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Qua e là
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Racconto di Flaviana Nodale |
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(fotografie Valeria Romanin) |
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Flaviana Nodale, nata
a Sutrio nel 1945 residente a Udine, laureata in Lingue e Letterature
Straniere, ha partecipato a numerose manifestazioni letterarie
regionali.
Ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui, : 1987 Segnalazione Premio (sezione regionale) "Candoni"
Udine 1988 il III° premio (sez. regionale) Premio "Candoni"
Udine
1988 Segnalazione Premio letterario "La Torate" Udine
1989 e 1990 Segnalazione Premio Letterario "Santa Chiara"
Udine 1990 I° Premio (sezione regionale) Premio "Candoni"
di Arta (Udine)
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"E' estate.
Il sole smorza i suoi assalti nell'ombra dei monti che si
allunga sul paese che si affanna. Che suda. Che odora di fatica.
Che puzza di letame. Dove aleggia l'insoddisfazione, l'invidia,
l'insofferenza. Dove si dissimula l'intolleranza. Dove si
maschera l'ambizione sotto abiti dimessi, ma che palpita e
scalpita negli animi, anche in quelli che vorrebbero essere pii.
L'avidità attanaglia i petti e le mani ghermiscono sogni di
evasione, di eversione e di trasgressione.
I pettegolezzi sono l'unico pane gratuito che alimenta la
malignità e l'occulto arcano piacere di fare del male, di
umiliare, di offendere. E' il velo che occulta l'oscuro
desiderio di imitare, che ripaga la mancanza di coraggio di
osare.
Sabrina era nata e cresciuta in quell'atmosfera incensata e
melliflua. Dove le preghiere scorrevano fra le dita assieme con
il rosario e le parole bruciavano arroventate come la rabbia che
vi cresceva dentro e che straripava dalle bocche,
quotidianamente, continuamente.
Non c'era serenità negli occhi che scrutavano il cielo, oltre i
crinali, che rincorrevano le nuvole, che aspettavano la luce o
la pioggia.
La rassegnazione cresceva solo sui sospiri che mendaci
sfuggivano verso i boschi misteriosi. Era un pretesto per
lamentarsi ancora, per rincarare la dose di anatemi scagliati
sulla propria disavventura, che tutti ammettevano, ma nessuno
accettava come dava ad intendere.
Era l'eterno gioco delle parti.
Non solo la terra era avara.
Strappare un sorriso sincero era un'impresa quasi impossibile.
C'era ostilità di fronte ad uno sguardo radioso o all'abbozzo
di un rinnovamento. Era come se ci fosse del compiacimento nel
perseverare nel proprio dolore.
Sabrina cercò di ribellarsi, ma i suoi tentativi vennero fatti
abortire in un modo o nell'altro. Prima che se ne rendesse
conto, la comunità, alleata per l'occasione, aveva sventato
ogni velleità.
Si sentiva soffocare.
Aveva le idee confuse, ingarbugliate. Era assediata dalle
minacce, dai ricatti e dalle gigantesche insidie prospettatele
dal parroco fatto intervenire a sostegno delle teorie minatorie
imbastite dal popolo femminile.
Era combattuta fra timore e speranza.
Si rendeva conto, e ne soffriva, che non c'erano affetti a
legarla, ad ostacolarla. Nessuno avrebbe sofferto se si fosse
allontanata. Il loro atteggiamento era solo una reazione ad una
possibile perdita di possesso.
Piangeva per niente.
Era nervosa, irritabile, suscettibile.
Passava le notti insonni a sognare ad occhi aperti immaginando
viaggi, scoperte, sensazioni esotiche. |
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Venerdì sera. Conclusione del lavoro
anticipata. Temporale. Vento impetuoso che scuote le ombre
arruffate. Crogiolo di suoni sinistri, nuovi, variabili,
imprecisati.
Sabrina assimilava, coglieva sfumature, s'impregnava di luci e
di realtà virtuali la cui vita si riduceva a pochi istanti.
Dov'erano le conclamate amicizia e solidarietà paesana; dov'era
la comunione d'intenti e di affetti, dov'era la celebrata,
bucolica, serenità; dov'era l'obiettività di chi, a contatto
con la natura, aveva acquisito, assorbendola dalla terra, la
maturità; dov'erano la ponderatezza e la saggezza?
Sabrina si dibatteva in un pelago di dubbi e di ansie.
Ruppe gli indugi quando l'estate incominciava a spegnersi.
Saltò su una corriera, dopo aver raccolto i pochi risparmi e si
avviò verso la città.
La zia, con cui i contatti erano stati scarsi ed insignificanti,
l'accolse con sorpresa accondiscendenza: una compagnia ed una
mano le sembrarono un'occasione da non perdere.
Ma ben presto cattiverie rivalità ed invidia ricominciarono a
spuntare un pò ovunque: sul lavoro, in compagnia, in casa.
Nel suo intimo, Sabrina scoprì, di non stupirsene più di
tanto. Faceva male, ma era una piaga che sarebbe rimasta sempre
aperta fino a quando i contatti umani sarebbero durati.
Si scoprì fatalista.
Fra colleghi, che pensava uniti, emersero delle meschinità
oscene.
Fra amici di vecchia data e no (i sentimenti hanno solo
intensità e non anzianità), che credeva affiatati e legati,
affiorarono malumori ed incomprensioni inspiegabili. Maneggi e
trame improduttivi coinvolgevano ora gli uni ora gli altri.
Sabrina considerò che non si trattasse di malvagità, ma di
manifestazioni di vacuità e di noia. Noia di chi non sa trovare
in se stesso un motivo, un ideale di spinta; uggia di chi
ambisce troppo ma che non vuol impegnarsi od esporsi; tedio di
chi non riesce a creare qualcosa di valido per riempire le ore
vuote che cerca affannosamente di racimolare per gettarle via:
lo spreco inconscio dell'ignavia. Scorse un ignaro, costante,
oscuro tentativo di trascinare nel fango, di affogare tutto ciò
che potesse apparire limpido o sincero, genuino e semplice.
Forse perché considerato banale?
Nel centro della città luci ed ombre cupe si alternavano in un
vortice di vite gettate via in un modo o nell'altro: dai
lussuosi quartieri storici ai ghetti malfamati di settori
abbandonati all'assalto dell'illecito.
Oltre la periferia la pianura piatta ed opima.
Che cosa aveva trovato in quegli ammassi di cemento disordinati,
ingombranti e deprimenti, privi di grazia e dispensatori di
riparo a degli uomini senza gioia? Che cosa c'era per le in
quella piana senza suggestione e senza misteri?
Le luminarie di vetrine e di negozi ed il fascino degli acquisti
avrebbero riempito le ore solitarie trascorse per strada tra
moltitudini estranee ed indifferenti?
Era cambiato l'involucro, ma la sostanza era rimasta invariata.
Che fare? |

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Il frastuono dei motori la perseguitava un
pò ovunque: sul lavoro, in casa, per strada. Le mancava la
carezza del silenzio cullato dal fruscio delle fronde profumate,
vibranti. Le puzze miscelate, sgradevoli, aggressive che non
riuscivano ad essere neutralizzate nemmeno profondendo profumi,
le riempivano le nari. La facevano starnutire: una specie di
allergia dell'apparato industriale di cui tanti gongolavano e di
cui portavano orgogliosamente i segni nel pallore e nelle
occhiaie sempre più profonde.
Gli abiti eleganti, gli atteggiamenti studiati e gli
intrattenimenti più raffinati, l'ampia scelta celavano le
stesse piaghe; il rivestimento racchiudeva lo stesso nucleo.
Stessi sentimenti, stesse reazioni, stesse tensioni. Stesso
tutto.
Anche lei non era cambiata. Aveva appagato certi desideri che
ora le sembravano piuttosto insignificanti. Non c'era alcunché
di impellente. Ora nulla le sembrava meritevole d'attenzione.
Non si sentiva particolarmente coinvolta da alcunché. Tutto
sbiadiva. Si perdeva nella nebbia che scendeva insidiosa verso
sera.
Incominciò ad accarezzare l'idea di tornare.
Avrebbe potuto confondersi nel verde dei boschi, mescolarsi alle
ombre capricciose e suggestive. Sarebbe riuscita a sfuggire
all'assalto della curiosità e dell'ironia? Sistemarsi fra i
monti, lontano dagli uomini, avrebbe risolto qualcosa?
Sua zia scrutava i suoi cambiamenti e sproloquiava su tutto,
manifestando delusione e insoddisfazione.
Sabrina riconosceva agevolmente i sintomi e le manifestazioni.
Forse è il destino dell'uomo di essere infelice e di rendere
infelici gli altri. Forse è un castigo divino, forse è la
natura che si arrovella. Per dare un senso o un significato alla
vita: qualcosa che arriva e che se ne va; arriva non voluta, non
richiesta e che ci abbandona anche quando noi vorremmo tenerla
stretta. Che gioco macabro! Che burla perversa!
Considerando la situazione complessivamente, Sabrina si sentiva
raggelare dato che ora era priva di illusioni. Non poteva più
cullarsi nell'utopia che altrove sarebbe potuto essere diverso.
La sua reattività era ogni giorno più fragile o più lenta.
Anche d'inverno i cristalli saltellavano fra i sassi del
ruscello dai toni verdognoli. Danzavano i riflessi scintillanti
fra i muschi. Gli effluvi muschiati allietavano. Lontano. Molto
lontano.
La mattinata era gelida, ma radiosa. L'acqua sciabordava lungo
le rive rinsecchite dalla brina. La vegetazione accartocciata si
spezzava con facilità. Come i sogni.
Sullo sfondo sfilavano edifici anonimi, grigi. Sulle ripe il
retaggio della civiltà umana: rottami di ogni tipo. E puzza. Il
fiume cercava di ingoiare quelle brutture, ma ne rimaneva
prigioniero. Oltraggiato s'andava oscurando. La sua corrente
intristiva fra sterpi ed arbusti inselvatichiti e rachitici.
Qua e là stoppie ed ammassi di lamiere disordinate.
C'era poco di vivo e di gioioso.
Camminò per ore. Doveva prendere una decisione, dare una nuova
svolta alla sua esistenza.
Poi la sera calò rapidamente mentre Sabrina era seduta su un
masso viscido. E la nebbia incominciò a salire densa e scura. E
avvolse ogni cosa e fermò il tempo."
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