Pianeta uomo

 
                            

boscaioli

 

                                          

                         

        

 "Boscs e menÓus"

 " menÓus"

" il taglio dell'abete" 

 Glossario

Novella Del Fabbro

Gina Marpillero 

Germana   Carbognani

 


 

 

  Novella Del Fabbro   -      Bosc e MenÓus

Alcuni brani da: "Boscs e MenÓus te alto Val di Guart" (Ed. Graphik Studio, Udine 1989)
                         "Boschi e boscaioli nell'alta Val di Gorto"

(Si riporta la traduzione in italiano del testo originale, scritto nella parlata di Forni Avoltri)

 

un p˛ di storia

Uno grando risorso de Cjargno 'Ŕ stado simpri chŕl dal bosc. Lu PatriarcjÔt di Venezio, ch'al vevo bisigno di legnam pal s˛ arsenÔl, te s˘ Legislazione Forestale Veneziana, an vevo bandţz ben 47! (Tal gn˛ Cumun di Fors e Davűatri a'nd'Ŕ im˛ puesc' ch'ej puarto lu nom di "bosc bandţt").

Una grande risorsa della Carnia Ŕ sempre stata quella del bosco. Il Patriarcato di Venezia, che aveva bisogno di legname per i suoi arsenali, nella sua Legislazione Forestale Veneziana aveva bandito ben 47 boschi! (Nel mio comune di Forni Avoltri ci sono ancora luoghi che portano il nome di "bosco bandito").
Con un decreto del 1734 furono legalmente costituiti i Guardiani dei Boschi, che erano i forestali di oggi. Questi guardiani avevano il compito di controllare che nessuno fosse andato in quei boschi a "fÔ pelÓndo" (tagliare abusivamente). I confini di questi boschi venivano segnati sui sassi e sulle pietre veniva incisa la cifra C.X., che significava: Consiglio dei Dieci, che erano i grandi capi di Venezia. Il legname da utilizzare veniva mandato gi¨ sull'acqua (menÔdos) con le zattere (las ciÔtos). In Baűs e nell'alta Val Gorto, c'era una grande st¨o (sbarramento artificiale in legno, vedi il glossario alla fine) punto strategico dove si fermavano e ammassavano i tronchi di Pesarina e  Degano.
Questo antico mezzo di trasporto, finý quando fu sostituito dalla strada ferrata  chiamata "Ferrovia Carnica" (dalla stazione di Carnia a Villa Santina) inaugurata nel 1910.  Si trattava di un trenino che andava cosý piano, ma cosý piano che per tornare in s¨, in salita, veniva quasi la voglia di spingerlo! E poi per le truppe italiane sul fronte della guerra 1915-1918 si aggiunse la "Tranvia del Degano" (da Villa Santina a Comeglians). Finita la guerra la "Tranvia del Degano" rest˛ in funzione fino alla fine degli anni cinquanta e la "Ferrovia Carnica" (Carnia-Tolmezzo-Villa Santina) fece l'ultimo viaggio nel 1967.
 

I menÓus della Carnia hanno lasciato nella nostra storia, un ricordo che sa di leggenda e di grande ingegnositÓ. Il loro era un mestiere molto faticoso, tramandato di generazione in generazione, da padre in figlio.
Si sentivano quegli uomini dal bosco in quel luogo di silenzio che veniva rotto ogni tanto dal rumore ritmato dei sapýns (zappini) sui tronchi, dai colpi sicuri delle manari˛s (accette), dai se˛ns (grosse seghe) tirati con forza a mano per far cadere le piante, dalle grida di luogo in luogo di "bÔuf" (fermo), cÔrighe (molla), per fermare o riavviare il lavoro.
Questa manodopera locale, molto specializzata, veniva richiesta volentieri dai paesi esteri. Cosý anche mio nonno Piari FÔri e Tito Colo, intorno al 1890, presero la strada della Romania, altri invece quella della Carinzia, della Stiria, Bosnia e Transilvania.
Erano lavoratori stagionali che stavano via 7-8 mesi all'anno e che venivano pagati abbastanza bene; pi¨ del doppio di quanto avrebbero guadagnato nel loro paese. Questa specie di emigrazione Ŕ finita sul cominciare della prima guerra mondiale.
Subito dopo il conflitto, De Antoni di Comeglians assunse 2000 boscaioli e nel 1920, costruý a Marg˛ (sotto Mieli) la prima "siŕo e veneziano" che andava  con la forza dell'acqua.
I menÓus erano boscaioli specializzati e molto capaci. Provenivano la gran parte da Sigilletto, come Dante e Vigj di CulÔu, il fratello "chŕi de Pil˘to" Girolamo, Bepi e Gjli Pinzan, quelli di Floro, Vigj e Erman di gobo, Carlo dal GÓigher e Telesfero di Calýmer.
Carlo mi ha raccontato dei sacrifici e delle fatiche che hanno sopportato fino a vent'anni
fa per riuscire a vivere.
Non posso inoltre dimenticare di nominare quel grande operatore che Ŕ stato Gjgj dal TemerÓt che, ancor oggi, conosce vita e miracoli del bosco.

 

(Orazio, leggendario menÓus di Givigliana)
 

la vita dei menÓus:

Chesc' oms ej partivo da cjaso es trio a buin˘ro, cul ferÔ a vuŔli o petrolio, par podýo rivÔ tal plan dal Ors in BordÓlio o tei SerÔis pes siet, par tacÔ la zornado!

Questi uomini partivano da casa alle tre del mattino, con la lampada ad olio o petrolio, per poter arrivare nel piano dell'Orso in Bordaglia o nei Serai alle sette, per iniziare la giornata. Camminavano con gli scarpŔz, per far riposare i piedi. Giunti sul posto, mettevano gli scarponi con la suola senza tacco per lavorare senza paura di scivolare.
Ora Ŕ il momento di parlare del cas˛n (ricovero per boscaioli, anche fino a 50). 
Prima di costruirlo, era molto importante scegliere il posto adatto. Veniva scelto un piano che doveva essere possibilmente vicino ad un terreno da dove fosse uscito almeno un filo di acqua, che veniva portata fino fuori del cas˛n, tramite grondaie di legno, fatte con un'apposita mannaia, chiamata "lasci˛", con la lama rotonda e piegata per tirare fuori bene il midollo del legno.

(laghetto di Bordaglia)

Nel mese di agosto (tempo in cui la pianta non va in amore) venivano preparati i lung˛ns, in tagli lunghi 15-20 metri, spellati per evitare di essere attaccati dal kŔfer, il tarlo della pianta e squadrati con la "lado", un'altra mannaia lunga 30 centimetri, con la lama da ambo i lati e il manico nel mezzo. L'operaio che squadrava, doveva avere una grande pratica.
A lavoro finito, dal legno scartato, rimanevano dei bei "sprÓizos", stecchi per accendere il fuoco. Le donne venivano sul posto a prenderli e lasciavano un decimo di grappa o una bottiglietta di olio d'oliva che i boscaioli usavano bere a digiuno, la mattina, per ungere lo stomaco!..
I lung˛ns venivano portati a spalla dai boscaioli fin sul luogo dove veniva costruito il cas˛n. 

Il cas˛n aveva forma bislunga e poteva alloggiare da 30 a 50 persone. Dentro dovevano esserci due fuochi: un focolare col catenaccio, per far da mangiare, dove attorno venivano posti grandi sassi, perchÚ il fuoco non si diffondesse...; un altro fuoco era sistemato nel mezzo del cas˛n, e serviva per asciugare giacche, stiriane, braghe e scarponi. Qui si asciugavano anche gli uomini quando ritornavano dal bosco bagnati di sudore. 
Le brande (cagnÔs) venivano messe attorno nella stanza. cosý il fuoco restava nel mezzo. Le brande erano fatte con tavole lunghe due metri, appoggiate per lungo, sopra veniva sparsa la "breno" (giovani punte di abete tirate gi¨ dalla pianta a mano, che avevano il potere di togliere la stanchezza e guarire i reumatismi.
Due coperte completavano il giaciglio dei "boscad¨or". In capo alla branda veniva appeso a un chiodo lo zaino con dentro il cambio di calzini. Tutti i vestiti venivano appesi perchÚ non fossero rosicchiati dai topi. Faceva parte della dote del boscaiolo anche un orologio da taschino, una candela o una torcia.
Il capo dormiva sempre vicino alla porta di entrata per controllare i movimenti , per tenere l'ordine e per controllare che nessuno rubasse nulla!...

gli ultimi cas˛n

Mi piace ricordare gli ultimi cas˛n del mio paese, fatti dalla nostra gente, dai nostri uomini, con amore e grande passione:

- Cas˛n tal plan de Cr¨os (Bordaglia) - 1945
- Cas˛n tal "Ri¨ dei Pest˛ns (Navanzo) - 1920
- Cas˛n dai Sapadýns (Cjasovýero) - 1930
- Cas˛n dev˘r lu Truc - 1935
- Cas˛n tal "Ri¨ Valp" (nel 1946 tagliati 10.000 m cubi di legname)
- Cas˛n di "Monte Casone" - 1918 (dove le farinÓrios - donne che portavano farina - Di Tualis venivano per portare da mangiare)

le categorie dei menÓus

Al samŔo parfin impuscibil, ma propri dai boscadűors, dal mistŕr umil e semplic, ej saltavo f˘r ju oms pý gjestris, pý brÔs e pý sÓvis.

Sembra persino impossibile , ma proprio dai boscaioli, da un  mestiere umile e semplice, venivano fuori gli uomini pi¨ capaci, pi¨ bravi e pi¨ saggi.
I nostri boscaioli venivano classificati in quattro categorie: 
 

- Della prima categoria facevano parte anche i figli dei boscaioli che avevano imparato da piccoli il mestiere dei loro padri. Questi padri, prima di abbattere la pianta, sceglieva bene dove sarebbe caduto l'albero, per non danneggiare gli altri che dovevano restare nel bosco. Se era il caso, veniva ripulito lo spazio intorno dai rami e dalla sterpaglia per evitare di inciamparsi. e tagliarsi con gli attrezzi.
Per farla cadere nel posto giusto, ai piedi della pianta veniva fatto lo "scivul˛t", cioŔ un tappo. Alla voce "fui vŔ" la pianta cadeva a terra, coi suoi trenta quintali di peso, facendo un gran fracasso.
Una volta a terra, intervenivano i "fratadűors", sempre di prima categoria, a togliere i rami                                                              .
- Poi c'erano quelli di seconda categoria, che lavoravano in coppia, (a due a due), col compito di "scjaveciÔ" (sezionare) la pianta, di scartare i pezzi marci e storti e ridurla in  pezzi da cartiera, che aveva il 25% di sconto sui prezzi normali. Tutto il materiale veniva misurato col "cavalŔt", attrezzo in ferro.

-Della terza categoria erano la maggior parte dei boscadu˘rs i quali, oltre a dare una mano a scortecciare, smussavano la cima e mettevano il marchio di proprietÓ in cima e in coda. Questi marchi potevano essere fatti cosý:

            XXX (De Antoni di Comeglians)
            AX (Candido di Forni Avoltri)
            X - III  o Z  (altri)

I tronchi, cosý preparati, venivano bloccati con pali perchŔ non scivolassero gi¨ a uccidere qualche operaio. A quei tempi capitavano molte disgrazie!.

I boscaioli di quarta categoria erano uomini che si adattavano a fare qualsiasi lavoro: liberare i sentieri, canalizzare l'acqua, ammucchiare ramaglie, portare e tagliare legna per il cas˛n.

i ritmi di lavoro

Lu boscadűors nol cjalavo mai l'arl˛i e p¨os 'a lu puartavo tal taschin fat a puesto sul devÓnt, sot la cinghio. Par savio, l'oro al cjalavo la pusizion dal sarţali, o sci regolavo dev˘r las fuarcios im˛ da esaurţ, o miei dal brundulec dal stomi!...
I boscaioli non guardavano mai l'orologio e pochi lo portavano nel taschino apposito sul davanti, vicino alla cinghia. Per sapere l'ora guardavano la posizione del sole, o si regolavano sulle  forze che ancora restavano loro, o meglio dal brontolio dello stomaco!...
Gjeni Agostinis, chiamato "lu barŕs" (il barese) perchŔ aveva sposato una donna di Bari, aveva vissuto quasi tutti i suoi 87 anni nel bosco e sapeva a mente l'ora precisa.
Era d'uso, dopo aver preparato da 5 a 10 mila cubi di legname, segnalare la fine del lavoro
col "bati grops": scelti cinque-sei tronchi sani, possibilmente con tanti nodi e messi in bilico sui sassi, i boscaioli, battevano sopra a turno con la testa dell'accetta. Quel suono, ritmico e melodioso, rimbombava per tutta la valle, facendo cosý capire alla gente che il loro lavoro era finito e che si aspettava solo di festeggiare col "lic˛f", che viene fatto anche al giorno d'oggi in occasioni del genere.

la "liscio"

A sci clamavo "bignaduro" lu lav¨or par tirÔ dingjo dut lu legnam ch'al vignivo parÔt i¨ pal "mart¨or" o pe "liscio".

Si chiamava "bignaduro" il lavoro di raccogliere tutto il legname che veniva tirato gi¨ nel canale naturale o nella liscio, canale artificiale fatto con tronchi e lungo anche qualche chilometro.
La "liscio" poteva essere sia secco che bagnato. Era secco quando i tronchi scorreva gi¨ normalmente. Era bagnato quando serviva aggiungere acqua a mano sopra i tronchi perchÚ scorressero meglio. Per bagnarli si usavo un ramaiolo o una scopa fatta di rami legati insieme.
"Joco" era una caratteristica del menÓu: un uomo energico, con voce forte e rintonante (di solito il capo), stando in cima alla liscio, dava comandi ben precisi agli altri boscaioli, che passavano voce "di puŔsto in puŔsto" (di curva in curva, ad ogni curva c'era un uomo).
Per avviare i tronchi si gridava "cÔreghe" (molla, via) e i tronchi partivano con forte velocitÓ. A metÓ percorso gridavano "recio" o "fui vŔ". In coda, cioŔ alla fine, gridavano "bÓuf" (fermo), quando "i tajos" erano arrivati a destinazione.
Per le "liscio" pi¨ lunghe, qualche volta, mollavano il legname anche di notte, col chiaro di luna e col terreno ghiacciato e duro. 

le st¨os

Agnorum indev˘r, cuÓn che l'unic mieš di traspuÔrt al ero lu flum, lu legnam al vignivo ingrumÔt tes st¨os e inviÔt cu la curint da l'Ôgo.



Anni addietro, quando l'unico mezzo di trasporto era il fiume, il legname veniva accatastato nelle "st¨os" (sbarramenti artificiali, vedi glossario) e avviato con la corrente dell'acqua.
Questo lavoro era cosý pericoloso che, prima di iniziare, il prete avvertiva la gente in chiesa di fare attenzione a non avvicinarsi alle sponde.
I menÓus, per avviare il legname, usavano il "linghŕr" (lungo bastone di legno con la punta di ferro), rimanendo in bilico sui tronchi con grande bravura e destrezza.
Le prime teleferiche sono state istallate ai primi del 1920 da menÓus di Cella di Ovaro rimasti famosi nella storia, erano Giacomo da Cont, il fratello Severino e Emidio e tanti altri. 

Fadýos di che Ôti mont par vuadagnÔsci un franc, par no pensÔ a chŕi ch'ej lasciavo la ghirbo!

Fatiche dell'altro mondo per guadagnarsi un franco, per non pensare a quelli che ci lasciavano la pelle.
Oggi rimane solo il ricordo di quel mondo semplice, genuino e schietto, in continuo contatto con la natura, dove ogni piccola cosa parlava, dalle piante a tutto il bosco, dal canto del cuculo al rumore allegro del ruscello.


 


 

Germana Carbognani  -  l'abete

Germana Carbognani, nel suo bellissimo "Un grande mondo di donne"  (ed. Alice 1991, Comano CH), ci parla del taglio di un abete, abbattuto da due donne "non come fanno gli uomini", ma  pensando all'albero come fosse una creatura.

 

"A volte mi piace pensarmi nel cuore di un albero. Un abete dritto, stagliato contro il cielo, ammantato di resina trasparente, e felice in ogni sua fibra di essere lý, ancorato al suolo eppure cosý in alto da scrutare ogni cosa.
Una volta, quando avevo quattordic'anni ne ho abbattuto uno grande, secco. Io e l'N˛re, la mia bellissima e selvaggia madrina. Era immenso. Non volevamo aspettare gli uomini, d'inverno.
Siamo andate una mattina con la sega e i "masancs" sulle spalle. L'abbiamo guardato a lungo.
Non come fanno gli uomini; loro pensano a come cadrÓ, a tagliarlo risparmiando forze, a dare al braccio l'impulso giusto, regolare, a farlo venir gi¨ dritto di schianto senza scompigliar troppo gli arbusti.
Noi l'abbiamo guardato senza dire una parola. Ci siamo messe ad incidere la corteccia con colpi decisi, dai due lati. Con le schegge larghe che ci volavano intorno ad ogni colpo.
L'abbiamo fatto precipitare nel ruscello fra i massi bianchi e lisci, ci siamo guardate ridendo di quella forza femminile scatenata, disordinata, viva.
Il fuoco sarebbe stato scoppiettante, allegro. Ce l'eravamo procurato noi e non era fatto di stecchi. Sarebbe durato a lungo, anche senza misurare i pezzi, senza caricarli bene in ordine.
Gli uomini maneggiano "lÓs tÓes" (i tronchi) coi picchi. li rivoltano come fossero bestie strane.
Noi, con le braccia scorticate, li caricavamo sulla "cjarogiule", anche i rami piccoli per alimentare il primo calore."

 

 

 

 

 

 

 Gina Marpillero   -  Menaus

In "Essere di paese", cosý scrive  Gina Marpillero sui menÓus:

Oltre ai muratori, migratori ad ogni stagione, c'erano anche i menaus, lavoratori del legname. Per diversi mesi all'anno vivevano nelle baracche, nei boschi dell'Austria e della Germania.
Il loro lavoro era quello di preparare gli abeti, di ridurli a taes (tronchi). Prima naturalmente abbatterli, poi spogliarli dei rami, pulirli della corteccia per renderli pi¨ scivolosi, ridurli quindi a tronchi di eguale grandezza e trascinarli a valle uno a uno, se il terreno era irregolare. C'era poi il sistema, molto pratico, detto della lisce: una specie di pista fatta di tronchi, uniti fra di loro nel senso della lunghezza e tenuti insieme con dei ganci di ferro, sistemati in una zona di forte pendenza, precedentemente ripulita di qualsiasi arbusto.
In questa pista i tronchi scivolavano con una velocitÓ e un'allegria che pareva quasi si divertissero.
Quando nei boschi, intorno al mio paese, c'era una di queste "sagre del legname", al momento del trasporto a valle con il sistema della lisce, andavo anche io a vedere, come si fosse trattato di una vera gara sportiva fra i tronchi; parteggiavo per quello che arrivava a fondo valle per primo e pativo per quelli che si mettevano di traverso, perchÚ ostruivano il passaggio e prendevano colpi e contraccolpi da tutte le parti. 
Raccontava mia madre che i menÓus lavoravano, si pu˛ dire, giorno e notte. Il racconto che mi faceva a questo proposito lo sta a dimostrare, anche se sembra un p˛ esagerato.

Quando un menau andava a dormire nella baracca, attaccava il cappello ad un chiodo e quando si alzava per ritornare al lavoro, il cappello dondolava ancora al chiodo.
"Che cosa mangiavano i menaus?", chiedevo a mia madre. "Sempre polenta e formaggio e, per cambiare, formaggio e polenta". Quando la polenta che si faceva in casa riusciva dura, la mamma diceva: "E' come quella dei menaus". La loro polenta doveva essere durissima, perchÚ doveva durare per diversi giorni. "E non mangiano mai radicchio?", chiedevo. Mi pareva dovessero desiderare qualcosa di verde e di fresco.
"Nei boschi non cresce il radicchio e allora mangiano solo polenta e formaggio, per mesi e mesi". Lo diceva con una severitÓ e una rassegnazione che mi pareva quasi una cattiveria.

 

 

 

 

   Glossario:

menÓus = boscaioli, tagliatori di legname per mestiere
menÓus-ciatÔrs = abili a condurre il legname con zattere lungo i fiumi
cond˛to
ammassamento del legname nel bosco
c˛nis = cunei in legno per abbattere le piante
dÓno = abete bianco
farinÓrios = donne che portavano con la gerla la farina ai menÓus
gi˛io de tÓio = smussare da ambo i capi il tronco
incanzelamÚnt = ammassamento di tronchi in segneria
lÓdo = scure con doppia lama di 30 cm. per squadrare il legname
lasci˛: ascia con lama arrotondata per fare grondaie in legno
linghŕr = pertica con spuntone in ferro, per guidare, regolare e disincagliare i tronchi durante  la           fluitazione
marÚlo, sdris, rafŔt = arnesi in ferro per segnare le piante pronte per essere tagliate
mart¨or = impluvio, canalone dove si fanno avvallare i tronchi
menÓdos = legname condotto per via fluviale
pec = abete rosso
pelÓndo= legna da cartiera tagliata abusivamente sulla proprietÓ comunale
sapin = zappino, strumento indispensabile per muovere e trascinare il legname d'opera, composto di un ferro ad uncino ed un manico in legno
scÚler = attrezzo con manico e lama in metallo per scorticare las tÓios
scivul˛t = tacca nel tronco per indirizzare la caduta della pianta
st¨o = sbarramento artificiale su torrenti montani scarsi d'acqua, costruito con gabbie di legname piene di sassi per formare un bacino d'acqua che veniva aperto a scatto e le acque scendevano con irruenza a valle insieme ai tronchi scortecciati fino ad un corso d'acqua
tÓjos = grandi tronchi di resinose