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L’ accelerazione
di cambiamenti che ha subito l’Europa dopo la caduta del comunismo è
senza precedenti; e noi che viviamo sulla fascia confinaria ne siamo
ancora più interessati. Sappiamo che ogni cambiamento produce traumi
e necessari momenti di adattamento e di ambientamento, ma è
indispensabile adeguarsi alla nuova realtà, soprattutto le
istituzioni, spesso basate su statuti e regolamenti datati e
superati dagli eventi .L’ affrettata istituzione dell’ euro ed un
modello di Europa in continua evoluzione ( con la Turchia arriviamo
in Asia ), non sono certo estranee alla profonda crisi che
attanaglia proprio e solo la zona euro. Il resto del mondo,
Oriente, USA ,Cina , ma anche i Paesi europei fuori dalla zona euro
(Gran Bretagna, Norvegia, Svezia, Danimarca) sta marciando ad un PIL
che è da 3 a 5 volte quello della zona euro; siamo praticamente in
stagnazione, se consideriamo l’inflazione reale e percepita. ( I
dati del Friuli indicano una netta recessione )
Tutto ciò deve farci riflettere sulla
urgenza di adeguare le istituzioni ai cambiamenti della società. Lo
sfasamento è nettamente percepito dalla popolazione ; cresce sia la
perplessità sul modello di Europa che ci viene proposto , (vedi
sondaggi sul referendum in Francia e Olanda) e cresce la voglia di
localismo , di autonomia, di decentramento e autogoverno. Lo si nota
benissimo anche nella nostra Regione. Bene ha fatto il
Presidente Illy a inserire fra le priorità del suo programma la
riforma dello statuto Regionale e delle Autonomie Locali.
D’altra parte le
anomalie esistenti balzano agli occhi di tutti. Ci sono 4 Province
“statali” di cui una , Trieste , coincide con il territorio del
Comune, Gorizia è vasta meno di metà della Carnia, Udine è più di
metà dell’ intera Regione, un po’ più equilibrata è Pordenone.
Sappiamo che
il cambiamento trova sempre oppositori, soprattutto fra coloro che
nella situazione esistente hanno costruito la loro carriera, ma
crediamo che il Presidente Illy abbia il coraggio di portare a
termine il programma. D’altra parte le crisi o si subiscono o si
affrontano con il coraggio delle riforme e degli investimenti.
Noi in questa sede
non possiamo e non vogliamo interessarci di problemi internazionali
o nazionali, ci limitiamo alla disanima dei problemi locali e
consideriamo l’ autogoverno come primo cambiamento necessario
per risalire la china. In questo ci sentiamo spinti da quel 73%
dei Carnici che votando SI , hanno chiaramente inteso riformare
l’Ente territoriale locale. Quando parliamo di “Province
da Cjargne”, vogliamo indicare un organo di governo locale, un
soggetto autorevole e dotato di risorse in grado di
rilanciare l’economia della Carnia.
Per spiegarmi
meglio vorrei seguire la traccia del referendum , quando , per
illustrare la nostra proposta, il libretto a suo tempo diffuso
rispondeva a tre quesiti :
PERCHE’, COS’ E
‘ , COSA VUOL FARE.
PERCHE’
Le prime forme di
democrazia comunitaria risalgono all’epoca patriarchina. Basta
ricordare le regole della Vicinia per eleggere i Meriga, e dei
Consigli di Quartiere per nominare i Capitani. Insomma , anche se
non c’è mai stato un parlamento carnico, o una istituzione unica di
potere locale, sono stati garantiti alcuni diritti di autonomia in
campo politico, fiscale e culturale per secoli, fino alla caduta
della Serenissima Repubblica di Venezia. Per alcuni settori questo è
avvenuto anche sotto l’Austria, con la liberalizzazione della
risorsa legno, che, non dimentichiamo, fu il pilastro dell’economia
per secoli. E’ di quel periodo l’affermarsi dei “siors dal lenc “:
Micoli-Toscano ,Vecile, Del Fabbro e altri.
Con l’arrivo
dell’Italia, pian piano si instaura il centralismo burocratico che
conosciamo. E con il centralismo comincia a crearsi quel
differenziale socio-economico che vogliamo combattere. Infatti ,
fino alla fine del 800 la vita era sicuramente diversa , ma non più
povera della pianura dove imperava il latifondo e la mezzadria,
mentre in montagna la proprietà era più diffusa e comunque i boschi
erano in gran parte di proprietà comunale. Il legno ha garantito
una risorsa costante e sicura fino al secondo conflitto mondiale,
mentre l’acqua ha sicuramente favorito il sorgere delle grandi
cartiere di Moggio , Ovaro e Tolmezzo.
Dice il prof.
Daniel Spizzo che negli ultimi tempi sono tre le situazioni storiche
significative di rilevanza politica che hanno interessato la Carnia,
e dove l’identità collettiva ha dimostrato di saper fare dei salti
di qualità:
1) La
creazione della zona libera della Carnia del 1944.
2) La
nascita della Comunità Carnica nell’ immediato dopoguerra.
3) Il
referendum per l’istituzione della nuova provincia del 21 marzo 2004
Sempre secondo
il prof. Daniel Spizzo, sulla scia del Sen. Gortani troviamo altri
esponenti di spicco impegnati nel tentativo di creare una
democrazia carnica di primo grado. Fra questi il Sen. Bruno Lepre e
Romano Marchetti.
Bruno Lepre ,
socialista di dichiarata fede autonomista , era convinto che fosse
necessario spostare il centro di gravità politica di un futuro ente
montano dai Comuni carnici alla Comunità montana. La Comunità
sarebbe divenuta il difensore dell’ interesse comune e del bene
collettivo di tutto il territorio. Il modello non era tanto
la Magnifica Comunità Cadorina , quanto il grado di autonomia della
Val d’Aosta e del Trentino.
Anche Romano
Marchetti auspicava che i Comuni rinunciassero alle proprie
personalità per “ rafforzare quel consesso equilibrato e sereno che
è la Comunità Carnica”.
Oggi i sindaci , che ottengono la loro
investitura direttamente dal corpo elettorale, assumono una nuova
centralità. Sono loro che si assumono le responsabilità del dialogo
tra l’ente locale che presiedono e la società civile. Sempre più
spesso , specialmente nei comuni piccoli, devono intervenire come
veri e propri mediatori politici, spesso con organici amministrativi
incompleti. La continua necessità di reperire fondi per garantire
una certa qualità dei servizi comunali, li ha costretti a “questue “
imbarazzanti nei confronti del sistema.
Inoltre, lo scarso
coordinamento intersettoriale fra i vari enti che operano in
montagna , ha condotto a inefficienze gestionali e conseguenti
sprechi di risorse pubbliche. E’ mancata una visione di insieme
capace di evitare il sorgere di doppioni e di “diseconomie” di
scala.
In particolare le
Comunità Montane appaiono come enti senza una missione ben precisa.
Il fatto di non essere enti di governo di primo grado spiega di
certo lo scarso interesse dimostrato dai legislatori negli ultimi
decenni. Solo con la legge n 131 del 2003 , in attuazione del titolo
V della Costituzione , il ruolo delle Comunità è stato rilanciato.
D’altra parte che
le cose non andassero per il verso giusto era a conoscenza di tutti.
Se ne erano accorte le istituzioni, che volevano sostituire le
Comunità montane con un Ente più moderno e più adatto a gestire il
territorio; se ne sono accorti i montanari che si ritrovano ogni
anno in meno e con sempre più precarietà; lo confermano i dati
statistici che impietosamente evidenziano un progressivo aumento del
differenziale fra la pianura e la montagna, sia un termini di
reddito che di qualità di servizi. Il PIL è sceso sotto la
media europea e le recenti disavventure della economia in montagna
peggioreranno ancor di più il dato.
Negli anni ’60,
mentre lo Stato si accorgeva del ritardo economico della Regione
rispetto all’Italia del Nord e concedeva quella “specialità” e
quell’autonomia che permisero di recuperare il ritardo, il
Friuli non si accorgeva che al suo interno c’era un’area che si
stava sempre più emarginando. Avrebbe dovuto fare la stessa cosa che
aveva fatto l’Italia nei sui confronti : riconoscere la
“specialità e l’autonomia “ alla Carnia. Ma così non fu.
Si creò la Comunità montana , ma con pochi poteri e meno risorse,
tanto che il legno cessò di essere una risorsa, e l’ acqua fu
prelevata senza lasciare alcun vantaggio economico alle terre dove
nasce.
Tutto ciò
generò la convinzione che le decisioni che arrivavano dall’esterno
fossero inadeguate, se non dannose , e contro le quali era inutile
lottare : l’abbandono della montagna sembrò, a molti, una
opportunità.
Ora però siamo nell’era della
conoscenza , le informazioni sono globali e la gente ha constatato
che in montagna vivere si può: Austria , Svizzera , Veneto ma anche
Slovenia, ne sono la dimostrazione; e quindi la gente non accetta
più l’emarginazione . Ora il
montanaro si è reso conto di avere la capacità di gestire
l’ambiente in cui vive, non è più disposto ad accettare disposizioni
che vengono da fuori, ma vuole essere protagonista del
proprio futuro. Ha capito che mentre prima la concorrenza
avveniva fra singole imprese , più o meno grandi, ora la concorrenza
è sempre più tra sistemi locali. E quindi tra sistemi di imprese che
sono localizzati su un territorio. Quindi la regolazione politica
dello sviluppo locale diventa determinante. Ormai non è più tanto
rilevante la capacità produttiva di una singola impresa, quanto
quella di un territorio a cui l’impresa fa riferimento. Il
territorio, per essere competitivo a livello europeo e globale ,
deve sempre più essere un territorio di qualità. Oggi per misurare
il concetto di sviluppo non basta più il PIL, ma sviluppo diventa un
termine multidimensionale. Sviluppo vuol dire qualità della vita, di
chi produce , consuma e vive dentro un determinato territorio. Ne
deriva che al governo locale spetta un ruolo chiave di coordinamento
degli attori che operano sul territorio.
COS’ E’
Nell’era della conoscenza, termine
molto caro al Presidente Illy, necessita una Regione molto diversa
da quella che abbiamo fin qui conosciuto: fatta di carte,
erogatrice di contributi non sempre equamente distribuiti e ben
mirati, impacciata nell’ analisi delle diversità territoriali,
superficiale e burocratica persino nella stesura dei piani di
sviluppo. Una Regione insomma carente di buona politica.
E’ facilmente
intuibile che senza un decentramento di tutte le funzioni
amministrative alle Autonomie questa Regione davvero speciale non
potrà mai essere. Una Regione in mille faccende affaccendata non
sarà mai in grado di avere una visione internazionale e grandi
disegni. Ma la volontà riformatrice della Regione deve incontrare
quella di enti locali efficienti, adeguatamente dimensionati e
liberi da condizionamenti centralistici. E questi soggetti non
possono certamente essere le Province ( residuati
napoleonici), né Consorzi o Agenzie (troppi, troppo subordinati e
mal delimitati), né la stragrande maggioranza dei Comuni, troppi e
troppo piccoli.
Risulta evidente
che il problema può essere risolto solo ricorrendo ad una proposta
che sia davvero innovatrice, ma anche realistica . Il territorio
montano del FVG costituisce il 57% dell’intera Regione, ma in esso
vive meno del 15% della popolazione. I comuni interamente montani
sono 84, di cui solo 6 hanno più di 3000 abitanti e ben 41 meno di
1000. In Carnia , escludendo Tolmezzo, gli altri 27 comuni assieme
superano di poco i 30.000 abitanti. 15 sono al di sotto dei 1000 e
4 hanno meno di 500 abitanti. Una situazione difficile , complessa,
nella quale è necessario in primo luogo, garantire servizi di base
di buon livello, come condizione indispensabile per mantenere
l’insediamento abitativo e lo sviluppo di attività economiche. Un
territorio particolare che va dotato , sul piano politico ed
istituzionale , di uno strumento specifico, forte ed autorevole, che
compensi la inevitabile debolezza
dovuta alla frammentazione del livello comunale e possa competere
con le zone più forti della Regione
Dobbiamo prendere atto che Gemonesi,
Tarvisiani, e Canalini, hanno bocciato, con un voto irrazionale, il
progetto Provincia dell’ Alto Friuli. Prendiamo altresì atto che la
clausola , voluta da AN e inserita nella legge istitutiva, secondo
la quale una Provincia Regionale deve avere almeno 1700kmq e 50.000
abitanti, impedisce di fatto la creazione di Province Regionali. Per
modificare questa norma in Consiglio Regionale è necessaria una
maggioranza dei 2/3 in questo momento piuttosto difficile. Noi ci
batteremo perché questo avvenga al più presto. Senza questa modifica
la Regione non può utilizzare la legge 2/93. Cioè non può istituire
Province Regionali. Quindi la sua operatività risulta , di fatto,
limitata. In attesa riteniamo che il decentramento di funzioni
avvenga attraverso una progressiva evoluzione delle Comunità
Montane da organo di 2° grado ad un ente di 1° grado
.Ma
allora sorge la domanda: perché continuare a parlare di "Province da
Cjargne" ?
In primo luogo
perché i Carnici hanno votato per l’istituzione di una Provincia.
Poi perché, dominando la Serenissima, circa mezzo millennio fa era
già stato individuato un territorio che veniva chiamato “Provincia
de la Cargnia”. Noi non ci formalizziamo sui nomi o sulle sigle
, noi vogliamo un Ente di primo grado, eletto direttamente dai
cittadini , i cui rappresentanti rispondono direttamente del proprio
operato. Naturalmente un Ente che ha il compito di gestire servizi a
comunità omogenee di un area vasta come la Carnia, deve essere
gestito con criteri del tutto simili a quelli propri di una società
di servizi privata, quindi efficienza e funzionalità. La
delimitazione di area vasta, nel caso nostro , è abbastanza
semplice perché, dal punto di vista geo-orografico, dell’entità e
delle problematiche di sviluppo, c’è una forte omogeneità. Basta
pensare ai DOCUP regionali che devono definire le aree di
intervento dei fondi europei. Non c’è dubbio che l’ UE rappresenti
una occasione da cogliere. In molti casi in Europa abbiamo assistito
al potenziamento di realtà locali avvenuto con il sostegno dei
finanziamenti comunitari. La UE offre molte opportunità agli attori
che vogliono mettersi in rete per costituire dei
sistemi locali autonomi (dott. Patrizia Messina ,Università
di PD ). La logica della governance multilivello, portata
avanti da anni dalla UE , è in sintonia con il modello che noi
proponiamo. Governance che mai come in questo caso significa
compartecipazione al processo di costruzione dell’identità del
sistema locale. Una struttura quindi dotata di una anima
interpretativa ed esecutiva , con delle professionalità capaci di
esaltare al meglio le opportunità del territorio.
Ricapitolando : chiediamo un Ente
di 1° grado, i cui membri siano eletti direttamente dai cittadini,
che ricevano compiti e funzioni sia dall’alto, cioè dalla Regione,
ma anche dal basso, cioè dai Comuni. Le risorse arrivino da
trasferimenti regionali e siano prestabilite secondo piani
pluriennali predisposti con i Comuni. Nella predisposizione dei
piani, sarà opportuno individuare un referente di vallata con il
compito di coordinare i progetti che interessano più comuni.
Verrebbe in
tal modo semplificato il compito dei Sindaci, che vedrebbero un
progressivo spostamento delle loro funzioni su problemi specifici
del Comune, delegando e accorpando tutto il resto all’Ente
intermedio. Con un apposito sistema di collegi elettorali, verrebbe
stimolata la nascita delle Comunità di Vallata.
Il Comune, anche
il più piccolo, continuerà ad esistere come fornitore di servizi,
ma la razionalizzazione dei compiti permetterà di migliorane la
qualità con una sensibile riduzione di costi.
Un Ente,
pertanto, voluto dai cittadini, eletto dai cittadini ed al servizio
dei cittadini.
COSA VUOL
FARE.
Come già detto, il
Comitato propone il superamento sia del centralismo regionale, sia
delle provincie “statali”, sia dei troppi e antieconomici enti
settoriali e strumentali.
Non ci interessa
una Provincia nel senso tradizionale del termine : l’ Ente attuale è
un residuo napoleonico , creato per controllare soprattutto l'
ordine pubblico con i Prefetti ed i Questori. Questo compito lo
lasciamo volentieri a Udine, così come non ci interessa la targa
automobilistica. Ci interessano funzioni e competenze per gestire la
Carnia.
Vediamo quali.
Innanzitutto
quelle già in possesso delle Comunità Montane,
difesa
del suolo , tutela e valorizzazione dell' ambiente
foreste
agricoltura
risparmio energetico e riscaldamento
turismo
commercio
alcune di quelle
provinciali:
tutela e
valorizzazione delle risorse idriche ed energetiche
valorizzazione dei beni culturali
protezione della flora e della fauna, parchi e riserve naturali
caccia
e pesca
smaltimento dei rifiuti, tutela dagli inquinamenti
alcune di quelle
regionali
tutela
del paesaggio
toponomastica
usi
civici
artigianato
fiere e
mercati
acque
minerali e termali,
assistenza e beneficenza pubblica
attività
sportive e ricreative con relativi impianti ed attrezzature
Ci rendiamo
perfettamente conto di proporre qualcosa di nuovo, ma solo con una
vera riforma autonomistica potrà nascere la cosiddetta Regione
leggera, in grado di concentrarsi efficacemente sulle funzioni di
livello più elevato. In primis su quelle competenze di politica
internazionale e transfrontaliere sempre più importati, anche e
soprattutto , per l’economia.
L’ Ente Montano
della Carnia deve poter svolgere un ruolo primario di
programmazione del territorio
Naturalmente sulle
materie sopracitate deve avere piena autonomia di decisione e non si
deve limitare ad amministrare decisioni prese da altri.
Non avendo la
Comunità potere impositivo, le competenze devono essere correlate a
risorse finanziarie predeterminate attraverso trasferimenti
regionali. E’ necessario un budget annuale per un determinato numero
di anni per poter esercitare la potestà di scegliere progetti e
priorità in completa autonomia.
Il tutto deve
avvenire senza aumento di costi, perché il personale
in aggiunta all’ attuale organico della Comunità Montana, deve
arrivare dalla provincia di Udine e dalla Regione che dirotteranno ,
oltre alle funzioni , anche il personale che attualmente le svolge.
Avere un solo Ente
intermedio fra Regione e Comuni che si interessa dei singoli
problemi comporta dei risparmi di risorse, sia umane che
finanziarie, che intendiamo utilizzare per colmare il differenziale
economico e sociale accumulato negli anni
E’ evidente
che per un progetto di questa portata, ci vuole un soggetto forte,
un soggetto che sia in grado di rimotivare le persone, il territorio
ed anche la classe politica, in modo di razionalizzare anche le
funzioni degli altri enti ,in primis Agemont e Consorzio Industriale
(abbiamo tutti constatato che il sovrapporsi delle funzioni non
raddoppia le opere ma raddoppia solo i costi). Un Soggetto,
ribadiamo, che trova la sua forza solo nella elezione diretta
del presidente e dei suoi organi.
Deve avere la
titolarità delle competenze e delle relative risorse senza
sovrapposizioni con la Provincia di Udine e con pari dignità. La
Provincia di Udine gestisca pure le strade, alla Provincia
Regionale- Comunità Montana venga affidata la gestione delle risorse
locali ed il controllo delle attività di sviluppo. Naturalmente ,
come abbiamo già accennato, va riveduto anche il modello di gestione
della Comunità Montana; tutti concordano che così com’è non sarebbe
in grado di svolgere le funzioni sopra esposte. Ma se è vero, come
dice Dellai , presidente della Provincia di Trento, che ”in montagna
lo sviluppo o è locale o non è” il nostro progetto consiste nello
sviluppare attività “locali” e formare uomini ”locali”. Noi crediamo
che i tempi siano maturi per ridefinire la geografia amministrativa
della nostra Regione, lasciando alle province “statali” compiti di
area più vasta (es. viabilità, trasporti, edilizia scolastica) ed
alla Regione compiti di programmazione e di controllo. Le Agenzie ,
i progetti, i piani territoriali , sono inutili se manca l’ elemento
catalizzatore ( Terragni , Università di MI )
E questo elemento
catalizzatore, in questa fase, non può che essere la Comunità
Montana , che noi supporteremo nel suo cammino per divenire , quando
le condizioni politiche lo permetteranno, un Ente di 1° grado, cioè
una Provincia Regionale.
In questa sede
parliamo a nome e per conto della Carnia , legittimati dal 73% dei
consensi popolari
, ma crediamo che il progetto possa essere adottato anche dalle
altre Comunità montane e da ogni altro Ente preposto alla gestione
del territorio. La prerogativa essenziale per il successo dell’idea
è che si parli di un territorio omogeneo, come sicuramente la Carnia
lo è. Ma, come già detto, ci sono altre zone omogenee : mi riferisco
alla Bassa , alla Pedemontana , alle Aree Metropolitane (è senza
senso imporre un minimo di abitanti per la definizione di area
metropolitana).
La Carnia,
geograficamente già racchiusa da un Ente, dotata di una forte
omogeneità etnica, culturale, economica e sociale, è pronta a
sperimentare questo moderno progetto anche per le altre zone.
Lo farà in modo
propositivo, ricercando soluzioni condivise sui grandi temi che
interessano il territorio. L’organizzazione capillare ci permetterà
di raccogliere pareri e proposte sulle problematiche di largo
impatto sociale.
Dopo la
riscrittura dello Statuto Regionale, approvata dal Consiglio il 1°
febbraio 2005, la Regione si accinge ad affrontare una serie di temi
che hanno importanti riflessi socio-economici ed ambientali, per
tutto il territorio regionale, ma in particolare per il territorio
montano.
- La revisione
della L.R. 33 sulle Comunità Montane.
-
Il
recepimento della L. 36/94- Legge Galli- per la riorganizzazione del
servizio idrico integrato.
- Il
piano energetico regionale e le decisioni conseguenti sulle linee
elettriche di interconnessione (Elettrodotti).
- Le grandi
infrastrutture viarie di collegamento interregionale ed
internazionale.
Non permetteremo
che decisioni di vitale importanza come queste passino sopra le
nostre teste.
Pretendiamo che il nostro parere, il parere dei Carnici, sia
determinante su questi temi.
Pretendiamo che,
accanto ad una politica regionale , ci debba essere una politica
“locale”, perché i problemi sono locali e diversi fra la montagna e
la pianura, quindi le soluzioni devono essere locali, e cioè
“nostre”.
E’ assolutamente
urgente che la Regione elabori una vera e propria politica dell’
agricoltura di montagna. Non più e non solo agricoltura ma
ALPICOLTURA. L’ azione fondamentale di questa “nuova politica “ deve
incentrarsi nel sostegno alla formazione di aziende agricole montane
idonee a garantire dignitose condizioni di lavoro e sufficienti
livelli di remunerazione.
La
montagna ha da sempre avuto un rapporto osmotico con l’acqua,
considerata un nemico ed un alleato. Nemico da tenere sotto
controllo per i disastri che può produrre con le alluvioni
improvvise e violente. Un alleato importante e fonte di energia a
supporto delle attività produttive: mulini, segherie, centraline
idroelettriche. In buona sostanza vogliamo essere compartecipi di un
piano generale di utilizzo della risorsa acqua in Carnia. Ci teniamo
le alluvioni, ma vorremo anche i benefici.
Le nuove linee elettriche di
interconnessione con l’estero (elettrodotti) sono ritenute
dal piano energetico Regionale uno dei mezzi per conseguire la
riduzione dei costi. Il piano , però , non consente solo la
valutazione delle richieste in termini meramente quantitativi, ma
anche qualitativi, indicando chiaramente limiti e condizioni di
accettabilità tecnica ed ambientale. Fa bene il comitato di Paluzza
a parlare di “politica colonialista”
Il territorio
montano è oggi attraversato, consumato , utilizzato e sfruttato da
una serie impressionante di infrastrutture che rispondono più a
logiche nazionali ed internazionali che a politiche di sviluppo del
territorio: autostrade, ferrovie, elettrodotti, gasdotti, oleodotti,
cave ecc.. Ci si chiede con quali ricadute in termini
economici ed occupazionali . Purtroppo la risposta è deludente.
Di solito i grandi investimenti
rispondono a logiche lontane ed estranee, alimentano grandi
speranze, ma poi lasciano alle spalle una realtà fatta di
scadimento della qualità della vita e dell’ ambiente.( si pensi al
Canal del Ferro, al lago di Cavazzo, ai fiumi in secca :
Tagliamento, Degano ) Di fronte a questi problemi ed alle scelte da
fare , sarebbe sicuramente controproducente chiudersi nel ghetto
della rivendicazione fine a se stessa, ma è altrettanto
inaccettabile che tutto si compia ancora una volta senza un
effettivo coinvolgimento delle amministrazioni montane, attraverso
un confronto politico con un soggetto istituzionale forte che
rappresenti effettivamente gli interessi comunali.
Per quanto
riguarda la Sanità, va una volta per tutte risolto
l’anacronistico, antieconomico ed inefficiente compromesso con
Gemona per la gestione dell’Azienda ospedaliera (e cumò i volin
tiraiu dentri ancie in “Carnia–acque”!).
La progettazione
della Viabilità risale ai primi anni del ‘900. Oggi la Carnia
può contare solo sull’uscita a sud, Amaro, essendo lo sbocco ad
ovest, passo della Mauria, non sempre agibile e comunque precluso al
traffico pesante. Lo stesso discorso vale per lo sbocco a nord,
passo di Monte Croce carnico. Le aperture possibiliste,
recentemente illustrate dall’Assessore Sonego, nella presentazione
del piano triennale della viabilità in Carnia , ci paiono ancora
troppo incerte per essere ottimisti. Ricordiamo che in nessun campo
esiste sviluppo laddove c’è una sola via di sbocco E noi siamo
esattamente in questa situazione! Per noi è incomprensibile la
priorità data alla sistemazione della Villesse – Gorizia rispetto
agli annosi problemi della 52, 52bis e 335.
Turismo, grande incompiuta, ma
anche grande opportunità. Sarebbe ora di inserire concetti nuovi e
più moderni. Non solo Turismo ,ma Turismi. Bisogna parlare di
turismo ambientale, gastronomico, termale, sportivo, artistico,
storico, archeologico. C’è anche quello del “ silenzio”, che, come
disse Borgomeo (sviluppo Italia ) , è particolarmente intonato
alla nostra montagna e all'indole della nostra gente. Ma in questo
settore dobbiamo purtroppo notare che si insiste a lavorare
sull’offerta e non sulla domanda: è necessario sentire i bisogni
della gente per stanare la domanda e promuoverla. Si deve in
sostanza mappare la domanda. Puntare sulla destagionalizzazione,
inventando le stagioni. Si sente anche l’esigenza di un nuovo
linguaggio, più comunicativo. E qui, dice il prof. Zanzi, emerge una
carenza di interazione con la città di referenza, che avrebbe dovuto
essere Udine. Ma Udine e la sua Università, continua il prof. Zanzi,
non hanno svolto quell’ attività di “tutoraggio” che ha fatto
Venezia con il Cadore; i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Stiamo pensando di organizzare un convegno sulle potenzialità
turistiche della nostra terra dove , con l’ausilio di esperti del
settore e della comunicazione, svilupperemo i concetti sopra
esposti.
Abbiamo più volte
sollecitato l’Università a creare un polo universitario in
Carnia ( il comitato apposito costituito a Tolmezzo ha messo a
disposizione a proprie spese la sede ed una segreteria), ma la
risposta e stata solo promesse; l’anno scorso abbiamo ottenuto un
master e quest’anno neanche quello. L’Università e la Scuola in
genere devono tenere in maggior considerazione la metà del Friuli.
Anche il tavolo di concertazione ,
approntato per risolvere il grave momento dell’industria e
dell’occupazione ci pare una risposta inadeguata alla gravità
del problema.
COME FARE!.
Da parte nostra ci
siamo strutturati per supportare la nostra proposta con una
organizzazione capillare volta ad informare le istituzioni e la
popolazione.
Ci sarà un
responsabile di vallata( qui si chiamano canali) coadiuvato da un
addetto per ogni comune; saranno formate delle consulte per attività
e categorie: industria, artigianato, commercio , cultura, turismo e
riforme; ogni consulta avrà un responsabile che , come i
responsabili di vallata, faranno parte del direttivo.
Dobbiamo essere
pronti a cogliere tutte le opportunità che si presenteranno.
1° La già
accennata riforma delle Autonomie Locali.
2° Le elezioni
Provinciali del 2006
3° Le politiche
del 2006
Sul primo punto abbiamo, per
iscritto, dichiarato la ns. disponibilità a mettere a disposizione
il ns. archivio e la ns. esperienza accumulata in 6 anni di
ricerche. Va affermata con forza la natura giuridica delle Comunità
montane come Ente locale territoriale, dotato di autonomia
statutaria, il cui scopo istituzionale è di valorizzare le zone
montane. La legge che le regolamenta è la 33/2002 . E’ su quella che
dovremo lavorare. Certamente seguiremo l’evolversi delle cose,
valuteremo il comportamento di uomini e partiti nel venire
incontro alla volontà dei Carnici.
Sul secondo
punto stiamo valutando TUTTE le possibilità
- Contatteremo
tutti gli schieramenti in campo e tutti i candidati Presidente,
analizzeremo i loro programmi e chiederemo la loro disponibilità ad
accettare le istanze del 73% dei Carnici.
- Cercheremo
alleanze a livello regionale con tutti i movimenti che pongono
l’autonomia di gestione
dei problemi
e delle risorse locali come una priorità.
- Esamineremo
anche la possibilità di trasformare il Comitato in Movimento
politico; se non troveremo un accordo a livello regionale lo
tenteremo a livello provinciale.
- In
ogni caso daremo al popolo della Carnia tutte le informazioni sui
programmi e sui candidati in modo che il voto possa premiare
SOLO chi si è impegnato a portare avanti idee e concetti in sintonia
con la volontà della stragrande maggioranza dei Carnici.
Resta l’amara
constatazione che un paio di settimane fa , in Sardegna, si sono
svolte le prime elezioni delle Province Regionali sarde. Il loro
progetto era partito con il nostro!
Il terzo punto
sarà un perfezionamento ed uno sviluppo della fase 2° (o un
anticipo, se la situazione politica italiana dovesse evolversi verso
elezioni anticipate.)
PER CONCLUDERE
Abbiamo adottato un
magnifico inno “CARNORUM REGIO “ scritto dal
Maestro Giovanni Canciani di Paularo.
Abbiamo
adottato un vessillo carico di significati a noi molto cari
, ideato da Brunello Alfarè
Abbiamo il supporto della stragrande
maggioranza della popolazione
Abbiamo una tenacia pacata ma incrollabile
Invitiamo le
Istituzioni a trarre le giuste conclusioni , nel rispetto della
volontà popolare.
PER IL CONSIGLIO DIRETTIVO
IL
PRESIDENTE
Mario Gollino
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