La Scense a San Pietro in Carnia
 

contributo di Celestino Vezzi, immagini Valeria Romanin
 

 

La snella sagoma della vetusta Pieve di San Pietro si eleva sul colle omonimo quasi a voler accarezzare con il vigile sguardo l’intera vallata. La storia racconta di antiche vestigia romane, centro catalizzatore della cristianità con sede vescovile, quindi dimora del Capitolo con tanto di Preposito e cornice di Canonici e per finire Pieve Madre delle chiese della Carnia.
La cattedrale di San Pietro di Carnia è lì ancora oggi quale testimone di una storia di fede vissuta con particolare intensità dalla gente di montagna; ed è in questo sacro luogo che da tempo immemorabile l’umile popolo di Carnia si ritrova il giorno dell’Ascensione al seguito delle Croci astili delle diverse chiese sparse nelle piccole comunità.




 

Vuole essere questa una visita familiare, proprio come si fa con le persone care; è un ritrovarsi ai piedi della Pieve Madre per portare un saluto, per chiedere un conforto, per tenere saldo il legame di fede che da secoli unisce le comunità com’era un tempo quando i progenitori qui attingevano l’acqua dal fonte battesimale e vi facevano ritorno per l’ultimo viaggio verso il riposo eterno.
E’ questo spirito che aleggia nell’aria nel Colle di San Pietro il giorno dell’Ascensione; lo stesso spirito che mette in movimento dai diversi paesi, molte volte a piedi, la serpentina di fedeli dietro le proprie Croci lungo i sentieri della Carnia per raggiungere il Plan da Vincule.
Il percorso è un percorso di fede, scandito da momenti di riflessione e di preghiera magari intonando le vecchie litanie delle rogazioni; molte volte i crociferi sono persone di una certa età che di anno in anno per tradizione di famiglia ereditata dai padri compiono questo atto di fedeltà: rispondono ad una silenziosa, ma forte chiamata che giunge dal grembo della storia.
Una chiamata che si ripete da anni e che spira leggera come un soffio di vento sulla Carnia sfiorando i paesi e chiamando a raccolta, al rintocco delle campane, tutta la gente.
Non è folclore! E’ spirito di appartenenza, è sentirsi figli della stessa madre; il folclore lo fanno coloro che volutamente si ostinano a non comprendere l’anima di questa antica usanza.
Il Prevosto chiama: Crous di Sante Gjeltrude di Tamau! Di rimando una voce: A è achì! E dal cerchio dei crociferi intorno all’altare del Plan da Vincule si stacca una Croce e si avvicina alla Croce della Pieve di San Pietro per il simbolico e significativo bacio. Dietro quella Croce vestita a festa con i nastri colorati accarezzati dal vento c’è una intera comunità; è presente lì, al seguito di quella voce che fermamente ha gridato ‘A è achì!’ per sottolineare la propria partecipazione. Alle spalle di ogni singola croce c’è la presenza viva della gente di ieri e di oggi, vivi e morti, che si ritrovano con devozione filiale a rendere omaggio alla vecchia madre.
 



 


Ed il rito delle rogazioni si ripete come un tempo per invocare protezione; il Prevosto alzando sopra le teste la preziosa Croce da Pleif Mâri di San Piêri rompe l’aria nelle quattro parti del mondo:

“Dal folc e de tampieste, dal flagjel dal taramot, des disgraciis de fan e de guere, da l’arie impestade des radiazions atomichis... deliberinus Signôr!”

La ‘Bussade das Crous’ è un momento particolarmente significativo per la Carnia che si ritrova unita nella prosecuzione della fede dei suoi avi. E quest’anno durante la cerimonia sarà dedicato qualche attimo ad un’altro simbolo della terra di Carnia: il gei. Oggetto indispensabile un tempo nei nostri paesi, emblema del lavoro, del sacrificio, della caparbietà di un popolo che lo ha portato a lungo sulla propria schiena.
Severino Galassi, paluzzano d’adozione inventore della sculto pittura, in una sua opera ha volutamente rivoltato il
gei sottosopra facendo uscire copiosamente dalla sua apertura, come novella cornucopia della fortuna, i prodotti tipici della Carnia quale auspicio di un futuro benessere. 
E se oggi, grazie anche al progresso, il
gei tradizionale è ormai quasi in disuso ben altri pesi continuano a gravare sulla schiena della gente di montagna.
E le parole del Prevosto assumeranno ancora un significato più profondo:
Cjatâsi achì, sot chest cjampanili, al vûl dî riguardâsi ch’i sin encjemò fradis, ducj unîts te religjon, te storie, tal lavôr e tal sudôr…’

 

Celestino Vezzi



 

Orazion

 

Signôr, i metìn tas tôs mans il gei.

Il gei che pa noste int da Cjargne al è stât scune e cjame, cjanive e miserie, taule tindude e sudôr; cuscignel tai cjantons di pouse, sotet tai moments di burascje, spâle cidine su pa spâle, confuart ta disperazion das gueras, valîs ta strade dal lavôr tal forest, presince salde tai trois das nostas monts. Sot il so peis si è crevade in doi la schene da noste int obleade, par vivi, a pleâ il cjâf viers la cjere.

E voi, Signôr, se il gei di screne al pêse mancul di un timp al pêse un grum di plui il gei dai fastidis e da lote di ogni dì cuintre il timp.

E alore ti prein, Signôr, par che tu nus dêtis inmò e simpri la fuarce e soredut il coragjo di puartâ chest gei dal dì di voi che nol si viout, ma che al pêse daûr di ogni schene.

Fâs ch’al daventi come un timp scune sigure al niçulâ da noste vite, cjanive sierade a noste massepassuderie, cuscignel al nosti pousâ, sotêt sigûr tai burlaçs dal vivi, confuart al nosti malstâ.

Cu la tô sante man chest peis al daventarà plui lisêr e i rivarìn cussì a cjaminâ cence poure tai trois che ogni dì i cjatìn davant di nou.

 


Per altre tradizioni carniche,
vai alla pagina