24 agosto 2002: dalla valle misteriosa
               all'anfiteatro di possenti rocce.

                         (testi-immagini Annamaria Bianchi)

 

 

 
 
 

Rifugio "Fratelli Attilio, Remigio, Ferruccio Grego", questo il punto di transito di un  trekking appagante tra il filo della leggenda e la maestosa imponenza di una natura confinata per secoli in una solitudine primitiva, ed oggi  accessibile.

 
 

 



Giungere al rifugio è facilissimo per tutti: è sufficiente salire da Dogna (Canal del Ferro-Tarvisiano) per 18 km su strada  in gran parte asfaltata, fino a Sella di Sompdogna. Da qui, per una carrareccia, solo 10 minuti di cammino per il Grego.
L'alternativa che mi sento di consigliare costa un minimo di fatica (un'ora e più), ed è il sentiero che sale dalla Malga Saisera nella valle omonima (km. 5 da Valbruna) sentiero 611, vicino alla cappelletta.
Una salita che vale già per la partenza: lo scenario da favola della Val Saisera.

 



 

 

Non è una valle come le altre la silenziosa Val Saisera che in cima si apre a ventaglio sotto l'impressionante anfiteatro di montagne imponenti, è un luogo misterioso.
"Le nebbie che sfumano verso l'alto svelando lentamente a uno a uno, tutti gli anfratti, le voci dei cervi, dei camosci e dei caprioli che riecheggiano fra le multiformi elevazioni rocciose, la luminosità che le stesse acquistano al riapparire del sole; il volo planato dei grandi rapaci, gli angusti canaloni che paiono stregati; le eccezionali nevicate che nel periodo invernale la confinano in una solitudine primitiva.
Tutto questo - e chissà quant'altro ancora - ha riempito di leggende la storia di questa valle, appartata ma facilmente raggiungibile dalle principali vie di comunicazione lungo la rotabile di Valbruna".

Sono state queste parole, lette sul testo di Mazzilis-Dalla Marta "Andar per sentieri - Friuli Venezia Giulia" (Istituto Geografico De Agostini), ad invogliarmi a ritornare in questa valle che conoscevo già per averla percorsa con gli sci di   fondo sull'anello che si insinua  in un bosco da favola.

 

 

Oltre al mistero, la supposta origine slovena di questa zona, rintracciabile nei toponimi come "Carnizza", testata, oppure "Spragna", strettoia o "Paliza", cornice, forse rafforza l'ipotesi che la vasta conca chiamata Saisera, che vuol dire dietro il lago, fosse originariamente il "contenitore" di un lago dovuto all'escavazione glaciale. Questo lago, che era trattenuto a valle da uno sbarramento di tipo morenico, mentre a monte era racchiuso dai massicci del Montasio e dello Jof Fuart, sarebbe in seguito scomparso a causa del catastrofico terremoto del 1349.

 

Oltre alle supposizioni, i racconti popolari: si dice che il ripidissimo canalone della Huda Paliza, frequentato dagli arditi dello sci estremo, sia meta di appostamento dei bracconieri che attendono sul suo culmine il passaggio degli animali provenienti dall'alta Spragna, dove è proibita la caccia.


E ancora, se vogliamo parlare della suggestione esercitata da queste montagne sull'uomo, basta ripensare ai nomi che sono stati attribuiti ad alcuni luoghi: la Cresta dei Draghi, la cengia degli Dei, la Sfinge del Montasio, il Lavinal dell'Orso.

 

Eccomi a salire sul 611 che parte da Malga Saisera (quota 1004), mentre penso ai pionieri, alle leggende e vi confesso anche a Cappuccetto Rosso. Abbiamo lasciato l'auto nelle vicinanze della stele in memoria dell'alpinista Julius Kugy, sullo sfondo la severa imponenza del Jof di Montasio, la montagna da lui amata. Evitiamo  naturalmente la mulattiera e su per il sentiero che si inerpica su un costone  boscoso, finché raggiungiamo una radura in mezzo al bosco a quota 1395). Appare la costruzione in muratura e legno del Grego.
 

Metto subito da parte Cappuccetto Rosso perché sento parlare nei più disparati dialetti italiani, mentre un escursionista austriaco mi accoglie con una saluto di benvenuto. Mi rendo conto che l'accesso dalla Sella Sompdogna (che mette in comunicazione la Val Saisera con la valle di Dogna) porta qui perfino turisti in ciabatte. E' certamente positivo che chiunque possa conoscere da vicino la montagna, ma il desiderio di silenzio ci fa lasciare subito il bellissimo rifugio per  continuare a salire, chiaramente solo dopo aver ammirato lo scenario maestoso delle montagne. Dal cupolone del Grande Nabòis, alla superba piramide dello Jof Fuart fino alle  rocce settentrionali dello Jof di Montasio con la Cresta dei Draghi e i circhi glaciali.
Da sottolineare che su questa montagna vi è il più basso ghiacciaio dell'arco alpino, alimentato dalle valanghe che a primavera precipitano dalle creste.
Si riescono a scorgere anche i bivacchi Stuparich e Mazzeni, in metallo  rossastro, appoggiati su un piedistallo sulla Val Saisera, diviso in due dalla Torre Genziana.

 

Il rifugio venne costruito nel 1927 e dedicato inizialmente ad Attilio Grego, valoroso combattente della Grande Guerra, deceduto a Passo Fassa nel 1925. Il fratello di Attilio, Remigio, morì in un  campo di concentramento in Russia nel 1943. Subito dopo la morte del terzo fratello, Ferruccio, caduto nella catena dei Musi, nel 1966 il rifugio venne intitolato ai fratelli Grego.
La struttura, su 3 piani con 14 vani, fornita di ogni conforto, funziona da alberghetto fino circa al 30 settembre.
 

Per notizie dettagliate visita il sito:
http://www.assorifugi.com/f.lligreco_rif.htm

Il Grego è importante punto di appoggio per le numerose salite e traversate alpinistiche od escursioni alle montagne circostanti.

PER ESCURSIONISTI:

-salita per via normale allo Jôf di Sompdogna, 1889 m (sent. 610, ore 1.20)

-al Bivacco Stuparich, 1587 m

-salita al Monte Piper, 2069 m (sent. 648-649, ore 4, )

-salita al Jôf di Miezegnot, 2087 m (sent. 609, ore2.30) transitando  dal Bivacco Alpini Gemona

-sentiero Carlo Chersi (traversata: Bivacco Stuparich, Bivacco Mazzeni, Rifugio Pellarini sent. 611-616, ore 8; per escursionisti esperti

PER ALPINISTI:

-Via ferrata Amalia (o dei Cacciatori Italiani) al Montasio, dal Bivacco Stuparich passando per il Bivacco Suringar

-diretta Kugy al Montasio.

 

 

 

La nostra meta è la cima del Jof di Sompdogna, il "Rudnivrh", ossia monte di ferro (il nome farebbe supporre l'esistenza di una miniera, della quale però non vi è traccia).
Oltre agli importanti panorami, vogliamo vedere i numerosi resti della fortificazioni militari della Grande Guerra.
Subito dietro il rifugio, imbocchiamo dunque il sentiero 610 che riprende a salire sotto il bosco fino alla radura del laghetto o stagno. Uno sguardo a destra ci permette di scorgere  il declivio prativo con la malga Sompdogna.
 

 

Dopo un successivo tratto  ripido e difficile, giungiamo alla zona delle fortificazioni militari: ruderi di fortificazioni e postazioni di diversa grandezza e in terrazzamenti successivi, e alcune caverne.

Come di rito, anche oggi il tempo sta cambiano, mentre osserviamo l'ultimo tratto di sentiero guadagnare la cima del Jof di Sompdogna (mt. 1889) che ci appare grigia e inospitale.


        

 

Ma la salita ha la sua attesa ricompensa: la cima raggiunta  è solo un piccola cosa dinnanzi agli   incombenti massicci...
ll panorama a sud è dominato dalla mole massiccia del Montasio, a sud est si eleva il gruppo del Jof Fuart, mentre a nord la vista si apre, oltre la Val Dogna, sulla costiera dei Due Pizzi, Piper e Jof di Miezegnot.

 

... maestose torri  emergono dal chiaroscuro di luce e nuvole...
il Jof di Sompdogna  consente di spaziare lo sguardo su un orizzonte ancora più ampio: a oriente si stagliano inconfondibili le vette del Tricorno, del Mangart, dello Jalovec mentre a settentrione ed a occidente si possono ammirare la Catena Carnica, le innevate vette dei Tauri e più oltre le Dolomiti ampezzane.

 

 

... fortificazioni della cima...

 

 

...la nostra meta ora: il rientro in fondo alla Val Saisera che ci appare ancor più verde, accogliente e magica, specie  da quassù.

   
 
Il prossimo trekking all'alfiteatro delle  malghe e del laghetto di Bordaglia.
 

 

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