"Cuant che i fruts a nassevin.....come fasûi!"
di Manuela Quaglia

  "Quando i bambini nascevano....come fagioli!"


                       (un viaggio alla scoperta del mondo dell’infanzia nel Canale d’Incarojo)
 


immagini di Annamaria Bianchi e del
 fotografo Giacomo Segalla

Il tema di questo saggio è il mondo dell’infanzia nel Canale d’Incarojo, un mondo affascinante e ricco di preziose testimonianze. Naturalmente non sarà possibile esaminare tutti gli aspetti di questo periodo della vita ma cercheremo di dare un quadro omogeneo d’insieme.

Prima di entrare nel vivo dell’argomento vorrei riportare un pezzo tratto dalla poesia “I timps ai cambie” scritta in friulano da Ernesto Clocchiatti di Cercivento:

“… I fruz ai nasseve come fasûi
scolz ai saltave come cjavrûi,
ma encje lôr biâs, enfre la scuele
un geut di ledan, tal Ronc e in Taviele.

 Polente e cartufules, jote e brovade,
un toc di pan neri, di chel fat in cjase,
simpri sutile la fete dal ciuç,
cavilavin pas crostes dal cjalderuç.

 La sere no lavin di fûr a giuâ,
restavin in cjase a scosolâ,
ma apene l’orloi al segnave las siet
disevin rosari e pò marsc in tal jet.”

 

(I bambini nascevano come fagioli / scalzi saltavano come caprioli / ma anche loro poverini, nell’intervallo di scuola / una gerla di letame in Ronc o in Taviele.
Polenta e patate, jota o brovada / un pezzo di pane nero, di quello fatto in casa / sempre sottile la fetta del formaggio / bisticciavano per le croste di polenta.
La sera non si usciva a giocare / restavamo in casa a sgranare fagioli / ma quando l’orologio segnava le sette / dicevamo rosario e poi via a letto.) 
(Mularie di Cjargne – Il gioco tra ragazzi/e di Carnia – Cercivento, Forni Savorgnani, Paularo, Coordinamento Circoli Culturali della Carnia – Collana Mito e Storia della Carnia n° 3, Tolmezzo 1995 – Pagg. 93-95)

 


Nelle righe che abbiamo appena letto si trova riassunto il mondo dell’infanzia. I temi che emergono sono infatti:

La nascita, laddove di dice che i bambini nascevano come fagioli

Il lavoro che era presente già nel mondo infantile

Il cibo, indicatore anche delle condizioni economiche familiari di un tempo

Il gioco, momento di aggregazione e divertimento che però terminava con il suono dell’Ave Maria la sera.

 Prendendo spunto da questi temi cercheremo di fare un viaggio a ritroso negli anni per ritornare bambini e vedere com’era quel mondo dell’infanzia di un pò di tempo fa.

 
 

 

 

 

 

 

 

 

La famiglia un tempo era strutturata in maniera gerarchica. Era sì una famiglia patriarcale dove però la donna era colei che aveva la responsabilità e l’onere di portare avanti, e molte volte lo faceva da sola, l’educazione dei figli, la cura della casa, i lavori in campagna e l’economia domestica.

Un tempo la donna, anche se dal marito veniva chiamata “la mê parone” (la mia padrona) era in realtà sottomessa all’uomo. Nutriva nei suoi confronti anche un sentimento di paura così come i figli che avevano una forte soggezione del padre.





Nel contesto del vivere quotidiano ecco allora che il posto occupato dall’uomo era importante per la sua funzione in seno alla famiglia anche se, nello stesso tempo era la figura meno presente in questa. Considerata la scarsità d’offerta lavorativa in loco l’uomo carnico doveva trovare una fonte di reddito sicuro nei paesi confinanti facendo lavori stagionali. Partiva solitamente prima di Pasqua e rientrava il mese di ottobre. Qualcuno durante questo periodo dell’anno provvedeva ad inviare del denaro a casa per il fabbisogno di ogni giorno. Altri, ed erano la maggioranza, sembravano non ricordarsi di aver lasciato una famiglia in paese. Una volta rientrati dalla stagione però, pretendevano di essere serviti e riveriti dalle mogli e amati e rispettati dai figli che vedevano crescere nel numero di anno in anno. A questo proposito un informatore di Treppo Carnico mi ha raccontato un episodio curioso:

 

“In una famiglia dove c’erano già tanti, forse troppi bambini, la moglie aveva proposto al marito di rimanere lontano da casa due anni anziché uno per evitare che almeno in quel periodo la donna potesse mettere al mondo un altro figlio.. e così, per il bene della famiglia, i due avevano fatto dei sacrifici. Due anni dopo il marito era tornato e dopo un anno una nuova nascita allietava la famiglia: erano nati due gemelli. Anche quel sacrificio era stato vano!!!”

 

In primavera, raccontava sempre l’informatore, la donna era ben felice di accompagnare il marito alla stazione del trenino o alla corriera, portandogli il “fagot” (l’insieme dei vestiti) e una sua zia era solita dire all’amica sulla via del ritorno di acquistare un decimo di grappa e di andare a casa a preparare “un bon got di cafè neri” se quell’anno avessero constatato di non essere rimaste nuovamente incinte.
 

 

La donna incinta

Per la donna incinta c’erano ben poche precauzioni, anche quando era in dolce attesa doveva continuare a lavorare fino agli ultimi giorni della gravidanza. Un’informatrice di Paularo ha raccontato che all’epoca in cui aspettava il suo primo figlio, di buon ora si era recata assieme dal suocero a falciare in un prato di alta montagna. Arrivata lassù aveva iniziato di buona lena il suo lavoro solamente che ad un certo punto le si erano rotte le acque ed aveva avvertito le prime doglie che preannunciavano l’imminente parto. Allora  aveva salutato il suocero dicendo che doveva tornare di corsa a casa senza spiegare con esattezza quale fosse il vero motivo e il suocero in risposta l’aveva sgridata dicendole: “Finissimi almancul di seâ la code ch’a tu veves tacât!” (finiscimi almeno di sfalciare il pezzo di prato che avevi iniziato). Questo ci fa capire quanto poca considerazione ci fosse per la donna.

Le donne dicevano che quando erano vicine alla data presunta del parto, che si calcolava in base alle lune e non ai mesi (dovevano infatti passare nove lune) andavano a fare i lavori in montagna sempre portandosi appresso un’accetta o un paio di forbici, così se per caso accadeva che partorissero avrebbero avuto a disposizione qualcosa per tagliare il cordone ombelicale.

 
 

Famiglie numerose

I bambini una volta erano sempre numerosi in seno alle famiglie carniche, chi ne aveva pochi ne aveva 7/8 e in alcuni casi si arrivava anche a 15/16. I figli erano la forza lavoro della famiglia. I più grandi aiutavano la madre nei lavori di casa e in quelli della campagna così come avevano cura dei fratelli più piccoli.

Molti erano i casi dove i figli, per mancanza di disponibilità venivano affidati a conoscenti o ancor meglio alla santola di battesimo, erano i cosiddetti “fîs d’anime”, non figli naturali di chi li aveva adottati ma figli dell’anima, dell’amore di quella persona. A proposito di figli, vorrei riportare un episodio curioso occorso alla nonna di Stefano Fabiani che qui vediamo ritratta in una foto fatta a Graz all’età di 13 mesi:

“Il gno bisnono al ere lât a lavorâ in Romanie e in Ungherie e a lavie al veve fat furtune. Bielgià dal 1890 al veve portât vie dute la famee da Paulâr. Inviade benon l’ativitât al veve lassât dut in mans ai fîs e insieme cu la femine a veve tornât a cjapâ la volte di cjase cul intenzion di passâ a saludâ la fie ch’al veve a Graz. Cheste femine a veve bielgià doi pups, un di doi agns e mê none ch’a veve 13 meis e a ere insinte dal tierç fi. I miei bisnonos àn domandât di podei portâ cun lôr la pupe plui piçule, ven a stâ mê none. Encje se il ginar nol ere masse convint, a fie ai àn fat dûl i siei gjenitôrs e ur à dât la pupe. Cussì mê none à vivû simpri cuntune educazion otocentesche. I fradis e i gjenitôrs erin come forescj par jei e cuant ch’a vignivin a tolile par lâ a Graz erin berlis che ce. La frute, clamade da ducj Minut, pensave di clamâsi Giacomina e da grandute a veve tacât a preparâ parfin il coredo cu las iniziâls SG par Spiz Giacomina. Une biele dì al rive il pari da Graz e ai dîs che jei no si clamave Giacomina ma Domenica, come ch’al ere scrit sul at di nassite. Par jei al è stâ un trauma. Pensait, crodi di clamâsi cuntun non fintremai a 15 agns e pò scuviergi di veitint un’âti!”

 

La mortalità

Alta era la mortalità infantile e quando moriva un bambino, se da un lato c’era il dolore per la perdita, dall’altro c’era la gioia perché il numero delle bocche da sfamare sarebbe diminuito. Raccontava un informatore di Treppo che un giorno in un paese mentre stavano suonando “campanitis” (sono i rintocchi delle campane che annunciano il decesso di un bambino) una madre aveva chiesto ad uno dei suoi figli appena rientrato dalla scuola chi fosse morto. Avuta la risposta aveva aggiunto: “Vedi figliolo, lì il Signore ha provveduto e qui invece non provvede mai!”.

A proposito della mortalità infantile vorrei segnalare due episodi. Il primo mi è stato riferito da Stefano Fabiani:

“Mê none à vû la prime fie dal 1930 e a suceit che cheste a si è malade e dibot a murive. Propit in chei moments al ven a cjatâle il bisnono di mê mari e mê none a vaive e a continuave a dî:

-        Mi mûr la pupe, mi mûr la pupe!

-        Ce âstu di vaî tant – ai dîs so bisnono – tu âs pur vierte la fabriche cumò! Ancje s’a cji mûr tu ‘nt fâs un âti!”

E pensâ che cheste femine, ch’a veve fat un grum di fîs, a tignive un librut la ch’a scriveve la date di nassite, l’ore e il peis apene nassût e dopo 1,2,3,4,5,6, ecc. meis e fintremai la date di batisim di ducj.

 

La seconda testimonianza è stata resa da Ines di Val:

“Ai murivin tancj ch’a si malavin, la peliciline no ere, i canai fuarts a la portavin fûr, chei plui debui a murivin. Il miedi nou lu vevin a Trep. A ur vignive la palmonite, il grup (mâl di cuel), la miningjite. A murivin encje da part, seti il frut che la mari. Un ricuart: une amie di mê mari a veve comprade une pupe e a ere muarte da part e tal stes periodo mê mari a veve di parturî mê sûr e jo vevi paûre ch’a muris encje mê mari.

Cuant ch’ai nasseve i pups in chê vôte ai disevin ch’ai nasseve vecjos (patîts e pelosuts) o cul mâl giâl”

 

 

La miseria

I tempi del nostro narrare erano tempi di grande miseria, tempi in cui il poco doveva arrivare per tutti. Un singolare episodio mi è stato narrato e lo voglio riportare qui quale esempio per capire quanto grande fosse questa miseria:

“Una donna del paese stava cercando di allevare un maiale, così facendo avrebbe potuto avere almeno un po’ di carne per la fine dell’anno dato che da mangiare in quella casa non ce n’era poi molto. Al maiale era solita dare le patate marce e i bambini non si facevano scrupoli e andavano a prenderle per mangiarle nonostante fossero così. Allora la madre aveva pensato di dissuaderli facendo la pipì sopra alle patate ma il suo tentativo era risultato vano perché i bambini, nonostante questo le ripulivano e le mangiavano egualmente. Questa era la miseria!”

Nulla veniva lasciato al caso sia nel cibo che nel vestiario, i bambini infatti venivano rimproverati se osavano indossare i “scarpets” quando pioveva, dovevano arrivare a casa scalzi con le calzature sotto il braccio altrimenti si sarebbero rovinati. Dicevano che: “La piel dai pîs a si torne a formâ, la suele dai scarpets no invesse!”

 

 
  Le fasce e la protezione dalle stregonerie

La donna doveva darsi da fare per accudire i suoi bambini, se in casa c’era una donna anziana, provvedeva lei a preparare la colazione per tutti. I bambini più grandi, dopo aver pregato e fatto colazione con l’immancabile farinata, andavano a scuola mentre i più piccoli rimanevano per casa mentre la madre faceva i lavori domestici ospitati nella più tenera età anche in semplici attrezzi da lavoro com’era il vaglio (la val), che nella sua funzione usuale serviva per vagliare il granoturco. Bisogna ricordare che i bambini piccoli venivano fasciati tutti e si lasciava scoperta solo la testolina, il motivo che adducevano per tale fasciatura era quello che così sarebbero diventati belli dritti. Sarà stato anche vero ma i più dicono che tale fasciatura era fatta in modo che il bambino non potesse muoversi più di tanto e quindi laddove lo mettevano, volente o nolente, lì doveva rimanere.

I bambini venivano battezzati entro gli otto giorni successivi alla nascita “Sidinò no ti sunavin il companon”, ci ha detto la Ines di Val e ha poi aggiunto:
 

“A lavin il santul, la santule e il pari, dopo ai lave a bagnâ i riçots intas ostaries cul canai. Cuant ch’a tu compraves il canai a vignive la comari e cji portave une sporte di spese, ai usave la marsale, si sbateve l’ûf e i svaoiarts. A fasevin il savaion”

 
I bambini venivano protetti fin dalla nascita dalle influenze negative che avrebbero potuto nuocere loro. Fin da piccoli si metteva sulla maglietta un piccolo cuore di stoffa che racchiudeva candela benedetta, ulivo e acqua santa: era il “benedet”, uno scapolare che aveva funzione apotropaica, allontanava cioè il male. Si diceva che i bambini, specialmente quelli ancora in fasce erano più sottoposti alle cattiverie di quelle donne che in paese venivano definite streghe e allora si cercava di non lasciarli toccare da nessuno quando erano ancora in tenera età, e poi le madri e le nonne raccomandavano ai bambini di casa di non andare in giro dopo l’Ave Maria. Ci ha raccontato un informatrice che un tempo erano soliti dire:

“Sunade l’Ave Marie, pups in cjase, che a passe la Barunìe!”

Quale rimedio a scopo preventivo usavano anche far indossare un capo di biancheria a rovescio. Il pericolo del “striament” poteva ricadere anche sulla madre. Ecco la testimonianza che ho raccolto a Trelli di Paularo:

Una mari al era da pôc ch’a veva parturî e una dì, intant ch’a stava dant da popâ al frut a jentrà una femina in cjasa. Cuant ch’a la vedè jentrâ, la mari taponà il frut e il pet cuntun drapuç ma chesta femina i disè:

-        ’L’è inutil ch’a tu lu taponis tant jo ai di vìiodilu e viodi ancja se tu tu âs las populas plenas di lat.

Cussì à distaponâ il frut e tocjant il cjavut ai disè:

-        Ce biel ch’a tu sês.

Dopo ai tocja il pet a mari e a chê ai disè:

-        Viôt ce populas plenas di lat ch’a tu âs a difarenza di mê fia ch’a à un frut ch’al samea un scarpion tal lat e ch’a à un uvri vueit coma las borsas dal muini cuant ch’al va a cjapâ sù i bêçs, e cun chest det si sindilà.

La mari, sagargheât il frut, lu portà a durmî ma cuant ch’a rivà l’ora di cjapâlu sù par dâi da mangjâ, il frut al si è metû a vaî e no i à voluda plui la popula. La mari no veva plui nancja una gota di lat.

 


 

I bambini e le "files" accanto al fuoco

Casi come quello che abbiamo appena letto ce n’erano molti e molti venivano narrati durante la “files” (veglie). I bambini partecipavano con grande entusiasmo alle “files” serali che si tenevano accanto al focolare. Dopo la recita del rosario, che avveniva puntualmente ogni sera, c’era il tempo del raccontare e gli abili narratori, che venivano contesi da una famiglia all’altra del paese, raccontavano ai convenuti storie di streghe, orchi, diavoli, fate e folletti, storie del Signore e San Pietro, racconti di tesori nascosti, di anime dannate e di spiriti burloni. L’ascolto delle storie avveniva naturalmente lavorando: si sbucellavano i fagioli, si sfogliavano le pannocchie, si cuciva, si lavorava ai ferri. Anche i bambini davano il loro contributo aiutando come potevano e come premio trovavano nascoste tra fagioli e pannocchie noci e noccioline che gustavano assieme al racconto. E se per caso insistevano nel chiedere ancora una storia si sentivano rispondere:

A ere une vacje ch’a veve non Vitorie, muarte la vacje, finide la storie.

 
 

Il secondo sacramento dopo il battesimo, del quale abbiamo parlato prima, era quello della comunione che veniva impartito verso i sette/otto anni, a “lum di rason”, si diceva. La cresima invece si faceva attorno ai tredici anni.














Ben presto il lavoro

 

Oltre al mondo religioso che accompagnava il vivere quotidiano del tempo, sia i bambini che le bambine dovevano prepararsi fin da piccoli ad affrontare quella che sarebbe poi stata la vita adulta. Questa è la testimonianza raccolta in proposito:

“Intor ai siet, vot agns si tacave a fâ i lavôrs. Las pupes a vevin da jessi fazendines, las clamavin. Finît di mangjâ jo cjapavi ca las opares e las fasevi, si lavave la massarie, si netave il spolert, il kronz, chel toc ator dal spolert ch’al è lusint. Cuant che une femine a jodeve nou frutes cussì braves a disevin a mari:

-        Ce fazendine ch’a tu âs chê pupe!

Gno fradi ch’al ere plui grant a freave il paviment di len e jo cul peçot a cjapavi sù, a freavin i cjaldîrs inta roie, i cops il sabide, si faseve il sabide. Mê mari cuant ch’a vignive a cjase ere contente parcè che nou ai vevin netade la cjase.

Las frutes grandes a vevin da jodi dai fradis piçui. Mê sûr a ere nassude vot agns dopo di me e jo bielgià cussi piçule a lavi inta roje e lavâ i draputs di mê sûr.

A binore mê mari mi lassave durmî, la none a diseve simpri a mê mari:

-        Lasse ch’a durmisi cumo ch’a pò durmî, ch’a varà timp di veglâ!

Par solit i pups ai jovave a binore par lâ ta latarie a puartâ il lat.

A cuatuardis agns las pupes a començavin a fâ i scarpets, dopo a imparavin a filâ e ricamâ. La sere si stave in file e contavin stories.

 


Ma prima di diventare grandi c’era ancora il tempo delle filastrocche, delle conte e delle ninne nanne

Filastrocche, ninne nanne e conte.

Mano a mano che il bimbo cresceva imparava cose nuove e ogni giorno faceva le sue piccole e grandi scoperte, per aiutarlo nella scoperta del corpo si usavano delle piccole filastrocche:

Man, man muarte

Pete su la puarte

Pete sul porton

E vie chel macaron.

Con questa filastrocca si fa finta di portare via il naso mettendo il pollice tra l’indice e il medio e dicendo:

“Viôt ch’a no tu âs plui il nâs!”

E per insegnare ad avere i primi contatti con le dita della mano dicevano questa filastrocca partendo dal mignolo fino ad arrivare al pollice:

Pizingul / Miningul / da la man / da l’anel / cric pedocje

 oppure

Pitingul /miningul / pal cjap / pal prât / e vie pal mercjâ

Un’altra filastrocca accompagnata da carezze sul viso del bambino è:

Il voglut / il nasut / la bocjute / la massele / la mê pupe / è la plui biele

Ed ecco una variante raccolta a Trelli:

Voli biel / voli stel / la masseluta biela / la so sorela / la glesiuta / e la cjampanuta / din, don, dan.

E così dicendo si tocca il naso del bambino e si scuote a destra e a sinistra come se fosse una campana.

Accarezzando il viso dall’alto in basso e dal basso in alto si usava recitare:

                    In jù al va ben / e in sù s’inciopeda

Accarezzando il palmo della mano di un bambino a Salino dicevano:

Tortulute pan d’Implan /cuntun mescul inta man / cun chel âti intal pidut / tiffi tiffi lalèle.

Quando si pettinavano le bambine invece si recitava la seguente filastrocca:

Strie basie / petene to fie / petenila ben / cul pietin di len / petenila mâl / cul pietin di sâl.

Per fare addormentare i bambini tante erano le ninne-nanne che le mamme e le nonne cantavano loro:

Ninâ, ninâ pupin / fa la nana biel frutin / il pupà al è a seâ / la tata a rascjelâ / la none a ten il lumin / e il pupin al mûr di sum.

E ancora:

Ninâ ninâ pupin / la mame a va al mulin / il papà al va a seâ / la gjaline a cochedâ / la gjaline à fat il coc su la puarte dal picot / il picot al salte fûr / e j à dade une pidade intal cûl.

E poi un’altra:

Niçul naçul cjaradôr, âstu jodû il gno majôr / no ‘l’ai viodû né vue né îr / passe l’aghe e valu cîr /’l’ai cjatât suntun murut ch’al giuave di claput / ch’al filave lin e lane / ch’al cjantave siore Vane. (raccolta anche da Giusto Fabiani 1853-1883)

 

Quando ai bambini si chiudevano gli occhietti per il sonno si diceva: “A ven chê di Peones!”. E proprio da questo modo di dire trae origine un’altra ninna-nanna raccolta a Salino che dice così:

A ven chê di Peones / cuntun pâr di dalbedones / cuntun pâr di çoculuts / par indurmidî chescj fruts.

Quando i bambini iniziavano a muovere i primi passi li si aiutava muovendo le gambine e dicendo:

Gjambe, gjambe, gjambe, cuant sarìno grande? Cuant che Dio vorà la gjambute cjaminarà….

 
 

I giochi

Il mondo magico dell’infanzia si manifestava soprattutto nei giochi dei bambini, giochi semplici ma ricchi di fantasia. Anche con poco i bambini di una volta riuscivano a fare molto. I giocattoli non erano molto conosciuti.

Le bambole per le bambine erano fatte di pezza, gli occhi erano riprodotti con le perline e i capelli con la lana di pecora, i vestiti li facevano con qualche ritaglio di stoffa che le madri regalavano. Anche la palla con la quale giocavano era fatta un tempo solo da stracci. Le bambine saltavano anche con la corda e molte volte prendevano i “saulins” che si usano per legare i fasci del fieno.

I bambini invece prendevano le rocche di legno del filo, le tagliavano a metà, mettevano un ferro da una parte e uno dall’altra e facevano dei piccoli carretti ponendo sopra alcune piccole assi di legno. Sempre i bambini costruivano archi e arpioni usando legno di nocciolo, la fionda non mancava mai nelle loro tasche. Per catturare gli uccelli usavano il “gubatul”, una scatola di legno studiata apposta per far entrare i poveri volatili e poi catturarli. Sia la pistola che il fucile vengono costruiti dai bambini usando legno di tiglio e di abete. Il fischietto veniva fatto con un pezzo di frassino di circa 12 centimetri.

Il pindul-pendul o tricul-tracul (dondolo) si faceva utilizzando una trave di abete o di faggio lunga circa due metri. Si appoggiava la trave su un ceppo alto 50 centimetri e si inchiodava la parte centrale creando un equilibrio poi si modellavano le estremità facendo una incavatura per sedersi.

La pindula (altalena) si faceva legando su un ramo orizzontale due corde che poi si lasciano cadere, si prende una tavola di legno e ai bordi si fanno due fori, si fanno passare le corde attraverso i fori e con un nodo si salda la tavola.

Questi sono solo alcuni degli oggetti di gioco usati dai bambini della Val d’Incarojo ma anche un po’ da tutti i bambini della Carnia.

(immagine di Giacomo Segalla -Paularo 1913-1990- per gentile concessione di Ivan Segalla)

Ed ora cerchiamo di vedere assieme alcuni dei giochi in uso a Paularo. Bisogna dire che la maggior parte di giochi si svolgevano all’aperto anche se talvolta era necessaria la presenza di un muro come punto d’arrivo. Le regole di ogni gioco sono precise e conosciute da tutti i bambini, solitamente un bambino sta sotto e per sapere questo si è soliti fare delle conte. Ecco alcuni esempi:

An dan de, site male pe, site male popoli, un due tre

Conta conta quindici, faremo un’altra quindici, se quindici non c’è, uno, due, tre.

Molte conte sono espresse in italiano come quella raccolta a Trelli che recita così:

A bì bò / Chi sta sotto non lo so / Ma ben presto lo saprò / A bì bò

 Tantissimi sono i giochi in uso in questa vallata noi ne prenderemo in esame solamente alcuni di quelli più diffusi:

1.     SANTE STRICHE

Si tratta di un gioco collettivo che vede tutti i bambini partecipanti seduti in cerchio con le ginocchia unite. La persona che ‘sta sotto’ recita la conta:

Sante Striche / dà pitiche / dà pitoche / scaramule / asinela / bine vite / forachele.

Quando il bambino che sta sotto dice forachele tocca il ginocchio di un bambino e questi ritira la gamba all’indietro, vince chi per ultimo rimane con le gambe in salvo.

 2.     IL CUCUC

Chi sta sotto in questo gioco deve stare appoggiato ad un muro e voltando le spalle ai compagni deve contare fino al numero stabilito, gli altri nel frattempo si nascondono. Finito di contare si inizia a cercare e appena si scopre un bambino si deve battere con la mano tre volte sul muro e si pronuncia il nome del bambino scovato. Il primo che viene scoperto sta sotto alla ripresa del gioco. Se un bambino riesce a raggiungere il muro senza essere visto e batte sul muro tre volte libera sé e tutti i suoi compagni. Per imbrogliare qualcuno scambiava i vestiti e così quando chi stava sotto pronunciava il nome del bambino gli altri gli urlavano “fiasco” perché non era il nome giusto.

 3.     PITE O BITE

E’ un gioco adatto per gli spazi aperti. I bambini corrono e cercano di sfuggire a chi li sta inseguendo. Chi rincorre se riesce a toccare qualcuno pronuncia la parola “Pite” e quindi così facendo passa da inseguitore a inseguito. In pratica chi viene toccato ha sempre il compito di inseguire. Esistono molte varianti di questo gioco a secondo delle regole stabilite. C’è la PITE BALE, la PITE MALADE, la PITE PUCE, la PITE PUETE, la PITE RIALZO, la PITE STOP, e la PITE TRENTUNO, in quest’ultima chi toccato in successione dice di essere il numero trentuno deve sottostare ad una penitenza. Con gli occhi bendati deve scegliere una delle dita di una mano dove ciascun dito corrisponde ad una penitenza: dire, fare, baciare, lettera e testamento. Dopo l’estrazione i compagni stabiliscono la penitenza.

 4.     GJACHETE GUARETE

Con la conta si sceglie un giocatore che ‘sta sotto’. I bambini che partecipano al gioco stanno seduti per terra in riga o in cerchio. Recitando “Gjachhete guarete, navisc trevisc met sù” il bambino tocca una alla volta le ginocchia dei compagni e questi ritirano la gamba. Quando un bambino ha tutte e due le gambe piegate esce ed assume un ruolo: il primo diventa il Signore Gesù, il secondo la Madonna e il terzo il Diavolo. I tre bambini stanno in disparte. Il bambino che sta sotto suggerisce in segreto a quelli rimasti un colore. Ecco allora che a uno, a uno il Signore, la Madonna e il Diavolo si presentano bussando ad una porta immaginaria e instaurando un dialogo con chi sta sotto:

Tuc, tuc / Cui è là? / Il Signôr / Ce vustu? / Un colôr /Ce colôr vustu?

Se il Signore indovina il colore attribuito ad uno dei giocatori, questi se ne va con il Signore e così via. Lo stesso dialogo e azione si ripetono per gli altri due personaggi. Vince chi ha più persone al seguito. 

(immagine di Giacomo Segalla -Paularo 1913/1990 - per gentile concessione di Ivan Segalla)

5.     NICHIL o TUTO

Questo gioco portava il nome di Tuto dal latino totum = tutto a Paularo mentre a Salino, Lambrugno, Trelli e Chiaulis veniva chiamato Nichil o Nihil = niente.

Si trattava di una specie di trottola fatta utilizzando legno di nocciolo o di orniello (vuar). La trottola aveva quattro lati, alla base un perno per farla girare e nella parte superiore un piccolo prolungamento per poterlo afferrare. Su ognuno dei quattro lati erano incise delle lettere:

A = stava per acciper-prendi. Se il tuto cadeva con la faccia rivolta in alto con la A intagliata si vinceva un premio stabilito

P = stava per poni-metti, si doveva aggiungere qualcosa alla posta (era una perdita)

N = stava per nihil-niente, vuol dire che non si è concluso niente non si perdeva e non si vinceva

T = stava per totum-tutto, si vinceva cioè tutta la posta in gioco

Alle bambine non era consentito prendere parte a questo gioco. Considerato il fatto che all’epoca non c’erano molti soldi la posta del gioco era rappresentata dai bottoni che avevano diverso valore in base alla loro provenienza: i bottoni normali erano quelli di camicie e pantaloni, ma per un bottone da cappotto si ricevevano anche 10 di quelli normali. i più pregiati e ricercati erano i bottoni militari in ottone, uno di questi poteva valere fino a 30 di quelli normali.

Anche questo gioco iniziava con una conta e colui che vinceva la conta iniziava a far ruotare la propria trottola

Questi sono solamente alcuni dei giochi che si facevano nella Val d’Incarojo. Ma vorrei porre l’attenzione su di un aspetto molto importante della vita di un bambino, l’aspetto formativo che viene dato dalla scuola.
 

 
(immagine di Giacomo Segalla - Paularo 1913/1990 - per gentile concessione di Ivan Segalla)

La scuola

Anche l’istruzione scolastica aveva la sua importanza all’interno delle piccole comunità cosi come ce l’aveva l’educazione religiosa. Dice un’informatrice:

“I preidis erin severos e i gjenitôrs ti pocavin di plui a lâ a dutrine che a scuele. Cui ch’a nol lave a dutrine par esempli nol podeve fâ la prime comunion”

L’educazione religiosa veniva impartita anche nella scuola elementare già a partire dalla prima. Sentite il resoconto di alcuni episodi fatto sul quaderno dei pensierini da un bambino di prima di Dierico nell’anno scolastico 1946-1947:

A Betlemme è nato Gesù Bambino e Erode voleva ucciderlo e poi la Madonna prese l’asinello e fuggì con Gesù in Egitto…”

 

Il due maggio scrive tra le altre cose:

“ Ieri ha incominciato il mese della Madonna…” e poi in data 3 giugno scrive “Oggi incomincia il mese del Signore…”: veniamo così a scoprire che se maggio è il mese vocato alla Madonna, giugno è quello dedicato al Signore.

A proposito del Diluvio Universale scrive ancora questo bambino:

“In un paese tutta la gente era cattiva e il Signore mise la gente buona nell’arca di legno e poi e poi venne il Diluvio e la gente cattiva si è annegata…”

E sempre a proposito di religione vorrei riportare un aneddoto raccontatomi dalla maestra che insegnava a Dierico in prima elementare nell’anno scolastico 1946-1947:

Stavo spiegando ai bambini, durante l’ora di religione, che bisogna essere bravi, buoni e non dire mai le parolacce. Allora uno scolaro interviene dicendo:

-        Mio papà qualche volta dice anche delle brutte parolacce!

Allora io ho cercato di dargli qualche suggerimento:

-        Il tuo papà può essere anche stanco la sera quando torna dal lavoro e allora senza volere, in un momento di sfogo, può sfuggirgli qualche parolaccia. Tu quando lo senti cerca di dire qualche preghierina a Gesù!

Alcuni giorni dopo il bambino si avvicina a me  tutto compunto e comincia:

-        Signorina maestra devo dirle cuna cosa grave. Ieri sera è venuto a casa mio padre, ha tirato giù un porco e io gli ho detto la prima preghierina che mi è venuta in mente…

-        E che cosa gli hai detto, che sei così triste?

-        Gli ho detto “Sia lodato Gesù Cristo!”, e lui si è arrabbiato ancora di più.

 

 Il parroco di solito cercava di avere un buon rapporto con i maestri che alle volte lo aiutavano nel suo lavoro. Il parroco di Dierico infatti, per ringraziare la maestra di prima elementare un giorno le ha detto:

-        La ringrazio per quello che insegna ai miei bambini, vengono a dottrina che sanno già molte cose!

 Così come era importante la religione per i bambini, un ruolo fondamentale aveva nella loro vita anche la scuola. Prima di raccontarvi ancora qualcosa dell’esperienza di prima elementare a Dierico, volevo solo ricordare che le scuole un tempo nella Val Incarojo erano molte e questo soprattutto per il fatto che, come abbiamo già avuto modo di dire, i bambini erano tanti.

Nell’interessante pubblicazione di Nazario Screm “La scuola e i maestri nella Valle d’Incarojo” si possono attingere alcune informazioni utili per il nostro viaggio nel mondo scolastico di un po’ di anni fa’.

·       A PAULARO prima che venisse costruito l’edificio scolastico nel 1922, gli alunni di Villamezzo, Ravinis, Rio, Villafuori, Casaso, Misincinis e Paularo centro si recavano a scuola in diversi edifici presi in affitto di volta in volta da Comune.

·       Nel 1926 gli alunni di RAVINIS poterono avere un proprio edificio scolastico.

·       A TRELLI dove giungevano anche i bambini di Chiaulis, grazie a Don Osvaldo della Negra, cappellano e maestro comunale, si è potuta avere la prima scuola sussidiaria di Stato (1870-1879) nella casa seicentesca della famiglia Morocutti e poi di seguito in vari edifici del paese. Dal 1965 anche in questa frazione si ebbe il nuovo edificio.

·       Anche SALINO aveva la propria scuola dal 1923, l’edificio però venne parzialmente demolito dopo il terremoto del 1976 e ricostruito. La scuola a Salino però era già presente dal 1865 con il cappellano Giobatta Vriz, che fungeva da maestro comunale.

·       CHIAULIS fu l’ultima borgata del Comune di Paularo ad avere l’edificio scolastico che venne costruito sopra la latteria nell’anno 1945-1946.

·       Già nel 1867 DIERICO aveva la sua scuola di stato costretta a sparpagliarsi in vari edifici del paese fino a quando nel 1922-23 non venne costruito l’edificio scolastico che venne riattato poi in un secondo tempo nel 1954.

 

(Dierico 1951)

E parlando di scuola vorrei proprio soffermarmi su DIERICO per portare una testimonianza a dir poco commovente di una maestra che insegnò, appena diciottenne, nella prima elementare di quella frazione durante l’anno scolastico 1946-1947. Si tratta della signora Moro Bedendo Mirta. All’epoca abitava a Misincinis e ogni giorno faceva il tragitto a piedi per circa ¾ d’ora per raggiungere Dierico. I bambini della sua prima elementare andavano ad aspettarla prima dell’inizio del paese. Era quella una zona un po’ pericolosa perché scendevano sassi e la maestra tante volte aveva raccomandato loro di non andarle incontro e un giorno di pioggia mentre li stava rimproverando per non averla ubbidita, un bambino le ha detto:

Ai det jo siore maestre, ma un frut al à det ‘parcè lassâ bessole la maestre?’ e cussì siamo venuti!.

Vorrei riportare adesso alcuni ricordi della maestra:

“Mi ricordo della bellissima esperienza che ho fatto a Dierico come maestra, mi ero appena diplomata e in quel paesino mi erano stati affidati i bambini di prima elementare. L’aula dove insegnavo non era nell’edificio scolastico ma bensì sopra una stalla dove erano alloggiati anche degli animali. I banchi erano tutti in legno così come il pavimento. Avevamo in classe una stufa per poterci riscaldare nei mesi freddi, la bidella aveva il compito di accendere il fuoco.

Nella mia classe c’erano 23 bambini che avevano tanta voglia di imparare. La scuola iniziava verso i primi di ottobre e terminava a metà giugno. Si faceva scuola tutti i giorni della settimana tranne il giovedì che era festa sia al mattino dalle 8.30 alle 12.30 che nel pomeriggio dalle 13.30 alle 16.30. I bambini all’ora di pranzo andavano a mangiare nell’edificio scolastico dove c’era la refezione scolastica. Davano da mangiare un piatto di pastasciutta, un po’ di formaggio e del pane. Io invece portavo da casa una pentolina di rame con la minestra e la mettevo a scaldare sulla stufa. Per arrivare a scuola impiegavo quasi ¾ d’ora e mi ricordo che una volta con la neve ho impiegato un’ora e mezzo per arrivare, prima di me era passata soltanto la levatrice e io mettevo i piedi nelle orme che lei aveva lasciato.

In classe i bambini stavano “in pidui” mentre io avevo gli scarpets. La prima cosa che si faceva al mattino prima di iniziare le lezioni era quella di alzarsi tutti in piedi per recitare la preghiera. In prima elementare tutti i bambini scrivevano con la matita, solo alla fine dell’anno si iniziava ad usare il pennino e l’inchiostro. Per contare usavamo il pallottoliere ma soprattutto chicchi di granoturco, fagioli e sassolini.

Mi ricordo che quando ricevevo lo stipendio andavo a comprare qualche gomma, delle matite, un paio di pennini e quando un bambino era bravo e prendeva 10 con lode riceveva in regalo uno di questi oggetti a scelta.

A quei tempi non c’era molta disponibilità finanziaria per reperire il materiale didattico e così cercavo di arrangiarmi come meglio potevo. Ero riuscita a farmi mandare le buste con le paroline. In una busta si trovavano le parole APE, SOLE e LUNA e così via per tutte le lettere dell’alfabeto, e allora distribuivo le buste ai bambini e poi chiedevo:

-        Chi ha una parolina che inizia per la lettera A come Aeroplano?

E allora chi aveva la parolina APE me la mostrava.

Di grande aiuto è stata la signora Carla Tonutti, figlia dell’allora segretario comunale che mi aveva insegnato come fare l’alfabetiere ai miei scolari. Per riuscire nell’impresa avevo chiesto aiuto alle mamme dei miei bambini chiedendo di cucirmi un pezzo lungo di stoffa e di ricavare delle piccole tasche dove poi poter mettere le lettere dell’alfabeto. Io avevo preparato un modello di modo che le mamme potessero farlo uguale. In ogni casellina avevo poi preparato 4 cartoncini con la lettera minuscola e 1 cartoncino con quella maiuscola. Mancando persino la disponibilità del cartoncino mi facevo dare i cartelloni pubblicitari dei buoni novennali, una volta che venivano tolti e sul retro di questi ricavavo le mie letterine. Ogni alfabetiere era corredato da una fettuccina che serviva per chiuderlo ed appenderlo al chiodino del banco. Quell’anno, con queste semplici cose, tutti avevano avuto il loro bell’alfabetiere ed erano veramente felici, tanto quanto lo ero io di averli come miei alunni.

Alla fine della giornata, quando i bambini erano ormai stanchi, raccontavo loro una storia e loro rimanevano tutti a bocca aperta mentre potevano viaggiare con la loro fantasia”

 

 Ed è proprio con la stessa fantasia che potremo viaggiare a ritroso nel tempo alla ricerca della nostra infanzia per riscoprire in ognuno di noi quella parte di bambino che sempre dovrebbe accompagnarci nell’arco della nostra vita.

Visto che la maestra Mirta raccontava una storia ai suoi bambini alla fine della giornata scolastica, anch’io ve ne racconterò una dal titolo “Il vespul copâri” (il faggio padrino):

 

Alore simpri a Cleules in timps cetant, cetant indaûr, cetant timp passât, a viveve une biade femine cjamade di miserie, a veve la sô famèe, a veve i gjenitôrs vecjos da custodî e da pasci e a spietave un frut, di parturî un frut. Alore cumò e faseve il fen pe vacje e jei à volût lâ sù in mont che diseve:

“A voi lâ sù prime ch’al nassi il frut, parcè che dopo si o no ch’a pos lâ sù a fâ chel tic di fen ch’a ài tal prât lassù!”.

Une dì a jeve a binore, a cjape la çacule dal mangjâ, e bute batadories, massanc e jù pal gei insieme da çacule. A tol su la falç e il riscjel e s’invìe sù in te mont da Cleules, in alt, in alt. Alore a lassù à començât a seâ, a strengi dongje il fen, ma caro mio cuant ch’al è stât dopo di miesdì a jei ai è començât a vegni mâl di parturî e à det:

-        A cumò metipen ch’a parturis a cassù…

E cjape , e sclope denti dut jù pal gei, e cjape il gei su pa schene e jù di corse par rivâ a cjase, ma jei a no è rivade adore da rivâ a cjase, parcè che cuant ch’a è stade insom dal Bosc Bandît, par tant mâl che veve e si è ingrufulade jù aì dongje di un riuçòn di aghe, è lade a bevi un got di aghe, dopo a voleve tornâ a partî e vegni jù ma nol è stât câs e alore aì al è nassût il frut.

A cumò à vedût che il frut a nol ere di chest mont, ch’al ere dal maldurâ e alore e à pensât di tirâsi vie tal riuçòn e batiâ il frutin ch’ài ere nassût. Si cjale d’intorn par jodi s’al passave cualchidun, ch’ài ves fat di santul a di chest frut e no jout nissun. Alore aì al ere un grant vespolon vecjo, vecjo, vecjo, cui ramaçòns grancj e jei a i dîs:

-        Ah vespul……che encje vou a seis une creature vere dal Signôr, us prei vou ch’a seis bessol achì cumò, faseimi di santul a di chest frut ch’al mi sta par lâ in Paradîs!

Tun moment sâstu il vespul al sbasse jù i ramaçons fint a tocjâ par cjere e jei a si free i voi e no j pareve vere di cheste roube, che il vespul al fos sbassât jù, i ramats…e à pensât ‘a cumò tra il mâl e la debolece, a varai vude las tralupules’.

Pouc dopo il frut al mûr e jei a invuluce benon il frut intal grimâl e lu tol intal grim e ven jù a Cleules. A lajù a i àn preparât par fâ il funerâl a di chest frutut e jei a è lade intal jet, la comari al à assistude infin ch’a si ere comedade un pouc, ch’a veve cjapade un tic di fuarce.

Une dì…e pensave simpri al fat di chest vespul ch’a veve vedût a sbassâ i ramats ed à pensât di lâ sù a jodi indulà che chest frut al ere nassût e ch’al ere murît e di lâ a jodi chel vespul. E partis a binore ed e vâ sù. Rivade insom il Bosc Bandît e rivade dongje dal vespul a i dîs…e salude il vespul e a i dîs:

-        Bondì compari!, e il vespul al à tornât a sbassâ jù i siei ramaçòns come par saludâle, nô!!!

Alore cumò a no veve las tralupules, e si ere rindude cont che veramenti il vespul al ere sbassât aì cumò dongje di jei e con ch’al ere nassût il frut. E va jù intal paîs e conte cheste novitât che il vespul al ere sbassât, al veve sbassât i ramats. Alore partis il sindic e partissin doi conseîrs di chei dal comun e i van sù propit par jodi s’a ere vere. A è lade la comari cun lôr. Alore il sindic a i à det:

-        Salude mo, dì al vespul ch’al si sbasi!

E jei cun semplicitât a i à tornât a dî:

-        Bondì compari!

E il vespul al à tornât a sbassâ jù i ramats che ducj i àn vedût, ai son restâts ducj maraveâts, ch’ai diseve ch’al ere un meracul parcè che un arbul a nol podeve sintî e fâ cussì.

Cumò il sindic al voleve che ves tornât a dî e jei à provât a tornâ a dî ‘bondì compari’, ma il vespul a nol si è sbassât âti. Al è vignût a savei il preidi da Paluce e il sindic al à clamât su encje il predi da Paluce, ai son tornâts sù e cheste femine à tornât a dî ‘bondì compari’ e il vespul al à tornât a sbassâ jù i ramats. Alore il preidi da Paluce al à informât ducj i siei superiôrs di cheste roube ch’al veve vidude.

Cumò a vignive dongje un grum di curious e ducj volevin fâ lâ su la femine par ch’a ves det bondì al vespul ed à provât encje a lâ la femine ma il vespul a nol si è sbassât plui. Al si sbassave jù nome con ch’a jei a ere bessole ch’a passave dongje, che preave par chel frut ch’a i ere murît e al si sbassave jù a saludale nome in chê volte e con ch’a i ere i curious a nol si è mot âti.

Cumò la femine a è muride, a son passâts tancj agns e il vespul al è vignût mieç sec e malandât encje lui ch’al ere vecjon, vecjon…

Alore chei dal prât àn pensât di lâ sù a fâ taiâ il vespul e fâ fûr las legnes. E son partîts chescj menaus a lassù a fâ fûr chest vespul e dulà che i tirave il seòn e dulà che ij tacave cu la manarie a sclapâ il len, nô, inveze di vignî fûr la linfe blancje e vignive fûr come sporcje di sanc, rosse…… e cussì mo a è finide la storie dal vespul……il frut al ere lât in Paradîs…

 


 

E come tutti i bambini di un tempo prima di andare a dormire dovremo dire la nostra bella preghierina e se proprio non ne abbiamo voglia potremo sempre ricordarci delle nenie che un tempo dicevamo al posto delle preghiere:

Dio bon, Dio bon / ducj i sants intun vagon / la Madone machiniste / e il Signôr capostasion.

Oppure:

Pater noster quit quit / son trei dîs ch’a no lu ai dit / se mê mari no mi da pan / no lu dîs nencje doman.

O ancora:

Signorut benedet / in pîs e ponet / vistît e cjalçât / d’inviern e d’estât.

 


Vorrei ringraziare gli informatori che mi hanno aiutata a raccogliere il materiale che vi ho proposto e in particolare la Ines di Val, Maria Lirussi di Trelli, la maestra Moro Mirta Bedendo e la signora Dina Pellizzotti. Un grazie speciale e di cuore lo vorrei fare a Stefano Fabiani, per le preziose informazioni che mi ha fornito, per la sua grande disponibilità e per l’autorizzazione a pubblicare la foto della propria nonna all’età di 13 mesi. Paularo deve essere fiero di avere persone così che dedicano il loro tempo libero alla scoperta e alla valorizzazione del patrimonio culturale di una valle ricca di storia.

E dopo questo bel viaggio nel mondo dell’infanzia chissà che non venga anche a voi la voglia di tornare per un momento bambini…

Manuela Quaglia


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