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La snella sagoma
della vetusta Pieve di San Pietro si eleva sul colle omonimo quasi a
voler accarezzare con il vigile sguardo l’intera vallata. La storia
racconta di antiche vestigia romane, centro catalizzatore della
cristianità con sede vescovile, quindi dimora del Capitolo con tanto
di Preposito e cornice di Canonici e per finire Pieve Madre delle
chiese della Carnia.
La cattedrale di San Pietro di Carnia è lì ancora oggi quale
testimone di una storia di fede vissuta con particolare intensità
dalla gente di montagna; ed è in questo sacro luogo che da tempo
immemorabile l’umile popolo di Carnia si ritrova il giorno
dell’Ascensione al seguito delle Croci astili delle diverse chiese
sparse nelle piccole comunità.
Vuole essere
questa una visita familiare, proprio come si fa con le persone care;
è un ritrovarsi ai piedi della Pieve Madre per portare un saluto,
per chiedere un conforto, per tenere saldo il legame di fede che da
secoli unisce le comunità com’era un tempo quando i progenitori qui
attingevano l’acqua dal fonte battesimale e vi facevano ritorno per
l’ultimo viaggio verso il riposo eterno.
E’ questo spirito che aleggia nell’aria nel Colle di San Pietro il
giorno dell’Ascensione; lo stesso spirito che mette in movimento dai
diversi paesi, molte volte a piedi, la serpentina di fedeli dietro
le proprie Croci lungo i sentieri della Carnia per raggiungere il
Plan da Vincule.
Il percorso è un percorso di fede, scandito da momenti di
riflessione e di preghiera magari intonando le vecchie litanie delle
rogazioni; molte volte i crociferi sono persone di una certa età che
di anno in anno per tradizione di famiglia ereditata dai padri
compiono questo atto di fedeltà: rispondono ad una silenziosa, ma
forte chiamata che giunge dal grembo della storia.
Una chiamata che si ripete da anni e che spira leggera come un
soffio di vento sulla Carnia sfiorando i paesi e chiamando a
raccolta, al rintocco delle campane, tutta la gente.
Non è folclore! E’ spirito di appartenenza, è sentirsi figli della
stessa madre; il folclore lo fanno coloro che volutamente si
ostinano a non comprendere l’anima di questa antica usanza.
Il Prevosto chiama: Crous di Sante Gjeltrude di Tamau! Di
rimando una voce: A è achì! E dal cerchio dei crociferi
intorno all’altare del Plan da Vincule si stacca una Croce e si
avvicina alla Croce della Pieve di San Pietro per il simbolico e
significativo bacio. Dietro quella Croce vestita a festa con i
nastri colorati accarezzati dal vento c’è una intera comunità; è
presente lì, al seguito di quella voce che fermamente ha gridato
‘A è achì!’ per sottolineare la propria partecipazione. Alle
spalle di ogni singola croce c’è la presenza viva della gente di
ieri e di oggi, vivi e morti, che si ritrovano con devozione filiale
a rendere omaggio alla vecchia madre.
Ed il rito delle rogazioni si ripete come un tempo per invocare
protezione; il Prevosto alzando sopra le teste la preziosa Croce da
Pleif Mâri di San Piêri rompe l’aria nelle quattro parti del mondo:
“Dal folc e de
tampieste, dal flagjel dal taramot, des disgraciis de fan e de guere,
da l’arie impestade des radiazions atomichis... deliberinus Signôr!”
La ‘Bussade das Crous’ è un momento particolarmente
significativo per la Carnia che si ritrova unita nella prosecuzione
della fede dei suoi avi. E quest’anno durante la cerimonia sarà
dedicato qualche attimo ad un’altro simbolo della terra di Carnia:
il
gei.
Oggetto indispensabile un tempo nei nostri paesi, emblema del
lavoro, del sacrificio, della caparbietà di un popolo che lo ha
portato a lungo sulla propria schiena.
Severino Galassi, paluzzano d’adozione inventore della sculto
pittura, in una sua opera ha volutamente rivoltato il
gei
sottosopra facendo uscire copiosamente dalla sua
apertura, come novella cornucopia della fortuna, i prodotti tipici
della Carnia quale auspicio di un futuro benessere.
E se oggi, grazie anche al progresso, il
gei
tradizionale è ormai quasi in disuso ben altri pesi continuano a
gravare sulla schiena della gente di montagna.
E le parole del Prevosto assumeranno ancora un significato più
profondo:
Cjatâsi achì, sot chest cjampanili, al vûl dî
riguardâsi ch’i sin encjemò fradis, ducj unîts te religjon, te
storie, tal lavôr e tal sudôr…’
Celestino Vezzi
Orazion
Signôr, i metìn
tas tôs mans il gei.
Il gei che pa
noste int da Cjargne al è stât scune e cjame, cjanive e miserie,
taule tindude e sudôr; cuscignel tai cjantons di pouse, sotet tai
moments di burascje, spâle cidine su pa spâle, confuart ta
disperazion das gueras, valîs ta strade dal lavôr tal forest,
presince salde tai trois das nostas monts. Sot il so peis si è
crevade in doi la schene da noste int obleade, par vivi, a pleâ il
cjâf viers la cjere.
E voi, Signôr, se
il gei di screne al pêse mancul di un timp al pêse un grum di plui
il gei dai fastidis e da lote di ogni dì cuintre il timp.
E alore ti prein,
Signôr, par che tu nus dêtis inmò e simpri la fuarce e soredut il
coragjo di puartâ chest gei dal dì di voi che nol si viout, ma che
al pêse daûr di ogni schene.
Fâs ch’al daventi
come un timp scune sigure al niçulâ da noste vite, cjanive sierade a
noste massepassuderie, cuscignel al nosti pousâ, sotêt sigûr tai
burlaçs dal vivi, confuart al nosti malstâ.
Cu la tô sante
man chest peis al daventarà plui lisêr e i rivarìn cussì a cjaminâ
cence poure tai trois che ogni dì i cjatìn davant di nou.
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