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          "Il sogno di Lucia"

                              di Luigi Gonano
 

(Il racconto ha vinto il Premio Concorso "Flash dal passato":
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“Affido anche oggi a te, o Dio, la mia giornata e quella di mio marito. Preservalo dai pericoli, allontanalo dal male e confortalo nei momenti di sofferenza. Fa’ che alla fine di questa guerra, la piccola Filomena abbia ancora un padre e una madre, per allevarla con amore e nel Tuo santo timore. Proteggi anche mio fratello e tutti i miei cari.” E poi giù un veloce ‘Pater, Ave, Gloria’ biascicato in fretta e furia prima di sentir gridare Filomena, la suocera, che dall’altra stanza voleva sincerarsi che la figlia Maria e la nuora, avessero sentito il trillo della sveglia.
        Erano ormai praticamente tre anni che Lucia si svegliava sempre allo stesso modo, con gli stessi pensieri, con le stesse paure e le stesse angosce. Da quando cioè suo marito Giovanni era stato chiamato alle armi per difendere i gloriosi colori della patria e onorare gli ancor più sacri e nobili doveri di cittadino, dovendo a forza dimenticare quelli di marito e di padre. Da allora Lucia, in attesa di Filomena, si era dovuta trasferire nella casa di una suocera che, scontrosa e dura di carattere come tutta la gente di quelle montagne, le rendeva spesso le giornate faticose.

Seppur forzata dagli eventi terribili che allora derubavano l’esistenza alla povera gente di mezzo mondo, questa convivenza a Lucia, nonostante tutto,  non pesava. Faceva buon viso a cattiva sorte. D’altronde, fin da bambina, era stata abituata dalla vita a dover fare i conti con la crudezza di una realtà che l’aveva voluta orfana a sei anni, e con a carico un fratello di quattro, allevata ora da una zia ora da un’altra, fino al secondo matrimonio del padre con una donna che, pur avendoli accolti in casa sua come figli, non era certo quella che avevano imparato ad amare e a chiamare mamma.

Era stata costretta a crescere in fretta Lucia, c’era troppo lavoro da fare per rimanere piccoli a lungo in quella nuova famiglia. I campi non si vangavano da soli, sicuro! Le patate, i fagioli e tutte le verdure che a stento crescevano nella durezza di quella terra aggrappata a ripide pendenze di montagne di ghiacci e rocce, certo non sarebbero cresciute per conto loro, magari sotto qualche stregoneria così come si raccontava capitasse sul monte Tencje, e no! Bisognava starci dietro! E i prati? E l’erba? Non si falciava certo da sé! Mica si poteva aspettare che il bosco si riprendesse ciò che i vecchi gli avevano strappato con il sudore della fronte!? Tanto meno le vacche, i maiali e gli altri animali si nutrivano solo guardandosi negli occhi l’un l’altro! Bisognava lavorare per mangiare! E quindi via da mattina a sera, sotto la neve o sotto un sole che d’estate, anche a quelle latitudini, aggrediva con soffocante insistenza.

E Lucia lì, sempre pronta ad affrontare tutti i lavori con lo spirito di chi comunque ama la propria vita per quella che è, incapace d’immaginarne una migliore. Con la serenità di chi, nelle cose semplici, trova il compimento della propria felicità, di chi è fiero delle sue giornate perché sa di fare quello per cui è nato.

        
Lucia era felice della sua vita. Felice di aver ritrovato una famiglia, un focolare, una casa in cui, prima di crollare esausta alla sera, scopriva la gioia di condividere con le donne più anziane, alcuni momenti vicino a quel fuoco, che nei gelidi e lunghi inverni della sua terra, diventava la consolazione delle loro fatiche. Lì, attorno a quelle fiamme fumanti, ognuna confidava all’altra le proprie pene e le proprie speranze; ognuna, magari ridendo e scherzando, raccontava le vicissitudini della propria giornata, mescolando queste, a quelle storie e a quelle leggende che da secoli si tramandavano nelle ombre malferme riflesse su quelle pietre.
 

 

Aveva un solo sogno per la sua vita, e ogni volta che alla fine di una mattinata di lavoro si sedeva sul prato per mangiare, all’ombra di uno dei tanti alberi che ricoprivano quell’immacolato verde estivo, gli si affacciava violento e sublime alla mente. Era come se in quella polenta, mescolata alla farina, vi fosse qualche misteriosa essenza che le risvegliava in petto quel tramestio che, nel cuore di una giovane vita che s’affaccia al mondo, da nulla può essere soffocato. Le nasceva dentro quella smania di vedersi donna che imporpora inaspettata le guance di una ragazza, anche lì, sola in mezzo a un prato, sotto ad un crinale roccioso che nervoso s’inerpica d’un tratto verso un azzurro striato di nubi, nell’assordare chiassoso delle cicale, confuso all’intenso odore dell’erba appena falciata.
 

Sognava una casa Lucia, una casa tutta sua, un marito che l’amasse, e tanti figli. Oh, Lucia adorava i bambini, e i bambini adoravano lei. Dove c’era Lucia c’erano bambini; non resisteva dal prenderli in braccio, giocare con loro e coccolarli come già fossero tutti suoi. Ne voleva molti, non sapeva dire quanti, ma sapeva che ne voleva tanti da riempire almeno ogni stanza della casa. E poi voleva tanti animali; una stalla piena di vacche, voleva dei maiali, delle galline e dei conigli, e governarli ogni giorno, felice di lavorare per la sua grande e amata famiglia.

Semplicemente questo sognava Lucia, e distendendosi a braccia aperte verso il cielo, con l’erba che le pungeva la nuca, già immaginava i nomi dei suoi bambini: “Be’!” pensava, “il primo se è maschio lo chiamo come il padre di mio marito, sennò come la madre. Il secondo invece porterà il nome di mio padre o di mia madre, a seconda che sia maschio o femmina. Il terzo magari sarebbe bello fosse femmina, così potrei chiamarla come la mia matrigna…” E così si perdeva in mille supposizioni, che alla fine poi si concludevano sempre con un: “Sarà quel che Dio vorrà.”

“Allora volete alzarvi stamattina o no?” chiese Filomena entrando nella camera dove già Lucia e Maria si stavano vestendo.

“Ah meno male!” continuò, “Già cominciavo a pensare che oggi aveste deciso di rimanere lì a poltrire. Su presto! Vi aspetto giù in cucina per la colazione. Le vacche su nella stalla hanno fame. Quelle mica hanno la pazienza che ho io!” disse richiudendo la porta ed iniziando a discendere le scale con quel suo solito passo cadenzato e leggermente trascinato, che l’avrebbe resa riconoscibile in mezzo a cento altre camminate.

“Per fortuna che c’è lei a svegliarci!” disse Maria sorridendo alla cognata.

“Già! Dai, su! Rifacciamo il letto e scendiamo” rispose laconica Lucia iniziando a tirare le lenzuola.

Forse, avvolto tra quelle coperte, c’era il ricordo più bello che avesse della sua vita fino ad allora, e quando ogni mattina si piegava su quel letto per riassettarlo, immancabilmente gli ritornava alla mente.

 

Erano ormai passati più di due anni, ma l’amore che portava in cuore per quella figlia che aveva visto la luce proprio su quel letto, gli rendevano sempre vividi quei momenti indelebilmente scolpiti nella memoria.

          Aveva avuto molto male quel giorno. Già la mattina, quand’era uscita di casa, non stava bene, e quando le doglie l’avevano sorpresa nella stalla, dove assieme a Maria aveva trovato rifugio da un temporale, non sapeva cosa fare.

Non disse niente Lucia. In cuor suo sperava che non fosse ancora giunta l’ora, era troppo presto. Sperava in un ritardo che potesse confondere almeno in parte quella gente così dura, da non ammettere che una donna potesse partorire un bambino appena sette mesi dopo il matrimonio. Lucia amava Giovanni e Giovanni amava Lucia, si erano dichiarati il loro amore e il loro intento di consacrarlo davanti a Dio, eppure Lucia sapeva benissimo che questo non sarebbe bastato a placare l’indignazione di un paese pronto a condannare simili comportamenti, inammissibili per una donna di Chiesa come lei. Lucia e Giovanni erano colpevoli di aver ceduto all’amore, colpevoli d’aver donato troppo presto l’uno all’altra la propria giovinezza e la reciproca promessa di amore eterno. Ma tant’era. E ora Lucia temeva quegli sguardi che pronti l’avrebbero rivoltata facendola sentire colpevole e peccatrice per chissà quanto tempo; temeva quegli occhi che l’avrebbero frugata in ogni angolo di quel viso che avrebbe voluto esprimere solo gioia e beatitudine per quella gravidanza tanto desiderata.

Decise quindi di star zitta. E stette zitta anche quando arrivata a casa, sfinita dal dolore e dalla corsa sotto una pioggia che non aveva voluto smettere un attimo di cadere copiosa, la suocera le aveva lasciato i lavori di casa da finire per precipitarsi a mettere al riparo gli animali. Solo durante la notte la cognata, svegliata dai lamenti divenuti sempre più insistenti e strazianti, si era resa conto di quanto stava accadendo.

“Santo cielo perché non hai detto niente? Vado subito a chiamare mia madre!”

“No aspetta! Il letto! Prima rifacciamo il letto!”

Lucia voleva che tutto fosse perfetto per la sua piccola creatura che stava per nascere. Così si erano alzate, avevano tolto le lenzuola usate, e avevano rifatto il letto con quelle nuove del corredo che fin da principio erano state ricamate proprio per quell’occasione.

La mattina dopo la piccola Filomena era nata, portando con sé lo scandalo di cui tutto il paese aveva bisogno per sentirsi meglio e distrarsi, e l’immensa felicità di Lucia e di Giovanni, richiamato immediatamente dal fronte da un telegramma che gli annunciava la nascita della sua primogenita.

Nei giorni che seguirono i tre non si separarono quasi un attimo. Giovanni stava sempre lì in quella camera accanto alla figlia e alla moglie. Sapeva che la licenza sarebbe presto finita e voleva immagazzinare più parole e immagini possibili delle donne che amava, per potersele portare con sé nell’inferno disumano in cui avrebbe dovuto far ritorno, ed i cui ricordi gli sembravano ora tanto lontani ed irreali. Si chiedeva, tormentandosi, mentre le osservava l’una accanto all’altra, come fosse possibile che l’uomo da un lato concepisse la vita ed icone di esistenze come quelle di cui ora si sentiva autore ed estasiato ammiratore, e dall’altro potesse toglierla ad un suo simile nei modi più orribili. Gli sembrava impossibile che attraverso i suoi occhi, fossero passate fino a qualche giorno prima immagini di morte e disperazione, ed ora, sempre gli stessi occhi, potessero nuotare in quel dolce lago di pace e serenità. Si sentiva quasi infetto, un malato contagioso, un pericolo per la sua famiglia. Non riusciva proprio a farsene una ragione, a darsi una spiegazione. Ma in fondo, forse, non c’era niente da capire. Pregava. Pregava solamente Dio, che continuasse a tenere il più lontano possibile dal suo paese, le tragedie che tutte le guerre si portano appresso.

A questo ripensava Lucia ogni mattina, e quando uscendo dalla camera dava un bacio alla piccola Filomena che tranquilla continuava a dormire nel suo lettino, idealmente lo dava anche a quell’uomo che amava e che aveva voluto sposare per la sua bontà d’animo, nonostante tutti gli avessero detto di non farlo, di non prendere in marito un uomo come lui, caricato dei debiti del padre e quindi incapace di offrigli quella felicità che molti altri ragazzi del paese avrebbero potuto invece darle. “Sciocchezze” pensava allora Lucia, e “sciocchezze” continuava a pensare ora, mentre scendendo le scale per iniziare la giornata, ringraziava per l’ennesima volta Dio della famiglia che le aveva dato.

 

 

“Ci saranno anche oggi?” chiese Maria con un tono di voce incrinato dal pianto, guardando alternativamente la madre e la cognata.

“Certo che ci saranno figliola” rispose Filomena riabbassando la fetta di polenta e formaggio che stava portando alla bocca, “ma non devi temere nulla. Basta che gli facciate vedere il permesso che ci hanno rilasciato l’altro giorno, vi faranno passare senza problemi; loro vogliono solo i partigiani e chi li aiuta. Una volta arrivate alla stalla, date da mangiare alle vacche, mungetele, fate tutti i lavori come sempre, e poi ritornate giù in paese. È tutto come prima, solo che ora si deve anche far vedere una carta. Dai su! Ora mangia e non aver paura!”

“Parole, parole!” pensava Lucia mentre in silenzio mangiava la sua colazione. Più anziana di qualche anno della cognata, sapeva benissimo che non era tutto così semplice, e capiva che anche la suocera, nello sguardo che di sfuggita le aveva lanciato riabbassando gli occhi, come a dirle: “non dir nulla”, condivideva con lei quelle paure che aveva appena tentato di esorcizzare.

 

“Avanti andiamo, su!” disse Lucia caricandosi in spalla la gerla.

“Eccomi sono pronta” rispose Maria inghiottendo velocemente l’ultimo boccone quando già stava uscendo di casa. “Arrivederci madre, a dopo” aggiunse infine scomparendo dalla porta.

Mentre abbandonavano le ultime case del paese, imboccando il sentiero che salendo il crinale a sud della montagna, le avrebbe portate alla stalla, Lucia pensava al posto di blocco che avrebbero di lì a poco incontrato. Ma cosa voleva quella gente da loro? Cosa volevano quei mongoli - si diceva venissero dalla Mongolia - o, come quasi tutti li chiamavano, quei cosacchi? Perché i tedeschi li avevano portati in Carnia? Sembrava che avessero il compito di combattere e sconfiggere i partigiani, che fossero arrivati come loro alleati per vincere la guerra. Ma allora perché giravano quelle voci così tremende sul loro conto? Qualche giorno prima che arrivassero, si diceva che nei paesi vicini avessero ucciso tutti gli uomini, perfino un prete, e che non paghi avessero poi saccheggiato le case, i pollai e le stalle. Di loro si diceva anche che ammazzassero gli animali con strani riti, recitando preghiere le cui nenie vibravano nell’aria in modo spaventoso. Qualcuno diceva perfino che erano demoni.

Fatto sta che quando arrivarono in paese, i cosacchi trovarono solo donne e bambini. Gli uomini, pur nello strazio di dover lasciare la propria famiglia in mani tanto crudeli, avevano deciso che l’unica cosa da farsi per sperare di poter continuare ad avere una vita anche dopo la guerra, era quella di nascondersi sulle montagne, dando però così ragione di credere a quegli invasori, che il loro fosse davvero un paese di partigiani.

 

“Eccoli lassù!” disse Lucia facendo cenno col capo alla cognata affinché guardasse i tre uomini appostati a circa un centinaio di metri da loro.

“Già, li ho visti” rispose questa continuando a camminare con passo sempre più incerto, nell’imminente albeggiare di quella mattina di ottobre. “Che Dio ci assista!”

“Non temere, fatti coraggio!” la rincuorò Lucia, “Guarda dietro a loro, guarda! Si vede già in lontananza il nostro prato, la nostra stalla, c’è la nostra vita di sempre. Non guardare quei tre, guarda oltre. A loro dobbiamo solo far vedere la carta che ci hanno fatto l’altro giorno. Ah schifosi!” trasalì Lucia come risvegliata all’improvviso da qualcosa, “In chiesa si sono messi! in chiesa quei delinquenti! Signore onnipotente come si fa? in chiesa a compilar carte come fosse un… un… non so cosa!” continuò a stento, strozzandosi in gola le parole dallo sgomento e dalla rabbia, “fumando quelle loro schifosissime sigarette! E i cavalli Maria! Ti rendi conto? Perfino i cavalli hanno portato in chiesa quella gente senza Dio! Oh Madre celeste aiutaci Tu! Ssst! Ora basta!” concluse parlando con filo di voce, “Non diciamo niente, non facciamo sentire che parliamo.”

Avanzavano a testa bassa, e più si avvicinavano a quei tre, più avrebbero voluto abbassarla e magari sparire. Ora li sentivano chiaramente parlare e ridere in quella loro lingua che metteva i brividi.

“Alt!” intimò uno, quando furono a pochi metri da loro. “Dove andare?”

Lucia, mezza morta dalla paura, sollevò il capo per rispondere, ma non appena posò lo sguardo su quella figura che le stava di fronte, perse per un attimo anche quel poco coraggio ch’era riuscita a farsi negli ultimi istanti. Erano grandi quegli uomini, sa Dio com’erano grandi! e avvolti in quei giacconi scuri, chiusi incrociando i due lembi sul petto e stretti dal cinturone dal quale pendeva una grossa sciabola, lo sembravano ancora di più.

“Io chiesto dove andare!” tuonò di nuovo il cosacco, scandendo con lentezza e forza ogni singola parola da sotto un’irsuta barba nera che, per metà, nascondeva una profonda cicatrice.

Carova, vacca. Mangiare carova” si precipitò a rispondere Lucia porgendo incerta il suo permesso e spingendo Maria col gomito affinché facesse lo stesso. Il cosacco strappò malamente di mano il pezzo di carta alle due donne, e dopo averlo letto lo restituì loro senza smettere un attimo di fissarle biecamente.

“Andare!” disse infine con tono secco, e voltatosi verso i compagni riprese quell’incomprensibile discussione.

“Dio ti ringrazio!” sospirò Maria diversi minuti dopo essersi allontanate, “Per fortuna ti sei ricordata come si dice vacca in mongolo, a me non veniva in mente niente di quello che ci hanno insegnato.”

 

Lucia stava per risponderle, quando, distratta da una cosa che non avrebbe mai voluto vedere lì in quel momento, su quel prato attorno alla stalla, sbiancò paurosamente. “Santo cielo, Ezio!” esclamò quasi digrignando i denti dalla tensione che improvvisamente le azzannò tutti i muscoli del corpo.

“Cosa?” Maria, non capendo cosa volesse dire la cognata, si voltò nella direzione in cui questa era rivolta, rendendosi conto per quale motivo fosse così sconvolta. Suo fratello Ezio, anch’egli nascostosi sulle montagne, era ora lì in mezzo al prato, sceso come d’accordo, per sapere se c’era qualche novità.

“No Ezio! No! Torna indietro!” gli gridò Lucia, sicura che i cosacchi erano troppo lontani per sentirla, ma anche altrettanto sicura che erano abbastanza vicini per vedere, con il binocolo che aveva notato addosso ad uno dei tre, suo cognato che dalla stalla scendeva completamente allo scoperto.

“Torna indietro Ezio! per l’amor di Dio o ti vedranno!” gridò stavolta disperata la sorella.

Solo in quel momento Ezio si rese conto dell’enorme stupidaggine che stava facendo. Nella felicità di vedere la sorella e la cognata arrivare, di vederle ancora vive, era corso loro incontro non pensando che magari, nascosti da qualche parte, avrebbero potuto esserci dei cosacchi.

Ritornò precipitosamente sui suoi passi ed iniziò a correre verso quella stalla che ora gli sembrava lontanissima, e più correva e più sembrava allontanarsi. Era esausto, non ce la faceva più. Erano praticamente quattro giorni che camminava di continuo, e cinque notti che dormiva alla meno peggio in qualche anfratto sui costoni delle montagne lì attorno. “Troppo pericoloso per ora usare le casere d’alta quota” avevano convenuto tutti assieme gli uomini. “Già, troppo pericoloso! Stupido! Stupido!” pensava, “Ma come ho fatto ad essere così stupido ed arrivar fin qui!? Ah Porca…! Il mio piede! Che dolore! Dio solo sa se l’ho rotto questo dito maledetto!”

 

All’improvviso tre spari, la cui eco sembrava non volersi zittire, squarciarono l’aria attorno a loro. Ezio si girò. In un silenzio irreale, immobile, piombato soffocante sul bosco, i tre si fissarono l’un l’altro attoniti, paralizzati, nell’attesa terrorizzata di vedere uno degli altri due cadere a terra. Durò un attimo. Poi altri due spari li riportarono violentemente alla realtà.

“Corri Ezio! Scappa!” gridò disperata Maria, “Andiamo! Scappiamo anche noi nella stalla, dobbiamo cercare riparo!”

“No aspetta! Non possiamo!” ribatté Lucia bloccando la cognata per un braccio, “Non posso lasciare Filomena, e nemmeno tu puoi lasciare i tuoi figli! Che ne sarà di loro? Li ammazzeranno! Penseranno che siamo partigiani e per rappresaglia li faranno fuori tutti! Anche tua madre! Questi sono peggio dei tedeschi! No, la cosa migliore è tornare indietro. Diremo che quella che hanno visto era un’altra donna…  la Giulia, ecco! Diremo che era la Giulia scesa dai suoi prati qui sopra per salutarci, e che è scappata perché spaventata dagli spari. Ezio vedrai, se la caverà! Ora vieni torniamo subito indietro!”

“Ma…” tentò di replicare l’altra. Subito però Lucia, con una forza ed una determinazione che mai aveva avuto in vita sua, la zittì. “Basta! Io non lascio Filomena per scappare, per cercare stupidamente rifugio in quella stalla! Tu fai quello che credi, ma bada: se non torni con me c’avrai probabilmente tutti sulla coscienza!” e così dicendo si avviò verso il paese. Maria, dopo un istante d’indecisione, seguì la cognata, supplicando l’Immacolata che le aiutasse.

Non fecero a tempo ad arrivare all’incrocio dei sentieri dove i cosacchi avevano allestito il posto di blocco, che due di loro, quello più grosso che prima le aveva controllate, e quello che a prima vista sembrava essere il più giovane, piombarono loro addosso in sella alle loro inseparabili bestie. Maria e Lucia erano pietrificate dalla paura. I due saltarono a terra quando gli animali non si erano ancora fermati ed il più anziano, afferrando con violenza Lucia per le braccia, le gridò in faccia: “Dove essere partigiano?”

Senza quasi un filo di voce, Lucia tentò di ribattere dicendo che lì non c’erano partigiani: “Carova!” diceva, “vacca! mangiare!”

“No!” gli sbraitò l’altro, talmente vicino al viso che una zaffata del suo alito infetto di tabacco, grappa e chi sa cos’altro, la fece quasi dar di stomaco. “No!” insistette, “Partire due, vedere tre! Tu essere partigiani!”

“No, no!” implorò Lucia cercando di divincolarsi da quella presa, “Donna per dare da mangiare a carova!”

“Tu portare informazioni a partigiani! Tu niente dire dove essere partigiani, tu non andare casa!” tuonò furioso il cosacco che, al colmo dell’ira, tirò uno schiaffone a Lucia facendola cadere.

Il suo compagno, che fino a quel momento si era limitato ad osservare in silenzio la scena, tenendo ferma Maria con una mano attorno al collo, lasciò partire con l’altra, in cui serrava il fucile, un violento colpo che la centrò in pieno allo stomaco. Trafitta da un dolore lancinante, cadde al suolo accanto a Lucia che, subito, le si fece vicino abbracciandola, nell’intento di consolare quel grido di dolore che le aveva fatto tremare il corpo.

Le rialzarono a forza tirandole malamente per le braccia ed i capelli e le misero contro una piccola massicciata. Quindi, quella voce spaventevole, ricominciò a far sentire il suo tono roco e forzato.

“Tu niente dire, tu non andare casa!” ripeteva, “Tu niente parlare, tu kaput!”

E così dicendo lasciò partire alcuni colpi di fucile, il cui rumore insopportabile, ferì le orecchie delle due donne che istintivamente si coprirono il volto con le mani.

Avevano sparato addosso a loro o avevano sparato in aria? Ormai non riuscivano più a rendersi conto di niente. Piangevano disperate senza riuscire a capire più nulla. Era come se ogni colpo, anche se sparato al vento, sfondasse le loro carni bruciandole e strappandole. Era come se ogni grido “Kaput!”, “Tu non andare casa!”, trapassasse i loro petti lacerandoli come la lama di un coltellaccio.

Vedendo che le donne continuavano a non dire niente di quello che avrebbero voluto sentirsi dire, il più giovane si spazientì e cominciò a colpirle selvaggiamente, prima con il fucile, e poi, in un impeto di primitiva brutalità, si scagliò loro addosso picchiandole con calci e pugni.

Il più vecchio per un po’ lasciò fare, sembrava quasi divertito dalla scena, anzi, se non fosse stato per il labbro superiore che, leggermente arcuato, lasciava trasparire un profondo senso di disprezzo per quella gente che ancora abitava nella loro futura patria, nella terra che ben presto sarebbe stata loro, perché promessa come ricompensa, si sarebbe potuto pensare che sotto quella lurida barba, se la stesse ridendo.

Dopo alcuni istanti ordinò qualcosa al giovane. Questi si fermò, indietreggiò, e guardò l’altro senza proferire verbo. Poi, con lentezza, scosse la testa come a dire sì, mugugnando alcune frasi incomprensibili. Il vecchio invece non disse nulla, si avvicinò alle due donne distese a terra strette l’una accanto all’altra, senza  nemmeno più la forza per piangere, e le sollevò di peso, afferrandole con durezza per dove capitava.

“Andare! Camminare!” intimò loro puntandogli addosso il fucile.

Le cognate non capivano cosa volesse il cosacco, per un attimo si illusero perfino che avessero deciso di lasciarle andare. Ma quando iniziarono a spintonarle verso il sentiero che saliva sulla montagna, capirono che non era certo quello il loro proposito. Si guardarono negli occhi con disperazione, senza riuscire a dirsi una parola, senza riuscire a trattenere le più dolorose lacrime che avessero mai pianto.

“Avanti! Camminare partigiani!” urlò il cosacco spingendole e tenendole sotto tiro. L’altro si diresse verso i cavalli che, pacifici, riposavano poco più in là. Li slegò, e prendendoli per le briglie raggiunse i tre che avevano nel frattempo iniziato a salire il sentiero.

“Maria Madre di Dio” pregò in quel momento Lucia, mentre a fatica metteva un passo davanti all’altro, “se vuoi, fa’ che io non abbia più bambini, ma ti prego, t’imploro per l’amore del tuo unico Figlio, lasciami la vita perché io possa nutrire e crescere quella che già mi avete dato. Ti supplico!”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Camminando, guardava quei posti che fin da bambina aveva visto e percorso. Ogni più piccolo sasso di quel sentiero, lo aveva già calpestato; ogni singolo prato, che sopra e sotto a questo si distendeva, lo aveva già attraversato o falciato; già accarezzato tutti quegli abeti che, contro la montagna, difendevano i segreti di quelle cattedrali di silenzio; già conosciuto tutte le voci degli animali che facevano palpitare di vita quei boschi e che ora non riusciva a sentire; già cantato assieme a quel vento che li seguiva ora discreto, tutte le canzoni che da ragazzina aveva imparato. Conosceva tutto di quei luoghi che l’avevano partorita, e tutto di quei luoghi conosceva lei, era parte di lei. Mentre avanzava non lasciava pietre sotto ai suoi passi, non sfilava staccionate e alberi, non respirava aria, ma ricordi. Tutto attorno a lei era memoria. Ovunque i suoi occhi si posavano, evocavano un ricordo. Si rivedeva passare lì in mezzo assieme a suo fratello, lei davanti, strillando di gioia, e lui dietro che piangendo la rincorreva per prenderla. Si vedeva giù nella valletta lì sotto, poco più che bambina, intenta a rastrellare il fieno. E poi si vedeva seduta sotto il Castagno Grande, mano nella mano con Giovanni, a scambiarsi i primi sospiri d’amore. Le si strinse ancora di più il cuore pensando a quante volte aveva percorso quel sentiero, senza rendersi mai pienamente conto della bellezza della sua terra, della bellezza di ogni battito della sua vita, della vita in generale, anzi, della vita in assoluto. Solo ora, che era ormai certa di perderla quella vita, capiva veramente cosa significasse vivere.

Ma lei voleva vivere ancora! Aveva appena ventiquattro anni e tutta la vita davanti a sé! Perché avrebbe dovuto morire proprio ora? E per chi avrebbe dovuto morire? Cos’era quella guerra? Perché era entrata nella sua Carnia, nel suo paese? Non ne sapeva praticamente nulla. Eppure avrebbe dovuto morire per questa. Lei non aveva chiesto niente a nessuno, né tanto meno suo marito e tutti gli altri uomini che, come lui, erano stati costretti ad andare ad ammazzarsi tra loro. Nessuno aveva chiesto niente, nessuno pretendeva niente. Certo la vita era dura, ma stavano bene. La gente si amava, si sposava, metteva su famiglia e viveva dignitosamente come meglio poteva. Qualche lite ogni tanto, certo, ma santo cielo! era normale che capitasse! E invece no! Qualcuno a Roma aveva deciso che si doveva fare la guerra, anzi, qualcuno a Roma aveva deciso che il suo Giovanni e tutti gli altri poveri cristi come lui avrebbero dovuto fare la guerra. Così! senza nemmeno chiedere cosa ne pensassero, se fossero d’accordo. No! avevano dovuto andare e basta, partire! Avevano dovuto abbandonare tutto: donne, figli, padri, case, prati, lavori, per andare ad ammazzare altri poveracci. Per un attimo, pensando a questo, rabbrividì. Le parve di vedere Giovanni, il suo Giovanni tanto buono, che col fucile spianato ammazzava due donne cosacche in mezzo ad un bosco. Stava per sentirsi male, voleva vomitare, e soprattutto non voleva morire. Era spaventata, disperata di non capire nemmeno il perché avrebbe dovuto morire, per mano di due venuti da chissà dove, magari anche loro lì senza sapere il perché, a causa di partigiani che non conosceva e che neppure c’erano poi nel suo paese.

 

“Alt!” ordinò d’un tratto il cosacco anziano, distogliendo Lucia dai pensieri in cui era caduta. Con un cenno del capo fece capire al compagno di proseguire sul sentiero che, dopo alcuni metri, sarebbe scomparso nel bosco. Lui invece, afferrando Lucia per un braccio, si fermò dov’era.

Quando le cognate si resero conto che volevano separarle, si lanciarono sgomente l’una addosso all’altra abbracciandosi con rabbia disperata. Allora i cosacchi cominciarono a colpirle con i calci dei fucili, sulle braccia e sulla schiena, fin quando dovettero lasciarsi andare. Riuscirono solo a lanciarsi un ultimo, disperato grido: “Lucia!”, “Maria!”, prima che quest’ultima sparisse dietro i primi alberi.

Lucia ora aspettava solamente di sentire il colpo definitivo, quello che avrebbe messo fine per sempre alla sua breve esistenza. Si chiedeva come sarebbe stato il trapasso, se avrebbe sentito dolore, se avrebbe sentito caldo o freddo, se avrebbe visto qualche luce, o, come diceva qualcuno, tutti i morti della sua famiglia venirle incontro per darle il benvenuto nell’aldilà. Tremava tutta, e non aveva nemmeno il coraggio di guardare in faccia il suo aguzzino. Riusciva solamente a pregare Dio che non l’abbandonasse.

Il cosacco, con un tono di voce inaspettatamente calmo, le disse qualcosa che lei non capì, ma stupita da quella tranquillità alzò comunque lo sguardo. Lui allora le sorrise, e mentre le sorrideva si sganciò il cinturone che cadde ai suoi piedi, lasciando così il sudicio giaccone libero di aprirsi sul davanti e scoprire un ventre grasso ed ansante. Il sorriso di quello sfregiato divenne allora ancora più largo.

In quel momento soltanto, Lucia capì cosa volesse veramente da lei quell’uomo. Un brivido gelido le percorse tutta la spina dorsale e le si conficcò nella testa facendola quasi svenire. No! Quello no! non poteva essere! Ma quando questi fece un passo verso di lei allungando una mano per afferrarla, capì che era quel che sarebbe stato. Tentò di scappare, ma le fu subito addosso. Fu inutile anche tentare di liberarsi e gridare, non c’era nessuno a sentirla. Tirandola per i capelli e ricoprendola di schiaffi ed insulti, lo straniero la immobilizzò e la zittì.

Fino all’ultimo frammento di energia rimastole Lucia tentò di liberarsi di quel corpo che le stava sopra, di quel rantolo terribile che la umiliava, di quelle mani che dopo averla profanata le tenevano le braccia ferme sopra la testa premute contro il prato, come quando ragazzina, distesa sull’erba, sognava la sua vita. Fino all’ultimo respiro invocò sua madre e Dio. Poi in lei tutto si spense.

La Madonna quel giorno ascoltò la supplica disperata di quella montanara. Quel giorno Lucia non perse la vita. Ma mentre ancora stesa, immobile, guardava con gli occhi umidi il cosacco allontanarsi tirandosi dietro i cavalli, capì d’essere morta comunque quel giorno, ed il suo sogno con lei.
 

 

   
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