Racconti

 

   

"LA VIA CHE CONDUCE ALLA GIOIA"

Una storia vera

                               

       di Alberto Lealis

L'autore, che si firma con lo pseudonimo di  Alberto Lealis, ci ha inviato questo racconto di "vita vera", messo sulla carta dopo tanti anni ed inviato a "Donne in Carnia". Una pagina fra sentimento e sogno, nello scenario delle montagne carniche. Un "sogno che sa di morte" e che si confronterà con l'essenziale purezza della montagna. (i nomi del personaggi del racconto sono naturalmente immaginari)                          
Immagini Annamaria Bianchi

Il silenzio di ovatta, avvolgente, compatto e dolce, teso come una grande rete a proteggere i miei occhi stanchi in questa grande notte romana, grande come tutto è grande a Roma, mi lascia intravedere il mondo attuale che ho intorno. Dal grande specchio con la cornice di ottone, i miei quarantacinque anni; il ciuffo ribelle grigio, sulla mia fronte; il mio naso a punta, la mia alta figura, i miei libri, i miei oggetti; ciò che io ora sono, in queste ampie stanze romane di pareti rosa e quadri severi. Sono questo, ora; ero un ragazzaccio, ieri; lo sguardo intelligente di mia moglie, oggi; le grida, la protesta, i colori urlanti e forti, appena ieri. Sono un uomo malato, certo; guarirò, con fatica, mi è stato detto; ma il medico mi ha fissato, con attenzione e curiosità, e me lo ha chiesto: “ Ma lei, che gioventù ha avuto ? “

 Ti amavo, Giulia. Ti amavo immensamente, disperatamente, senza un limite ed un perché, senza un freno ed una ragione, ti amavo come la pioggia ama la terra, da cui non può distaccarsi, ti amavo con il cuore e senza alcuna veste di cervello e di pensiero. Sapevo che non saresti mai stata mia; che avresti mantenuto il tuo voto di laicato e solitudine cristiana nel volontariato per i sofferenti che come una consacrata svolgevi; sapevo che le tue lettere per me, colme di pagine e di fiori di campo essiccati, trasudavano di un sentimento dolce e represso identico al mio, reso impossibile per te stessa dal grande comando che ti eri imposta, nella tua Aquileia gloriosa. Vivevi di niente, mia coetanea ventenne di allora; qualche cosa che ottenevi lavorando duramente nelle fattorie dei tuoi parenti; alcuni frutti del tuo volontariato. Per me era peggio, sì, allora; ribelle, andato via dalla casa familiare, per me c’era l’immensa Piazza Navona di statue e marmo, il paradiso e l’inferno degli artisti romani, dove i vent’anni miei si consumavano tra sacchi a pelo e cassonetti, digiuni e notti insonni sotto le stelle, i marmi, i lumi nebbiosi, la debolezza, le febbri e l’impossibile rivolta. Tutto era incubo e sonno senza sogno, quando tu mi chiedesti di raggiungerti, di correre da te.

 Era d’estate. Il tuo viso possedeva una lontana, strana espressione, che rendeva particolare la tua alta bellezza, ma creava in essa un illeggibile gioco di umanità, una debolezza mai conosciuta. Non conoscevo la Carnia, non potevo conoscerla, mentre la nominavi abbassando quasi la voce, come parlando di una persona nobile ed elevata di cui è quasi sgarbato parlare in assenza. Non conoscevo la Carnia, e cosa essa avrebbe significato per me, per noi, e quanto quell’agosto del 1979, per tutti in realtà difficile, avrebbe visto una fusione mai accaduta tra i nostri nomi, le nostre vite e quelle montagne amate; tramite una vicenda che non pochi, dopo tanti anni, ricordano ancora, lassù. La Carnia, grande e terribile, intensa e sacra. La Via che conduce alla Gioia.

Questo nome che pronunciavi come in ipnosi, nella balconata estiva; Chiusaforte. Tu volevi pazzescamente un viaggio interiore ed esteriore, un nirvana di fuoco e cammino attraverso la più pazzesca proposta che avessi mai ascoltato, suggeritami con le lacrime agli occhi. Tu volevi andare in una Malga carnica a meditare, a pensare, pregare. E mi proponevi di arrivare in essa a piedi e privi di cibo, per tutta la Carnia, senza interruzioni o soste, da Gemona, dove avremmo lasciato le nostre biciclette. Significava ammazzarsi, senza dubbio, me lo confessavi tu stessa, con angoscia e tormento, ne eri consapevole; crollare in un fosso, senza ritorno. Ma non potevi farne a meno, ne avvertivi da anni un bisogno disperato, ed ora lealmente mi confessavi che in ogni caso lo avresti fatto, anche in solitudine; ed eri il tipo da farlo. Puzzavo ancora di treno, quella notte senza baci; puzzavo di tutto, di miseria, di abbandono, di solitudine ed orrore. Cosa mi attendeva? Una piazza, un sacco a pelo sporco, la mia famiglia che avevo abbandonato io stesso senza un perché, una vita senza un avvenire, un domani qualunque? Non era comunque accopparsi? Dio mi aveva comunque dimenticato, e distolto da me il Suo sguardo. Valga la grande Carnia come sigillo dorato di un amore comunque infinito, e di una speranza di vita che mi aveva deluso. Tutto accadesse, qualunque cosa, non ne potevo più. Non avevo la forza di dirti di no, di frenare la tua caduta trionfale, che era poi la mia, di contrastare la tua desolazione mistica, la prova del tuo dolore umano e mortale. Accettai. Ti amavo, tanto, troppo.
 

Eppure, incredibilmente, ogni angoscia era sospesa, come tacitamente coperta nel sole e nel colore, quando le nostre vecchie pesanti biciclette da bersagliere con freno a retropedale, ricordo dei nonni, intravidero le montagne di Gemona, alcune ore dopo la loro partenza dal mare. Udine, con le sue circonvallazioni ed i suoi cartelli pubblicitari, era già passata, e con essa l’eco profonda di un movimento costante di uomini e merci, di un fluire di vita operosa, nel complessivo grande silenzio friulano. E nella grande luce pomeridiana, iniziavo a riconoscere una delle grandi ricchezze dell’estate friulana a nord del capoluogo, ossia la mescolanza perfetta tra un sole caldo ed amico ed un’aria eternamente fresca e carezzante, diversa da ogni altro luogo. Tu cantavi, piano. Io osservavo lontane file di alberi laterali, ormai sempre più rare.

C’era a Gemona allora, proprio accanto alla deviazione d’ingresso nel paese, una piccola montagnola di argilla tra le due strade, che il passaggio automobilistico nemmeno notava, ingombra in parte di piccoli oggetti di scarto del post – terremoto. Tutto intorno a noi, in quella grande terra di impegno e ricostruzione, odorava di terremoto, allora, e fatica di riedifica. I volti delle persone, che intravedevamo, possedevano tutti una particolare energia interiore, ed una difficilmente descrivibile impronta di serietà personale. Sedemmo lì, in silenzio, mentre nasceva il primo tramonto del nostro viaggio. Non avevamo neanche fame, ma mangiammo l’unico panino che avevamo. Le nostre biciclette ormai abbandonate non ci sarebbero più servite. Nessuno, ormai, sapeva più di noi, al mondo. Nessuno. Carezzandomi i capelli, mi parlavi di persone, di paesi, di cose, in silenzio ti ascoltavo. Poi, ormai al buio , ci incamminammo sulla grande strada.

Giungemmo a Venzone che era già prima nottata, ed in realtà di esso non riesco a rammentare nulla, se non il senso di particolare attrattiva del Tagliamento di notte, visto nella sua area. Una luna accesa come un faro illuminava giochi di luce su rive che mi apparivano superbamente e stranamente ghiaiose, come di letto parzialmente ridotto; ma sull’acqua nel buio sentivo bolle e sciacquii di vita, e la luna riflettersi su onde minuscole.
 

Camminare tutta la notte significa ricordare a tratti ed emozioni. Sul lato sinistro, il letto del fiume; dall’altro, piccoli boschi in certi punti scoscesi dove ad un certo punto tentammo un miniriposo, presto interrotto dall’umidità, se ben rammento di fronte ad un vuoto cantiere di estrazione ghiaia. E fu poi accanto a Venzone che dalla carta, e da una breve parola, mi resi conto che Giulia aveva citato Chiusaforte erroneamente. Il suo obiettivo era la Malga Losa, nelle montagne di Ovaro. Per me non cambiava molto. Cercai per un attimo di immaginarla. Faceva freddo, ora.

Ho un certo timore a raccontare come raggiungemmo via via Carnia al primo mattino, immersa in una nebbia sottile, poi la piccola Amaro e la sua fontana, il bivio per Tolmezzo nel primo pomeriggio della seconda giornata, e poi avanti ancora. Ogni traccia di dialogo tra noi era terminata; la straordinaria bellezza di quei luoghi fungeva da sedativo per la crescente inquietudine dei nostri corpi, sia pure ventenni entrambi. Giulia, alta, chiara, longilinea, andava man mano impallidendo, i suoi occhi azzurri andavano come offuscandosi. Ma come poteva riuscire in ciò una donna? Io mi incurvavo e certe volte trascinavo. La mancanza di riposo produceva debolezza ed esaltazione del tutto particolari. Avevo come la sensazione di nutrirmi di aria, di sole, ed i chilometri passavano lenti. Credetemi, questo racconto è pura verità.

Dopo il bivio per Tolmezzo, il traffico stradale si faceva rado ed irregolare. Forse la mia fantasia mi faceva fare dei giochi sul nome di Villa Santina, che immaginavo come una specie di piccolo presepio estivo, e che appariva lontana ed irraggiungibile. Incrociammo un gruppo di operai stradali, che ci osservarono con curiosità e timore. In prima serata giungemmo accanto al paese. Stavolta riuscimmo a riposare, e poi a dormire, alcune ore accanto al bivio per Ovaro, dove la strada mi sembrava iniziasse a salire. Era la seconda notte. Villa Santina dormiva lì, accanto a me, quasi sotto di me, ne vedevo i tetti curati, le piccole vie quasi disegnate, come fossi un una postazione di sentinella, con i piedi martoriati.

Dal mattino, un senso di immenso vuoto mi prese. Rammento ben poco. Giulia ciondolava, e continuavo a chiedermi come potesse andare avanti ad ogni passo. Ricordo bellissimi orizzonti, chissà perché, tutti sulla mia sinistra; la disperata volontà di prendere un cappuccino ad Ovaro; il senso di stare comunque progredendo; ed alcuni vaneggiamenti di carattere politico che iniziai da solo, in particolare sul socialismo autogestionale jugoslavo.

Ad Ovaro, a metà giornata, domandai a Giulia di sposarla, ottenendone in cambio uno scarno sorriso stravolto e disperato. Tutto mi appariva grigio e silenzioso, i muri delle case mi venivano ormai incontro, la natura intorno potente e terribile. La bella Ovaro mi appariva immensa e seria come una cattedrale. Stabilimmo una sosta nella frazione di Mione, sotto le montagne che ci interessavano. Dimenticato il cappuccino, ottenni da Giulia la promessa di mangiare qualcosa alla prossima frazione appunto. Danzavamo come clowns sul filo della morte. Ma intorno a noi la montagna si faceva bellissima, e stupefatto guardavo verso il Col Gentile, e molto più oltre, immense montagne ghiacciate. Era già il Cadore?

Esisteva allora, un quarto di secolo fa, e forse ancora adesso, nella piccola frazione di Mione , che sembra distesa come su di un fianco, a riposare sui prati, un piccolo e pulito negozio di alimentari proprio tra le ultime case prima dell’ascesa in montagna, allora gestito da un signore piccolo, rapido ed indaffarato, di mezza età. Ci accolse con una certa corrucciata simpatia, ignorando l’impressione che le nostre condizioni dovevano certo suscitare. Prendemmo cinque o sei morbidi panini imbottiti di gruviera, preparati con attenzione, e dovetti insistere per pagare. Mangiatone uno con fatica, dovevano durare per la permanenza in malga. Il negoziante mi salutò frettolosamente, e lì ricordai le parole di Giulia ad Aquileia: “ Ricorda; i carnici sono differenti da tutto il mondo, anche dai friulani, e da noi della Bassa. Possono a volte apparire enigmatici, ma hanno un cuore immenso “.
 

L’ascesa alla Malga fu per noi drammatica, e più volte ci dovemmo fermare, a turno, senza fiato, senza colore in viso. In quei momenti pensai realmente alla fine, per uno di noi o entrambi. Dopo un primo tratto che mi appariva anche molto elegante, costeggiato da grandi alberi, prendemmo ciò che appariva come una spettacolare scorciatoia tra sassi vivi, rocce sporgenti, vecchi punti di alpeggio apparentemente abbandonati. Le ore passavano, lente, le nostre gambe dolevano orrendamente, ormai, il cuore scoppiava, ed ad ogni tornante mi sembrava apparire il rifugio. Lontano, sempre più nitide all’orizzonte, montagne immense, rocciose, altissime, cariche di ghiacci che brillavano fantastici al sole; quale essere umano avrebbe mai potuto sfiorarle? Eravamo già alti, eppure cospetto a loro mi sentivo realmente una pulce. Nuvoloni improvvisi nel cielo di agosto ci rispettarono, iniziando a scaricarsi di pioggia proprio mentre eravamo infine a cinquanta metri dalla malga. Improvvisamente assetato, non esitai a bere rapidamente a mani unite l’acqua piovana proveniente dal tetto. Ed a notare poi sulle pareti tante strane, piccole incisioni di visitatori e date, nel tempo, negli anni, nei secoli.

Non perderò tempo a raccontare come andarono i pochi giorni di permanenza lassù; l’esperienza mistica di Giulia ormai felice, raccolta in preghiera; il mio girovagare per le colline circostanti, la scoperta di una sorgente, la consumazione del poco pane ormai duro, la difesa dal freddo la notte, la fusione completa, totale, felice, assoluta, con la montagna, lo spettacolo delle forze pure della natura, direttamente vissute, ed infine un ben diverso e civile ritorno . La Via che conduce alla Gioia era terminata. Non so come, eravamo comunque sopravvissuti. Si dice che la montagna conduca alla riflessione verso Dio, ed a Dio stesso. Vi sono leggende millenarie, a proposito. Io non vidi più, mai più, Giulia; la vita mi trascinò lontano; né tornai mai più in Carnia, anche se desidero immensamente farlo, appena potrò. Su quelle rocce adorate, su quei ghiacci, e sulla dura strada per esse, anche di fronte alla nostra scelleratezza di allora, alla nostra disperata volontà di autodistruzione, il buon Dio ci aveva lasciato il bene primario: la vita.

 


 

   
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