PROVINCE DA CJARGNE

 

PRIMO CONGRESSO DEL
COMITÂT PA PROVINCE DA CJARGNE

 

Plan d’Arte  -  21.05.2005

“ CE AUTONOMIE PA CJARGNE “

 

 

 

L’ accelerazione di cambiamenti che ha subito l’Europa dopo la caduta del comunismo è senza precedenti; e noi che viviamo sulla fascia confinaria ne siamo ancora più interessati. Sappiamo che ogni cambiamento produce traumi e necessari momenti di adattamento e di ambientamento, ma è indispensabile adeguarsi alla nuova realtà, soprattutto le istituzioni, spesso basate su statuti e regolamenti datati e superati dagli eventi .L’ affrettata istituzione dell’ euro ed un modello di Europa in continua evoluzione ( con la Turchia arriviamo in Asia ), non sono certo estranee alla profonda crisi che attanaglia proprio e solo la zona euro. Il resto del mondo, Oriente, USA ,Cina , ma anche i Paesi europei fuori dalla zona euro (Gran Bretagna, Norvegia, Svezia, Danimarca) sta marciando ad un PIL che è da 3 a 5 volte quello della zona euro; siamo praticamente in stagnazione, se consideriamo l’inflazione reale e percepita. ( I dati del Friuli indicano una netta recessione )

Tutto ciò deve farci riflettere sulla urgenza di adeguare le istituzioni ai cambiamenti della società. Lo sfasamento è nettamente percepito dalla popolazione ; cresce sia la perplessità sul modello di Europa che ci viene proposto , (vedi sondaggi sul referendum in Francia e Olanda) e cresce la voglia di localismo , di autonomia, di decentramento e autogoverno. Lo si nota benissimo anche  nella nostra Regione. Bene ha fatto il Presidente Illy a inserire fra le priorità del suo programma la riforma dello statuto Regionale e delle Autonomie Locali.

D’altra parte le anomalie esistenti balzano agli occhi di tutti. Ci sono 4 Province “statali” di cui una , Trieste , coincide con il territorio del Comune, Gorizia è vasta meno di metà della Carnia, Udine è più di metà dell’ intera Regione, un po’ più equilibrata è Pordenone.

Sappiamo che il cambiamento trova sempre oppositori, soprattutto fra coloro che nella situazione esistente hanno costruito la loro carriera, ma crediamo che il Presidente Illy abbia il coraggio di portare a termine il programma. D’altra parte le crisi o si subiscono o si affrontano con il coraggio delle riforme e degli investimenti.

Noi in questa sede non possiamo e non vogliamo interessarci di problemi internazionali o nazionali, ci limitiamo alla disanima dei problemi locali e consideriamo l’ autogoverno come primo cambiamento necessario per risalire la china. In questo ci sentiamo  spinti da quel 73% dei Carnici che votando SI , hanno chiaramente inteso riformare l’Ente territoriale locale. Quando parliamo di “Province da Cjargne”, vogliamo indicare un organo di governo locale, un soggetto autorevole e dotato di risorse in grado di rilanciare l’economia della Carnia.

Per spiegarmi meglio vorrei seguire la traccia del referendum , quando , per illustrare la nostra proposta, il libretto a suo tempo diffuso rispondeva a tre quesiti :

PERCHE’, COS’ E ‘ , COSA VUOL FARE.

 

PERCHE’  

Le prime forme di democrazia comunitaria risalgono all’epoca patriarchina. Basta ricordare le regole della Vicinia per eleggere i Meriga, e dei  Consigli di Quartiere per nominare i Capitani. Insomma , anche se non c’è mai stato un parlamento carnico, o una istituzione unica di potere locale, sono stati garantiti alcuni diritti di autonomia in campo politico, fiscale e culturale per secoli, fino alla caduta della Serenissima Repubblica di Venezia. Per alcuni settori questo è avvenuto anche sotto l’Austria, con la liberalizzazione della risorsa legno, che, non dimentichiamo, fu il pilastro dell’economia per secoli.  E’ di quel periodo l’affermarsi dei “siors dal lenc “: Micoli-Toscano ,Vecile,  Del Fabbro e altri.

Con l’arrivo dell’Italia, pian piano si instaura il centralismo burocratico che conosciamo. E con il centralismo comincia a crearsi quel differenziale socio-economico che vogliamo combattere. Infatti , fino alla fine del 800 la vita era sicuramente diversa , ma non più povera della pianura dove imperava il latifondo e la mezzadria, mentre in montagna la proprietà era più diffusa e comunque i boschi erano in gran parte  di proprietà comunale. Il legno ha garantito una risorsa costante e sicura fino al secondo conflitto mondiale, mentre l’acqua ha sicuramente favorito il sorgere delle grandi cartiere di Moggio , Ovaro e Tolmezzo.

Dice il prof. Daniel Spizzo che negli ultimi tempi sono tre le situazioni storiche significative di rilevanza politica che hanno interessato la Carnia, e dove l’identità collettiva ha dimostrato di saper fare dei salti di qualità:

1) La creazione della zona libera della Carnia del 1944.

2) La nascita della Comunità Carnica nell’ immediato dopoguerra.

3) Il referendum per l’istituzione della nuova provincia del 21 marzo 2004

Sempre secondo il prof. Daniel Spizzo, sulla scia del Sen. Gortani troviamo altri esponenti di spicco impegnati nel  tentativo di creare una democrazia carnica di primo grado. Fra questi il Sen. Bruno Lepre e Romano Marchetti.

Bruno Lepre , socialista di dichiarata fede autonomista , era convinto che fosse necessario spostare il centro di gravità politica di un futuro ente montano dai Comuni carnici alla Comunità montana. La Comunità sarebbe divenuta il difensore dell’ interesse comune e del bene collettivo di tutto il territorio. Il modello non era tanto la Magnifica Comunità Cadorina , quanto il grado di autonomia della Val d’Aosta e del Trentino.

Anche Romano Marchetti auspicava che i Comuni rinunciassero alle proprie personalità per “ rafforzare quel consesso equilibrato e sereno che è la Comunità Carnica”.

Oggi i sindaci , che ottengono la loro investitura direttamente dal corpo elettorale, assumono una nuova centralità. Sono loro che si assumono le responsabilità del dialogo tra l’ente locale che presiedono e la società civile. Sempre più spesso , specialmente nei comuni piccoli, devono intervenire come veri e propri mediatori politici, spesso con organici amministrativi incompleti. La continua necessità di reperire fondi per garantire una certa qualità dei servizi comunali, li ha costretti a “questue “ imbarazzanti nei confronti del sistema.

Inoltre, lo scarso coordinamento  intersettoriale fra i vari enti che operano in montagna , ha condotto a inefficienze  gestionali e conseguenti sprechi di risorse pubbliche. E’ mancata una visione di insieme capace di evitare il sorgere di doppioni e di “diseconomie” di scala.

In particolare le Comunità Montane appaiono come enti senza una missione ben precisa. Il fatto di non essere enti di governo di primo grado spiega di certo lo scarso interesse dimostrato dai legislatori negli ultimi decenni. Solo con la legge n 131 del 2003 , in attuazione del titolo V della Costituzione , il ruolo delle Comunità è stato rilanciato.

D’altra parte che le cose non andassero per il verso giusto era a conoscenza di tutti. Se ne erano accorte le istituzioni, che volevano sostituire le Comunità montane con un Ente più moderno e più adatto a gestire il territorio; se ne sono accorti i montanari che si ritrovano ogni anno in meno e con sempre più precarietà; lo confermano i dati statistici che impietosamente evidenziano un progressivo aumento del differenziale fra la pianura e la montagna, sia un termini di reddito che di qualità di servizi. Il PIL è sceso sotto la media europea e le recenti disavventure della economia in montagna peggioreranno ancor di più il dato.

Negli anni ’60, mentre lo Stato si accorgeva del ritardo economico della Regione rispetto all’Italia del Nord e concedeva quella “specialità” e quell’autonomia che permisero di recuperare il ritardo, il Friuli non si accorgeva che al suo interno c’era un’area che si stava sempre più emarginando. Avrebbe dovuto fare la stessa cosa che aveva fatto l’Italia nei sui confronti : riconoscere la “specialità e l’autonomia “ alla  Carnia. Ma così non fu. Si creò la Comunità montana , ma con pochi poteri e meno risorse, tanto che il legno cessò di essere una risorsa, e l’ acqua fu prelevata senza lasciare alcun vantaggio economico alle terre dove nasce.

Tutto ciò generò la convinzione che le decisioni che arrivavano dall’esterno fossero inadeguate, se non dannose , e contro le quali era inutile lottare : l’abbandono della montagna sembrò, a molti, una opportunità.

Ora però siamo nell’era della conoscenza , le informazioni sono globali e la gente ha constatato che  in montagna vivere si può: Austria , Svizzera , Veneto ma anche Slovenia, ne sono la dimostrazione; e quindi la gente  non accetta più l’emarginazione . Ora il montanaro si è reso conto di avere la capacità di gestire l’ambiente in cui vive, non è più disposto ad accettare disposizioni che vengono da fuori, ma vuole essere protagonista del proprio futuro. Ha capito che mentre prima la concorrenza avveniva fra singole imprese , più o meno grandi, ora la concorrenza è sempre più tra sistemi locali. E quindi tra sistemi di imprese che sono localizzati su un territorio. Quindi  la regolazione politica dello sviluppo locale diventa determinante. Ormai non è più tanto rilevante la capacità produttiva di una singola impresa, quanto quella di un territorio a cui l’impresa fa riferimento. Il territorio, per essere competitivo a livello europeo e globale , deve sempre più essere un territorio di qualità. Oggi per misurare il concetto di sviluppo non basta più il PIL, ma sviluppo diventa un termine multidimensionale. Sviluppo vuol dire qualità della vita, di chi produce , consuma e vive dentro un determinato territorio. Ne deriva che al governo locale spetta un ruolo chiave di coordinamento degli attori che operano sul territorio.

 

COS’ E’

Nell’era della conoscenza, termine molto caro al Presidente Illy, necessita una Regione molto diversa da quella che abbiamo fin qui conosciuto: fatta di carte, erogatrice  di contributi non sempre equamente distribuiti e ben mirati, impacciata nell’ analisi delle diversità territoriali, superficiale e burocratica persino nella stesura dei piani di sviluppo. Una Regione insomma carente di buona politica.

E’ facilmente intuibile che senza un decentramento di tutte le funzioni amministrative alle Autonomie questa Regione davvero speciale non potrà mai essere. Una Regione in mille faccende affaccendata non sarà mai in grado di avere una visione internazionale e grandi disegni. Ma la volontà riformatrice della Regione deve incontrare quella di enti locali efficienti, adeguatamente dimensionati e liberi da condizionamenti centralistici. E questi soggetti non possono certamente essere le Province ( residuati napoleonici), né Consorzi o Agenzie (troppi, troppo subordinati e mal delimitati), né la stragrande maggioranza dei Comuni, troppi e troppo piccoli. 

Risulta evidente che il problema può essere risolto solo ricorrendo ad una proposta che sia davvero innovatrice, ma anche realistica . Il territorio montano del FVG costituisce il 57% dell’intera Regione, ma in esso vive meno del 15% della popolazione. I comuni interamente montani sono 84, di cui solo 6 hanno più di 3000 abitanti e ben 41 meno di 1000. In Carnia , escludendo Tolmezzo, gli altri 27 comuni assieme superano di poco i 30.000 abitanti. 15 sono al di sotto dei 1000  e 4 hanno meno di 500 abitanti. Una situazione difficile , complessa, nella quale è necessario in primo luogo, garantire  servizi di base di buon livello, come condizione indispensabile per mantenere l’insediamento abitativo e lo sviluppo di attività economiche. Un territorio particolare che va dotato , sul piano politico ed istituzionale , di uno strumento specifico, forte ed autorevole, che compensi la inevitabile debolezza dovuta alla frammentazione del livello comunale e possa competere con le zone più forti della Regione

Dobbiamo prendere atto che Gemonesi, Tarvisiani, e Canalini, hanno bocciato, con un voto irrazionale, il progetto Provincia dell’ Alto Friuli. Prendiamo altresì atto che la clausola , voluta da AN e inserita nella legge istitutiva, secondo la quale una Provincia Regionale deve avere almeno 1700kmq e 50.000 abitanti, impedisce di fatto la creazione di Province Regionali. Per modificare questa norma in Consiglio Regionale è necessaria una maggioranza dei 2/3  in questo momento piuttosto difficile. Noi ci batteremo perché questo avvenga al più presto. Senza questa modifica la Regione non può utilizzare la legge 2/93. Cioè non può istituire Province Regionali. Quindi la sua operatività risulta , di fatto, limitata. In attesa riteniamo  che il decentramento di  funzioni avvenga attraverso una progressiva evoluzione  delle Comunità Montane da organo di 2° grado ad un ente di 1° grado

.Ma allora sorge la domanda: perché continuare a parlare di "Province da Cjargne" ?

In primo luogo perché i Carnici hanno votato per l’istituzione di una Provincia. Poi perché, dominando la Serenissima, circa mezzo millennio fa era già stato individuato un territorio che veniva chiamato “Provincia de la Cargnia”. Noi non ci formalizziamo sui nomi o sulle sigle , noi vogliamo un Ente di primo grado, eletto direttamente dai cittadini , i cui rappresentanti rispondono direttamente del proprio operato. Naturalmente un Ente che ha il compito di gestire servizi a comunità omogenee di un area vasta come la Carnia, deve essere gestito con criteri  del tutto simili a quelli propri di una società di servizi privata, quindi efficienza e funzionalità. La delimitazione di area vasta,  nel caso nostro , è abbastanza semplice perché, dal punto di vista geo-orografico, dell’entità e delle problematiche di sviluppo, c’è una  forte omogeneità. Basta pensare ai DOCUP regionali che devono definire le aree di intervento dei fondi europei.   Non c’è dubbio che l’ UE rappresenti una occasione da cogliere. In molti casi in Europa abbiamo assistito al potenziamento di realtà locali avvenuto con il sostegno dei finanziamenti comunitari. La UE offre molte opportunità agli attori che vogliono mettersi in rete per costituire dei sistemi locali autonomi (dott. Patrizia Messina ,Università di PD ). La logica della governance multilivello, portata avanti da anni dalla UE , è in sintonia con il modello che noi proponiamo. Governance che mai come in questo caso significa compartecipazione al processo di costruzione dell’identità del sistema locale. Una struttura quindi dotata di una anima interpretativa  ed esecutiva , con delle professionalità  capaci di esaltare al meglio le opportunità  del territorio.

Ricapitolando : chiediamo un  Ente di 1° grado, i cui membri siano eletti direttamente dai cittadini, che ricevano compiti e funzioni sia dall’alto, cioè dalla Regione, ma anche dal basso, cioè dai Comuni. Le risorse arrivino da trasferimenti regionali e siano prestabilite secondo piani pluriennali predisposti con i Comuni. Nella predisposizione dei piani, sarà opportuno individuare un referente di vallata con il compito di coordinare i progetti che interessano più comuni.

Verrebbe in tal modo semplificato il compito dei Sindaci, che vedrebbero un progressivo spostamento delle loro funzioni su problemi specifici del Comune, delegando e accorpando tutto il resto all’Ente intermedio. Con un apposito sistema di collegi elettorali, verrebbe  stimolata la nascita delle Comunità di Vallata.

Il Comune, anche il più piccolo, continuerà ad esistere come fornitore di servizi,  ma la razionalizzazione dei compiti permetterà di migliorane la  qualità con una sensibile riduzione di costi.

Un Ente, pertanto, voluto dai cittadini, eletto dai cittadini ed  al servizio dei cittadini.

 

COSA VUOL FARE.

Come già detto, il Comitato propone il superamento sia del centralismo regionale, sia delle provincie “statali”, sia dei troppi e antieconomici enti settoriali e strumentali.

Non ci interessa una Provincia nel senso tradizionale del termine : l’ Ente attuale è un  residuo napoleonico , creato per controllare soprattutto l' ordine pubblico  con i Prefetti ed i Questori. Questo compito lo lasciamo volentieri a Udine, così come non ci interessa la targa automobilistica. Ci interessano funzioni e competenze per gestire la Carnia.

Vediamo quali.

Innanzitutto quelle già in possesso delle Comunità Montane,

          difesa del suolo , tutela e valorizzazione dell' ambiente

          foreste

          agricoltura

          risparmio energetico e riscaldamento

          turismo

          commercio

alcune di quelle provinciali:

          tutela e valorizzazione delle risorse idriche ed energetiche

          valorizzazione dei beni culturali

          protezione della flora e della fauna, parchi e riserve naturali

          caccia  e pesca

          smaltimento dei rifiuti, tutela dagli inquinamenti

alcune di quelle regionali

          tutela del paesaggio

          toponomastica

          usi civici

          artigianato

          fiere e mercati

          acque minerali e termali,

          assistenza e beneficenza pubblica

          attività sportive e ricreative con relativi impianti ed attrezzature

      Ci rendiamo perfettamente conto di proporre qualcosa di nuovo, ma solo con  una vera riforma autonomistica potrà nascere la cosiddetta Regione leggera, in grado di concentrarsi efficacemente sulle funzioni di livello più elevato. In primis su quelle competenze di politica internazionale e transfrontaliere sempre più importati, anche e soprattutto , per l’economia.

 

L’ Ente Montano della Carnia  deve poter svolgere un ruolo primario di programmazione del territorio

Naturalmente sulle materie sopracitate deve avere piena autonomia di decisione e non si deve limitare ad amministrare decisioni prese da altri.

Non avendo la Comunità potere impositivo, le competenze devono essere correlate a risorse finanziarie predeterminate attraverso trasferimenti regionali. E’ necessario un budget annuale per un determinato numero di anni per poter esercitare la  potestà di scegliere progetti e priorità in completa autonomia.

Il tutto deve avvenire senza aumento di costi, perché il personale in aggiunta all’ attuale organico della Comunità Montana, deve arrivare dalla provincia di Udine e dalla Regione che dirotteranno , oltre alle funzioni , anche il personale che attualmente le svolge.

Avere un solo Ente intermedio fra Regione e Comuni che si interessa dei singoli problemi comporta dei risparmi di risorse, sia umane che finanziarie, che intendiamo utilizzare per colmare il differenziale economico e sociale  accumulato negli anni

E’ evidente che per un progetto di questa portata, ci vuole un soggetto forte, un soggetto che sia in grado di rimotivare le persone, il territorio ed anche la classe politica, in modo di razionalizzare anche le funzioni degli altri enti ,in primis Agemont e Consorzio Industriale (abbiamo tutti constatato che il sovrapporsi delle funzioni non raddoppia le opere ma raddoppia solo i costi).  Un Soggetto, ribadiamo, che trova la sua forza solo nella elezione diretta del presidente e dei suoi organi.

Deve avere la titolarità delle competenze e delle relative risorse senza sovrapposizioni con la Provincia di Udine e con pari dignità. La Provincia di Udine gestisca pure le strade, alla Provincia Regionale- Comunità Montana venga affidata la gestione delle risorse locali ed il controllo delle attività di sviluppo. Naturalmente , come abbiamo già accennato, va riveduto anche il modello di gestione della Comunità Montana; tutti concordano che così com’è non sarebbe in grado di svolgere le funzioni sopra esposte. Ma se è vero, come dice Dellai , presidente della Provincia di Trento, che ”in montagna lo sviluppo o è locale o non è” il nostro progetto consiste nello sviluppare attività “locali” e formare uomini ”locali”. Noi crediamo che i tempi siano maturi per ridefinire la geografia amministrativa della nostra Regione, lasciando alle province “statali” compiti di area più vasta (es. viabilità, trasporti, edilizia scolastica) ed alla Regione compiti di programmazione e di controllo. Le Agenzie , i progetti, i piani territoriali , sono inutili se manca l’ elemento catalizzatore ( Terragni , Università di MI )

E questo elemento catalizzatore, in questa fase, non può che essere la Comunità Montana , che noi supporteremo nel suo cammino per divenire , quando le condizioni politiche lo permetteranno, un Ente di 1° grado, cioè una Provincia Regionale.

In questa sede parliamo a nome e per conto della Carnia , legittimati dal 73% dei consensi popolari , ma crediamo che il progetto possa essere adottato anche  dalle altre Comunità montane e da ogni altro Ente preposto alla gestione del territorio. La prerogativa essenziale per il successo dell’idea  è che si parli di un territorio omogeneo, come sicuramente la Carnia lo è. Ma, come già detto, ci sono altre zone omogenee : mi riferisco alla Bassa , alla Pedemontana , alle Aree Metropolitane (è senza senso imporre un minimo di abitanti per la definizione di area metropolitana).

La Carnia, geograficamente già racchiusa da un Ente, dotata di una forte omogeneità etnica, culturale, economica e sociale, è pronta  a sperimentare questo moderno progetto anche per le altre zone.

Lo farà in modo propositivo, ricercando soluzioni condivise sui grandi temi che interessano il territorio. L’organizzazione capillare ci permetterà di raccogliere pareri e proposte sulle problematiche di largo impatto sociale.

Dopo la riscrittura dello Statuto Regionale, approvata dal Consiglio il 1° febbraio 2005, la Regione si accinge ad affrontare una serie di temi che hanno importanti riflessi socio-economici ed ambientali, per tutto il territorio regionale, ma in particolare per il territorio montano.

-    La revisione della L.R. 33 sulle Comunità Montane.

-    Il recepimento della L. 36/94- Legge Galli- per la riorganizzazione del servizio idrico integrato.

-    Il piano energetico regionale e le decisioni conseguenti sulle linee elettriche di interconnessione (Elettrodotti).

-    Le grandi infrastrutture viarie di collegamento interregionale ed internazionale.

Non permetteremo che decisioni di vitale importanza come queste passino sopra le nostre teste.  Pretendiamo che il nostro parere, il parere dei Carnici, sia determinante  su questi temi.

Pretendiamo che, accanto ad una  politica regionale , ci debba essere una politica “locale”,  perché i problemi sono locali e diversi fra la montagna e la pianura, quindi le soluzioni devono essere locali, e cioè “nostre”.

E’ assolutamente urgente che la Regione elabori una vera e propria politica dell’ agricoltura di montagna. Non più e non solo agricoltura ma ALPICOLTURA. L’ azione fondamentale di questa “nuova politica “ deve incentrarsi nel sostegno alla formazione di aziende agricole montane idonee a garantire dignitose condizioni di lavoro e sufficienti livelli di remunerazione.

 La montagna ha da sempre avuto un  rapporto osmotico con l’acqua, considerata un nemico ed un alleato. Nemico da tenere sotto controllo per i disastri che può produrre con le alluvioni improvvise e violente. Un alleato importante e fonte di energia a supporto delle attività produttive: mulini, segherie, centraline idroelettriche. In buona sostanza vogliamo essere compartecipi di un piano generale di utilizzo della risorsa acqua in Carnia. Ci teniamo le alluvioni, ma vorremo anche i benefici.

Le nuove linee elettriche  di interconnessione con l’estero (elettrodotti) sono ritenute dal piano energetico Regionale uno dei mezzi per conseguire la riduzione dei costi. Il piano , però , non consente solo la valutazione delle richieste in termini meramente quantitativi, ma anche qualitativi, indicando chiaramente limiti e  condizioni di accettabilità tecnica ed ambientale. Fa bene il comitato di Paluzza a parlare di “politica colonialista”

Il territorio montano è oggi attraversato, consumato , utilizzato e sfruttato da una serie impressionante di infrastrutture che rispondono più a logiche nazionali ed internazionali che a politiche di sviluppo del territorio: autostrade, ferrovie, elettrodotti, gasdotti, oleodotti, cave ecc.. Ci si chiede con quali ricadute in termini economici ed occupazionali . Purtroppo la risposta è deludente. 

Di solito i grandi investimenti rispondono a logiche lontane ed estranee,  alimentano grandi speranze, ma poi lasciano alle spalle una realtà  fatta di scadimento della qualità della vita e dell’ ambiente.( si pensi al Canal del Ferro, al lago di Cavazzo, ai fiumi in secca : Tagliamento, Degano ) Di fronte a questi problemi ed alle scelte da fare , sarebbe sicuramente controproducente chiudersi nel ghetto della rivendicazione fine a se stessa, ma è altrettanto inaccettabile che tutto si compia  ancora una volta senza un effettivo coinvolgimento delle amministrazioni montane, attraverso un confronto politico con un soggetto istituzionale forte che rappresenti effettivamente gli interessi comunali.

Per quanto riguarda la Sanità, va una volta per tutte risolto l’anacronistico, antieconomico ed inefficiente compromesso con Gemona per la gestione dell’Azienda ospedaliera (e cumò i volin tiraiu dentri ancie in “Carnia–acque”!).

La progettazione della Viabilità risale ai primi anni del ‘900. Oggi la Carnia può contare solo sull’uscita a  sud, Amaro, essendo lo sbocco ad ovest, passo della Mauria, non sempre agibile e comunque precluso al traffico pesante. Lo stesso discorso vale per lo sbocco a nord, passo di Monte Croce carnico. Le  aperture possibiliste, recentemente illustrate dall’Assessore Sonego, nella presentazione del piano triennale della viabilità in Carnia ,  ci paiono ancora troppo incerte per essere ottimisti. Ricordiamo che in nessun campo esiste sviluppo laddove c’è una sola via di sbocco E noi siamo esattamente in questa situazione! Per noi è incomprensibile la priorità data alla sistemazione della Villesse – Gorizia rispetto agli annosi problemi della 52, 52bis e 335.

Turismo, grande incompiuta, ma anche grande opportunità. Sarebbe ora di inserire concetti nuovi e più moderni. Non solo Turismo ,ma Turismi. Bisogna parlare di turismo ambientale, gastronomico, termale, sportivo, artistico, storico, archeologico.  C’è anche quello del “ silenzio”, che, come disse  Borgomeo (sviluppo Italia ) ,  è particolarmente intonato alla nostra montagna e all'indole della nostra gente. Ma in questo settore  dobbiamo purtroppo notare che si insiste a lavorare sull’offerta e non sulla domanda: è necessario sentire i bisogni della gente per stanare la domanda e promuoverla. Si deve in sostanza mappare la domanda. Puntare sulla destagionalizzazione, inventando le stagioni. Si sente anche  l’esigenza di un nuovo linguaggio, più comunicativo. E qui, dice il prof. Zanzi, emerge una carenza di interazione con la città di referenza, che avrebbe dovuto essere Udine. Ma Udine e la sua Università, continua il prof. Zanzi, non hanno svolto quell’ attività di “tutoraggio” che ha  fatto Venezia con il Cadore; i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Stiamo pensando di organizzare un convegno sulle potenzialità turistiche della nostra terra  dove , con l’ausilio di esperti del settore e della comunicazione, svilupperemo i concetti sopra esposti.

Abbiamo più volte sollecitato l’Università a creare un polo universitario in Carnia ( il comitato apposito costituito a Tolmezzo  ha messo a disposizione a proprie spese la sede ed una segreteria), ma la risposta e stata solo promesse; l’anno scorso abbiamo ottenuto un  master e quest’anno neanche quello. L’Università e la Scuola in genere devono tenere in maggior considerazione  la metà del Friuli.

Anche il tavolo di concertazione , approntato per risolvere il grave momento dell’industria e dell’occupazione ci pare una risposta inadeguata alla gravità del problema.

 

COME  FARE!.

Da parte nostra ci siamo strutturati per supportare la nostra proposta con una organizzazione capillare volta ad informare  le istituzioni e la popolazione.

Ci sarà un responsabile di vallata( qui si chiamano canali) coadiuvato da un addetto per ogni comune; saranno formate delle consulte per attività e categorie: industria, artigianato, commercio , cultura, turismo e riforme; ogni consulta avrà un responsabile che , come i responsabili di vallata, faranno parte del direttivo.

Dobbiamo essere pronti a cogliere tutte le opportunità che si presenteranno.

 

1° La già accennata  riforma delle Autonomie Locali.

2° Le elezioni Provinciali del 2006

3° Le politiche del 2006

 

Sul primo punto abbiamo, per iscritto, dichiarato la ns. disponibilità a mettere a disposizione il ns. archivio e la ns. esperienza accumulata in 6 anni di ricerche. Va affermata con forza la natura giuridica delle Comunità montane come  Ente locale territoriale, dotato di autonomia statutaria, il cui scopo istituzionale è di valorizzare le zone montane. La legge che le regolamenta è la 33/2002 . E’ su quella che dovremo lavorare. Certamente seguiremo l’evolversi delle cose, valuteremo il comportamento di uomini e partiti nel venire incontro alla volontà dei Carnici.

Sul secondo punto stiamo valutando TUTTE le possibilità

-   Contatteremo tutti gli schieramenti in campo e tutti i candidati Presidente, analizzeremo i loro programmi e chiederemo la loro disponibilità ad accettare le istanze del 73% dei Carnici.

-   Cercheremo alleanze a livello regionale con tutti i movimenti che pongono l’autonomia di gestione

     dei problemi e delle risorse locali come una priorità.

-    Esamineremo anche la possibilità di trasformare il Comitato in Movimento politico; se non troveremo un accordo a livello regionale lo tenteremo a livello provinciale.

-    In ogni caso daremo al popolo della  Carnia tutte le informazioni sui programmi e sui candidati in  modo che il voto possa premiare SOLO chi si è impegnato a portare avanti idee e concetti in sintonia con la volontà della stragrande maggioranza dei Carnici.

Resta l’amara constatazione che un paio di settimane fa , in Sardegna, si sono svolte le  prime elezioni delle Province Regionali sarde. Il loro progetto era partito con il nostro!

Il terzo punto sarà un perfezionamento ed uno sviluppo della fase 2° (o un anticipo, se la situazione politica italiana dovesse evolversi verso elezioni anticipate.)

 

PER CONCLUDERE

Abbiamo adottato un magnifico inno “CARNORUM REGIO “ scritto dal Maestro Giovanni Canciani di Paularo.

Abbiamo adottato un vessillo carico di significati a noi molto cari , ideato da Brunello Alfarè

Abbiamo il supporto della stragrande maggioranza della popolazione

Abbiamo una tenacia pacata  ma incrollabile

Invitiamo le Istituzioni a trarre le giuste conclusioni , nel rispetto della volontà popolare.

 

 

 

                                                                         PER IL CONSIGLIO DIRETTIVO

 

                                                                                 IL  PRESIDENTE

                                                                                    Mario  Gollino