RAID ACROSS IN THE STATES

 (di Giusy Concina)

 

 



Un’impresa decisamente suggestiva: attraversare gli Stati Uniti da Est ad Ovest quasi esclusivamente in off-road, rievocando i passaggi più significativi delle carovane del settecento, ricordando le migrazioni delle popolazioni indiane dall’ottocento ai giorni nostri.
Un viaggio difficile, un raid pieno di avventura alla ricerca degli indiani di oggi, gelosi custodi delle tradizioni di un tempo, dei cow-boy  che cavalcano da secoli queste terre, immense, ospitali e non allo stesso tempo.

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Il viaggio ha avuto inizio a Los Angeles e fine a New York, è durato 32 giorni, ed ognuno di essi  è stato sinonimo di scoperte, di avventura, di studio, di vicissitudini  decisamente particolari legate sia agli usi e costumi diversi dai nostri, sia al tipo di percorso che si è rivelato a tratti più impegnativo del previsto.
A Los Angeles una Mazda Tribute 3.0 V6 benzina mi aspettava, pronta ad affrontare ben 9875 miglia ed a consumare 477 galloni di carburante (15.888km e 1803,8litri) attraverso 16 stati dei 52 confederati; un’impresa non da poco, che la Tribute ha affrontato, miglio dopo miglio, senza creare difficoltà, dimostrandosi un gran mezzo, utile come vettura ed anche come “camper”.  E’ stato facile prendere confidenza con un veicolo così pratico, accessoriato, dotato di cambio automatico e trazione intelligente, pertanto una volta caricato i bagagli (e tutto sommato non pochi) la prima tappa è stata Los Angeles città, dopodichè via verso San Francisco e la Napa Valley con le sue stradine sterrate che corrono lungo le vigne e lungo le coltivazioni di fragole, di arance, di prugne.

 In California l’agricoltura è molto importante, una fonte di ricchezza che si affianca al turismo ed alle spiagge, ma fa registrare un’importante  voce nel bilancio interno.  La cittadina di Napa è molto accogliente, le abitazioni sono tutte basse, casette prefabbricate che si contrappongono ai palazzi di San Francisco, la natura che circonda la città è stupenda, le coltivazioni tutte ben allineate, le stradine sterrate che vi scorrono in mezzo solcate da mezzi agricoli dell’ultima generazione, da pick-up dalle dimensioni impressionanti e dalla “piccola Tribute” che non stona affatto su questo tipo di terreno.


Giungiamo così allo Yosemite Park, una foresta nazionale conosciuta in tutto il mondo e segnalata da tutte le guide turistiche; geograficamente posta sulle Montagne Rocciose, un luogo incantevole, dove la natura regna sovrana ed ogni cosa che l’uomo ha costruito rispecchia l’immenso potere di questa foresta, degli animali che la popolano, dell’acqua che vi scorre. Non è possibile attraversare solamente il parco, perciò il campeggio è d’obbligo, così da assaporare l’aria limpida che si respira, camminare e solcare le piste alla ricerca di qualche orso grizzly. Al Visitor Center del parco posso raccogliere tutte le informazioni necessarie con le mappe dettagliate e molto utili per vedere le meravigliose cascate ed addentrarmi tra gli immensi abeti rossi, scoprire qualche cervo, una volpe, tantissimi scoiattoli che si avvicinano per avere qualche cosa da mangiare. In genere anche gli orsi si avvicinano ai luoghi di campeggio attirati dall’odore del cibo, così i Rangers sono stati costretti a studiare e realizzare dei cestini portarifiuti “anti-orso” letteralmente cementati al terreno e sigillati con tanto di lucchetto; anche il cibo deve essere depositato, durante la notte, in appositi contenitori di ferro fissati al terreno e chiusi con lucchetto; senza dubbio un’esperienza da vivere .

Dallo Yosemite attraverso il Sequoia National Park, lungo piste sterrate rese maggiormente impegnative dal clima freddo, dalla neve e dall’altitudine raggiunta, a volte anche 2900 mt, guidando  “all’ombra” di gigantesche sequoie, il cui diametro superava tranquillamente i 4,5 mt, abbiamo raggiunto la Death Valley, un luogo lunare, del tutto inaspettato, giungendo da una natura tanto rigogliosa. La Death Valley, situata geograficamente tra California e Nevada costituisce una sorta di confine naturale, dalla natura rigogliosa si passa ad un deserto di roccia, colorata, calda e suggestiva; la morfologia e gli agenti atmosferici hanno “dipinto” e scolpito questo luogo creando effetti ottici stranissimi, colline di roccia color crema, rosa, rosso, rame, sembra di muoversi su immense distese di gelato variegato al caffè, alla vaniglia, c’è solo un fatto particolare, la temperatura: 52°C, accompagnata da un vento caldo fortissimo che rende difficile scendere dalla vettura anche solo per il rifornimento di carburante.
Ciò nonostante ci muoviamo lungo le piste sino a Zabrinski Point e Bad Water, conosciamo luoghi incantati dove i corvi regnano sovrani, la tempesta di sabbia rende difficoltosa la visibilità, perciò la marcia è rallentata, non solo, la Tribute accusa una piccola perdita di olio dal differenziale posteriore, pertanto preferisco scegliere un tragitto più semplice per raggiungere Las Vegas ed un concessionario Mazda ove poter verificare la perdita. La situazione non è assolutamente grave, la guarnizione del paraolio del differenziale posteriore era rovinata, è bastata mezza giornata di lavoro per risistemare il tutto e lasciare Las Vegas alla volta di Escalante nello Utah, una foresta incredibile,che attraversa Bryce Canyon, Glen Canyon, il lago Powell; in questo periodo la stagione invernale ha fatto scendere il livello dell’acqua, perciò il paesaggio si presenta roccioso, un po’ freddo e suggestivo, un ampio sterrato da Big Water parte in direzione nord, piano piano s’innalza, si arrampica sulle alte e brulle rocce, diventa pietroso e stretto, faticoso ed interessante allo stesso tempo.

 

 La Monument Valley

Raggiungiamo Escalante all’imbrunire, un paesino di alta montagna, con poche case rigorosamente in legno, qualche fattoria, tanti cavalli, un saloon, abbiamo già attraversato la prima ora di fuso orario, decido di proseguire ancora qualche miglia lungo la strada asfaltata, prima di campeggiare ed entrare poi in Arizona e sfrecciare nelle piste indiane alla scoperta di Arches Park della Monument Valley, due luoghi famosi, ove la natura è stata particolarmente generosa nel regalare al mondo una tale bellezza.
 


Arches Park è un territorio roccioso, con una vegetazione molto bassa, tratti sabbiosi si alternano ad immense rocce squadrate che si ergono per centinaia di metri a dominare la valle, ricordano un po’ i Tepuy della Savana Venezuelana, tranne per il tipo di vegetazione e la tanta sabbia rossa che la Tribute è costretta ad affrontare; la marcia si fa interessante ad ogni miglio che percorriamo; siamo nella riserva della tribù Navajo, la tribù indiana più numerosa e certamente la più conosciuta, sia per le sue tradizione sia per la cultura molto commerciante delle generazioni più giovani.
 


Anche la loro riserva è la più estesa, ricopre 17.500.000 acri,  conta  circa 220.000 persone e la capitale del consiglio nata nel 1938 ha sede a Window Rock, nell'area nord dell’Arizona, non distante dalla Riserva Zuni. Una tribù quest'ultima molto più riservata, numericamente meno ampia, si concentra in un'area molto limitata, vivono normalmente, con le case prefabbricate, le antenne satellitari e le loro tradizioni gelosamente custodite, non posso scattare foto alle persone senza un'autorizzazione preventivamente richiesta e questo mi costa una fermata da parte della polizia della contea di Zuni, non mi resta che scusarmi e far vedere le foto scattate. Qualche disavventura è d'obbligo lungo un tracciato così ampio e così vario, perciò non mi demoralizzo e proseguo il percorso studiato che discende a sud toccando solo la parte più settentrionale della riserva Apache, per poi oltrepassare il confine verso il New Mexico ove a Grents inizia l'avventura lungo la Route 66.
 

   






La strada maestra, la prima via asfaltata che dall'Est si dirigeva verso quell'Ovest tanto desiderato dalle lunghe carovane di chuck wagon che per secoli l'hanno percorsa, la strada che per ogni popolazione, per ogni tribù ha rappresentato la vita, la speranza, la ricchezza. Percorrerla oggi giorno è un pò come percorrere i tasselli di un gioco da tavola, poichè alcuni tratti sono aperti ed asfaltati, altri sono oramai abbandonati, perciò è necessario chiedere i permessi per il transito e transitare anche attraverso qualche ranch, poichè in molte zone oramai non esiste più questo primo nastro asfaltato, ma un pò più in là corre la Interstate 40 e 44 a 4 corsie per ogni senso di marcia, è altresì vero che i chuck-wagon hanno ceduto il passo a splendidi veicoli ultramoderni ed ultraconfortevoli.
 


 

Da Grant via verso Santa Fe, una città costruita tutta in argilla, ove le case sono esclusivamente di colore ramato, con i pali portanti in legno massiccio, non esiste un'insegna luminosa, non esiste un fast-food e per un pò sembra davvero di essere in un paese messicano, non negli States moderni, una sensazione stupenda, una passeggiata in centro è stata una sosta obbligatoria, per vedere da vicino la lavorazione artigianale di tantissimi prodotti, ma anche le viuzze strette e gremite di gente tranquilla, il museo e la piazza dove si erge imponente un edificio a tre piani che un tempo è stato il Trading Post e la prima stazione ferroviaria dello stato.
Ancora Route 66 verso il Texas dove ad Amarillo la Mazda Tribute è attesa ad un truck center, le stazioni di rifornimento per camionisti, infatti sono molto accoglienti, con ristoranti, sale giochi, sala tv, postazioni internet, docce e lavanderie, è tardi, perciò una sosta di carattere tecnico ci  vuole e la Tribute si trasforma nuovamente in camper.
 


La curiosità di questa cittadina è un ristorante dove servono rigorosamente carne alla griglia, la particolarità riguarda un piatto: una bistecca da 72 once viene offerta in regalo a chi riesce a mangiarla tutta, compreso l'abbondante contorno; i vincitori negli ultimi due anni sono stati 11 di vario peso e di varia età, non proprio molti! Un'altro aspetto particolarmente negativo che mi ha colpito in questa splendida cittadina è stato l'ingresso dell'ufficio dello sceriffo, infatti davanti alla porta ci sono tre grandi quadri, all'interno dei quali sono appese tantissime foto formato tessera di sceriffi e Texas rangers che sono deceduti in servizio, tutti uccisi mentre svolgevano il loro compito, un brivido mi ha fatto riflettere a lungo e dopo aver avuto le informazioni che cercavo sono andata via piuttosto perplessa. Un incontro con colleghi locali mi ha dato ulteriori spiegazioni sulla vita  di queste zone e mi ha permesso anche di assaporare gli aspetti più allegri, come le cavalcate, il rodeo, il Canyon di Palo Duro, che offre uno spettacolo fantastico sia a cavallo sia a bordo della Tribute che ha concluso la sua pausa.

Dal Texas via verso l'Oklahoma ed il Missouri attraverso la Foresta di Mark Twain arriviamo a Sprinfield la città natale di Lincoln ove, sotto un'incessante pioggia visitiamo il Mausoleo e tutto il cimitero, in nessun altro luogo al mondo avevo visitato un cimitero entrando in auto! Ancora strade sterrate e tratti di Route 66 per giungere a Saint Louis dove ci attende il Gateway Arch, la porta verso l'Occidente, il simbolo di quelle immense terre che hanno costituito il sogno americano per molti secoli.
E' posizionato di fronte al Missisipi e dall'alto dei suoi 192 metri si può godere di una vista ineguagliabile; costruito nel 1965 esclusivamente in acciaio a pianta triangolare, offre un curioso sistema di tram a cellule per il trasporto delle migliaia di turisti che giornalmente passano seppur simbolicamente "sotto" questa porta. Raggiungere Saint Louis nel nostro viaggio è stata una meta molto importante, poichè rappresenta l'inzio dell'ultimo tratto lungo il quale scopriamo ancora luoghi particolarmente interessanti quali la città di Chicago ove la Route 66 inizia oppure termina, la città di Cristoforo Colombo: Columbus nell'Ohio gemellata con la nostra Genova, ed Indianapoilis nell'Indiana gemellata (a ragione) con la nostra Monza.
Il più famoso circuito americano  è visitabile tutti i giorni, il museo merita davvero una sosta, con la memoria si possono ripercorrere momenti di grande sport, con nomi famosi da tutto il mondo tra cui Mario Andretti, Clay Regazzoni e negli ultimi anni Juan Pablo Montoya che nel 2000 ha vinto la 500 miglia.

 

 Da qui il nostro percorso volge ancora verso est, siamo oramai arrivati all'ultimo fuso orario, ora solo sei ore ci "separano" da casa e la foresta della Pennsylvania sul  Monti Appalacchi  diventa sempre più affascinante,  attraversiamo la foresta di Allegheni, con tratti sterrati, tratti sabbiosi, alcune miglia lungo la I81 per effettuare rifornimento di carburante. Lungo il percorso ci sono tantissime trivelle, alcune in funzione altre no, ci sono dei pick-up Ford tutti dello stesso colore, che effettuano controlli e trasporto di tubi, gli autisti  guardano perplessi, ma la curiosità da parte mia è forse maggiore soprattutto rivolta al funzionamento di questi strani attrezzi. Riesco ad ottenere qualche delucidazione e così contenta proseguo lungo lo sterrato che via via si fa più ampio, contornato da faggi quasi primaverili. Nella riserva indiana all’interno della foresta Moshannon mi fermo in una stazione di servizio molto piccola, ove non si paga neppure con carta di credito e ciò mi lascia molto perplessa, il forte vento mi costringe a fare rifornimento velocemente, il cassiere, un indiano molto simpatico, contrariamente alla maggior parte, mi racconta un sacco di cose, si lamenta della stagione ancora molto brutta, diversa dal solito, si informa sulla vita nella nostra terra, quasi come la conoscesse, in realtà non è mai venuto in Italia, ma ha letto di Venezia ed altre località e perciò è contento di poterne parlare.

Il viaggio prosegue  sino a Washington D.C., dove l’Obelisco di Washington ci accoglie con una luce suggestiva, un clima caldo e ci proietta in una città stupenda, di certo la città con la “C” maiuscola, la più bella degli States, sia dal punto di vista architettonico, urbanistico, culturale; gli americani si vantano della loro capitale ed effettivamente una visita accurata ci permette di apprezzare tantissimi aspetti unitamente ai monumenti.
Washington è una città a misura d’uomo, vivibile da turista, da lavoratore, da residente, da semplice curioso, da appassionato d’arte, insomma sotto qualunque forma. Resto colpita dal Mall, dalla sua immensità e soprattutto dal fatto che ci si può muovere con tranquillità a piedi ma anche in auto, il traffico infatti durante il fine settimana è praticamente inesistente, e durante i giorni lavorativi è comunque molto fluente. Non posso non fermarmi al Memorial Jeffershon, al Memorial Lincoln, i giardini sul retro della Casa Bianca sono sorvegliati ma accessibili, mi posso fermare, per riposare, per dare pane agli scoiattoli, si incontra qualche turista ma tutto è molto tranquillo e soprattutto molto sorvegliato dalla polizia che conversa amabilmente con le persone ed è disponibile a dare qualunque informazione.

 
 

Washington D.C. è uno stato-città che confina con la Virginia, con il Delaware e con il Maryland, stato quest’ultimo che attraversiamo lungo la I95 per rientrare in Pennsylvania e poi nel New Jersey dove possiamo affrontare le ultime miglia in off-road prima di giungere a New York; infatti attraversiamo la Wharton State Forest  e la Lebanon States Forest lungo uno scenario a dir poco stupefacente, infatti la foresta è fittissima, la pista a tratti diventa molto stretta, non manca la sabbia, riusciamo a raggiungere Carranza Memorial, un tratto di ferrovia abbandonata e ci corriamo sopra per un breve tratto, incontriamo un branco di lupacchiotti: 4 cuccioli che sembravano dei peluches, ma scappano via impauriti al rumore del motore che pur girava al minimo, perciò a malapena uno scatto fotografico. Dalla splendida foresta alla città di New York, devastata dal terrorismo e desiderosa di tornare a vivere il percorso non è molto lungo, ma il paesaggio cambia così drasticamente che diventa impossibile mantenere un umore particolarmente gioioso anche al Liberty State Park dove la Tribute si ferma prima di raggiungere l’aeroporto JFK ed un volo Lufthansa che riparte verso il vecchio continente tanto diverso da quell'America sempre sognata.