Pianeta uomo
Il dÓlbidar

   
    mestieri scomparsi in Carnia

Giovanni Zatti, di Ampezzo ci invia questo suo lavoro, raccolto nel volumetto:  

 "Malvis e stielis- mestieri in via di estinzione", stampato nel settembre 2000, dove descrive, fra gli altri,  il mestiere del dÓlbidar, il costruttore di dÓlbidis (in ampezzano, o dalminis in friulano, le dalmine, calzature di legno). "Malvis e stielis- mestieri in via di estinzione", stampato nel settembre 2000, dove descrive, fra gli altri,  il mestiere del dÓlbidar, il costruttore di dÓlbidis (in ampezzano, o dalminis in friulano, le dalmine, calzature di legno).
Grazie a Giovanni, e a tutti gli altri che hanno collaborato nel trattare questi argomenti, stiamo costruendo anche noi in questo sito, un nostro  "Albero degli zoccoli"  tutto carnico.





 
(Giovanni Zatti - foto AmB)

 

 Zatti ha voluto cosý presentare il lavoro (ne riportiamo una parte) che comprende oltre ai dÓlbidar, anche "Il contadin", "Il boscad˘r" e "Il segÔt":

"Nel secolo che si Ŕ da poco congedato sono via via scomparsi nei nostri villaggi molti mestieri che erano fonte di utilitÓ e di profitto per gli operatori o che rappresentavano attivitÓ indispensabili nell'economia chiusa della nostra come delle altre comunitÓ di montagna. Cosý non esistono pi¨ tra noi i: "tessŕrs - cossÔrs - talcŕrs - selÔrs - dalbedÔrs - pironÔrs . . . cjarad˘rs" (cioŔ tessitori, cestai, produttori di fasce per il formaggio, mastellai e bottai, zoccolai, intagliatori di posate, carrai, ecc..) e svariati altri lavoratori del legno (come non c'Ŕ pi¨ chi trae dalla pietra, dai metalli, dall'argilla oggetti e prodotti prossimi all'arte).
E un'altra benemerita categoria di artigiani Ŕ scomparsa ad Ampezzo poco dopo la prima guerra mondiale e per ultimo nella frazione di Voltois, quella pi¨ antica e gloriosa dei "tessŕrs" (tessitori) i cui prodotti ottenuti dalla lana (ma anche dal lino e dalla canapa) rustici ed eterni, sono stati rimpiazzati anche da noi da quelli molto meno duraturi ed originali, ma di relativa economicitÓ e larghissima diffusione, che l'industria tessile ha cominciato a contrapporre qui ai lavorati e ai tessuti casalinghi ad iniziare dal XIX secolo, per opera soprattutto della notissima ditta Linussio."

 "Scrivere di tutte queste professioni cui ho accennato e di altre ancora, morte oramai o moribonde, Ŕ impresa da scrivere tomi: Invece io mi impegno qui ad annotare poche cose significative che riguardano soltanto alcuni mestieri, quelli praticati nella mia famiglia ed osservati nella mia prima etÓ o nell'etÓ adulta vissuti per interposta persona, tralasciando per lo pi¨ la descrizione delle operazioni concernenti il loro complesso svolgimento."
"La terminologia Ŕ quella in uso o tramandata dagli avi nel dialetto di tipo locale"

(Giovanni ci parla del suo libro )

DÓlbidar

E' cosý chiamato l'artigiano costruttore di "dÓlbidis" o "scroi", specie di calzature in un unico pezzo di legno, privo di incollature di sorta. L'addetto sceglieva personalmente, nel bosco, le piante idonee, con il giusto diametro, adatto per sagomare il pezzo nelle dimensioni volute, ed evitare la scheggiatura e sgrezzatura.

           Legname usato
          
Le essenze latifoglie preferite erano:
 

acero montano

Óier o Óer

 acer pseudoplatanus

acero riccio

 clem 

  acer platanoides

ontano

  Ôl

   alnus glutinosa

pioppo

p˘ul

    populus alba

betulla

 bed˛l

     betula alba

noce

 nujÔr o cocolÔr

    juglans regia

Di quest'ultimo si usava solo l'alburno pi¨ tenero e leggero del restante legno
("blancűm di  nujÔr).
La parte ottima, la pi¨ ricercata, era la pi¨ bassa del tronco, la pi¨ vicina all'apparato radicale, che non presentava possibili spacchi nŔ incrinature radiali del legno.
Dall'acero montano e dall'acero riccio si ricavavano grazie alla bianchezza del legno "lis dÓlbidis di fiesta" e "lis dÓlbidis di cjÓsa"
Le altre essenze, pi¨ tenere, venivano impiegate per calzature da usarsi nei campi e nei lavori della stalla. Quelle fin qui descritte venivano chiamate "dÓalbidis di plÓnela". Sui pendii erbosi e nei lavoro boschivi si calzavano "lis dÓlbidis di glacins".
Erano pi¨ robuste delle altre, sempre di acero, e nella parte di contatto col terreno,avevano due tacche, una in corrispondenza della regione avanzata tarsiale, l'altra al calcagno. Evidenziavano un ferro a tre punte applicato alla tacca anteriore e uno a due punte in quella posteriore. Questi ferri erano chiamati "glacins"
Talora veniva installato un chiodo, in corrispondenza dell'arcata del piede ("sfals dal pţt) che serviva a tenere un agevole equilibrio sulle piante e sui tronchi al momento della sezionatura.

(minuziosa e decorativa catasta di legna, fatta
 da  Giovanni, nel cortile di casa)


Nelle "dÓalbidis di plÓnela" , ad evitare il logorio delle tacche, veniva applicato un pezzo di suola di vecchi "scarpets" e negli ultimi tempi sottili suole di gomma zigrinata. Con questo sistema era possibile evitare anche lo slittamento nei transiti sul ciottolame "codolÔt" o su tratti gelati.
La tenuta del piede era assicurata da una striscia di cuoio "il traýn" che, inchiodata trasversalmente da una sponda all'altra della "dÓlbida", tratteneva il piede senza che ci fosse pericolo di sfilamento della calzatura.
Il "traýn" era normalmente di pelle di vitello che, data la morbidezza, si adattava maggiormente di altri cuoi alla flessione del collo del piede.
 

 Attrezzi per la costruzione degli "scroi"

Oltre al "ci˛c da dÓlbidis", gli attrezzi in uso erano:

manarýn da dÓlbidis
sÓp o fiÚr da dÓlbidis
seghŔt

forad˛ria da dÓlbinis o a palis
(elicoidale)
forad˛ria a viŔr
sgrÓss
sesolŔt
plet˘r
rÓspa

carta vetrata o pezzo di vetro per i lavori di raschiamento e rifinitura esterna

Serie cronologica dei lavori e attrezzo usato

imbastţ far la sagoma manarýn
ingjavÔ fare il foro per il piede sÓp
forÔ fare la nicchia anteriore forad˛ris
fÔ il fons rifinire l'interno sÓp e sgrÓss
fÔ i tacs rifinire l'appoggio seghŔt e sÓp
sgrasÔ (lis) rifinire il grosso sÓp - sgrÓss -sesolŔt- manarýn
lissÔ (lis) lisciare  
finţ (lis) rifinire con raspa, carta vetrata e pezzi di vetro  
intrainÔ (lis) applicare il cuoio nella parte superiore dello zoccolo  

 

Attrezzi: descrizione

  Manarýn

Da usarsi a una sola mano, destra o sinistra, mai da ambidestro poichŔ il "manarýn" veniva sagomato "ad hoc" per chi l'usava.
Erano rari i casi degli operatori mancini. L'attrezzo, discretamente pesante, aveva la parte sinistra dritta, mentre quella destra presentava una linea leggermente tondeggiante, pi¨ accentuata in prossimitÓ della zona di taglio l"˛ncia".
L'"˛ncia" facilitava la scheggiatura del legno. Il "manarýn" veniva in gran parte usato nei lavori esterni ai "tacs" al "cjÔf", al "tel˛n".

 

SÓp o fir da dÓlbidis

Arnese simile al martello doppio, con le estremitÓ taglienti: a scalpella da una parte, a sgorbia dall'altra.
Veniva usato con una mano mentre la "dÓlbida", appoggiata sul "ci˛c" veniva tenuta ferma dall'altra (normalmente la sinistra).

 

Forad˛ris 

Per fare la nicchia nella parte anteriore della dÓlbida, questa si forava con una normale trivella da 10-18 mm. di diametro: poi il foro veniva ingrandito con la "forad˛ria" elicolidale.
Era questa una delle operazioni pi¨ difficili poichŔ si doveva tagliare quel tanto di legno necessario per creare la giusta sede plantare, lasciando nella parte a contatto con le dita del piede quel tanto di spessore necessario alla protezione del puntale.
Lavoro difficile anche l'azionare la "forad˛ria" che doveva avanzare sotto uno sforzo leggero e costante, con poca pressione per non provocare la spaccatura della testa dello zoccolo.
Ad evitare questo si doveva scaricare la trivella e pulire il foro spesse volte (discjamÔ la forad˛ria). La "forad˛ria da dÓlbidis"  aveva solo una piccola punta centrale di indirizzo ed i taglienti erano sui lati esterni della trivella elicoidale.

 

 

(Gjovanin e la s˛ femine su la linde di cjase)

 

SgrÓss

 

 

 

 

 

 

 

Lama stretta cm. 1-2, tagliente su ambedue i lati laterali, con curvatura a "gomito" chiuso per 5-6 cm. nella parte terminale, Con questo attrezzo si fanno tutti i lavori interni alla calzatura, dopo la foratura.
La lama va usata sempre in direzione trasversale del legno e, talvolta, anche in senso rotatorio. Mai in senso longitudinale, chŔ scheggerebbe il legno. 
Mentre il tagliente lavora all'interno dello zoccolo, il manico poggia sulla spalla dell'operator; la presa della mano roteando il manico fa azionare il tagliente.
 

SeghŔt

Veniva usato per incidere il legno trasversalmente, in corrispondenza delle tacche di appoggio. Veniva azionato da una sola mano: l'altra tratteneva la dÓlbida.
 

 SesolŔt

E'  usato esclusivamente per i lavori esterni. E' azionato da ambedue le mani che tirano l'attrezzo dall'esterno verso l'operatore. Il tagliente Ŕ dalla parte interna e la sezione dell'attrezzo Ŕ molto conica ad evitare la penetrazione errata in profonditÓ, dovuta alla direzione della venatura del legno.
E' dotato di due manici laterali aperti obliquamente rispetto alla lama. Non potendo usare le mani per trattenere durante il lavoro la dÓlbida, questa viene compressa strettamente tra il petorÔl e le ginocchia dell'operatore.

 

Plet˘r

Lama curva del diametro di cm. 2-4con un solo lato tagliente. Aveva manico corto; si usava con una sola mano in senso rotatorio o trasversale alla fibra del legno. Serviva per il taglio nelle parti interne di dÓlbidis per bambini da due anni all'etÓ scolare, e per rifiniture interne negli attrezzi da cucina in legno (cucchiaioni, porta sale, ecc.)

 

PetorÔl

Pezzo di legno duro dallo spessore di 2-3 cm., largo cm. 10-13 e lungo 25-30. Pi¨ largo nella parte alta vi presentava una piccola incoppatura per la sede di appoggio della testa della dÓlbida, al momento di lavorarla con il "sesolŔt": La parte bassa, pi¨ conica, aveva un piccolo gradino o risiega che s'incastrava nella cintura dei pantaloni dell'artigiano, mentre la parte alta poggiava sullo stomaco e sullo sterno dello stesso.
Il lavoro di rifinitura della zoccola consisteva nel ripassarne tutto l'esterno con una raspa e nel raschiarne poi tutta la superficie con pezzi di vetro. Si finiva l'operazione con la carta vetrata.
 

L'intrainadura

Veniva fatta in presenza e con la prova dell'acquirente che sostava nella bottega fino a lavoro ultimato.
 

 

(...la passione per le tradizioni di Ampezzo)

PedÔl

Il "pedÔl" doveva essere di taglio fresco (non pi¨ di un mese) e conservato in luogo umido. Il legno restava pi¨ tenero e morbido alla lavorazione e manteneva il bianco. Se era troppo stagionato, invece,  diventava grigiastro e tendeva a imporrire.
Tre gli attrezzi e i materiali in uso al "dÓlbidar" non va dimenticato il "ci˛c da dÓlbidis". Era una specie di tronchetto ricavato dal pedale di un faggio: era montato su quattro piedi, i "pic˛i" ed aveva una faccia dritta nella parte superiore; ci si sedeva a cavalcioni come su una panca sulla parte posteriore, mentre il davanti veniva usato come tavolo di lavoro.
Nella parte anteriore, al bordo della testata, presentava una tacca inclinata a 45░, dove, con cunei veniva fissata la dÓlbida per mantenerla stretta durante il lavoro di foratura.
"Lis dÓlbidis" per adulti si lavoravano singolarmente in modo alterno , per non pi¨ di 15-20 minuti per l'una o per l'altra, in modo che quella pi¨ avanzata nel lavoro servisse di campione all'altra. Lavorando per pi¨ tempo una sola, a lavoro finito, sarebbe disuguale all'altra, sia nella misura che alla vista. Un tempo queste calzature, venivano usate anche dai bambini al di sopra di 2-3 anni, per queste, date le misure ridotte, non si potevano lavorare singolarmente in quanto ne era impossibile la presa con gli attrezzi di cui disponeva l'artigiano.
In questo caso egli le traeva da un unico pezzo di legno (i due elementi attaccati per la testa, uno di  fronte all'altra) che veniva tagliato a metÓ a lavoro ultimato.Con l'uso, talvolta lo zoccolo si spaccava verticalmente sul tallone della dÓlbida, cioŔ sulla parte posteriore. In tal caso si incastrava a forza nel legno, trasversalmente alla fenditura, un filo di rame od ottone, che veniva ancorato con piccoli chiodi, nella tacca del tallone. Per curiositÓ va notato che negli anni 1930-1936 il prezzo di un nudo paio si dÓlbidis finite era di 5-7 lire  che saliva a 8-10 lire per "lis dÓlbidis intrainÓdis". Il costo del pedale era di 1-2 lire. Il tempo necessario per la fattura delle calzature era di 7-8 ore. Per l'"intrainad¨ra" occorrevano1,5-2 ore. La pulizia, saltuaria delle calzature veniva fatta con sabbia fine ed acqua.
Quando erano nuove e prima di essere usate, o dopo essere state lavate, le scarpe rustiche venivano ingrassate con "sŕf" o "s˛ngia" (sego o sugna) facendo in modo, con lo strofinio della mano incoppata, di riscaldare un p˛ il legno e quindi di ottenere un maggior assorbimento del grasso.Ci˛ poteva evitare le spaccature al tallone e anche la marcescenza.

   

(fotografie ad Ampezzo di
Annamaria Bianchi)