Il gei

 

Parliamo ancora del simbolo del nostro sito, la gerla.
Al di là dell'oggetto, ecco in questo contributo di Celestino Vezzi, sottolineati i molti significati che  ha rappresentato il gei per la gente di montagna. sempre presente sulle loro spalle e carico di ogni  prodotto della terra e della fatica o di ciò che voleva dire gioia della vita o  tristezza di  forzate separazioni..

 

 

Sarebbe fin troppo facile iniziare un’ampia descrizione delle caratteristiche costruttive del tradizionale gei soffermandosi magari sulla particolare struttura secondo l’uso a cui esso è destinato (gei piçul, gei dal ledan, gei dal frandei, gei da fieste, gei grant,…) o secondo la diversa forma che quasi ogni vallata della montagna riesce ad imprimere con straordinaria ingegnosità e fantasia.

Ma il gei è un qualcosa di più, è un mezzo di trasporto che per certi versi si è dimostrato unico nel quotidiano lavoro, uno strumento indispensabile ed insostituibile nelle diuturne necessità, un compagno di fatica inseparabile per molta gente della montagna. E allora il gei assume una valenza ed un significato che va oltre la sua forma, la sua struttura, la sua immagine più o meno retorica. Il gei diviene testimonianza di vita, presenza, compartecipazione. 


 

 
   
 
 

 

Niçulaile, niçulaile, niçulaile chê bambinute ch’a si torni a indurmidî…

Gei scune
 Un canto popolare che richiama alla mente una mamma intenta a cullare la propria bambina. Il gei ha fatto da culla a molte persone, non solo un tempo accanto al vecchio fogolâr, ma anche più vicino ai nostri giorni. Non è necessario ricordare il ruolo della donna nel nel sistema di vita della gente di montagna che la vedeva impegnata non solo nei lavori domestici, ma anche nella campagna. La giornata era piena e il tempo da dedicare ai figli era ristretto; non era raro notare nei prati o nei campi la gerla riposta all’ombra contenente il fagottino del bambino in fasce intento al riposo quotidiano mentre la mamma si dedicava al lavoro; un gei che diviene culla sicura, quasi un secondo grembo. E questo secondo grembo attrae i bambini anche quando, un tantino più grandi, stanchi di correre a giocare per i prati non disdegnano un sonnellino nel protetto guscio del gei. E poi ancora quante volte con somma gioia non siamo stati portati dalle nostre madri o dai fratelli più grandi in questa grande culla dondolante ad ogni passo? Il gei scune è di certo vivo nella memoria di molte persone.


 

Indulà  vastu? Disè la moscje. Adôr da l’âghe! Disè lu gri…

Gei mateç


Il gei scune subisce negli anni della crescita la trasformazione divenendo giocattolo. Quasi ogni bambino ha portato sulle sue spalle una piccola gerla di dimensioni adeguate; il gei da iniziale compagno di giochi, nascondino, dimostra gradualmente la sua vera funzione: un gioco proiettato, nel futuro, ad un sicuro utilizzo.


Si tu vens cassù tas cretis,  là che lôr mi àn soterât…

   Gei confuart

 

 

 

Le guerre non hanno mai risparmiato le montagne. In luoghi inaccessibili perfino ai muli hanno trovato utilizzo, nella prima guerra mondiale, le portatrici carniche che con le inseparabili gerla sulla schiena hanno portato al fronte il necessario per combattere, munizioni, viveri e molte parole di conforto ai disperati soldati impegnati nei combattimenti. Non si trattava quindi di un semplice carico di materiali/generi indispensabili, ma anche e soprattutto di una parola buona, di una iniezione di speranza, di un sorriso familiare in luoghi di desolazione. Le stesse donne nel successivo conflitto mondiale hanno riposto nelle gerla con sommo dispiacere, ma con altrettanta fermezza i capi più preziosi del loro corredo per barattarlo, dopo estenuanti e rischiosi viaggi a piedi nella pianura friulana, con il granoturco; un baratto necessario per poter disporre, sulla tavola ricolma di miseria, del conforto di un po’ di polenta.


 

 



Un dolôr dal cûr mi ven, dut jo devi bandonâ…

 

Gei valîs

 

 

 

 

 

 

 

   

"Emigrazione" di Claudio Brollo


L’emigrazione è stata per anni un San Scuignî per la gente di Carnia; vecchi e giovani hanno abbandonato la famiglia, la casa, il paese per guadagnarsi un boccone all’estero. Nei venerdì di quaresima a Cercivento, finita la Via Crucis, veniva intonato il Miserere; la gente lo chiamava familiarmente il Miserere dal fagot in quanto molti emigranti prima di Pasqua facevano le valigie, il fagot appunto. Spesso fino al confine erano le mogli che accompagnavano i partenti; immancabile sulla loro schiena il gei con le valigie. Non si tratta di un quadro retorico, ancor oggi esistono le testimonianze.


Ven fûr, ven fûr nuvice…

Gei fieste
Le nostre nonne/madri preparavano con cura e per tempo il corredo: ricamavano a mano nei momenti di riposo le lenzuola, le federe, asciugamani e biancheria intima. Qualche giorno prima della data fissata per le nozze la sposa, con il seguito delle amiche fidate, effettuava il ‘trasloco’ del corredo nella casa, futuro nido della nuova famiglia. Un bambino con una scopa nuova apriva il particolare corteo delle giovani donne con le gerle cariche della dote da nuvice; se lo sposo provvedeva al letto, il comò era prerogativa della sposa e così i cassetti ricolmi di biancheria venivano sistemati sulle gerle assieme ai materassi ed al resto del corredo. Questa strana ‘processione’ di geis con gli elementi dotali finiva con un momento di festa per la nuvice e per le amiche.


 

La biele sompladine a riscjelave il fen…

Gei traseif


Nei lavori di campagna il gei non mancava mai, come non mancava nelle famiglie almeno una mucca o in tempi di maggior miseria una capra: spesso l’unico sostentamento. Il gei diveniva allora mangiatoia, serviva per accantonare negli stavoli il fieno, l’erba fresca agli animali per abituarli gradualmente al pascolo in malga. Ma il gei raccoglieva anche il ledan, gli escrementi degli animali, indispensabile concime distribuito con parsimonia e cura nei campi e nei prati. Ancora il gei di adeguata dimensione accoglieva il frandei, le foglie secche, necessario alla lettiera per le bestie


 

Simpri jote e jote frite, mai une volte meste e lat…

Gei cjanive


I frutti della lavorazione della terra patate, fagioli, pannocchie, cavoli finivano tutti nella gerla per il trasporto nelle cantine delle case. La stessa cosa accadeva non solo con i raccolti degli alberi da frutto mele, pere, noci ma anche per il ritiro del formaggio e burro maturato nella latteria turnaria. Ma il gei diveniva vera dispensa nelle soste ristoratrici dei lavori di campagna o nella fienagione di alta montagna quando, all’ombra di un albero, quasi con sacralità si poneva mano alla ciacule la tovaglia che opportunamente annodata racchiudeva la sospirata e meritata
marinde.


 

Nanâ, nanâ pupìn, mê mâri va al mulin…

Gei mulin


Periodicamente era d’obbligo la visita al mulino del paese con la gerla carica di granoturco che veniva macinato man mano per permettere una certa scorta nel tempo. Al ritorno, dopo aver lasciato al mugnaio la mundure, una certa quantità di farina a pagamento della macinazione, nella gerla trovavano posto due sacchi uno contenente la farina e l’altro la semule, la crusca, che veniva data in pasto agli animali.


 

Al jeve il prin pastôr, al cjante il dì da Scensa…

Gei farinarie


Ancora la farina protagonista assieme al gei per un particolare momento della stagione dei lavori. A metà periodo della monticazione le mogli dei malghesi si recavano nelle malghe portando sulla schiena la gerla cariche delle provviste necessarie alla continuazione della stagione; principale elemento di tale carico era la farina indispensabile per la polenta dei pastori e per questo tali donne erano comunemente chiamate farinaries. E farinaries erano anche le donne che portavano questo elemento nutrizionale indispensabile ai menaus che viveano, per il periodo necessario al completamento dei lavori di esbosco, nei loro caratteristici capanni, i casons.

  


 

Ducj i claps di chê murâe…

Gei manovâl


Le case sono il frutto di un male della gente di montagna comunemente noto come il mâl dal clap. Anni di sacrificio, sudore, rinunce per poter riposare sotto un tetto tuo. I materiali necessari alla costruzione di queste abitazioni, molte delle quali oggi sono dei significativi monumenti architettonici nei paesi della montagna, sono per lo più passati nelle gerle; sassi, sabbia, calce: dal fiume al paese nel capace grembo del gei. Lo stesso discorso vale per i fienili sparsi nei prati e nella campagna ed altrettanto per le numerose maine, significative espressioni di genuina fede, erette con non poca fatica e sacrificio fino ad alte quote lungo i sentieri di montagna. In questi sentieri dove necessariamente è consentito solamente il passaggio dell’uomo, l’unico mezzo di trasporto si è rivelato ancora una volta il gei.     


 

Fasìn un cjant a la cjargnela…

Gei muini


Un gei particolare che il nonzolo del paese portava al seguito del parroco durante la benedizione delle case per raccogliere le offerte in natura della popolazione o per riscuotere il cuarteis ovvero la decima parte del raccolto. Quella stessa gerla nei funerali conteneva i ceri che venivano pesati e distribuiti prima della cerimonia solitamente ai parenti; al termine del rito funebre una nuova pesatura consentiva di calcolarne il consumo e quindi stilare l’addebito.


 

Abbiamo parlato di geis, ma sotto questi geis si è curvata per anni e anni la schiena della gente di montagna che con sacrificio, sudore, caparbietà nonostante tutto ha continuato a percorrere i sentieri, a falciare prati, a lavorare campi, a costruire case. Dietro il gei c’è la storia di un popolo che ha sempre combattuto per la sopravvivenza con estrema dignità e coraggio.

Il gei quale simbolo efficace della volontà e della voglia di vivere della gente di montagna. 

Celestino Vezzi

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