?
-
Al č durāt tant encje parcč che jo lu ai
tignūt scuindūt a ducj. Ai il taulin aģ in cusine chal č fruāt a
farce di tirālu ca e lą par platā las cjartes cuant cha vignive
cualchidun. I no volevi cha saves nessun che jo scrivevi. Sei stade
in dut un an.
-
Parcč voleviso tegni scuindūt chest libri?
-
Forsit i eri gjelose di ce
chi scrivevi e volevi cha vignģs four une roube vere su mź mari,
no une peraule di plui né une di mancul...cemout cha ere
-
Cemūt us ano convinte a saltā fūr cuntun libri, che plui
public di cussģ
?
-
Cuant ch ei ai vūt il
cincantecincuesim di matimoni ducj nus ąn fat tancj regāi e dopo, a
la fin, ur ai det ancje jo cha vevi un regāl par lōr. Ai tirāt four
chest libri, i trimavi dute e i ai let cualchi toc di chei plui biei.
Erin restāts ducj a bocje vierte! Chei di cjase, conosssint ce cha
veve patīt mź mari e ce cha vevi patīt jo
a capivin inmņ miōr.
-
Parcč il libri puartiel il titul Lartiglio e la rosa?
-
Gno pari al ere un tipo esuberant e lu
clamavin leon, vin metūt lartiglio chal ą tignūt la rose dute
par sé, cence dāi pouc e nue
A
interven a dā une spiegazione encje Maria Luigia, la siore che ą
curāt il libri:
Abbiamo pensato assieme a Bianchina il titolo del libro. Io ho
proposto di mettere come titolo i protagonisti della storia di
Bianchina, quelli che le avevano dato la vita. Cosģ avevamo pensato
a Il leone e la rosa. Siccome poi la rosa, ricordiamo che la mamma
di Bianchina si chiamava Rosa, era stata artigliata e dilaniata da
questa storia, ecco che č nato il titolo Lartiglio e la rosa. Poi
un pittore, suo amico veneziano, ha voluto fare questa illustrazione
della copertina che č molto bella. Si tratta di una mano femminile
che fiorisce. Se si guarda bene č tutta piena di cuoricini. Il
pittore ha disegnato la mano variegata di nubi, cosģ come poi č la
vita, con la luna nel centro che č il simbolo femminile per
eccellenza, percorsa in ogni giuntura dallacqua, linfa vitale.
Dalle punta delle dita, che si trasformano poi in artigli o rami
secchi che poi invece fioriscono. Diciamo che una cosa che poteva
inaridirsi riprende poi la vita.
Bianchina a vūl zontā
inmņ alc:
-
Jo il libri lu vevi scrit plui par me, al č stāt in gracie
a jei sal č jessūt. Č stade jei che ą trascrit a computer dut ce
chi vevi scrit a man.
-
Cemūt mai che il libri al č jessūt in gracie al Comun di
Comeglians e no di chel dulą cha eris plui leade?
-
I erin stāts a domandā a Prāt e ancje a Davār ma no vin
vūt rispueste positive. A Comeglians invece De Antoni, dopo vei let
il manoscrit, al ą det che a la vares metuda duta par fā stampā il
libri. Une dģ al mi ą cjatada e mi ą det che il libri al sares stāt
stampāt, in chel moment oltre a jessi contente par me mi pareva di
jodi encja mź mari contenta.
Par finī cheste
conversazion ai volūt fā une ultime domande a siore Bianchina:
-
Ce volaressiso che la int us dises dal vosti libri?
-
Tancj di lōr mi ņn det che il gno libri al č un libri
chal dą coragjo, par vie che al dą la fuarce di lā indevant
nonostant dut, volinot ben soredut a vite.
E par finī Maria
Luigia a zonte:
-
Ciņ che colpisce di pił in Bianchina č il suo stile, uno
stile che va dritto al cuore!
Par jodi se chestes
peraules son veres baste dome cjapā in man il libri e leilu.
Vedareis, e chest us al pos garantī jo che lu ai let, che in cualchi
pagjine las agrimes saltaran fūr bessoles dai vostis vōi parcč che
las peruales che la siore Solari a drope van dretes al cūr, propit
come cha diseve Maria Luigia.
Par sierā cheste
piēule presentazione de Lartiglio e la rosa, us volevin regalā
inmņ doi boconuts gjavāts fūr da chestes memories:
Si sente spesso dire: Ah, se tornassi
indietro! Fra questi io non ci sono. Fin da piccola ho cercato di
dare il giusto valore alle cose, apprezzare anche quelle pił banali,
anche le meno belle, perché non si gioisce se si pensa che tutto č
dovuto. Sono stata molto fortunata a ricevere da madre natura un
carattere forte e battagliero, ottimista; questi i valori che ho
cercato di trasmettere in quanti mi hanno circondata. Ringrazio Dio
di avermi dato per compagno Vittorio, un uomo giusto e buono, dei
figli ottimi e la loro bella discendenza. Questa č per me la pił
grande ricchezza, un affetto profondo che mi dą pace interiore, e la
certezza che la vita č un bene impagabile. (pag.
139)
Il toc chal siere
chest articul al č stāt gjavāt fūr di une letare che Bianchina e
Vittorio, no podint jessi presint as noces, a vevin mandāt a un
nevout chal si maridave:
..Come nonni che vivono assieme da 55
anni continuano a volersi bene e a stimarsi, vi auguriamo che tutte
le vostre albe siano rischiarate da un sole, che se anche
timidamente si presenta in punta di piedi, ha poi la forza per
riscaldare e illuminare ogni cosa, di aprire le nebbie che a volte
si presentano fitte, tanto che quasi si rischia di perdersi.
Se attraverserete questi momenti bui,
tenetevi stretti stretti per mano; per nessun motivo dovete mollare.
Dopo u po anche dalloscuritą vedrete un bagliore e poi la luce del
sole. Tenete presente che la forza dellamore puņ tutto. Dovete solo
impegnarvi a mantenerlo sempre vivo, e per riuscire in questo,
parlatevi tanto con confidenza e sinceritą. Parlatevi sempre. Un
matrimonio finisce quando le parole non esistono pił, quando da
parte delluno o dellaltro cč la chiusura del riccio, il quale per
comunicare la sua paura e il suo malessere, pungendo ferisce e
pianta gli aculei.
La felicitą č quando ci si alza il mattino
e si sente che il buon giorno viene dal cuore. La serenitą č anche
accontentarsi di questo.
Con laugurio pił bello che possiamo farvi,
di tenervi per mano tutta la vita, vi abbracciamo con tenerezza. I
vostri nonni (pp. 148-149)
Il gno auguri al č
chel che podeiso gjoldi encje ducj voaitis comparnt e leint chest
beilisim libri. Lu podeis cjatā intas edicules di dute la Val Dean e
encje ta librerie Friulibris di Udin.
Buine leture a ducj!!!
Manuela Quaglia
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| Bianchina a 18 mesi con la
mamma |
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a cura
del Circolo Culturale Carnico e di Cjargne Culture,
č stato pubblicato il volume:
CIMITERI DI MONTAGNA
Ricerca fotografica in Carnia
(Renzo Balzan - "Ladins
dal Friūl" n. 10 ottobre 2002)
ANCHE IN FRIULANO
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Cimiteri di
montagna: storia e memoria
Recentemente a cura del Circolo
Culturale Carnico e di Cjargne Culture, č stato pubblicato il volume
"Cimiteri di montagna - Ricerca fotografica in Carnia",
un lavoro di ricerca e di testimonianza fotografica oltre modo
interessante, perché documenta le lapidi presenti nei vecchi
cimiteri di montagna a partire dagli anni Venti ancora
esistenti sia in Carnia che nell'adiacente Canale del Ferro.
Avviata nell'estate del 2000, la ricerca coordinata da Dino Zanier,
ha interessato circa cinquanta cimiteri dove sono state realizzate
circa mille immagini, ognuna corredata da una scheda analitica.
Tutto il materiale fotografico č stato poi archiviato con l'ausilio
dei supporti informatici.
Une sorpresa rispetto a quanto ci si aspettava di trovare č stata la
grande ricchezza di materiali, stili, forme, elementi espressivi e
simbolici, che la ricerca ha evidenziato. Si sono messi in rilievo
manufatti di valore artistico, ma principalmente numerosi documenti
e materiali della memoria storica di ogni paese e di quel
patrimonio di credenze e ritualitą, che vanno a ricostruire un
aspetto non secondario della storia, della mentalitą e dei
comportamenti delle comunitą di paese, e ci fanno vedere uno
spaccato di come la morte veniva rappresentata, ma anche di come i
vivi rappresentavano se stessi.
Una prima sintesi del lavoro realizzata sul territorio era stata
presentata nella mostra fotografica, svoltasi a Gemona (dall'8
dicembre 2000 al 7 gennaio 2001), che apriva il convegno su "La
religiositą popolare nella montagna friulana" (8-9 dicembre
2000). La medesima mostra era stata poi proposta a Socchieve (15
giugno-8 luglio 2001) ed a Paluzza (6-9 agosto 2001). Rispetto alla
selezione rigorosa che la ridotta disponibilitą di spazi espositivi
imponeva, la pubblicazione si č arricchita di immagini e contributi
che cercano di mettere a fuoco attraverso questa allargata
documentazione alcuni degli aspetti guida che, naturalmente, non
possono e non vogliono esaurire tutta la complessitą del tema.
Nel saggio su
"Cimiteri di montagna"
e nella sezione fotografica sono illustrate le tipologie delle
tombe, le decorazioni e le rappresentazioni simboliche. A questo
proposito vale la pena di sottolineare la particolare valenza delle
iscrizioni e le rappresentazioni della morte dei bambini.
In una breve "cronaca di vita vissuta" (Crepes. Una
testimonianza che giunge da Paluzza) č documentata l'usanza, molto
diffusa un tempo anche nel resto della Carnia, di conservare i
teschi in teche di legno o di vetro dopo che il morto era stato
tolto dalla sepoltura, per conservare il ricordo dei defunti. La
pubblicazione č altresģ arricchita dai contributi di Marina
Giovannelli e Giorgio Ferigo.
Nel saggio di Marina Giovannelli si propone un'analisi delle
iscrizioni scolpite sulle tombe con precisi riferimenti a quelle che
interessano le lapidi carniche. Le iscrizioni sulle lapidi di un
tempo sono molto diverse di quelle odierne, essendo queste limitate
ai dati essenziali. Si menzionavano le virtł, la valenza e la
fermezza ( soprattutto per gli uomini), senza dimenticare di
ricordare il lavoro o la professione che il defunto aveva svolto.
Delle donne venivano esaltate le doti femminili come la dedizione
alla famiglia, la fede e la bontą d'animo. Nel saggio si mette
ancora in rilievo l'originalitą delle scritte sulle tombe dei
personaggi pił importanti della comunitą: il prete, il medico, il
farmacista, il notaio.
Giorgio Ferigo invece ci propone delle riflessioni sulla morte nei
suoi diversi aspetti. Partendo da alcune considerazioni sul concetto
di morte, di ora e di un tempo, affronta argomenti quali le
superstizioni, i rituali e le usanze che si accompagnavano a questo
fondamentale accadimento umano, la morte dei bambini e le morti
violente.
Vale a dire
che il cimitero č un repertorio straordinariamente vivo di
mentalitą, arte, costume, sensibilitą individuali e comunitarie
della cultura della quale che fa parte. E' antico almeno quanto la
coscienza della morte, ma ha subito nel corso dei secoli diversi
mutamenti, proprio come sono mutate le condizioni di vita degli
uomini; non di meno continua a rimanere un luogo di storia e di
memoria.
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Simitieris
di montagne: storie e memorie
Di resģnt par
cure dal Circul Culturāl Fotografic Cjargnel e di Cjargne Culture,
al č stāt publicāt il volum
"Cimiteri di montagna - Ricerca fotografica in Carnia",
un lavōr di ricercje e di testemoneance fotografiche cetant
interessant, parvie ch'al documente lis lapidis presints tai
simitieris di montagne vieris a partī dai agns Vincj dal '900 inmņ
esistents sevi in Cjargne che tal Cjanāl dal Fiźr.
Inviade tal
istāt dal 2000, la ricercje coordenade di Dino Zanier, 'e ą
interessāt uns cincuante simitieris dulą ch'a son stadis davueltis
circje un miār di inmaginis, ognidune furnide di une schede
analitiche. Dut il matereāl fotografic al č stāt podaspņ archiviāt
zovansi dal supuart informatic.
Une
sorprese rispiet a ce che si spietavisi di cjatā e je stade la
grande ricjece di matereāi, stii, formis, elements espressīf e
simbolics, che la ricercje 'e ą palesāt. Si son metūts in rilźf
manufats di valōr artistic, ma sore il dut numarōs documents
matereāi de memorie storiche di ogni paīs e di chel patrimoni di
crodincis e ritualitāts, ch'a van a ricostruī un aspiet no secondari
de storie, de mentalitāt e dai compuartaments des comunitāts di paīs,
e nus dan di viodi un spacāt di cemūt che la muart e vignive
rapresentade, ma ancje di cemūt che i vīfs a rapresentavin se stčs.
Un prime
sintese dal lavōr realizāt sul teritori e jere stade presentade te
mostre fotografiche, davuelte a Glemone (dai 8 di dicembar 2000 ai 7
di zenār 2001), che viergeve la cunvigne "La religjositāt popolār te
mont furlane" (8-9 di dicembar 2000). La istesse mostre e je stade
podaspņ proponude a Soclźf (15 di jugn 8 di luj 2001) e a Paluce
(6-19 di avost 2001). Rispiet a la selezion rigorōse che il ridņt
spazi espositīf al imponeve, la publicazion si č inricjde di
inmaginis e contribūts ch'a cģrin di meti a fūc a traviers cheste
slargjade documentazion un pōs di aspiets guide che, naturalmentri,
no pučdin e no vuelin esaurī dute la complessitāt dal tem.
Tal saē
sui "Simitieris di
montagne"
e te sezion fotografiche a son inlustradis lis tipologiis dai
tombāi, lis decorazions e lis rapresentazions simbolichis. Sun chest
cont a son di sotlineā la particolār valence des inscrizions e lis
rapresentazions de muart dai puems.
In tune curte "croniche di vite vivude" (Crepes.
Une testemoneance che diven di Paluce) e je documentade l'usance,
slargjade une volte ancje in Cjargne, di conservā lis crepis in
techis di len o di veri daspņ che il muart al jere stāt gjavāt de
tiere, par conservā il ricuart dai defonts. La publicazion e je inmņ
inricjde dai contribūts di Marine Giovannelli e Zorē Ferigo.
Tal saē di
Marine Giovannelli si propon une analise des scritis sculpidis sui
tombāi cun precīs riferiments a chźs cjatadis su lis lapidis
cjargnelis. Lis scritis su lis lapidis di une volte si pandin
unevore diviersis di chźs di cumņ, jessģnt limitadis ai dāts
essenziāi. Si ricuardavin lis virtūts, la valence e fermece (massime
pai oms), cence dismenteā di vź iniment il lavōr o la profession che
il defont al davuelgeve. Des feminis si veve invezit iniment la
dedizion a la famee, la fede e il boncūr. Tal saē in prionte si
sotlinie la originalitāt des scritis sui tombāi dai personaēs plui
impuartants de comunitāt: il predi, il miedi, il speziār, il nodār.
Zorē
Ferigo impen nus ufrģs des riflessions su la muart tai siei plusōrs
aspiets. Partint da considerazions sul concčt di muart, di cumņ e di
une volte, al jentre sui arguments des superstizions, dai rituāi e
des usancis ch'a compagnavin chest fondamentāl acjadiment, de muart
dai puems e des muarts violentis.
Cundidģ che il simitieri al č un repertori straordenariamentri vīf
di mentalitāts, art, custum, sensibilitāts individuāls e comunitarie
de culture ch'al fās part. Al č antīc almancul tant che la cussience
de muart, ma al ą cognossūt dilunc i secui cetancj mudaments,
propite cemūt ch'a son mudadis lis condizions di vite dai oms, ma al
va dutcās dilunc a restā un lūc di storie e di memorie.
(Renzo Balzan - "Ladins
dal Friūl" n. 10 ottobre 2002)
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di Luciana Borsatti
Le
indemoniate
Superstizione e scienza medica: il
caso di Verzegnis
(Renzo Balzan)
ANCHE IN FRIULANO |
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Le indemoniate:
storie di donne di Carnia
Recentemente
con il patrocinio ed il contributo del Comune di Verzegnis e della
Fondazione della Cassa di Risparmio di Udine e Pordenone č stato
pubblicato il saggio "Le indemoniate - Superstizioni e scienza
medica - il caso di Verzegnis". l'autrice del lavoro č la
dottoressa Luciana Borsatti, l'editore le "Edizioni del Confine".
Il libro
racconta una vicenda accaduta nel paese carnico tra il 1878 ed il
1879, quando diverse donne erano persuase di essere possedute dal
demonio e si comportavano in modo strano esprimendosi con un
linguaggio blasfemo de offensivo nei riguardi dei simboli religiosi.
Naturalmente il diavolo non c'entrava per niente, semmai era un
problema di isteria (in questo caso collettiva) collegato, o meglio
determinato, dalle condizioni di vita che dovevano subire le donne
in Carnia a quel tempo.
Su questi
aspetti il "regio" Commissario di Tolmezzo, Antonio Dall'Oglio, nel
1870 scriveva: "Se si osserva la donna nelle sue abitudini legate
alla vita di casa, la si vede condannata ad essere messa da parte
dagli uomini. In qualche vallata, dove le abitudini carniche si
sono conservate nella loro primitiva durezza, gli uomini non
concedono alle donne nemmeno di sedersi a desinare con
loro
Diventata sposa, la donna carnica cade sotto il dominio del
marito, e subisce i suoi comandi con rassegnazione, non č chiamata a
condividere le sue gioie, nč le sue angosce; diviene alla fine la
sua schiava, la sua "femine" (femmina), come per l'appunto la
chiama
".
Non di meno
quanto stava accadendo a Verzegnis, per la sua singolaritą e
soprattutto per le sue dimensioni (erano interessate circa venti
donne di etą compresa tra i quindici ed i ventisei anni, meno tre
che erano pił anziane), fece molto scalpore sia in Carnia che nel
resto del Friuli. Naturalmente il caso delle "indemoniate"
arrivņ anche alle cronache dei giornali ed in tanti, ad iniziare dal
clero e della popolazione locale, erano persuasi che c'entrasse
veramente l'azione malefica del diavolo nel comportamento di queste
povere malate. Ma c'erano pure degli altri che non credevano a
queste storie, considerandole il frutto della superstizione, e
denunziando il pericolo che potessero tradursi in una minaccia per
l'ordine pubblico.
Le cause di
questo "malessere sociale" probabilmente andavano ricercate in
direzioni diverse. La Carnia della seconda metą del secolo
diciannovesimo era interessata da mutamenti socio-economici che
avrebbero lasciato un segno profondo. Il pił significativo riguarda
il tramonto dell'emigrazione stagionale. In un territorio dove dalla
terra non si riusciva a ricavare il necessario per vivere,
l'emigrazione stagionale degli uomini era stata per secoli un
sostegno fondamentale per l'economia carnica. In autunno, tessitori
e sarti partivano alla ricerca di lavoro verso il Friuli ed il
Veneto, proprio come avevano fatto nei secoli antecedenti i "cramārs",
merciai ambulanti che andavano a vendere spezie nei paesi di lingua
tedesca di oltralpe. Sia questi che quelli ritornavano sempre sul
finire della primavera, in tempo per riprendere il lavoro dei campi,
quando cioč c'era bisogno di braccia forti per fare il fieno, per
condurre nei pascoli d'alta quota gli armenti e per completare i
raccolti.
Entrata in
crisi la tessitura perché le attrezzature (i telai) erano oramai
superate (ai vecchi telai fatti funzionare a mano si andavano
sostituendo i telai meccanici azionati dalla forza termica del
vapore), facendo perdere al prodotto locale ogni competitivitą sul
mercato, si aprģ la nuova stagione dei grandi lavori pubblici e di
costruzione di nuovi fabbricati e manufatti in Germania e nelle
regioni dell'Impero Austro-ungarico. Il fabbisogno di mano d'opera
per questi cantieri portņ molti carnici ad emigrare oltre i monti.
Ma questi uomini partivano all'inizio della primavera, e ritornavano
ai loro paesi solo nelle settimane che precedevano Natale. Cosģ le
donne venivano lasciate sole a lavorare i campi e a badare agli
animali presenti nelle stalle. Ma principalmente ad allevare i
figli, ad assistere gli anziani e a curare i malati.
Bisogna
anche sottolineare che nč l'autoritą civile e nč il clero non
intuirono la portata e le conseguenze di questi cambiamenti che,
assieme alla vita economica e sociale, avrebbero finito per
modificare ed influire sul modo di pensare, oltre che sul carattere
in relazione agli aspetti religiosi e culturali della
popolazione carnica. E le prime a subire le conseguenze di questi
mutamenti in atto dovevano essere, come si č gią innanzi accennato,
le donne, lasciate sole a portare il peso di fatiche fisiche e di
responsabilitą pił grandi di loro. Pertanto pił che di preti per
esorcizzare e di medici per curare, per le "indemoniate" di
Verzegnis sarebbero serviti psicanalisti, ma Sigmund Freud
(1856/1939) e le sue teorie non si erano ancora entrati nella
comune conoscenza.
Il caso
delle indemoniate di Verzegnis giunse alla sua conclusione il 27
aprile del 1879, quando una compagnia di soldati di fanteria, giunta
da Udine, occupņ il paese, e con la forza condusse via queste donne.
Si trattņ senza dubbio di un atto di forza ingiustificato ed
umiliante. Esse vennero rinchiuse nella sezione manicomiale
dell'ospedale di Udine, e per loro c'č da credere che la vita si
trasformņ veramente in un inferno.
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Lis indemoniadis:
liendis di feminis di Cjargne
Zą fa
cualchi mźs cul patrocini e il contribūt dal Cumun di Verzčgnas e de
Fondazion de Casse di Sparagn di Udin e Pordenon al č stāt publicāt
il saē "Le indemoniate - Superstizioni e scienza medica - Il caso di
Verzegnis". L'autore dal lavōr e je la dr.sse Luciana Borsatti,
l'editōr lis "Edizioni del Confine".
Il libri al
conte une vicende sucedude tal paīs cjargnel tra il 1878 e il 1879,
cuanche diviersis feminis a jerin persuadudis di jessi possedudis
dal demoni e si compuartavin in maniere straneōse espriminsi cun tun
lengaē ch'al ufindeve i simbui de religjon. Naturalmentri il gjaul
nol centrave nuje, semai al jere un problem di isterie (in chest cās
coletive) colegāt 'es cundizions di vite ch'a scugnivin paidī lis
feminis in Cjargne in chei timps.
Sun chest
cont il "regio" commissari di Tumieē, Antonio Dall'Oglio, tal 1870
al scriveve: "Se si cjale la femine tes sōs abitudinis leadis a
la vite di cjase, si la viōt condanade a jessi metude de bande dai
oms. In cualchi valade, dulą che lis abitudinis cjargnelis si son
mantignudis te lōr primitive durece, i oms no concedin 'es feminis
nancje di sentāsi a mangjā cun lōr
Diventade spose, la femine
cjargnele e cole sot il domini dal marīt, e paidģs i siei comants
cun rasegnazion, no je clamade a cjapā part 'es sōs gjondis, nģ 'es
sōs angossis; e divente in fin la sō sclave, la sō "femine", cemūt
che la clame
".
Dutcās ce
ch'al stave sucedģnt a Verzegnas, pe sō singolaritāt e sore il dut
pes sōs dimensions (a jerin interessadis vincj feminis di etāt
comprindude tra i cuindis e i vincjesīs agns, mancul tre ch'a jerin
plui anzianis), al fasč centant sunsūr sevi in Cjargne che tal rest
dal Friūl. Naturalmentri il cās des "indemoniadis" al rivą ancje tes
cronichis dai zornāi e in tancj, a scomenēā dai predis e de
popolazion locāl, a jerin persuadūts che centrąs pardabon l'azion
malifiche dal gjaul tal compuartament di chźs biadis maladis. Ma
and'jere ancje di chei che no crodevin a chestis storiis,
consideranlis superstizions , e denunziant il pericul ch'a podessin
stramudāsi tune menace pal ordin public.
Lis
causis di chest "maljessi sociāl" probabilmentri a ląvin
cirudis in direzions diviersis. La Cjargne de seconde mitāt dal
secul diesim-novesim e jere interessade da gambiaments
soci-economics ch'a varessin lassāt segns marcāts. Il plui
significant al fo chel dal amont da l'emigrazion stagjonāl. Tun
teritori dulą che de tiere no si rivave a rigjavā avonde par vivi,
l'emigrazion stagjonāl dai oms e jere stade par secui un sostegn
fondamentāl pe cunumie cjargnele. In atom, tessźrs e sartōrs a
partivin a cirī lavōr viers la Furlanie e il Venit, propite come
ch'a vevin fat tai secui denant i cramārs, i marcjadants ambulants
ch'a puartavin a vendi speziis tai paīs dal todesc. Sevi chei che
chei ātris a tornavin simpri sul finī de vierte, pronts a lavorā la
tiere cuanch'e jere plui dibisugne di braēs par fā il fen, par
condusi i nemāi in mont e par cjapā sł i ricolts.
Jentrade in
crise la tiessidure parvie des tressaduris ch'a jerin aromai
superadis (ai vieris telārs fats funzionā a man a stavin cjapant la
volte i telārs mecanics fats girā cu la fuarce termiche dal vapōr),
fasģnt pierdi al prodņt ogni competitivitāt sul marcjāt, si viergč
la gnove stagjon dai grancj lavōrs publics e di costruzion di gnūfs
fabricāts in Germanie e tes regjons dal Imperi Austri-ongjarźs. La
dibisugne di man-d'opare par chescj cantīrs e puartą cetancj
cjargnźi a emigrā di lą des mont. Ma a partivin sul scomenēā de
vierte, e a tornavin nome sot fiestis di Nadāl. Cussģ lis feminis a
vignivin lassadis dibessolis a lavorā la campagne e a rźzi i anemāi
te stale. Ma sore il dut a tirā sł i fīs, a asisti i anzianis e a
curā i malāts.
Bisugne
ancje sotlineā che nģ i sorestants e nģ i predis no intuirģn la
puartade e lis conseguencis di chescj gambiaments che, insiemit a la
vite economiche e sociāl, a varessin finīt par mudā la vieste mentāl
(il mūt di pensā), oltri ai caratars religjōs e culturāi de
popolazion cjargnele. E lis primis a paidī lis conseguencis dai
mudaments in at a vevin di jessi, cemūt che si ą vūt iniment denant
trat, lis feminis, lassadis dibessolis a puartā il pźs di fadiis
fisichis e di responsabilitāts plui grandis di lōr. Aduncje plui che
di predis par sconzurā e di miedis par vuarī, pes "indemoniadis" di
Verzegnas a varessin coventāt psicanaliscj, ma Sigmund Freud
(1856/1939) e lis sōs teoriis no vevin inmņ scomenēāt a cjapā pīt.
Il cās des
indemoniadis di Verzegnas al rivą insomp ai 27 di avrīl dal 1879,
cuanche une companie di soldāts di fantarie, vignude sł di Udin, e
ocupą il paīs, e cu la fuarce e puartą vie chźs feminis. Al fo chest
un at di violence dabon umiliant. A vignirģn sieradis tal ospedāl
di Udin, e par lōr si po crodi che la vite si strasmudą pardabon
tun infiźr. |
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Edizioni Biblioteca
dell'Immagine
La Cineteca del Friuli
Cinemazero
Centro Espressioni Cinematografiche
"GLI ULTIMI"
Film in VHS (nel cofanetto anche il libro "Il mio vecchio
Friuli" di David Maria Turoldo) |
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"Quando uscģ l'opera trovņ pił che altro diffidenza per quel
suo modo asciutto e rigoroso di raccontare la miseria
contadina, cosģ lontana dal baccano consumistico degli anni
del boom economico. Alla critica del tempo la leggenda
angosciosa di chi sceglie la durezza della vita contadina
piuttosto che l'emigrazione sembra condizionata da una visione
populista degli accadimenti, una sorta di tardo neorealismo.
Doveva essere "Gli ultimi", il primo atto di una trilogia sul
tema ma - e di questoTuroldo restņ non poco mal ripagato -
il progetto non fu realizzato. Cosģ il film nel giro di
qualche anno finģ per cadere nell'oblio."
Cosģ a firma
"von
zercläre",
scritto in friulano, abbiamo letto nel numero di giugno
di
Ladins dal Friūl a proposito della riproposta del film di
recente restaurato.
"Gli Ultimi" uscģ nel 1963, ispirato dalla memoria autobiografica
di padre D. Maria Turoldo: lui fanciullo a Coderno di
Sedegliano. Memoria trasferita su pellicola dallo stesso Turoldo e
da Vito Pandolfi, regista e uomo di teatro, ma naturalmente
all'epoca il film non trovņ grande comprensione.
Di recente la Cineteca di Gemona, Cinemazero di Pordenone e
Centro Espressioni Cinematografiche di Udine, hanno restaurato e ripubblicato "Gli Ultimi",
quasi per soddisfare uno degli ultimi desideri espressi da
Turoldo .
La vicenda ambientata negli anni '30 č quella di una
famiglia contadina del medio Friuli che, nonostante la
miseria, sceglie di continuare a lavorare la poca terra, a
"spigolare" le pannocchie, a tagliare l'erba per le capre ai
bordi dei fossati, piuttosto che emigrare come minatori in
Belgio, dove perderą anche un giovane figlio.
La vita č scandita dai gesti quotidiani di dignitą con nessun
cedimento alla rassegnazione da parte di Zuan, il
capofamiglia, che ogni sera, dopo aver fatto il segno di Croce
sulla polenta, ne distribuisce una fetta ai figli e alla moglie.
Una seconda fetta rappresenta il formaggio, quando questo non c'č,
come accade di solito.
La vita e la morte si colgono soprattutto con gli occhi di Checo,
bambino assetato di amicizia e di affetto, e nutrito di
timidezza e
paura. Soprattutto di essere un "nulla", alla pari dello
spaventapasseri, solitaria e familiare figura che si staglia
nell'uguale continuitą dei campi.
Hanno scritto sul film:
Giuseppe Ungaretti
nel 1962:
"Sarą la
solitudine stupenda del Friuli nella quale ho vissuto nei primi
due anni della prima guerra, alternandone il soggiorno con il
Carso, sarą l'arte del bimbo incredibilmente spontanea e vera,
sarą il modo semplice e assoluto di mostrare i terribili simboli
della morte e della fame, so che si tratta di un film
indimenticabile, infinitamente pił bello dei pochi che quest'anno
ho ammirato, si tratta di un film unicamente dettato da schietta e
alta poesia"
Pier Paolo Pasolini,
1962:
"Piano piano la
suite della vita nel paesello pedemontano, con le sue case
di sassi grigi e le sue strade bianche, nella luce accecante
dell'aria di neve, diviene iterazione, litania: la serie degli
episodi si fa ossessiva, e i significati della povera vicenda
umana trapassano a una simbologia tanto pił povera di ornamento
quanto pił ricca di un quasi fisico dolore."
David M. Turoldo:
"I figli si scoprono
nei padri, nei gesti dei padri: nel bere con gusto il vino e
nell'accettare con virile grandezza fatica e sofferenza. E' il
film che presenta un'esistenza ancora legata alla natura, dove
ancora senso magico non si oppone a sacralitą, una esistenza che
sa quanto valga il dono della polenta, del pane, delle castagne,
del vino, dell'acqua; un'esistenza che precede quella nostra
civiltą del benessere; una sorta - per cosģ dire - di civiltą
"anti-spreco" nella quale nascere poveri non impedisce di
scegliere la povertą."
Rivedere il film oggi č un'altra cosa, quando sono ormai lontani i
tempi in cui qualsiasi immagine neorealista che fotografasse
la realtą di miseria, di nuda sopravvivenza ma di orgogliosa
dignitą dalle quali eravamo appena usciti negli anni '50 , veniva rifiutata da generazioni ormai proiettate verso la
costruzione e la ricerca dei nuovi "consumi".
Rivederlo oggi, dunque ha un altro sapore. Finalmente ci siamo
saziati di tutto ciņ che abbiamo acquistato col denaro, della
facilitą di comunicare con tutti e in un solo istante,
tanto sazi che le immagini di Checo, fanciullezza
inconsciamente sacrificata alla quotidianitą miserevole eppure
sacrale di una povera famiglia contadina, ci appaiono non
semplice datato neorealismo, ma nostalgia e bellezza pura.
Questo film non dovrebbe mancare di essere rivisto oggi e di
occupare un posto prezioso nello scaffale di chi ha a cuore
l'anima del Friuli.
AmB
(Chi desiderasse
ulteriori approfondimenti sul film, visiti il sito della Cineteca
del Friuli, all'indirizzo
http://www.cinetecadelfriuli.org/cdf/cineteca/ultimi_frameset.html
) |
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Circul Culturāl "La
Dalbide" - Cercivento
"Costanse: l'ingegn
cun nue" |
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Costanza Di Vora, ovvero "se
ci fosse bisogno di una prova sulle capacitą ed ingegno delle donne
carniche di ieri".
Dal titolo appunto "ingegn cun nue", ingegno con
niente.
Sabato 14 dicembre, a Cercivento č stato presentato il testo:
raccolta di immagini datate di Costanse,
Il circolo culturale "La Dalbide" anche quest'anno non si smentisce e puntualmente propone
interessanti iniziative (ricordiamo nel dicembre dello scorso anno
la proposta del "GIŪC DA AGANE"). Anche se meno geniale
dell'iniziativa del 2001, questo libro si propone come importante
tassello di memoria per la comunitą di Cercivento.
Costanse ( 1910-1971) č stata ricordata come "donna di grande
bontą e umiltą" e di "un'intelligenza ed un ingegno
straordinari". Nonostante la sua preparazione
scolastica si fosse conclusa con la terza elementare, amava studiare e
leggere manuali e libri relativi all'elettricitą, alla meccanica ed
alla fotografia, sperimentando personalmente i dati teorici.
Si interessava a tutto ciņ che l'epoca del primo Novecento
"inventava" per illuminare il nuovo secolo. Quindi l'elettricitą per
Costanse divenne un richiamo irresistibile che la portņ in
tutte le case del paese per riparare o installare l'impianto
elettrico.
E' stato ricordato l'episodio dei Cosacchi nel periodo
della loro occupazione della Carnia. Venuti questi a conoscenza
delle capacitą della donna, la chiamarono e rimasero fortemente
colpiti dalla sua disinvolta ingegnositą. Il Comando dei "Mongui" la pagava per le
sue prestazioni con utilissimi generi alimentari (La Di Vora, con la
perdita precoce della madre, tirņ avanti la famiglia occupandosi dei
tre fratelli)..
Anche i meccanismi degli orologi per lei non avevano misteri: li
riparava con perizia e con questi aveva tappezzato una stanza.
Sapeva "industriarsi" in ogni tipo di lavoro, agricolo, del legno
(sono state ricordate le slitte), ecc., ma soprattutto la Fotografia
le ha dato la possibilitą di sostentare la famiglia, di fissare
sulle lastre di vetro persone e volti del suo paese, che oggi,
grazie alla "Dalbide", diventano anche nostro patrimonio
culturale.
Da precisare che questo mestiere Costanse lo apprese da sola, con
nessuna conoscenza di formule chimiche (necessarie allora per
"decifrare" gli elementi necessari allo sviluppo delle lastre
cosģ come allora venivano descritte nei manuali). Anche sugli
strumenti intervenne il suo ingegno.
"La sua prima macchina fotografica era in legno, era un
apparecchio rudimentale fabbricato da lei stessa e montava negativo
e lastra: L'obiettivo era a soffietto e sulla focale (acquistata di
seconda mano e rimontata) č riportata la scritta HELIOS 130 mm. n.
130622 HOTTIC HUTTIG ART GES DRESDEN. Come complemento alla stessa
Costanza fabbricņ un cavalletto in legno".
Le fotografie di Costanza Di Vora, cosģ come le osserviamo sul
libro, riprodotte volutamente con i "segni del tempo" che le hanno
graffiate o macchiate, ci riportano nelle case e fra i borghi di
Cercivento, focalizzano senza alcuna artificiosa posa innaturale,
volti di donne con la pelle indurita dal sole, col tradizionale
fazzoletto appoggiato sul capo. E poi bambini, famiglie, uomini.
Costanza li fotografava tutti sulla sua "linde" (il terrazzo) con la
luce naturale ed erano i volti della gente comune, venuta da lei col
vestito "buono", gli scarpez o anche le scarpe nuove, e il "trucco"
naturale e nobilissimo della fatica sul volto.
Il libro ci piace perché ci piacciono le immagini. Senza togliere
nulla al celeberrimo Antonelli, del quale a mio parere sono da
incorniciare paesaggi e oggetti inanimati, e da porre in secondo
piano ogni ritratto fortemente "teatrale", le foto di Costanza sono
"vere", come veri erano i soggetti che quasi con delicatezza fermava
sulle lastre.
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(Ritratto di Ortensia De Reggi,
mi č parsa la fotografia pił bella)) |
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Campanotto Editore
"DI TERRE
LONTANE"
Giovanna Nieddu
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Lontananza e distanza non
sempre coincidono e talvolta la distanza annulla sé stessa, č una
forza che nutrita damore e di poesia trasforma la lontananza in
vicinanza, la parte nel tutto: perché soltanto con la distanza si
riesce a vedere linsieme.
Allora le terre lontane non sono pił lontane e
tutto č qui, adesso, per sempre, nella memoria, nella vita vissuta
e nella vita da vivere, intrisa di mare e di terra, di montagna e
di cielo, di canti e di versi.
In questo
romanzo, attraverso il tema del viaggio caro alla letteratura di
tutti i tempi- la narrazione diviene percorso interiore, alla
ricerca della terra dentro di sé. E un percorso che si sviluppa
attraverso due fasi, quasi due atti teatrali ma sempre in relazione
tra loro: un ponte tra la Sardegna e la Carnia.
La Sardegna
č il luogo del ricordo, dellinfanzia, dei primi affetti, del
mare, raccontata su di uno sfondo autobiografico, benché alcune
vicende siano di pura fantasia. La Carnia č il luogo delloggi, la
montagna, la voglia di esserci. Dalla Sardegna, il passaggio al
continente č il passaggio al luogo del mito: il Continente con la C
maiuscola. E nel continente, si colloca il Continente Carnia, terra
ulteriormente da scoprire, microcosmo nel macrocosmo. In questa
struttura si innesta anche luso dei due idiomi: il sardo della
memoria, rievocato dal passato, e il carnico orecchiato, a
tratti italianizzato, a significare la distanza ma anche la
naturalezza con cui la lingua entra a far parte della vita
quotidiana, soprattutto laddove ci sia la volontą di inserirsi, di
mettere radici.
Due aspetti
in questo piacevole romanzo di Giovanna Nieddu mi hanno fatto
riflettere: la naturalezza con cui l'autrice approda, non
senza spunti di sofferenza, fra le apparenti e reali asperitą
dal carattere carnico. La seconda: una integrazione tutto
sommato riuscita nella terra di Carnia, che ha cominciato a
scoprire anche dall'alto.
Come dalla cima ventosa dello Zoncolan : "Pensai che il paradiso doveva
essere cosģ... con in fondo il mare", dove la montagna si
rivela allo sguardo e ai sentimenti di una donna venuta dal
mare. |
Note
Biografiche
Giovanna
Nieddu č nata in Sardegna, a Olbia, nel 1956, ma vive da anni in
Carnia, nellAlto Friuli.. E laureata in materie letterarie con
indirizzo artistico, ambito in cui ha al suo attivo numerose
pubblicazioni, fra cui il volume Architettura nel Comelico e nella
valle di Sappada. Un suo saggio č pubblicato nella raccolta degli
atti del Convegno Internazionale di Studi Linguistici Donna e
linguaggio a cura del CNR e Universitą di Padova. Ha collaborato
con le testate giornalistiche Il Cadore e Alto Adige-Corriere
delle Alpi, pubblicando inoltre diversi articoli nelle riviste
Turismo Veneto, Dolomiti e Italia Turistica. Ha al suo attivo
quattro guide turistiche, dedicate a Sappada, Auronzo di Cadore,
Comelico Inferiore e Comelico Superiore.
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