AUTORI LOCALI 

 

Il libri furlan dal mźs
 

(a cura di Annamaria Bianchi- Manuela Quaglia- Renzo Balzan- Celestino Vezzi)

 

(In collaborazione con la redazione
 di "Ladins dal Friūl)

 
 

 

 


 

TESTO

AUTORI

"San Floriano" (AmB)

 Arduino Scarsini
"Vitos di Paīs"  (AmB)  Novella Del Fabbro
"No dut al mūr" (AmB)  Manuela Quaglia
"Non ci credo alle streghe...perņ"  (AmB)  Manuela Quaglia
GIūC da AGąNE -Cercivento - (AmB)  Celestino Vezzi
"l' OTTOCENTO nel comune di Paluzza" (AmB)  Emilio Di Lena
"L'artiglio e la rosa"   (a cura di Manuela Quaglia) Bianchina Solari
Cimiteri di montagna  (a cura di Renzo Balzan) Autori vari
Le indemoniate, storie di donne in Carnia (a cura di R.Balzan) Luciana Borsatti
"Gli ultimi" il film restaurato in videocassetta (AmB) David Maria Turoldo
"Costanse: l'ingegn cun nue" (AmB) Circ.Cult. La Dalbide
"Gjviano di uno volto" (a cura di Celestino Vezzi) Pieri Pinčan
"Di terre lontane" (AmB) Giovanna Nieddu
 

 

 


E'  uscito alla stampa un nuovo volume -
per le Edizioni "Cooperativa Pavees",  Bordano - 
 di Arduino Scarsini:  

                              "SAN FLORIANO".

La pubblicazione, dedicata alla Pieve di San Floriano Illegio, Imponzo con Canale d'Incarojo, esce - come premette l'autore - "con lo scopo di continuare, nel settore storico ed architettonico, quel percorso di valorizzazione e riqualificazione di tutti quegli aspetti tipologici, che la recente pubblicazione sull'abitato di Illegio, in parte ha gią evidenziato." "La scelta di operare su di un edificio sacro non č casuale e San Floriano, rappresenta per la comunitą d'Illegio, Imponzo ed altri paesi, non solo un grande riferimento spirituale, ma anche un processo di evoluzione storica che per un millennio ha segnato il percorso e le vicende di questa comunitą".
Il ricco volume, di 191 pagine, tratta la storia dalle origini, al periodo romano a quello longobardo ed altomedioevale, fino ai giorni nostri, ripercorrendo le vicissitudini delle strutture dell'edificio  e dei luoghi circostanti. Vi si trova inoltre un capitolo sul martire San Floriano ed altri dedicati a sculture, affreschi  e arredi della Pieve, oltre  agli episodi sulla storia della comunitą locale e sulle tradizioni legate alla festivitą del Santo.
Il libro č riccamente illustrato con fotografie e disegni e riporta, fra le altre,  le documentazioni sugli episodi pił importanti nella storia delle comunitą di Illegio, Imponzo e Incarojo.

AmB                                                                       
 (vai alla pagina sulle Pievi )
 


 

Edito nel mese di  dicembre 1999 (Arti Grafiche Friulane- Tavagnacco UD) e realizzato dal Centro Culturale "J.F.Kennedy" di Forni Avoltri (UD), di 

                                       
         Novella Del Fabbro:                

Vitos  di  Paīs 
(Vite di paese)

Novella Del Fabbro, scrittrice di Forni Avoltri, da lunghi anni appassionata e instancabile ricercatrice e custode della memoria della propria terra, ci regala un altro volumetto di ritratti e "usancios" (tradizioni) della vita quotidiana. I ricordi di Novella divengono maggiormente preziosi quando le notizie sono raccolte di prima mano (vedi "Usancios nuviciāl": "Usanze nuziali"). 
L'importanza, in questo caso, di tenere memoria di ciņ che non ha retto al tempo e alla difficile vita in montagna, č nella peculiaritą della parlata locale (le note desinenze in "o" per il femminile) della zona  di Forni Avoltri, tramandata da secoli quale varietą probabilmente pił antica della lingua ladina friulana. Ma per quanto ancora? Gią nell'unito glossario vi sono termini ormai desueti, certamente  perché le attivitą agricole sono cambiate cosģ come  la vita a stretto contatto con la natura.
Maria G. Tore, nella prefazione, al volume:

 
"Novella Del Fabbro parla di un passato in cui c'č la costante del lavoro delle donne e del loro valore anche economico, ma, mentre di solito il ruolo delle donne č circoscritto alla casa e all'orto domestico, qui si parla di lavoro forestale compiuto da gruppi di ragazze, che supera la tradizionale ripartizione del lavoro nelle due sfere della professionalitą remunerata (maschile) e delle attivitą marginali (femminili). Certo, il passato non viene messo in discussione, anzi sembra sempre rivestito di un'aura positiva, perché anche se le privazioni e i sacrifici erano tanti c'era pił comprensione e solidarietą".
        per leggere un brano del libro, vai: "Come eravamo"   


 

 


"No dut al mūr..."
  
("Non tutto muore.." - a cura di Manuela Quaglia -
   Casa Editrice Vieri Rōl- marzo 2001)
  (Un viaē tal mont das stories contades da nōno Elio dal Codčt)
  TREP DI CJARGNE

Dalla prefazione della curatrice di questa raccolta di racconti di Elio Craighero, Manuela Quaglia, il primo accenno a questo "nonno", preziosa figura di riferimento per la memoria delle storie, dei personaggi e dei luoghi di Carnia.
Dice la Quaglia: "Il titolo "No dut al mūr.." (Non tutto muore) racchiude la vera essenza di questo libro ed č allo stesso tempo un messaggio di speranza. E' la speranza di chi, come Elio Craighero, raggiunta l'etą della vecchiaia, desidera lasciare a coloro che verranno qualcosa di ciņ che custodisce nel suo prezioso scrigno di saggezza".
Nel volume: "un mac di contes" ossia racconti e leggende, "Stories e storiutes", brevi storielle; "Stries e striaments", streghe e incantesimi; "Vecjes cjartes smenteades a proposit dai striaments", un piccolo grimoire rinvenuto tra i monti della Carnia; "Ator pa Cjargne cul Signōr e San Piźri", storielle su San Pietro e "Triscj spirits", orsi e draghi di vecchi racconti.

Al volume č allegato un cd con i racconti dalla voce di Elio Craighero


 

 
 

 Edito per conto del Comune di Paluzza
nel novembre 2001, di Emilio Di Lena:

L'OTTOCENTO
 nel Comune di Paluzza
Vicende e sprazzi di Vita

 

Nel libro di Di Lena, gią sindaco di Paluzza e maestro in pensione, alla sua terza opera letteraria (ha pubblicato "Incontri con gente nostra" e ha collaborato a "Antologia Paluzzana"), un'attenta ricostruzione di fatti e vicende vissuti dalla popolazione di Paluzza nel XIX secolo.
 L'opera nasce da un laborioso lavoro di catalogazione degli archivi comunali ai quali il cav. Emilio Di Lena ha lavorato e attinto per ricostruire eventi, episodi pubblici e privati del periodo dell'occupazione napoleonica e della dominazione austriaca, fino al Regno d'Italia nel 1866.
Dal volume che si divide in due parti, la prima contenente vicende essenziali e la seconda cronaca spicciola quotidiana, si puņ dedurre che i fatti riportati, probabilmente possono essere analoghi alle vicende di altri paesi della Carnia.
Tralasciando di soffermarci sull'indubbio valore di "storia locale" che puņ rappresentare l'opera per Paluzza, si possono cogliere dalla sua lettura, aspetti curiosi, per noi gente del nuovo secolo, ma di vitale importanza allora, come le disposizioni per la prevenzione degli incendi. Un'ordinanza del 4 febbraio 1832, emessa dai Deputati Comunali di Paluzza, decretava: "Di tenere in cucina solo i legni necessari di volta in volta. Di tenere le cucine scopate e nette di immondizie. Di scopare frequentemente i camini. Di non sortire di casa la notte con lumini o fuochi che non siano coperti. Di non illuminare con il "lume di pino". Le coperture dei tetti di quasi tutte le case all'epoca erano in paglia che doveva essere "ben intrecciata in modo da favorire lo scolo dell'acqua piovana". Solo i benestanti potevano permettersi tetti con pianelle o coppi in terracotta..
Altro episodio, riportato in data 11 marzo 1881 per una denuncia a seguito di una rissa in cui  un certo Daniele Englaro di Paluzza aveva subito delle percosse: "...ieri alle ore nove della sera dopo uscito dalla casa...s'incontrņ con Luigi, figlio di Daniele q. Nicolņ Craighero e lo salutņ con queste precise parole: "buona sera Luigi" al che, l'altro gli rispose "Marcia mona che ti sei, che tu sei ubriago vatela a pissar fora" e nel momento stesso mi diede un solennissimo schiaffo...venni assalito nuovamente dal precipitato Luigi Craighero sulla pubblica strada il quale principiņ nuovamente a pugnarmi e mi gettņ a terra..." 
 Come dire che anche allora, non mancava lavoro agli avvocati.
Uno dei divertimenti pił ricercati ed economici, anche in quegli anni difficili di guerra e di miseria, era il ballo. Fra le numerose richieste, questa del "25 febraro de l'anno 1811", al signor FF di Commissario di Polizia di Paluzza.
"Filippo Bassano bettoliere nella frazione di Rivo desidero di tenir un festino di ballo nella sera di ogi e di domani, e perciņ vengo ad implorare il permesso a norma di legge dalla di Lei Autoritą offrendo in piaggeria (garanzia) per tutti quei disordini che potessero nassere sul ballo stesso la persona del Sior Nicolņ Craighero di Carlo. Aff.o Filipo di Nicolņ Bassano" La risposta del Commissario, nella stessa giornata: "la permission di poter tenir la festa da balo, ma perņ con quela disciplina de' atuali decreti e regolamenti"


 

 

 

Edito dalla Kappa Vu di Udine nell'aprile 2002 per conto del Comune di Comeglians
e a cura di Maria Luigia Valtingojer
                                          
                                               di Bianchina Solari:

L'ARTIGLIO E LA ROSA
 

 

Il libri che volģn proponius  al č un grum biel par vie di ce ch’al conte e da semplicitāt e dal amōr ch’al č stāt dropāt tal scrivilu. Si trate di un libri di memories ch’a nus puarte pagjine dopo pagjine a conossi la vite di Bianchina Solari, l’autore.

Il libri al č stāt presentāt a Comeglians sabide 14 di giugn intune sale incolme di int. Chest volum al č stāt stampāt da cjase editrice Kappa Vu di Udin, al ą il patrocini da provincie di Udin, da Regjon e dal UNESCO. Par merit da sensibilitāt di Flavio de Antoni, ch’al ą crodūt inta bielece e impuartance dal test manoscrit da siore Solari, chest libri al ą podūt jessi metūt intas mans di ducj chei ch’a varan il plasei di leilu. In 155 pagjines si cjatin centenārs di pinsīrs su pa vite, si rīt, si gjolt, si vai, si pense parsore e po, cuant ch’a si rive dapīt, si prove parfin displasei.

“La storia di una vita comincia da un punto qualsiasi, da qualche particolare che per caso capita di ricordare, ma a quel punto essa era gią molto complessa” – cheste frasute di Carl Gustav Jung si la cjate scrite intal libri ta pagjine prime ch’a tachi la storie vere cun chestes peraules:

“Oggi comincio a raccontare la storia della mia vita. Ho 75 anni, e forse lo spirito della primavera mi invita a iniziare il racconto di ciņ che ho visto e vissuto. Le vicissitudini che narro si svolgono quasi interamente in un paese di montagna, uno dei tanti sparsi in queste valli. Un bel calore mi giunge dal fuoco, che alimentato da legna molto secca arde fragoroso e scintillante alle mie spalle. Sembra voler suggerire tante cose, cose che a tutti noi, non soffermandoci sfuggono, e seppur talvolta pensandoci, sfuggono lo stesso. Forse le fiamme bisbigliano troppo velocemente e sovrappongo le loro voci alle volute dei miei pensieri, sģ da celarne il senso. Una luce soffusa proviene dalla finestra, i cui vetri sono abbelliti da candide tende ricamate a mano. Le scosto per vedere se nel cortile della casa accanto c’č vita; tutto č silenzioso, non vedo nessuno e questo mi immalinconisce un po’, ma fortunatamente scorgo qualche fiocchetto di neve, venuto a illuminare la giornata grigia e piovosa…..”

Incurioside da chest inizi e das pagjines che dopo vevi let ai decidūt di lā a cjatā la siore Solai par scuviergi alc di plui sul libri. Sei rivade a cjase sō viers las cuatri di un sabide dopodimiesdģ compagnade da siore Maria Luigia, che ą vūt il plasei di curā il volum. Bianchina sarą encje une siore di 75 agns, come ch’a dīs jei al inizi dal ibri, ma i siei agns ju puarte une vore ben. In jei la roube ch’a mi colpis di plui al č il calōr uman e la grande serenitāt che la sō muse a mostre lant ch’a cjacarģn. Dopo vei bevūt un bon cafč neri, comencin a cjacarā dal libri tacant cu la prime domande:

-        Cemūt eise nassude l’idee di scrivi chest libri?

-        Al ere il meis di dicembar, al veve apene neveāt e jo mi sei cjapada sł e i sei lada in sufita e i ai jodūt intun scafāl pacs di cjarte di chź di une volte dute invalide e cussģ i ai det ‘podarčs scrivi alc su mź mari che cussģ mi pār di paiāle un pouc di ce che ą fat par nou e ch’a ą patīt. Ai comencet a tirā dongja i pinsīrs e a scrivi. Mź mari ą scugnūt acudī cheste mari simpri malada, i gjenitōrs tant sevźrs che no i acetiva che chesta fruta unica ch’a i veva a ves avūt una relazion prima di maridāsi. Mź mari a veve conossūt gno pari ch’al era un tipo ch’al plaseva e dal lōr amōr sei nassude jo. La relazion ą durāt pōc e il 23 di otobar dal 1923 gno pari al č partīt pal America e si lu ą jodūt nome da anzian che jo vevi za doi fruts…

-        Trop eise durāde la scriture dal libri?

-        Al č durāt tant encje parcč che jo lu ai tignūt scuindūt a ducj. Ai il taulin aģ in cusine ch’al č fruāt a farce di tirālu ca e lą par platā las cjartes cuant ch’a vignive cualchidun. I no volevi ch’a saves nessun che jo scrivevi. Sei stade in dut un an.

-        Parcč voleviso tegni scuindūt chest libri?

-        Forsit i eri gjelose di ce ch’i scrivevi e volevi ch’a vignģs four une roube vere su mź mari, no une peraule di plui né une di mancul...cemout ch’a ere…

-        Cemūt us ano convinte a saltā fūr cuntun libri, che plui public di cussģ…?

-        Cuant ch ei ai vūt il cincantecincuesim di matimoni ducj nus ąn fat tancj regāi e dopo, a la fin, ur ai det ancje jo ch’a vevi un regāl par lōr. Ai tirāt four chest libri, i trimavi dute e i ai let cualchi toc di chei plui biei. Erin restāts ducj a bocje vierte! Chei di cjase, conosssint ce ch’a veve patīt mź mari e ce ch’a vevi patīt jo…a capivin inmņ miōr.

-        Parcč il libri puartiel il titul “L’artiglio e la rosa”?

-        Gno pari al ere un tipo esuberant e lu clamavin ‘leon’, vin metūt l’artiglio ch’al ą tignūt la rose dute par sé, cence dāi pouc e nue…

A interven a dā une spiegazione encje Maria Luigia, la siore che ą curāt il libri:

Abbiamo pensato assieme a Bianchina il titolo del libro. Io ho proposto di mettere come titolo i protagonisti della storia di Bianchina, quelli che le avevano dato la vita. Cosģ avevamo pensato a “Il leone e la rosa”. Siccome poi la rosa, ricordiamo che la mamma di Bianchina si chiamava Rosa, era stata artigliata e dilaniata da questa storia, ecco che č nato il titolo ‘L’artiglio e la rosa’. Poi un pittore, suo amico veneziano, ha voluto fare questa illustrazione della copertina che č molto bella. Si tratta di una mano femminile che fiorisce. Se si guarda bene č tutta piena di cuoricini. Il pittore ha disegnato la mano variegata di nubi, cosģ come poi č la vita, con la luna nel centro che č il simbolo femminile per eccellenza, percorsa in ogni giuntura dall’acqua, linfa vitale. Dalle punta delle dita, che si trasformano poi in artigli o rami secchi che poi invece fioriscono. Diciamo che una cosa che poteva inaridirsi riprende poi la vita.

Bianchina a vūl zontā inmņ alc:

-        Jo il libri lu vevi scrit plui par me, al č stāt in gracie a jei s’al č jessūt. Č stade jei che ą trascrit a computer dut ce ch’i vevi scrit a man.

-        Cemūt mai che il libri al č jessūt in gracie al Comun di Comeglians e no di chel dulą ch’a eris plui leade?

-        I erin stāts a domandā a Prāt e ancje a Davār ma no vin vūt rispueste positive. A Comeglians invece De Antoni, dopo vei let il manoscrit, al ą det che a la vares metuda duta par fā stampā il libri. Une dģ al mi ą cjatada e mi ą det che il libri al sares stāt stampāt, in chel moment oltre a jessi contente par me mi pareva di jodi encja mź mari contenta.

Par finī cheste conversazion ai volūt fā une ultime domande a siore Bianchina:

-        Ce volaressiso che la int us dises dal vosti libri?

-        Tancj di lōr mi ņn det che il gno libri al č un libri ch’al dą coragjo, par vie che al dą la fuarce di lā indevant nonostant dut, volinot ben soredut a vite.

E par finī Maria Luigia a zonte:

-        Ciņ che colpisce di pił in Bianchina č il suo stile, uno stile che va dritto al cuore!

Par jodi se chestes peraules son veres baste dome cjapā in man il libri e leilu. Vedareis, e chest us al pos garantī jo che lu ai let, che in cualchi pagjine las agrimes saltaran fūr bessoles dai vostis vōi parcč che las peruales che la siore Solari a drope van dretes al cūr, propit come ch’a diseve Maria Luigia.

Par sierā cheste piēule presentazione de “L’artiglio e la rosa”, us volevin regalā inmņ doi boconuts gjavāts fūr da chestes memories:

“Si sente spesso dire: Ah, se tornassi indietro! Fra questi io non ci sono. Fin da piccola ho cercato di dare il giusto valore alle cose, apprezzare anche quelle pił banali, anche le meno belle, perché non si gioisce se si pensa che tutto č dovuto. Sono stata molto fortunata a ricevere da madre natura un carattere forte e battagliero, ottimista; questi i valori che ho cercato di trasmettere in quanti mi hanno circondata. Ringrazio Dio di avermi dato per compagno Vittorio, un uomo giusto e buono, dei figli ottimi e la loro bella discendenza. Questa č per me la pił grande ricchezza, un affetto profondo che mi dą pace interiore, e la certezza che la vita č un bene impagabile.” (pag. 139)

Il toc ch’al siere chest articul al č stāt gjavāt fūr di une letare che Bianchina e Vittorio, no podint jessi presint as noces, a vevin mandāt a un nevout ch’al si maridave:

“..Come nonni che vivono assieme da 55 anni  continuano a volersi bene e a stimarsi, vi auguriamo che tutte le vostre albe siano rischiarate da un sole, che se anche timidamente si presenta in punta di piedi, ha poi la forza per riscaldare e illuminare ogni cosa, di aprire le nebbie che a volte si presentano fitte, tanto che quasi si rischia di perdersi.

Se attraverserete questi momenti bui, tenetevi stretti stretti per mano; per nessun motivo dovete mollare. Dopo u po’ anche dall’oscuritą vedrete un bagliore e poi la luce del sole. Tenete presente che la forza dell’amore puņ tutto. Dovete solo impegnarvi a mantenerlo sempre vivo, e per riuscire in questo, parlatevi tanto con confidenza e sinceritą. Parlatevi sempre. Un matrimonio finisce quando le parole non esistono pił, quando da parte dell’uno o dell’altro c’č la chiusura del riccio, il quale per comunicare la sua paura e il suo malessere, pungendo ferisce e pianta gli aculei.

La felicitą č quando ci si alza il mattino e si sente che il buon giorno viene dal cuore. La serenitą č anche accontentarsi di questo.

Con l’augurio pił bello che possiamo farvi, di tenervi per mano tutta la vita, vi abbracciamo con tenerezza. – I vostri nonni” (pp. 148-149)

 

Il gno auguri al č chel che podeiso gjoldi encje ducj voaitis comparnt e leint chest beilisim libri. Lu podeis cjatā intas edicules di dute la Val Dean e encje ta librerie Friulibris di Udin.

Buine leture a ducj!!!

                                                                         Manuela Quaglia

 

Bianchina a 18 mesi con la mamma

a cura del Circolo Culturale Carnico e di Cjargne Culture,
č stato pubblicato il volume:
                                              

CIMITERI DI MONTAGNA
Ricerca fotografica in Carnia


(Renzo Balzan - "Ladins dal Friūl" n. 10 ottobre 2002)


ANCHE IN FRIULANO
 

Cimiteri di montagna: storia e memoria

    Recentemente a cura del Circolo Culturale Carnico e di Cjargne Culture, č stato pubblicato il volume "Cimiteri di montagna - Ricerca fotografica in Carnia", un lavoro  di ricerca e di testimonianza fotografica oltre modo interessante, perché documenta le lapidi presenti nei vecchi cimiteri di montagna a partire dagli anni Venti  ancora esistenti sia in Carnia che nell'adiacente Canale del Ferro.

    Avviata nell'estate del 2000, la ricerca coordinata da Dino Zanier, ha interessato circa cinquanta cimiteri dove sono state realizzate circa mille immagini, ognuna corredata da una scheda analitica. Tutto il materiale fotografico č stato poi archiviato con l'ausilio dei supporti informatici.

    Une sorpresa rispetto a quanto ci si aspettava di trovare č stata la grande ricchezza di materiali, stili, forme, elementi espressivi e simbolici, che la ricerca ha evidenziato. Si sono messi in rilievo manufatti di valore artistico, ma principalmente  numerosi documenti e  materiali della memoria storica di ogni paese e di quel patrimonio di credenze e ritualitą, che vanno a ricostruire un aspetto non secondario della storia, della mentalitą e dei comportamenti delle comunitą di paese, e ci fanno vedere uno spaccato di come la morte veniva rappresentata, ma anche di come i vivi rappresentavano se stessi.

    Una prima sintesi del lavoro realizzata sul territorio era stata presentata nella mostra fotografica, svoltasi a Gemona (dall'8 dicembre 2000 al 7 gennaio 2001), che apriva il convegno su "La religiositą popolare nella montagna friulana" (8-9 dicembre 2000). La medesima mostra era stata poi proposta a Socchieve (15 giugno-8 luglio 2001) ed a Paluzza (6-9 agosto 2001). Rispetto alla selezione rigorosa che la ridotta disponibilitą di spazi espositivi imponeva, la pubblicazione si č arricchita di immagini e contributi che cercano di mettere a fuoco attraverso questa allargata documentazione alcuni degli aspetti guida che, naturalmente, non possono e non vogliono esaurire tutta la complessitą del tema.

    Nel saggio su "Cimiteri di montagna" e nella sezione fotografica sono illustrate le tipologie delle tombe, le decorazioni e le rappresentazioni simboliche. A questo proposito vale la pena di sottolineare la particolare valenza delle iscrizioni e le rappresentazioni della morte dei bambini.

    In una breve "cronaca di vita vissuta" (Crepes. Una testimonianza che giunge da Paluzza) č documentata l'usanza, molto diffusa un tempo anche nel resto della Carnia, di conservare i teschi in teche di legno o di vetro dopo che il morto era stato tolto dalla sepoltura, per conservare il ricordo dei defunti. La pubblicazione č altresģ arricchita dai contributi di Marina Giovannelli e Giorgio Ferigo.

    Nel saggio di Marina Giovannelli si propone un'analisi delle iscrizioni scolpite sulle tombe con precisi riferimenti a quelle che interessano le lapidi carniche. Le iscrizioni sulle lapidi di un tempo sono molto diverse di quelle odierne, essendo queste limitate ai dati essenziali. Si menzionavano le virtł, la valenza e la fermezza ( soprattutto per gli uomini), senza dimenticare di ricordare il lavoro o la professione che il defunto aveva svolto. Delle donne venivano esaltate le doti femminili come la dedizione alla famiglia, la fede e la bontą d'animo. Nel saggio si mette ancora in rilievo l'originalitą delle scritte sulle tombe dei personaggi pił importanti della comunitą: il prete, il medico, il farmacista, il notaio.

    Giorgio Ferigo invece ci propone delle riflessioni sulla morte nei suoi diversi aspetti. Partendo da alcune considerazioni sul concetto di morte, di ora e di un tempo, affronta  argomenti quali le superstizioni, i rituali e le usanze che si accompagnavano a questo fondamentale accadimento umano, la morte dei bambini e le morti violente.

    Vale a dire che il cimitero č un repertorio straordinariamente vivo di mentalitą, arte, costume, sensibilitą individuali e comunitarie della cultura della quale che fa parte. E' antico almeno quanto la coscienza della morte, ma ha subito nel corso dei secoli diversi mutamenti, proprio come sono mutate le condizioni di vita degli uomini;  non di meno continua a rimanere un luogo di storia e di memoria.


 

 
Simitieris di montagne: storie e memorie

Di resģnt par cure dal Circul Culturāl Fotografic Cjargnel e di Cjargne Culture, al č stāt publicāt il volum "Cimiteri di montagna - Ricerca fotografica in Carnia", un lavōr di ricercje e di testemoneance fotografiche cetant interessant, parvie ch'al documente lis lapidis presints tai simitieris di montagne vieris a partī dai agns Vincj dal '900 inmņ esistents sevi in Cjargne che tal Cjanāl dal Fiźr.

    Inviade tal istāt dal 2000, la ricercje coordenade di Dino Zanier, 'e ą interessāt uns cincuante simitieris dulą ch'a son stadis davueltis circje un miār di inmaginis, ognidune furnide di une schede analitiche. Dut il matereāl fotografic al č stāt podaspņ archiviāt zovansi dal supuart informatic.

    Une sorprese rispiet a ce che si spietavisi di cjatā e je stade la grande ricjece di matereāi, stii, formis, elements espressīf e simbolics, che la ricercje 'e ą palesāt. Si son metūts in rilźf  manufats di valōr artistic, ma sore il dut numarōs documents matereāi de memorie storiche di ogni paīs e di chel patrimoni di crodincis e ritualitāts, ch'a van a ricostruī un aspiet no secondari de storie, de mentalitāt e dai compuartaments des comunitāts di paīs, e nus dan di viodi un spacāt di cemūt che la muart e vignive rapresentade, ma ancje di cemūt che i vīfs a rapresentavin se stčs.

    Un prime sintese dal lavōr realizāt sul teritori e jere stade presentade te mostre fotografiche, davuelte a Glemone (dai 8 di dicembar 2000 ai 7 di zenār 2001), che viergeve la cunvigne "La religjositāt popolār te mont furlane" (8-9 di dicembar 2000). La istesse mostre e je stade podaspņ proponude a Soclźf (15 di jugn 8 di luj 2001) e a Paluce (6-19 di avost 2001). Rispiet a la selezion rigorōse che il ridņt spazi espositīf al imponeve, la publicazion si č inricjde di inmaginis e contribūts ch'a cģrin di meti a fūc a traviers cheste  slargjade documentazion un pōs di aspiets guide che, naturalmentri, no pučdin e no vuelin esaurī dute la complessitāt dal tem.

    Tal  saē  sui  "Simitieris  di  montagne"  e   te sezion fotografiche a son inlustradis lis tipologiis dai tombāi, lis decorazions e lis rapresentazions simbolichis. Sun chest cont a son di sotlineā la particolār valence des inscrizions e lis rapresentazions de muart dai puems.

    In tune curte "croniche di vite vivude" (Crepes. Une testemoneance che diven di Paluce) e je documentade l'usance, slargjade une volte ancje in Cjargne, di conservā lis crepis in techis di len o di veri daspņ che il muart al jere stāt gjavāt de tiere, par conservā il ricuart dai defonts. La publicazion e je inmņ inricjde dai contribūts di Marine Giovannelli e Zorē Ferigo.

    Tal saē di Marine Giovannelli si propon une analise des scritis sculpidis sui tombāi cun precīs riferiments a chźs cjatadis su lis lapidis cjargnelis. Lis scritis su lis lapidis di une volte si pandin unevore diviersis di chźs di cumņ, jessģnt limitadis ai dāts essenziāi. Si ricuardavin lis virtūts, la valence e fermece (massime pai oms), cence dismenteā di vź iniment il lavōr o la profession che il defont al davuelgeve. Des feminis si veve invezit iniment la dedizion a la famee, la fede e il boncūr. Tal saē in prionte si sotlinie la originalitāt des scritis sui tombāi dai personaēs plui impuartants de comunitāt: il predi, il miedi, il speziār, il nodār.

    Zorē Ferigo impen nus ufrģs des riflessions su la muart tai siei plusōrs aspiets. Partint da considerazions sul concčt di muart, di cumņ e di une volte, al jentre sui arguments des superstizions, dai rituāi e des usancis ch'a compagnavin chest fondamentāl acjadiment, de muart dai puems e des muarts violentis.

    Cundidģ che il simitieri al č un repertori straordenariamentri vīf di mentalitāts, art, custum, sensibilitāts individuāls e comunitarie de culture ch'al fās part. Al č antīc almancul tant che la cussience de muart, ma al ą cognossūt dilunc i secui cetancj mudaments, propite cemūt ch'a son mudadis lis condizions di vite dai oms, ma al va dutcās dilunc a restā un lūc di storie e di memorie.

(Renzo Balzan - "Ladins dal Friūl" n. 10 ottobre 2002)


 

 




          di Luciana Borsatti

Le indemoniate
Superstizione e scienza medica: il caso di Verzegnis

(Renzo Balzan)

ANCHE IN FRIULANO

Le indemoniate: storie di donne di Carnia

 

    Recentemente con il patrocinio ed il contributo del Comune di Verzegnis e della Fondazione della Cassa di Risparmio di Udine e Pordenone č stato pubblicato il saggio "Le indemoniate - Superstizioni e scienza medica - il caso di Verzegnis". l'autrice del lavoro č la dottoressa Luciana Borsatti, l'editore le "Edizioni del Confine".

    Il libro racconta una vicenda accaduta nel paese carnico tra il 1878 ed il 1879, quando diverse donne erano persuase di essere possedute dal demonio e si comportavano in modo strano esprimendosi con un linguaggio blasfemo de offensivo nei riguardi dei simboli religiosi. Naturalmente il diavolo non c'entrava per niente, semmai era un problema di isteria (in questo caso collettiva) collegato, o meglio determinato, dalle condizioni di vita che dovevano subire le donne in Carnia a quel tempo.

    Su questi aspetti il "regio" Commissario di Tolmezzo, Antonio Dall'Oglio, nel 1870 scriveva: "Se si osserva la donna nelle sue abitudini legate alla vita di casa, la si vede condannata ad essere messa da parte dagli uomini. In qualche vallata, dove le abitudini carniche  si sono conservate nella loro primitiva durezza, gli uomini non concedono alle donne nemmeno di sedersi a desinare con loro…Diventata sposa, la donna carnica cade sotto il dominio del marito, e subisce i suoi comandi con rassegnazione, non č chiamata a condividere le sue gioie, nč le sue angosce;  diviene alla fine la sua schiava, la sua "femine" (femmina), come per l'appunto la chiama…".

    Non di meno quanto stava accadendo a Verzegnis, per la sua singolaritą e soprattutto per le sue dimensioni (erano interessate circa venti donne di etą compresa tra i quindici ed i ventisei anni, meno tre che erano pił anziane), fece molto scalpore sia in Carnia che nel resto del Friuli. Naturalmente il caso delle "indemoniate" arrivņ anche alle cronache dei giornali ed in tanti, ad iniziare dal clero e della popolazione locale, erano persuasi che c'entrasse veramente l'azione malefica del diavolo nel comportamento di queste povere malate. Ma c'erano pure degli altri che non credevano a queste storie, considerandole il frutto della superstizione, e denunziando il pericolo che potessero tradursi in una minaccia per l'ordine pubblico.

    Le cause di questo "malessere sociale" probabilmente andavano ricercate in direzioni diverse. La Carnia della seconda metą del secolo diciannovesimo era interessata da mutamenti socio-economici che avrebbero lasciato un segno profondo. Il pił significativo riguarda il tramonto dell'emigrazione stagionale. In un territorio dove dalla terra non si riusciva a ricavare il necessario per vivere, l'emigrazione stagionale degli uomini era stata per secoli un sostegno fondamentale per l'economia carnica. In autunno, tessitori e sarti partivano alla ricerca di lavoro verso il Friuli ed il Veneto, proprio come avevano fatto nei secoli antecedenti i "cramārs", merciai ambulanti che andavano a vendere spezie nei paesi di lingua tedesca di oltralpe. Sia questi che quelli ritornavano sempre sul finire della primavera, in tempo per riprendere il lavoro dei campi, quando cioč  c'era bisogno di braccia forti per fare il fieno, per condurre nei pascoli d'alta quota gli armenti e per completare i raccolti.

    Entrata in crisi la tessitura perché le attrezzature (i telai) erano oramai superate (ai vecchi telai fatti funzionare a mano si andavano sostituendo i telai meccanici azionati dalla forza termica del vapore), facendo perdere al prodotto locale ogni competitivitą sul mercato, si aprģ la nuova stagione dei grandi lavori pubblici e di costruzione di nuovi fabbricati e manufatti in Germania e nelle regioni dell'Impero Austro-ungarico. Il fabbisogno di mano d'opera per questi cantieri portņ molti carnici ad emigrare oltre i monti. Ma questi uomini partivano all'inizio della primavera, e ritornavano ai loro paesi solo nelle settimane che precedevano Natale. Cosģ le donne venivano lasciate sole a lavorare i campi e a badare agli animali presenti nelle stalle. Ma principalmente ad allevare i figli, ad assistere gli anziani e a curare i malati.

    Bisogna anche sottolineare che nč l'autoritą civile e nč il clero non intuirono la portata e le conseguenze di questi cambiamenti che, assieme alla vita economica e sociale, avrebbero finito per modificare ed influire sul modo di pensare, oltre che sul carattere in relazione agli aspetti  religiosi e culturali della popolazione carnica. E le prime a subire le conseguenze di questi mutamenti in atto dovevano essere, come si č gią innanzi accennato, le donne, lasciate sole a portare il peso di fatiche fisiche e di responsabilitą pił grandi di loro. Pertanto pił che di preti per esorcizzare e di medici per curare, per le "indemoniate" di Verzegnis sarebbero serviti psicanalisti, ma Sigmund Freud (1856/1939) e le sue teorie non si erano ancora entrati  nella comune conoscenza.

    Il caso delle indemoniate di Verzegnis giunse alla sua conclusione il 27 aprile del 1879, quando una compagnia di soldati di fanteria, giunta da Udine, occupņ il paese, e con la forza condusse via queste donne. Si trattņ senza dubbio di un atto di forza ingiustificato ed umiliante. Esse vennero rinchiuse nella sezione manicomiale dell'ospedale di Udine, e per loro c'č da credere che la vita si trasformņ veramente in un inferno.

 

 

Lis indemoniadis: liendis di feminis di Cjargne

    Zą fa cualchi mźs cul patrocini e il contribūt dal Cumun di Verzčgnas e de Fondazion de Casse di Sparagn di Udin e Pordenon al č stāt publicāt il saē "Le indemoniate - Superstizioni e scienza medica - Il caso di Verzegnis". L'autore dal lavōr e je la dr.sse Luciana Borsatti, l'editōr lis "Edizioni del Confine".

    Il libri al conte une vicende sucedude tal paīs cjargnel tra il 1878 e il 1879, cuanche diviersis feminis a jerin persuadudis di jessi possedudis dal demoni e si compuartavin in maniere straneōse espriminsi cun tun lengaē ch'al ufindeve i simbui de religjon. Naturalmentri il gjaul nol centrave nuje, semai al jere un problem di isterie (in chest cās coletive) colegāt 'es cundizions di vite ch'a scugnivin paidī lis feminis in Cjargne in chei timps.

    Sun chest cont il "regio" commissari di Tumieē, Antonio Dall'Oglio, tal 1870 al scriveve: "Se si cjale la femine tes sōs abitudinis leadis a la vite di cjase, si la viōt condanade a jessi metude de bande dai oms. In cualchi valade, dulą che lis abitudinis cjargnelis si son mantignudis te lōr primitive durece, i oms no concedin 'es feminis nancje di sentāsi a mangjā cun lōr… Diventade spose, la femine cjargnele e cole sot il domini dal marīt, e paidģs i siei comants cun rasegnazion, no je clamade a cjapā part 'es sōs gjondis, nģ 'es sōs angossis; e divente in fin la sō sclave, la sō "femine", cemūt che la clame…".

    Dutcās ce ch'al stave sucedģnt a Verzegnas, pe sō singolaritāt e sore il dut pes sōs dimensions (a jerin interessadis vincj feminis di etāt comprindude tra i cuindis e i vincjesīs agns, mancul tre ch'a jerin plui anzianis), al fasč centant sunsūr sevi in Cjargne che tal rest dal Friūl. Naturalmentri il cās des "indemoniadis" al rivą ancje tes cronichis dai zornāi e in tancj, a scomenēā dai predis e de popolazion locāl, a jerin persuadūts che centrąs pardabon l'azion malifiche dal gjaul tal compuartament di chźs biadis maladis. Ma and'jere ancje di chei che no crodevin a chestis storiis, consideranlis superstizions , e denunziant il pericul ch'a podessin stramudāsi tune menace pal ordin public.

    Lis    causis   di  chest    "maljessi sociāl"  probabilmentri a ląvin cirudis in direzions diviersis. La Cjargne de seconde mitāt dal secul diesim-novesim e jere interessade da gambiaments soci-economics ch'a varessin lassāt segns marcāts. Il plui significant al fo chel dal amont da l'emigrazion stagjonāl. Tun teritori dulą che de tiere no si rivave a rigjavā avonde par vivi, l'emigrazion stagjonāl dai oms e jere stade par secui un sostegn fondamentāl  pe cunumie cjargnele. In atom, tessźrs e sartōrs a partivin a cirī lavōr viers la Furlanie e il Venit, propite come ch'a vevin fat tai secui denant i cramārs, i marcjadants ambulants ch'a puartavin a vendi speziis tai paīs dal todesc. Sevi chei che chei ātris a tornavin simpri sul finī de vierte, pronts a lavorā la tiere cuanch'e jere plui dibisugne di braēs par fā il fen, par condusi i nemāi in mont e par cjapā sł i ricolts.

    Jentrade in crise la tiessidure parvie des tressaduris ch'a jerin aromai superadis (ai vieris telārs fats funzionā a man a stavin cjapant la volte i telārs mecanics fats girā cu la fuarce termiche dal vapōr), fasģnt pierdi al prodņt ogni competitivitāt sul marcjāt, si viergč la gnove stagjon dai grancj lavōrs publics e di costruzion di gnūfs fabricāts in Germanie e tes regjons dal Imperi Austri-ongjarźs. La dibisugne di man-d'opare par chescj cantīrs e puartą cetancj cjargnźi a emigrā di lą des mont. Ma a partivin sul scomenēā de vierte, e a tornavin nome sot fiestis di Nadāl. Cussģ lis feminis a vignivin lassadis dibessolis a lavorā la campagne e a rźzi i anemāi te stale. Ma sore il dut a tirā sł i fīs, a asisti i anzianis e a curā i malāts.

    Bisugne ancje sotlineā che nģ i sorestants e nģ i predis no intuirģn la puartade e lis conseguencis di chescj gambiaments che, insiemit a la vite economiche e sociāl, a varessin finīt par mudā la vieste mentāl (il mūt di pensā), oltri ai caratars religjōs e culturāi de popolazion cjargnele. E lis primis a paidī lis conseguencis dai mudaments in at a vevin di jessi, cemūt che si ą vūt iniment denant trat, lis feminis, lassadis dibessolis a puartā il pźs di fadiis fisichis e di responsabilitāts plui grandis di lōr. Aduncje plui che di predis par sconzurā e di miedis par vuarī, pes "indemoniadis" di Verzegnas a varessin coventāt psicanaliscj, ma Sigmund Freud (1856/1939) e lis sōs teoriis no vevin inmņ scomenēāt a cjapā pīt.

    Il cās des indemoniadis di Verzegnas al rivą insomp ai 27 di avrīl dal 1879, cuanche une companie di soldāts di fantarie, vignude sł di Udin, e ocupą il paīs, e cu la fuarce e puartą vie chźs feminis. Al fo chest un at di violence dabon umiliant.  A vignirģn sieradis tal ospedāl di Udin, e par lōr si po’ crodi che la vite si strasmudą pardabon tun infiźr.

 

Edizioni Biblioteca dell'Immagine

La Cineteca del Friuli
Cinemazero
Centro Espressioni Cinematografiche
 

"GLI ULTIMI"
Film in VHS
(nel cofanetto anche il libro "Il mio vecchio Friuli" di David Maria Turoldo)

 

"Quando uscģ l'opera trovņ pił che altro diffidenza per quel suo modo asciutto e rigoroso di raccontare la miseria contadina, cosģ lontana dal baccano consumistico degli anni del boom economico. Alla critica del tempo la leggenda angosciosa di chi sceglie la durezza della vita contadina piuttosto che l'emigrazione sembra condizionata da una visione populista degli accadimenti, una sorta di tardo neorealismo. Doveva essere "Gli ultimi", il primo atto di una trilogia sul tema ma - e di questoTuroldo restņ non poco mal ripagato - il progetto non fu realizzato. Cosģ il film nel giro di qualche anno finģ per cadere nell'oblio."
Cosģ a firma
"von zercläre", scritto in friulano,  abbiamo letto nel numero di giugno di Ladins dal Friūl a proposito della riproposta del film di recente restaurato.


"Gli Ultimi" uscģ nel 1963, ispirato dalla memoria autobiografica di padre D. Maria Turoldo: lui fanciullo a Coderno di Sedegliano. Memoria  trasferita su pellicola dallo stesso Turoldo e da Vito Pandolfi, regista e uomo di teatro, ma naturalmente all'epoca il film non trovņ grande comprensione.
Di recente la Cineteca di Gemona, Cinemazero di Pordenone e Centro Espressioni Cinematografiche  di Udine, hanno restaurato e ripubblicato "Gli Ultimi", quasi per soddisfare uno degli ultimi desideri espressi da Turoldo .

La vicenda ambientata negli anni '30  č quella di una famiglia contadina del medio Friuli che, nonostante la miseria, sceglie di continuare a lavorare la poca terra, a "spigolare" le pannocchie, a tagliare l'erba per le capre ai bordi dei fossati, piuttosto che emigrare come minatori in Belgio, dove perderą anche un giovane figlio.
La vita č scandita dai gesti quotidiani di dignitą con nessun cedimento alla rassegnazione da parte di Zuan, il capofamiglia, che ogni sera, dopo aver fatto il segno di Croce sulla polenta, ne distribuisce una fetta ai figli e alla moglie. Una seconda fetta rappresenta il formaggio, quando questo non c'č, come accade di solito.
La vita e la morte si colgono soprattutto con gli occhi di Checo, bambino assetato di amicizia e di affetto, e nutrito di
timidezza e paura. Soprattutto di essere un "nulla", alla pari dello spaventapasseri, solitaria e familiare figura che si staglia nell'uguale continuitą dei campi.

Hanno scritto sul film:

Giuseppe Ungaretti nel 1962: "Sarą la solitudine stupenda del Friuli nella quale ho vissuto nei primi due anni della prima guerra, alternandone il soggiorno con il Carso, sarą l'arte del bimbo incredibilmente spontanea e vera, sarą il modo semplice e assoluto di mostrare i terribili simboli della morte e della fame, so che si tratta di un film indimenticabile, infinitamente pił bello dei pochi che quest'anno ho ammirato, si tratta di un film unicamente dettato da schietta e alta poesia"

Pier Paolo Pasolini, 1962: "Piano piano la suite della vita nel paesello pedemontano, con le sue case di sassi grigi e le sue strade bianche, nella luce accecante dell'aria di neve, diviene iterazione, litania: la serie degli episodi si fa ossessiva, e i significati della povera vicenda umana trapassano a una simbologia tanto pił povera di ornamento quanto pił ricca di un quasi fisico dolore."

David M. Turoldo: "I figli si scoprono nei padri, nei gesti dei padri: nel bere con gusto il vino e nell'accettare con virile grandezza fatica e sofferenza. E' il film che presenta un'esistenza ancora legata alla natura, dove ancora senso magico non si oppone a sacralitą, una esistenza che sa quanto valga il dono della polenta, del pane, delle castagne, del vino, dell'acqua; un'esistenza che precede quella nostra civiltą del benessere; una sorta - per cosģ dire - di civiltą "anti-spreco" nella quale nascere poveri non impedisce di scegliere la povertą."

 

Rivedere il film oggi č un'altra cosa, quando sono ormai lontani i tempi in cui qualsiasi immagine neorealista che fotografasse la realtą di miseria, di nuda sopravvivenza ma di orgogliosa dignitą dalle quali eravamo appena usciti negli anni '50 , veniva rifiutata da generazioni ormai proiettate verso la costruzione e la ricerca dei nuovi "consumi".

Rivederlo oggi, dunque ha un altro sapore. Finalmente ci siamo saziati di tutto ciņ che abbiamo acquistato col denaro, della facilitą di comunicare con tutti e  in un solo istante, tanto sazi che le immagini di Checo, fanciullezza inconsciamente sacrificata alla quotidianitą miserevole eppure sacrale di una povera famiglia contadina, ci appaiono non semplice datato neorealismo, ma nostalgia e bellezza pura.

Questo film non dovrebbe mancare di essere rivisto oggi e di occupare un posto prezioso nello scaffale di chi ha a cuore l'anima del Friuli.

AmB

(Chi desiderasse ulteriori approfondimenti sul film, visiti il sito della Cineteca del Friuli, all'indirizzo  http://www.cinetecadelfriuli.org/cdf/cineteca/ultimi_frameset.html  )

   

    

 

 

Circul Culturāl "La Dalbide" - Cercivento
 

 

"Costanse: l'ingegn cun nue"

Costanza Di Vora, ovvero "se ci fosse bisogno di una prova sulle capacitą ed ingegno delle donne carniche di ieri".
Dal titolo appunto "ingegn cun nue", ingegno con niente.
Sabato 14 dicembre, a Cercivento č stato presentato il testo: raccolta di immagini datate di Costanse,
Il circolo culturale "La Dalbide" anche quest'anno non si smentisce e puntualmente propone interessanti iniziative (ricordiamo nel dicembre dello scorso anno la proposta del  "
GIŪC DA AGANE"). Anche se meno geniale dell'iniziativa del 2001, questo libro si propone come importante tassello di memoria per la comunitą  di Cercivento.
Costanse ( 1910-1971) č stata ricordata come "donna di grande bontą e umiltą" e di "un'intelligenza ed un ingegno straordinari".  Nonostante  la sua preparazione scolastica si fosse conclusa con la  terza elementare, amava studiare e leggere manuali e libri relativi all'elettricitą, alla meccanica ed alla fotografia, sperimentando personalmente i dati teorici.
Si interessava a tutto ciņ che l'epoca del primo Novecento "inventava" per illuminare il nuovo secolo. Quindi l'elettricitą per Costanse divenne  un richiamo irresistibile che la portņ in tutte le case del paese per riparare o installare l'impianto elettrico.
E' stato ricordato l'episodio dei Cosacchi nel periodo della loro occupazione della Carnia. Venuti questi a conoscenza delle capacitą della donna, la chiamarono e rimasero fortemente colpiti dalla sua disinvolta ingegnositą. Il Comando dei "Mongui" la pagava per le sue prestazioni con utilissimi generi alimentari (La Di Vora, con la perdita precoce della madre, tirņ avanti la famiglia occupandosi dei tre fratelli)..
Anche i meccanismi degli orologi per lei non avevano misteri: li riparava con perizia e con questi aveva tappezzato una stanza. Sapeva "industriarsi" in ogni tipo di lavoro, agricolo, del legno (sono state ricordate le slitte), ecc., ma soprattutto la Fotografia le ha dato la possibilitą di sostentare la famiglia, di fissare sulle lastre di vetro persone e volti del suo paese, che oggi, grazie alla "Dalbide", diventano anche nostro patrimonio culturale.
Da precisare che questo mestiere Costanse lo apprese da sola, con  nessuna conoscenza di formule chimiche (necessarie allora per "decifrare" gli elementi  necessari allo sviluppo delle lastre cosģ come allora venivano descritte nei manuali). Anche sugli strumenti intervenne il suo ingegno.
"La sua prima macchina fotografica era in legno, era un apparecchio rudimentale fabbricato da lei stessa e montava negativo e lastra: L'obiettivo era a soffietto e sulla focale (acquistata di seconda mano e rimontata) č riportata la scritta HELIOS 130 mm. n. 130622 HOTTIC HUTTIG ART GES DRESDEN. Come complemento alla stessa Costanza fabbricņ un cavalletto in legno".
 


Le fotografie di Costanza Di Vora, cosģ come le osserviamo sul libro, riprodotte volutamente con i "segni del tempo" che le hanno graffiate o macchiate, ci riportano nelle case e fra i borghi di Cercivento, focalizzano senza alcuna artificiosa posa innaturale, volti di donne con la pelle indurita dal sole, col tradizionale fazzoletto appoggiato sul capo. E poi bambini, famiglie, uomini.
Costanza li fotografava tutti sulla sua "linde" (il terrazzo) con la luce naturale ed erano i volti della gente comune, venuta da lei col vestito "buono", gli scarpez o anche le scarpe nuove, e il "trucco" naturale e nobilissimo della fatica sul volto.
Il libro ci piace perché ci piacciono le immagini. Senza togliere nulla al celeberrimo  Antonelli, del quale a mio parere sono da incorniciare paesaggi e oggetti inanimati, e da porre in secondo piano ogni ritratto fortemente "teatrale", le foto di Costanza sono "vere", come veri erano i soggetti che quasi con delicatezza fermava sulle lastre.
 


(Ritratto di Ortensia De Reggi,
mi č parsa la fotografia pił bella))

              

 

Campanotto Editore
 

 

"DI TERRE LONTANE"



Giovanna Nieddu

Lontananza e distanza non sempre coincidono e talvolta la distanza annulla sé stessa, č una forza che nutrita d’amore e di poesia  trasforma la lontananza in vicinanza, la parte nel tutto: perché soltanto con la distanza si riesce a vedere l’insieme.

Allora le terre lontane non sono pił lontane e tutto č qui, adesso, per sempre,  nella memoria, nella vita vissuta e nella vita da vivere, intrisa di mare e di terra,  di montagna e di cielo, di canti e di versi.

 In questo romanzo, attraverso il tema del viaggio –caro alla letteratura di tutti i tempi- la narrazione diviene percorso interiore, alla ricerca della terra dentro di sé. E’ un percorso che si sviluppa attraverso due fasi, quasi due atti teatrali ma sempre in relazione tra loro: un ponte tra la Sardegna e la Carnia.

 La Sardegna č  il luogo del  ricordo,  dell’infanzia,  dei primi affetti, del mare, raccontata  su di uno sfondo autobiografico, benché alcune vicende siano di pura fantasia. La Carnia č il luogo dell’oggi, la montagna, la voglia di esserci.  Dalla Sardegna, il passaggio al continente č il passaggio al luogo del mito: il Continente con la C maiuscola. E nel continente, si colloca il Continente Carnia, terra  ulteriormente da scoprire, microcosmo nel macrocosmo. In questa struttura si innesta anche l’uso dei due idiomi: il sardo “della memoria”, rievocato dal passato,  e il carnico “orecchiato”, a tratti italianizzato,  a significare la distanza ma anche  la naturalezza con cui la lingua entra a far parte della vita quotidiana,  soprattutto laddove ci sia la  volontą di inserirsi, di mettere radici.

Due aspetti in questo piacevole romanzo di Giovanna Nieddu mi hanno fatto riflettere: la naturalezza con cui l'autrice approda, non senza spunti di sofferenza, fra le apparenti e reali asperitą dal carattere carnico. La seconda: una integrazione tutto sommato riuscita nella terra di Carnia, che ha cominciato a scoprire anche dall'alto.
 Come dalla cima ventosa dello Zoncolan : "Pensai che il paradiso doveva essere cosģ... con in fondo il mare", dove la montagna si rivela allo sguardo e ai sentimenti di una donna venuta dal mare.

Note Biografiche

 Giovanna Nieddu č nata in Sardegna, a Olbia, nel 1956, ma vive da anni in Carnia, nell’Alto Friuli.. E’ laureata in materie letterarie con indirizzo artistico, ambito in cui ha al suo attivo numerose pubblicazioni, fra cui il volume “Architettura nel Comelico e nella valle di Sappada”. Un suo saggio č pubblicato nella raccolta degli atti del Convegno Internazionale di Studi Linguistici “Donna e linguaggio” a cura del CNR e  Universitą di Padova.  Ha collaborato con le testate giornalistiche “Il Cadore” e “Alto Adige-Corriere delle Alpi”, pubblicando inoltre diversi articoli nelle  riviste Turismo Veneto, Dolomiti e Italia Turistica. Ha al suo attivo  quattro guide turistiche, dedicate a Sappada, Auronzo di Cadore,  Comelico Inferiore e  Comelico Superiore.