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Zoncolan:
 una salita tra storia e leggenda

 

 





 

Monte Zoncolan, 30 maggio 2007.
Come quattro anni fa oggi Gilberto Simoni è arrivato primo sullo Zoncolan. La tappa del Giro d'Italia, partita da Lienz e arrivata in Carnia, ha proiettato in diretta, sotto gli occhi di milioni di telespettatori, il verde delle nostre valli, il grigio delle pietre e il calore del legno delle case.
Ecco la presentazione della salita, scritta alla vigilia da Francesco Brollo. Un ritratto dell'ascesa, dove si capisce come la strada non sia un semplice nastro d'asfalto, ma un ago che cuce assieme storia, leggenda e cronaca.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Su questa salita anche l’auto suda. Parole di Bruno Tavosanis, cronista locale. È forse la sintesi migliore per descrivere la strada che scala lo Zoncolan, dal versante ovest, dove si concluderà la diciassettesima tappa del Giro d’Italia. Una prima assoluta. Quattro anni fa la carovana scoprì la montagna, però da levante: un’ascesa dura, ma non come questa, che ha portato Gilberto Simoni (vincitore allora) a dire che il tratto più difficile del Tour de France, non vale quanto il più facile della serpe che da Ovaro sale quassù.

Dieci chilometri che portano da 530 a 1730 metri sul livello del mare. Ovvero: 11,9 per cento di pendenza media. Traduzione: in macchina si fa in prima. Qualche tratto in seconda. In terza, mai.
Franco Ballerini, commissario tecnico della nazionale, uno che per la verità il meglio lo ha dato in pianura,  anzi proprio per questo, ha aggiunto che da corridore tirerebbe qualche accidente, a chi ha scelto di inserirla nella tabella di marcia.

Da quando, una quindicina di anni fa, tra i cicloamatori ha cominciato a correre voce che in Carnia (provincia di Udine) esisteva una salita che stava più in cielo che in terra, si è diffuso il tamtam interrogativo su quale fosse l’ascesa più dura in Italia, se questa o il Mortirolo. I numeri dicono Zoncolan: sul Mortirolo si sale per due chilometri e mezzo in più, ma con una media del 10,2%. Restava il confronto con l’Angliru, in Spagna. Vinto anche quello, (ha l’8,2 % negli ultimi 10 km), ma pareggiato nei picchi di pendenza massima (22%).
Poi c’è stato il primo sopralluogo di Carmine Castellano, il direttore del Giro, che nel 2001 diede suppergiù dell’eretico a chi gli aveva sottoposto quella che definì
“poco più che una mulattiera”.

In realtà guai se non ci fossero stati i muli, più di mezzo secolo fa: cinquanta abruzzesi e una manciata locali, a portare in groppa i sacchi di cemento per la costruzione della strada. Fu completata in un anno e sei mesi, nel 1940. Grazie ai quadrupedi e a 400 operai della Società Anonima Comense, che si avvalse anche di mano d’opera del posto.
“Mio padre faceva quattro viaggi al giorno col mulo, caricato di un quintale di cemento alla volta”, racconta Antonio Crosilla, classe 1931, testimone oculare della nascita, del deperimento e del recente processo di beatificazione (o maledizione) della salita dello Zoncolan. “Un tempo salivamo in cima attraverso i sentieri. Era tutto prato. Falciavamo il fieno per le mucche (Il caseificio di Ovaro produce dischi di ca(l)cio celebrottimi). Si mischiava quello d’alta quota - “fen di mont” in carnico - con quello di campo - “fen di taviele” - per evitare che il brusco passaggio dall’uno all’altro disturbasse lo stomaco delle vacche. Non c’era pietà per gli alberi, si tagliavano, perché toglievano spazio all’erba”.
Destino ha voluto che il signor Crosilla si trovasse di nuovo a disboscare l’erta, non per ricavare prato, ma spazio televisivamente utile per il Giro. Più di trecento piante abbattute, la maggior parte abeti, per agevolare le riprese dall’elicottero. Scelta difficile. In qualità di presidente del Privato consorzio di Liariis, l’unico paese attraversato dalla salita, ha convinto i soci che occorreva dare luce alla strada, due metri per ciascun lato della carreggiata, per consentire alle telecamere in volo di riprendere i ciclisti. Opposizione dei più intransigenti:
“Che li riprendano dalle moto”. Saremo di montagna, ma mica scemi, abbiamo ben visto alla tv che li filmano anche così. A quel punto Toni ha giocato la carta dell’orgoglio di possedere la salita più dura d’Europa: Sì, ma le moto qui non possono tenere il passo dei corridori. Quelli andranno a cinque, sei all’ora, e a queste velocità in moto non c’è equilibrio, si cade. Quindi: niente riprese”. Ostia, è vero. Touché.
 

Sarà difficile che i girini vadano così piano. Intanto l’organizzazione ha vietato alle ammiraglie di seguire la corsa accanto ai corridori. Sai mai.

A sei all’ora ci vanno invece i ciclisti della domenica (ma anche del martedì e giovedì almeno, altrimenti qui schiatti subito). Da uno di loro, per loro, arriva una ricetta casalinga di autoipnosi, per salire senza mettere piede a terra (come è capitato a Francesco Guidolin, che volle sfidare il mostro quando allenava l’Udinese): contare i sassi a bordo strada. “Mi accorgo che il contare mi aiuta a tenere un certo ritmo, un’andatura cadenzata e regolare. Li conto fino a 100. Poi ricomincio, e ancora, ancora fino a 100. Quante volte non lo so”, si legge nel diario della salita dello Zoncolan, scritto da un cicloamatore pistoiese, Mauro Melani.

A chi vuole vincere, invece, un consiglio: provare la stoccata dove la strada si stringe, duecento metri dopo l’abitato di Liariis. Lì, comincia il tratto più impegnativo: 5 chilometri al 15,3 per cento, con una punta al 22 e un’altra al 20. Prima, occorrerà aver messo un paio di uomini a tirare il collo al gruppo. Quello rimasto dai morsi del dente di Tualis, un Gran premio della montagna aguzzo ma corto: tre chilometri, che sarà affrontato prima di arrivare qui.

Questa è una salita che si può dividere in tre parti: la prima, da Ovaro alla sua frazione Liariis, un chilometro e mezzo al nove per cento, pedalabile. Strada ampia. Prati. Un campeggio dove fino a pochi anni fa si teneva “Ovarock”, una gran bella rassegna di musica. Gruppi emergenti accanto ad altri più noti (Lino Straulino e Gigi Maieron, i due chansionniers più importanti della Carnia, abitano ai piedi dell’erta, sul versante opposto). Si costeggia una chiesa e si arriva al paese del signor Crosilla, che concede un attimo di respiro, mezzo chilometro al  3 per cento. Tirato il fiato c’è l’imbuto verso il tratto più ripido, che compone la seconda parte.

Da lì in poi il nastro d’asfalto è stretto fino in cima. Strettissimo. La terza parte comprende tre mini gallerie e i quattro tornanti finali, tutti a vista dal traguardo. Due chilometri all’8 per cento: le ultime scodate dell’ascesa. Quelle dove si vedono le streghe, espressione usata nel ciclismo per descrivere la trance visionaria di chi arranca, morso da fatica e frustrazione.
 

E le streghe ci sono davvero, nella leggenda popolare, ripresa anche dal Carducci nella poesia “il comune rustico”. Stanno nella montagna di fronte, il Tenchia. Si ritrovano e ballano sui prati, lasciando circoli di erba battuta. L’idea segreta del comitato promotore delle tappe friulane del Giro, guidato da Enzo Cainero, è di far passare di lì la corsa tra qualche anno. E’ una salita poco meno dura dello Zoncolan. Metterne una dietro l’altra è quasi un esercizio di sadismo. Quasi. Sarebbe infatti un tappone. Tapino chi lo nega.

Intanto, Zoncolan e Tenchia c’è già chi le percorre in senso inverso, da cima a valle. Con deltaplano e parapendio. Sono quelli del “Gruppo volo nido delle streghe”, che hanno scelto queste due vette per disegnare di ghirigori il cielo. Il pioniere fu un tale che nel 1937 tese due enormi elastici e si fece catapultare nel vuoto col suo aliante. I voli li fanno a metà giornata, quando salgono le correnti ascensionali.

Bici e deltaplano. Due modi diversi di fare marameo alla forza di gravità. Su un cavallo di ferro e su un uccello di alluminio e nylon. Due mezzi per intrecciare lo sport al mito. Che riesce meglio quando lo si fa in quota, dove le storie che si riportano a valle hanno profumo di leggenda. In Carnia più che altrove. Dalla cima dello Zoncolan lo sguardo può spaziare fino alla Val di Lanza dove, si dice, passò Attila. Silvio Ortis, gestore dell’unica trattoria di Liariis ha la sua versione: c’è una grotta su quella sella; l’ingresso è stretto, falliforme. Attila ci volle portare due ragazze del posto, per possederle. Faccenda complicata, in uno spazio così angusto. Infatti fece cilecca. Per ripicca riversò la propria ira su Zuglio, antica cittadina romana, radendola al suolo.

Ci si vendica spesso a valle, delle frustrazioni in quota. O ci si vendica a valle, e basta. Come fecero i cosacchi, il 2 maggio 1945. In una delle pagine più sanguinose della resistenza in Carnia, quando a Ovaro, proprio dalla strada che compone il primo tratto dell’ascesa allo Zoncolan, calarono sul paese. Ventidue i civili uccisi, parroco compreso.

La durezza di una salita, a volte, non è solo questione di pendenza, ma di sofferenza colata negli anni ai suoi piedi.

Annotazione finale: sullo Zoncolan, da est, Pantani emise l’ultimo suo lampo degno di nota, arrivando quinto nel 2003. Il “salustri”, come si chiama qui l’attimo di lucidità prima dell’addio.

Il progetto di far arrivare il Giro sull’altro versante del monte era agli albori. Così, mentre Marco si avviava al tramonto, la leggenda dello Zoncolan stava per sorgere. Si sono solo incrociati. Come sole e luna. Peccato.
 


Francesco Brollo
 francescobrollo@yahoo.it