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I menàus della Carnia hanno lasciato nella nostra storia, un ricordo che sa di
leggenda e di grande ingegnosità. Il loro era un mestiere molto faticoso,
tramandato di generazione in generazione, da padre in figlio.
Si sentivano quegli uomini dal bosco in quel luogo di silenzio che veniva rotto
ogni tanto dal rumore ritmato dei sapìns (zappini) sui tronchi, dai colpi
sicuri delle manariòs (accette), dai seòns (grosse seghe) tirati con forza a
mano per far cadere le piante, dalle grida di luogo in luogo di "bâuf"
(fermo), cârighe (molla), per fermare o riavviare il lavoro.
Questa
manodopera locale, molto specializzata, veniva richiesta volentieri dai paesi
esteri. Così anche mio nonno Piari Fâri e Tito Colo, intorno al 1890, presero
la strada della Romania, altri invece quella della Carinzia, della Stiria,
Bosnia e Transilvania.
Erano lavoratori stagionali che stavano via 7-8 mesi all'anno e che venivano
pagati abbastanza bene; più del doppio di quanto avrebbero guadagnato nel loro
paese. Questa specie di emigrazione è finita sul cominciare della prima guerra
mondiale.
Subito dopo il conflitto, De Antoni di Comeglians assunse 2000 boscaioli e nel
1920, costruì a Margò (sotto Mieli) la prima "siêo e veneziano" che
andava con la forza dell'acqua.
I menàus erano boscaioli specializzati e molto capaci. Provenivano la gran
parte da Sigilletto, come Dante e Vigj di Culâu, il fratello "chêi de
Pilôto" Girolamo, Bepi e Gjli Pinzan, quelli di Floro, Vigj e Erman di
gobo, Carlo dal Gàigher e Telesfero di Calìmer.
Carlo mi ha raccontato dei sacrifici e delle fatiche che hanno sopportato fino a
vent'anni
fa per riuscire a vivere.
Non posso inoltre dimenticare di nominare quel grande operatore che è stato
Gjgj dal Temeràt che, ancor oggi, conosce vita e miracoli del bosco.
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(Orazio, leggendario menàus di Givigliana)
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la vita dei
menàus:
Chesc' oms ej
partivo da cjaso es trio a buinôro, cul ferâ a vuèli o petrolio, par
podìo rivâ tal plan
dal Ors in Bordàlio o tei Serâis pes siet, par tacâ la zornado!
Questi uomini partivano da casa alle tre del mattino,
con la lampada ad olio o petrolio, per poter arrivare nel piano
dell'Orso in Bordaglia o nei Serai alle sette, per iniziare la giornata. Camminavano con gli scarpèz, per far riposare
i piedi. Giunti sul posto, mettevano gli scarponi con la suola senza tacco per
lavorare senza paura di scivolare.
Ora è il momento di parlare del casòn (ricovero per boscaioli, anche fino a
50).
Prima di costruirlo, era molto importante scegliere il posto adatto. Veniva
scelto un piano che doveva essere possibilmente vicino ad un terreno da dove
fosse uscito almeno un filo di acqua, che veniva portata fino fuori del casòn,
tramite grondaie di legno, fatte con un'apposita mannaia, chiamata
"lasciò", con la lama rotonda e piegata per tirare fuori bene il
midollo del legno.

(laghetto di Bordaglia) |
Nel mese di agosto (tempo in cui la pianta non va in amore) venivano preparati i
lungòns, in tagli lunghi 15-20 metri, spellati per evitare di essere
attaccati dal kèfer, il tarlo della pianta e squadrati con la "lado",
un'altra mannaia lunga 30 centimetri, con la lama da ambo i lati e il manico nel
mezzo. L'operaio che squadrava, doveva avere una grande pratica.
A lavoro finito, dal legno scartato, rimanevano dei bei "spràizos",
stecchi per accendere il fuoco. Le donne venivano sul posto a prenderli e
lasciavano un decimo di grappa o una bottiglietta di olio d'oliva che i
boscaioli usavano bere a digiuno, la mattina, per ungere lo stomaco!..
I lungòns venivano portati a spalla dai boscaioli fin sul luogo dove veniva
costruito il casòn.
Il casòn aveva forma bislunga e poteva alloggiare da 30 a 50 persone. Dentro
dovevano esserci due fuochi: un focolare col catenaccio, per far da mangiare,
dove attorno venivano posti grandi sassi, perché il fuoco non si
diffondesse...; un altro fuoco era sistemato nel mezzo del casòn, e serviva per
asciugare giacche, stiriane, braghe e scarponi. Qui si asciugavano anche gli
uomini quando ritornavano dal bosco bagnati di sudore.
Le brande (cagnâs) venivano messe attorno nella stanza. così il fuoco restava
nel mezzo. Le brande erano fatte con tavole lunghe due metri, appoggiate per
lungo, sopra veniva sparsa la "breno" (giovani punte di abete tirate
giù dalla pianta a mano, che avevano il potere di togliere la stanchezza e
guarire i reumatismi.
Due coperte completavano il giaciglio dei "boscadùor". In capo alla
branda veniva appeso a un chiodo lo zaino con dentro il cambio di calzini. Tutti
i vestiti venivano appesi perché non fossero rosicchiati dai topi. Faceva parte
della dote del boscaiolo anche un orologio da taschino, una candela o una
torcia.
Il capo dormiva sempre vicino alla porta di entrata per controllare i movimenti
, per tenere l'ordine e per controllare che nessuno rubasse nulla!...
gli ultimi casòn
Mi piace ricordare gli ultimi casòn del mio
paese, fatti dalla nostra gente, dai nostri uomini, con amore e grande passione:
- Casòn tal plan de Crùos (Bordaglia) - 1945
- Casòn tal "Riù dei Pestòns (Navanzo) - 1920
- Casòn dai Sapadìns (Cjasovìero) - 1930
- Casòn devôr lu Truc - 1935
- Casòn tal "Riù Valp" (nel 1946 tagliati
10.000 m cubi di legname)
- Casòn di "Monte Casone" - 1918 (dove le
farinàrios - donne che portavano farina - Di Tualis venivano per portare da
mangiare)
le categorie dei menàus
Al samèo parfin impuscibil, ma propri dai
boscadûors, dal mistêr umil e semplic, ej saltavo fôr ju oms pì gjestris,
pì brâs e pì sàvis.
Sembra persino impossibile , ma proprio dai
boscaioli, da un mestiere umile e semplice, venivano fuori gli uomini più
capaci, più bravi e più saggi.
I nostri boscaioli venivano classificati in quattro categorie:
- Della prima categoria facevano parte anche i
figli dei boscaioli che avevano imparato da piccoli il mestiere dei loro padri.
Questi padri, prima di abbattere la pianta, sceglieva bene dove sarebbe caduto l'albero,
per non danneggiare gli altri che dovevano restare nel bosco. Se era il caso,
veniva ripulito lo spazio intorno dai rami e dalla sterpaglia per evitare di
inciamparsi. e tagliarsi con gli attrezzi.
Per farla cadere nel posto giusto, ai piedi della pianta veniva fatto lo
"scivulòt", cioè un tappo. Alla voce "fui vè" la pianta
cadeva a terra, coi suoi trenta quintali di peso, facendo un gran fracasso.
Una volta a terra, intervenivano i "fratadûors", sempre di prima
categoria, a togliere i rami
.
- Poi c'erano quelli di seconda categoria, che lavoravano in coppia, (a due a
due), col compito di "scjaveciâ" (sezionare) la pianta, di scartare i
pezzi marci e storti e ridurla in pezzi da cartiera, che aveva il 25% di
sconto sui prezzi normali. Tutto il materiale veniva misurato col
"cavalèt", attrezzo in ferro.
-Della terza categoria erano la maggior parte dei boscaduôrs i quali, oltre a
dare una mano a scortecciare, smussavano la cima e mettevano il marchio di
proprietà in cima e in coda. Questi marchi potevano essere fatti così:
XXX (De
Antoni di Comeglians)
AX (Candido
di Forni Avoltri)
X - III
o Z (altri)
I tronchi, così preparati, venivano bloccati con pali perchè non scivolassero
giù a uccidere qualche operaio. A quei tempi capitavano molte disgrazie!.
I boscaioli di quarta categoria erano uomini che si adattavano a fare qualsiasi
lavoro: liberare i sentieri, canalizzare l'acqua, ammucchiare ramaglie, portare
e tagliare legna per il casòn.
i ritmi di lavoro
Lu boscadûors nol cjalavo mai l'arlòi e pùos 'a lu puartavo tal taschin fat a
puesto sul devànt, sot la cinghio. Par savio, l'oro al cjalavo la pusizion dal
sarîali, o sci regolavo devôr las fuarcios imò da esaurî, o miei dal
brundulec dal stomi!...
I boscaioli non guardavano mai l'orologio e
pochi lo portavano nel taschino apposito sul davanti, vicino alla cinghia. Per
sapere l'ora guardavano la posizione del sole, o si regolavano sulle forze
che ancora restavano loro, o meglio dal brontolio dello stomaco!...
Gjeni Agostinis, chiamato "lu barês" (il barese) perchè aveva
sposato una donna di Bari, aveva vissuto quasi tutti i suoi 87 anni nel bosco e
sapeva a mente l'ora precisa.
Era d'uso, dopo aver preparato da 5 a 10 mila cubi di legname, segnalare la fine
del lavoro
col "bati grops": scelti cinque-sei tronchi sani, possibilmente con
tanti nodi e messi in bilico sui sassi, i boscaioli, battevano sopra a turno con
la testa dell'accetta. Quel suono, ritmico e melodioso, rimbombava per tutta la
valle, facendo così capire alla gente che il loro lavoro era finito e che si
aspettava solo di festeggiare col "licòf", che viene fatto anche al
giorno d'oggi in occasioni del genere.
la "liscio"
A sci clamavo "bignaduro" lu
lavùor par tirâ dingjo dut lu legnam ch'al vignivo parât iù pal "martùor"
o pe "liscio".
Si chiamava "bignaduro" il lavoro di raccogliere tutto il legname che
veniva tirato giù nel canale naturale o nella liscio, canale artificiale fatto
con tronchi e lungo anche qualche chilometro.
La "liscio" poteva essere sia secco che bagnato. Era secco quando i
tronchi scorreva giù normalmente. Era bagnato quando serviva aggiungere acqua a
mano sopra i tronchi perché scorressero meglio. Per bagnarli si usavo un
ramaiolo o una scopa fatta di rami legati insieme.
"Joco" era una caratteristica del menàu: un uomo energico, con voce forte
e rintonante (di solito il capo), stando in cima alla liscio, dava comandi ben
precisi agli altri boscaioli, che passavano voce "di puèsto in
puèsto" (di curva in curva, ad ogni curva c'era un uomo).
Per avviare i tronchi si gridava "câreghe" (molla, via) e i tronchi
partivano con forte velocità. A metà percorso gridavano "recio" o
"fui vè". In coda, cioè alla fine, gridavano "bàuf"
(fermo), quando "i tajos" erano arrivati a destinazione.
Per le "liscio" più lunghe, qualche volta, mollavano il legname anche
di notte, col chiaro di luna e col terreno ghiacciato e duro.
le stùos
Agnorum indevôr, cuàn che l'unic mieç di
traspuârt al ero lu flum, lu legnam al vignivo ingrumât tes stùos e inviât
cu la curint da l'âgo.

Anni addietro, quando l'unico mezzo di trasporto era il fiume, il legname veniva
accatastato nelle "stùos" (sbarramenti artificiali, vedi glossario) e
avviato con la corrente dell'acqua.
Questo lavoro era così pericoloso che, prima di iniziare, il prete avvertiva la
gente in chiesa di fare attenzione a non avvicinarsi alle sponde.
I menàus, per avviare il legname, usavano il "linghêr" (lungo
bastone di legno con la punta di ferro), rimanendo in bilico sui tronchi con
grande bravura e destrezza.
Le prime teleferiche sono state istallate ai primi del 1920 da menàus di Cella
di Ovaro rimasti famosi nella storia, erano Giacomo da Cont, il fratello
Severino e Emidio e tanti altri.
Fadìos di che âti mont par vuadagnâsci un
franc, par no pensâ a chêi ch'ej lasciavo la ghirbo!
Fatiche dell'altro mondo per guadagnarsi un franco, per non pensare a quelli che
ci lasciavano la pelle.
Oggi rimane solo il ricordo di quel mondo semplice, genuino e schietto, in
continuo contatto con la natura, dove ogni piccola cosa parlava, dalle piante a
tutto il bosco, dal canto del cuculo al rumore allegro del ruscello.


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| Gina
Marpillero
- Menaus
In
"Essere di paese", così scrive Gina Marpillero sui
menàus:
Oltre
ai muratori, migratori ad ogni stagione, c'erano anche i menaus,
lavoratori del legname. Per diversi mesi all'anno vivevano nelle baracche,
nei boschi dell'Austria e della Germania.
Il loro lavoro era quello di preparare gli abeti, di ridurli a taes (tronchi).
Prima naturalmente abbatterli, poi spogliarli dei rami, pulirli della
corteccia per renderli più scivolosi, ridurli quindi a tronchi di eguale
grandezza e trascinarli a valle uno a uno, se il terreno era irregolare.
C'era poi il sistema, molto pratico, detto della lisce: una specie
di pista fatta di tronchi, uniti fra di loro nel senso della lunghezza e
tenuti insieme con dei ganci di ferro, sistemati in una zona di forte
pendenza, precedentemente ripulita di qualsiasi arbusto.
In questa pista i tronchi scivolavano con una velocità e un'allegria che
pareva quasi si divertissero.
Quando nei boschi, intorno al mio paese, c'era una di queste "sagre
del legname", al momento del trasporto a valle con il sistema della
lisce, andavo anche io a vedere, come si fosse trattato di una vera
gara sportiva fra i tronchi; parteggiavo per quello che arrivava a fondo
valle per primo e pativo per quelli che si mettevano di traverso, perché
ostruivano il passaggio e prendevano colpi e contraccolpi da tutte le
parti.
Raccontava
mia madre che i menàus lavoravano, si può dire, giorno e notte. Il
racconto che mi faceva a questo proposito lo sta a dimostrare, anche se
sembra un pò esagerato.
Quando un menau andava a dormire nella baracca, attaccava il
cappello ad un chiodo e quando si alzava per ritornare al lavoro, il
cappello dondolava ancora al chiodo.
"Che cosa mangiavano i menaus?", chiedevo a mia madre.
"Sempre polenta e formaggio e, per cambiare, formaggio e
polenta". Quando la polenta che si faceva in casa riusciva dura, la
mamma diceva: "E' come quella dei menaus". La loro polenta
doveva essere durissima, perché doveva durare per diversi giorni. "E
non mangiano mai radicchio?", chiedevo. Mi pareva dovessero
desiderare qualcosa di verde e di fresco.
"Nei boschi non cresce il radicchio e allora mangiano solo polenta e
formaggio, per mesi e mesi". Lo diceva con una severità e una
rassegnazione che mi pareva quasi una cattiveria.

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