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Su questa salita anche l’auto suda.
Parole di Bruno Tavosanis, cronista locale. È forse la sintesi
migliore per descrivere la strada che scala lo Zoncolan, dal
versante ovest, dove si concluderà la diciassettesima tappa del Giro
d’Italia. Una prima assoluta. Quattro anni fa la carovana scoprì la
montagna, però da levante: un’ascesa dura, ma non come questa, che
ha portato Gilberto Simoni (vincitore allora) a dire che il tratto
più difficile del Tour de France, non vale quanto il più facile
della serpe che da Ovaro sale quassù.
Dieci chilometri che portano da 530 a
1730 metri sul livello del mare. Ovvero: 11,9 per cento di pendenza
media. Traduzione: in macchina si fa in prima. Qualche tratto in
seconda. In terza, mai.
Franco Ballerini, commissario tecnico della nazionale, uno che per
la verità il meglio lo ha dato in pianura, anzi proprio per questo,
ha aggiunto che da corridore tirerebbe qualche accidente, a chi ha
scelto di inserirla nella tabella di marcia.
Da quando, una quindicina di anni fa, tra i cicloamatori ha
cominciato a correre voce che in Carnia (provincia di Udine)
esisteva una salita che stava più in cielo che in terra, si è
diffuso il tamtam interrogativo su quale fosse l’ascesa più dura in
Italia, se questa o il Mortirolo. I numeri dicono Zoncolan: sul
Mortirolo si sale per due chilometri e mezzo in più, ma con una
media del 10,2%. Restava il confronto con l’Angliru, in Spagna.
Vinto anche quello, (ha l’8,2 % negli ultimi 10 km), ma pareggiato
nei picchi di pendenza massima (22%).
Poi c’è stato il primo sopralluogo di Carmine Castellano, il
direttore del Giro, che nel 2001 diede suppergiù dell’eretico a chi
gli aveva sottoposto quella che definì “poco più che una
mulattiera”.
In realtà guai se non ci fossero stati i muli, più di mezzo secolo
fa: cinquanta abruzzesi e una manciata locali, a portare in groppa i
sacchi di cemento per la costruzione della strada. Fu completata in
un anno e sei mesi, nel 1940. Grazie ai quadrupedi e a 400 operai
della Società Anonima Comense, che si avvalse anche di mano d’opera
del posto. “Mio padre faceva quattro viaggi al giorno col
mulo, caricato di un quintale di cemento alla volta”,
racconta Antonio Crosilla, classe
1931, testimone oculare della nascita, del deperimento e del
recente processo di beatificazione (o
maledizione) della salita dello Zoncolan. “Un tempo
salivamo in cima attraverso i sentieri. Era tutto prato. Falciavamo
il fieno per le mucche (Il
caseificio di Ovaro produce dischi di ca(l)cio celebrottimi).
Si mischiava quello d’alta quota -
“fen di mont” in carnico -
con quello di campo - “fen di
taviele” - per evitare che il brusco passaggio dall’uno
all’altro disturbasse lo stomaco delle vacche. Non c’era pietà per
gli alberi, si tagliavano, perché toglievano spazio all’erba”.
Destino ha voluto che il signor Crosilla si trovasse di nuovo a
disboscare l’erta, non per ricavare prato, ma spazio televisivamente
utile per il Giro. Più di trecento piante abbattute, la maggior
parte abeti, per agevolare le riprese dall’elicottero. Scelta
difficile. In qualità di presidente del Privato consorzio di Liariis,
l’unico paese attraversato dalla salita, ha convinto i soci che
occorreva dare luce alla strada, due metri per ciascun lato della
carreggiata, per consentire alle telecamere in volo di riprendere i
ciclisti. Opposizione dei più intransigenti:
“Che li riprendano dalle moto”.
Saremo di
montagna, ma mica scemi, abbiamo ben visto alla tv che li filmano
anche così. A quel punto Toni ha giocato la carta dell’orgoglio di
possedere la salita più dura d’Europa: “Sì,
ma le moto qui non possono tenere il passo dei corridori. Quelli
andranno a cinque, sei all’ora, e a queste velocità in moto non c’è
equilibrio, si cade. Quindi: niente riprese”.
Ostia, è vero. Touché.
Sarà difficile che i girini vadano
così piano. Intanto l’organizzazione ha vietato alle ammiraglie di
seguire la corsa accanto ai corridori. Sai mai.
A sei all’ora ci vanno invece i
ciclisti della domenica (ma anche del martedì e giovedì almeno,
altrimenti qui schiatti subito). Da uno di loro, per loro, arriva
una ricetta casalinga di autoipnosi, per salire senza mettere piede
a terra (come è capitato a Francesco Guidolin, che volle sfidare il
mostro quando allenava l’Udinese): contare i sassi a bordo strada.
“Mi accorgo che il contare mi aiuta a tenere un certo
ritmo, un’andatura cadenzata e regolare. Li conto fino a 100. Poi
ricomincio, e ancora, ancora fino a 100. Quante volte non lo so”,
si legge nel diario della salita dello
Zoncolan, scritto da un cicloamatore pistoiese, Mauro Melani.
A chi vuole vincere, invece, un
consiglio: provare la stoccata dove la strada si stringe, duecento
metri dopo l’abitato di Liariis. Lì, comincia il tratto più
impegnativo: 5 chilometri al 15,3 per cento, con una punta al 22 e
un’altra al 20. Prima, occorrerà aver messo un paio di uomini a
tirare il collo al gruppo. Quello rimasto dai morsi del dente di
Tualis, un Gran premio della montagna aguzzo ma corto: tre
chilometri, che sarà affrontato prima di arrivare qui.
Questa è una salita che si può dividere in tre parti: la prima, da
Ovaro alla sua frazione Liariis, un chilometro e mezzo al nove per
cento, pedalabile. Strada ampia. Prati. Un campeggio dove fino a
pochi anni fa si teneva “Ovarock”, una gran bella rassegna di
musica. Gruppi emergenti accanto ad altri più noti (Lino Straulino e
Gigi Maieron, i due chansionniers più importanti della Carnia,
abitano ai piedi dell’erta, sul versante opposto). Si costeggia una
chiesa e si arriva al paese del signor Crosilla, che concede un
attimo di respiro, mezzo chilometro al 3 per cento. Tirato il fiato
c’è l’imbuto verso il tratto più ripido, che compone la seconda
parte.
Da lì in poi il nastro d’asfalto è stretto fino in
cima. Strettissimo. La terza parte comprende tre mini gallerie e i
quattro tornanti finali, tutti a vista dal traguardo. Due chilometri
all’8 per cento: le ultime scodate dell’ascesa. Quelle dove si
vedono le streghe, espressione usata nel ciclismo per descrivere la
trance visionaria di chi arranca, morso da fatica e frustrazione.
E le streghe ci sono davvero, nella
leggenda popolare, ripresa anche dal Carducci nella poesia “il
comune rustico”. Stanno nella montagna di fronte, il Tenchia. Si
ritrovano e ballano sui prati, lasciando circoli di erba battuta.
L’idea segreta del comitato promotore delle tappe friulane del Giro,
guidato da Enzo Cainero, è di far passare di lì la corsa tra qualche
anno. E’ una salita poco meno dura dello Zoncolan. Metterne una
dietro l’altra è quasi un esercizio di sadismo. Quasi. Sarebbe
infatti un tappone. Tapino chi lo nega.
Intanto, Zoncolan e Tenchia c’è già
chi le percorre in senso inverso, da cima a valle. Con deltaplano e
parapendio. Sono quelli del “Gruppo volo nido delle streghe”, che
hanno scelto queste due vette per disegnare di ghirigori il cielo.
Il pioniere fu un tale che nel 1937 tese due enormi elastici e si
fece catapultare nel vuoto col suo aliante. I voli li fanno a metà
giornata, quando salgono le correnti ascensionali.
Bici e deltaplano. Due modi diversi di
fare marameo alla forza di gravità. Su un cavallo di ferro e su un
uccello di alluminio e nylon. Due mezzi per intrecciare lo sport al
mito. Che riesce meglio quando lo si fa in quota, dove le storie che
si riportano a valle hanno profumo di leggenda. In Carnia più che
altrove. Dalla cima dello Zoncolan lo sguardo può spaziare fino alla
Val di Lanza dove, si dice, passò Attila. Silvio Ortis, gestore
dell’unica trattoria di Liariis ha la sua versione: c’è una grotta
su quella sella; l’ingresso è stretto, falliforme. Attila ci volle
portare due ragazze del posto, per possederle. Faccenda complicata,
in uno spazio così angusto. Infatti fece cilecca. Per ripicca
riversò la propria ira su Zuglio, antica cittadina romana, radendola
al suolo.
Ci si vendica spesso a valle, delle
frustrazioni in quota. O ci si vendica a valle, e basta. Come fecero
i cosacchi, il 2 maggio 1945. In una delle pagine più sanguinose
della resistenza in Carnia, quando a Ovaro, proprio dalla strada che
compone il primo tratto dell’ascesa allo Zoncolan, calarono sul
paese. Ventidue i civili uccisi, parroco compreso.
La durezza di una salita, a volte, non
è solo questione di pendenza, ma di sofferenza colata negli anni ai
suoi piedi.
Annotazione finale: sullo Zoncolan, da
est, Pantani emise l’ultimo suo lampo degno di nota, arrivando
quinto nel 2003. Il “salustri”, come si chiama qui l’attimo di
lucidità prima dell’addio.
Il progetto di
far arrivare il Giro sull’altro versante del monte era agli albori.
Così, mentre Marco si avviava al tramonto, la leggenda dello
Zoncolan stava per sorgere. Si sono solo incrociati. Come sole e
luna. Peccato.
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